Alle origini delle migrazioni. La strage dei diritti

copertina-di-giorgidi Piero Di Giorgi

La storia ci insegna che le civiltà che hanno opposto muri all’arrivo di popolazioni migranti sono state presto travolte, mentre l’apertura e la contaminazione tra popoli e culture diverse hanno favorito lo sviluppo sociale, economico e civile degli Stati. L’Europa moderna è figlia della “via della seta” e cioè degli scambi tra culture stanziali e nomadi attraverso un corridoio aperto in cui fluiva la vita.

Il libro curato da Maria Immacolata Macioti, Conflitti, guerre civili, vittime e diritto internazionale (edito da ANRP, Roma 2017), che raccoglie gli atti del seminario tenuto a Roma nella sede delll’ANRP il primo marzo 2017, è estremamente interessante e ricco di notizie per chi vuole documentarsi sulla complessa e tragica questione dell’immigrazione; corredato anche di una Cronologia degli eventi fino al maggio 2017 e di un’ampia bibliografia.

Complessa e tragica è la questione migrazione, perché coinvolge oltre un milione di persone di nazionalità diverse, che fuggono dalle tante guerre locali dimenticate (le cosiddette. guerre frammentate di cui parla Papa Francesco), dalla fame, da sofferenze e violenze di ogni tipo, con tutte le conseguenze che ben conosciamo in termini di vite perdute, di morti accertati, di dispersi. Le cui rotte riguardano da vicino il Mediterraneo. Quel Mediterraneo che il grande storico francese Fernand Braudel considerava un continente e, partendo dall’etimologia del termine, lo definiva un mare che media tra sponde opposte, e quindi di per sé aperto al dialogo, al pluralismo, contro ogni fondamentalismo.

Le questioni trattate dagli autori sono tante perché tante sono le problematiche, di tipo politico, economico, sociale, etico, religioso e psicologico, che riguardano le migrazioni. Innanzitutto, il libro, come evidenzia Maria Immacolata Macioti nella sua introduzione, è un contributo importante contro l’intolleranza, la quale è, come sappiamo, frutto della disinformazione o di mancanza dì informazioni corrette e perciò fondata sul pregiudizio, il quale è, a sua volta, basato su uno o più stereotipi, a loro volta espressione di una componente emotiva (non a caso si chiama pregiudizio, cioè prima di un giudizio riflessivo e consapevole) e di una generalizzazione e una semplificazione (del tipo “i migranti ci stanno invadendo”, “rubano il lavoro ai nostri cittadini”, “i migranti portano malattie” ecc.). Il pregiudizio viene alimentato dai partiti e dalla stampa di destra, che tentano di speculare, per un’eterogenesi dei fini (misere ragioni elettorali), sulle disgrazie dei migranti, scatenando una guerra tra i poveri. La propaganda xenofoba cerca di cavalcare l’onda emotiva e parla di “guerra di religione e scontro di civiltà” come l’Isis.

1Ci troviamo di fronte a  una sorta di isomorfismo tra le posizioni delle destre xenofobe all’interno dei Paesi occidentali e quelle dei jihadisti, che si rinforzano a vicenda. D’altronde, il pregiudizio alimentato dalle forze politiche di destra trova un terreno fertile nella lunga e devastante crisi economica scoppiata nel 2007-2008 e che ha colpito le classi marginali; e si sa che nei momenti di crisi, l’uomo tira fuori le pulsioni peggiori: invidia, odio, razzismo, guerre. Stretta nella morsa dell’egoismo e dell’individualismo, la maggior parte delle persone tende a creare un capro espiatorio dando la colpa di ogni cosa ai più poveri  e disperati, gli immigrati, i diversi. Per dirla con Sartre, «l’inferno sono gli altri». Tuttavia, non si può non concordare con Emanuela Del Re quando sostiene che bisogna indagare sull’origine di queste ostilità per potere formulare delle politiche adeguate e passare dalle migrazioni come problema alle migrazioni come opportunità.

Un’altra falsa notizia è quella sui costi per lo Stato. Umberto Triulzi scrive, sulla base di studi economici protratti nel tempo, che «noi riceviamo da loro, in termini di attività economiche svolte e tasse da loro pagate, più di quanto noi diamo loro in termini di servizi (case, lavoro, istruzione, servizi sanitari). I benefici indotti dall’immigrazione sono superiori ai costi». Anche il presidente dell’INPS Boeri è intervenuto più volte per ribadire che senza i migranti non si potrebbero pagare le pensioni.

Altra bufala è quella dell’invasione. Salvatore Fachile fa notare che mentre si gridava all’allarme per l’invasione migratoria sono arrivati in Europa soltanto 650 mila migranti e che si sono ridotti a 350 mila nel 2016; ma anche se fossero stati un milione come si paventava, non si potrebbe parlare di fattore di crisi in un’Europa di 500 milioni di abitanti. Anzi, a fronte della crisi demografica che attanaglia l’Europa e che vede la crescita nei prossimi vent’anni del 30% di anziani e il calo del 29% di giovani, è l’accoglienza di nuovi migranti che può salvare l’Europa e costruire il futuro della “casa comune” europea.

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Appunti originali utilizzati per la stesura della Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948

Fatti questi cenni sulla tolleranza e sui pregiudizi, il cui tema richiederebbe, da solo, giornate di dibattito, è bene enucleare  alcuni degli altri aspetti importanti contenuti nel libro. Un primo tema  riguarda la condizione di vita dei migranti oggi. Preliminarmente, occorre dire, come mette in luce Enrico Pugliese, che c’è un mutamento nelle migrazioni, con un passaggio significativo da una prevalenza dell’immigrazione economica per motivi di lavoro a una immigrazione tendenzialmente forzata, dovuta a disastri economici, a fuga dalla guerra e a persecuzioni etniche, politiche o religiose. Tutto ciò corrisponde a un aumento degli arrivi da Paesi dell’Africa e del Medio Oriente attraverso la rotta mediterranea e a un peggioramento delle condizioni di lavoro degli immigrati in Italia.

Umberto Triulzi si sofferma sul Mondo di mezzo nell’itinerario tra i Paesi di origine e i Paesi di destinazione dei flussi migratori. È l’area costituita dai territori attraversati dai migranti, principalmente gli Stati dell’Africa subsahariana (Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Mali, Sudan, Somalia). È la terra di nessuno –sottolinea l’autore – dove non albergano i diritti umani, dove non si applicano le leggi né internazionali né nazionali, dove i reati non vengono puniti, dove chi deve controllare non ha interesse o mezzi per farlo, lasciando in tal modo nelle mani di gruppi di criminali la gestione di un’attività che produce non solo enormi profitti ma che consente loro di commettere reati e violenze di ogni genere con la certezza dell’impunibilità. L’autore propone la necessità d’individuare le tipologie di reati commessi dalle bande criminali, a livello internazionale, europeo e nazionale, a partire dalla Convenzione delle Nazioni Unite approvata a Palermo nel 2000 e recepita dall’Italia con la L. n. 146 del 16 marzo 2006, per arrestare i responsabili di questi reati e per smantellare le reti di criminali che organizzano i viaggi della morte. Ovviamente, se non ci fossero divieti, muri, fili spinati, non ci sarebbero trafficanti e bande criminali. Né morti.

Un altro dei problemi gravi all’interno delle migrazioni è quello della tratta e lo affronta Mara Clemente. La definizione internazionale di tratta proposta dal citato Protocollo delle Nazioni Unite (2000 Palermo) enfatizza il suo carattere di crimine transnazionale con conseguenti contromisure che si concentrano sul controllo delle frontiere e restrittive politiche di immigrazione. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta degli esseri umani (2005) è intervenuta nel configurarla come una violazione dei diritti umani, prevedendo l’obbligo di risposte nazionali a difesa dei diritti delle vittime. La Direttiva 2011/36/UE, ha incluso nuove forme di sfruttamento: mendicità, schiavitù e sfruttamento in attività criminali. In Italia, nel 2007 è stato modificato l’articolo 160 del Codice penale che ha definito la tratta un crimine autonomo dal lenocinio  comprensivo dello sfruttamento lavorativo e della rimozione di organi, oltre dello sfruttamento sessuale delle donne, mentre è caduto il requisito della transnazionalità del crimine. Tanto più che cresce sempre di più il numero di bambini, di minori dispersi, di cui si è smarrita ogni traccia e che spesso restano vittime di abusi sessuali e di traffici di organi.

Assemblea Generale ONU, Dibattito sul crimine organizzato, giugno 2017

Assemblea Generale ONU, Dibattito sul crimine organizzato, giugno 2017

Riteniamo che nei confronti delle organizzazioni di criminali si possono individuare, pur nella diversità delle tipologie di reati previsti dalla Con- venzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale e da due dei tre Protocolli addizionali firmati a Palermo (il Protocollo contro la tratta di persone, in speciale modo donne e bambini, e il Protocollo contro il traffico di migranti via terra, via mare e via aria), alcuni elementi costitutivi comuni che emergono con forza e altrettanta drammaticità nell’operato dei trafficanti di persone e di migranti. I trafficanti sfruttano abilmente l’assenza di una normativa internazionale che consenta la perseguibilità dei reati quando commessi in acque internazionali e/o in acque nazionali e territori appartenenti a Stati che non hanno aderito alle convenzioni internazionali o che, pure avendo aderito, non hanno attivato, come richiesto dai Protocolli di Palermo e dalle risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (dicembre 1999), misure di cooperazione giudiziaria internazionale e/o di prevenzione a tutela dei diritti dei migranti oggetto del traffico clandestino.

La Convenzione di Palermo sottoscritta nel 2000 e i tre Protocolli annessi alla Convenzione hanno rappresentato un enorme passo avanti nel contrasto alla criminalità organizzata transnazionale nella consapevolezza della necessità di pervenire tra gli Stati membri delle Nazioni Unite ad accordi più efficaci finalizzati a ravvicinare le legislazioni nazionali nella lotta a determinate condotte criminose, sia sotto il profilo delle fattispecie incriminatrici, sia sotto il profilo della prevenzione,  nonché a migliorare i meccanismi di cooperazione giudiziaria. A sedici anni dalla firma della Convenzione di Palermo non sembra, tuttavia, che si siano fatti passi rilevanti in direzione sia del riavvicinamento delle legislazioni che in materia di cooperazione giudiziaria per il contrasto all’immigrazione clandestina (Umberto Triulzi).

4Delle terribili sofferenze dei migranti (stupri e violenze di ogni genere, i tantissimi morti che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero liquido, tra cui spicca la tragedia terribile e l’indelebile macchia dell’Italia dell’11 ottobre 2013, con 268 siriani morti di cui 60 bambini, a causa del non intervento del pattugliatore della marina militare, venuto meno all’obbligo del soccorso, pur essendo a 40 minuti dal barcone che stava affondando, la cui verità è stata ricostruita nel docu-film presentato il 15 ott. su SKY-atlantic, con protagonisti i tre medici siriani che hanno perso moglie e figli), si occupa anche Grazia Naletto, la quale evidenzia, in particolare, le disfunzioni dell’accoglienza. Fino a che la portata degli sbarchi non aveva raggiunto il livello degli ultimi tempi, la gestione del flusso dei migranti aveva trovato un suo certo equilibrio attraverso i centri chiamati Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), la cui attività di accoglienza e guida all’integrazione (attraverso corsi e tirocini) dei richiedenti asilo, era sotto il controllo delle istituzioni locali e godeva del finanziamento della UE. Successivamente, la situazione è divenuta complicata, quando il flusso verso l’Italia si è esteso e, come messo in luce da Enrico Pugliese, il Ministero dell’Interno ha dato disposizioni ai prefetti di attribuire direttamente a cooperative o a privati, senza alcun sostanziale controllo da parte degli enti locali e senza alcun impegno di guida all’integrazione.

I centri di accoglienza si sono moltiplicati e anche le sigle o acronimi. Una sostanziale mancanza di programmazione e coordinamento delle diverse forme di accoglienza e l’ingresso nella rete degli enti gestori di soggetti privi della necessaria esperienza, la proliferazione di centri di grandi dimensioni hanno condizionato in misura significativa l’evoluzione dell’intero sistema di accoglienza italiano. Di fronte all’emergenza, agli Sprar si sono aggiunti i Cara (Centri di Accoglienza governativi per Richiedenti Asilo), i Cas (Centri di Accoglienza Straordinari) e poi i Cpsa (Centri di Primo Soccorso e Assistenza), cui si sono sovrapposti gli Hot-spot, la cui funzione precipua è quella d’identificare i migranti e di selezionare le persone che intendono richiedere protezione internazionale rispetto ai cosiddetti migranti economici. Il risultato è stato non soltanto un peggioramento delle condizioni di vita dei migranti ma anche la diffusione del “malaffare” connesso alla gestione dei centri e alla quantità di risorse pubbliche a questi destinate. Da qui  – scrive Pugliese  – anche il diffondersi di un luogo comune che associa l’accoglienza a un business. In verità, un certo business c’è. Vi sono soggetti che gestiscono tanti centri di accoglienza e si muovono con enormi SUV e fanno la bella vita, ma nonostante un’ampia parte dell’opinione pubblica pensi che le risorse destinate alle politiche di accoglienza siano eccessive, il costo giornaliero di accoglienza per persona si attesta tra i 30 e i 35 euro, ma ai migranti vanno circa 3 euro al giorno.

Altra questione che viene affrontata nel libro e su cui montano le polemiche è la farisaica differenza tra richiedenti asilo e quindi di potenziali rifugiati, e migranti economici. Come dire che non è giusto che i migranti siano perseguitati, torturati, minacciati dalle guerre ma di fame possono essere lasciati morire. Bisogna abolire la distinzione  tra “migrazione volontaria” e “migrazione forzata”, ossia tra migrazione economica e migranti che fuggono da Paesi dove vengono cancellati i diritti umani fondamentali.

A fronte di questa tragedia immane, quasi tutti gli autori si sono interrogati in maniera critica sul ruolo dell’Unione europea. Come sottolinea Emanuela C. Del Re, l’Europa, da oltre venti anni, deve approntare una politica migratoria basata sulla libera circolazione delle persone. Tuttavia, nonostante la connessione tra migrazioni e diritti umani, il fenomeno è rimasto una questione marginale. Anzi, con l’entrata nell’Unione dei Paesi dell’Est e con il cambiamento di atteggiamento e di governo dei diversi Paesi  – si pensi ad esempio all’atteggiamento di chiusura della Polonia e a quello dell’Ungheria e della Croazia, che hanno chiuso le porte, alzato reticolati, che hanno respinto chi fuggiva dalla Siria, in condizioni di gravissime difficoltà – ma anche a seguito dei diversi attentati dell’Isis in Europa, l’Unione europea ha mutato atteggiamento e ciò ha portato a un sostanziale fallimento del sistema delle “quote”. Ormai si parla di ‘Orbanizzazione’ dei Balcani per sottolineare la progressiva svolta a destra, compresa la vergogna dei vagoni blindati, di memoria nazista.

Opportunamente, Annamaria Rivera ci ricorda che il Manifesto di Ventotene, «Per un’Europa libera e unita», del 1941, di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni  è tutto attraversato dal timore della restaurazione dello Stato-nazione e della sua sovranità assoluta e fu concepito anche per superare il colonialismo, per costruire un’Europa dei popoli, basata sulla solidarietà e sul rispetto dei diritti umani. Eppure oggi i migranti approdano, paradossalmente, in un continente disseminato di confini blindati, muri e barriere di filo spinato, ove vanno risorgendo nazionalismi aggressivi. La Convenzione europea dei diritti umani e la Carta europea dei diritti fondamentali sono spesso violate col negare alle persone in fuga diritti fondamentali. Anna Maria Rivera parla di semiotica del genocidio. L’Unione europea è colpevole di crimini contro l’umanità e un giorno sarà giudicata da qualche tribunale internazionale. E sembra che già vi sia un gruppo internazionale di giuristi che sta discutendo sulla questione.

Inoltre, assurda e criminale è anche la politica degli accordi bilaterali o multilaterali con Paesi dove sono negati i diritti umani fondamentali. Si pensi agli accordi con il sultano Erdogan. La Turchia, spietata contro la minoranza curda, divenuta porta d’ingresso di armi e combattenti per il sedicente Daesh, e teatro di frequenti attacchi terroristici, è paradossalmente considerata “Paese terzo sicuro”, mentre è al primo posto per violazioni della Convenzione europea dei diritti umani. Le ONG, denunciano violenze e abusi subiti dai richiedenti asilo bloccati in Turchia, condizioni poco dignitose nei centri di accoglienza/detenzione, sfruttamento di bambini siriani costretti a lavorare in condizioni servili nelle fabbriche turche. Si pensi anche agli accordi con l’Afghanistan, con il Sudan, con il Niger e con la Libia, considerati anch’essi “Paesi terzi sicuri”. In particolare, l’accordo sottoscritto con la Libia, col fragilissimo governo di Fayez al-Sarraj, ben sapendo gli orrori dei campi libici, viola l’art. 80 della Costituzione italiana, laddove prevede che gli accordi internazionali devono essere ratificati dalle due Camere.

In verità, l’interesse primario dell’Europa, con questi accordi, è quello di creare attraverso questi Paesi, che sono di origine e di transito, delle barriere, affinché le persone non possano partire o transitare verso l’Europa. Mauro Armanino, missionario in Niger, è testimone delle terribili condizioni del rimpatrio dei migranti, i quali vengono spogliati di ogni bene, giungono disidratati e con malattie e infezioni addominali, alcuni muoiono per choc septico e, non avendo parenti, vengono seppelliti in loco.

Gli accordi penalizzano decisamente i migranti, come denunciato dalle più note Ong che di migranti si occupano. E, per fortuna, ci sono gli interventi delle associazioni non governative, che volontariamente, con coraggio e a proprie spese, hanno contribuito a un alto e crescente numero di salvataggi. A fronte di quest’azione di salvataggio di vite umane, vergognosa appare l’aggressiva campagna diffamatoria contro le Ong, accusate di agire d’intesa coi trafficanti.

Allo stesso scopo di bloccare le frontiere ubbidisce la sostituzione dell’operazione umanitaria Mare Nostrum, sorta dopo la ricordata tragedia dell’11 ott. 2013 per salvare vite umane, con l’operazione Triton, gestita e finanziata dall’UE, in particolare con il coinvolgimento dell’Agenzia Frontex, e che è da annoverare fra le cause del vertiginoso incremento della mortalità nel Mediterraneo.

In sostanza, L’Italia, in questo quadro, si caratterizza sia sul versante dell’indurimento dei controlli, dell’accelerazione e dell’incremento dei rimpatri forzosi degli “irregolari”, sia su quello della moltiplicazione degli accordi bilaterali con Paesi terzi. Il rapporto di Amnesty International del 2016 afferma che le politiche dell’Unione Europea producono violazioni dei diritti di rifugiati e migranti e riporta anche vari casi di maltrattamenti e torture subìte in Italia da rifugiati e migranti, proprio nei centri ufficialmente predisposti per garantire loro i diritti.

Come annota Giuseppe Cataldi, al diritto di ciascun essere umano di migrare, previsto dall’art. 13, par. 2, della Dichiarazione universale dei diritti umani, e dall’art. 12, par. 2, del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, non corrisponde però un parallelo dovere di accoglimento da parte dello Stato di destinazione. La Costituzione italiana in particolare,  all’art. 10, terzo comma, recita che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica». Quindi l’accoglienza è dovuta non soltanto per chi è perseguitato, come dispone la Convenzione di Ginevra del 1951, bensì anche per chi non gode delle libertà democratiche. L’idea del sostegno allo sviluppo dei Paesi terzi sembra essere un’azione positiva per il riconoscimento dell’interdipendenza tra i Paesi di origine e di destinazione dei migranti, e costituisce una novità nell’approccio al problema. Bisogna, tuttavia, essere consapevoli che il denaro dato agli Stati per uno sviluppo in loco sono erogati a Paesi i cui governi sono regimi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Di certo è necessario il monitoraggio dell’iniziativa perché l’UE non lasci soli i Paesi a gestire il processo e perché i Paesi beneficiari dimostrino nel concreto quali benefici trae la popolazione dalle iniziative.

Contro la dittatura in Eritrea

Contro la dittatura in Eritrea

Infine, la legge Minniti del 13 aprile 2017, n. 46 viola la Costituzione italiana e la Convenzione europea sui diritti umani, accelera le procedure per l’esame dei ricorsi relativi alle domande di protezione internazionale, tende a rendere più efficace la macchina dei rimpatri forzosi, a elevare il tasso di espulsioni; abolisce il secondo grado di giudizio per i richiedenti-asilo che abbiano presentato ricorso contro un diniego; moltiplica da quattro a venti i centri di detenzione amministrativa per “irregolari”. Per questo piace tanto alla destra. In sostanza, quel che emerge è che una logica securitaria  prevale sul rispetto di diritti umani.

Per concludere, non si può non concordare con Anna Maria Rivera et alii che dovrebbero essere potenziati i canali di ingresso legali. Una felice eccezione è quella dei corridoi umanitari, inizialmente voluti e gestiti insieme dalla Federazione delle Chiese evangeliche e da S. Egidio e oggi allargatasi, anche grazie alla Conferenza Episcopale Italiana. Grazia  Naletto ha avanzato l’idea che i processi decisionali e il metodo di progettazione degli interventi dovrebbero svolgersi mediante la partecipazione delle organizzazioni e associazioni della società civile e dei rappresentanti dei migranti presenti sul territorio sin dalle prime fasi di programmazione, con la collaborazione tra tutti gli attori istituzionali (Regioni, Comuni, Municipi e Consigli Territoriali) e i servizi presenti nel territorio, nonché attraverso lo stanziamento di risorse adeguate.

Una reale politica di accoglienza e d’integrazione sono la premessa indispensabile per sottrarre i migranti alle organizzazioni criminali. È bene precisare che l’integrazione non vuol dire assimilazione come nel modello francese, né indifferenza o accettazione passiva, come nel modello di Mazara del Vallo, ma un processo continuo e costruttivo di confronto, di scambio e di alterità, che incontra il volto dell’altro e dialoga con l’altro liberato dal mantello delle certezze. Un processo che mira alla crescita e all’arricchimento reciproco, fondato sulla parità e il rispetto di diritti e di cultura. A tal proposito, resta esemplare l’affascinante esperienza del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, che offre una visione diametralmente opposta a quella odierna e su cui ci sarà una fiction con Peppe Fiorello.

Da parte dell’UE e dei singoli Stati, occorre una reale e duratura politica di gestione delle migrazioni, che sia innanzitutto condivisa, e che dia attuazione al dettato del Trattato di Lisbona e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e quindi gli imperativi collegati alla “solidarietà” e al rispetto dei diritti umani. Infine, la cooperazione tra gli Stati è indispensabile ai fini della prevenzione e repressione dei reati collegati al traffico di migranti, gestito da organizzazioni criminali transnazionali. Occorre ripensare il Regolamento di Dublino, secondo cui la responsabilità dell’esame di una domanda d’asilo è dello Stato membro che ha svolto il ruolo maggiore in relazione all’ingresso del richiedente nell’UE. In verità,  la maggior parte dei migranti si rifiuta di farsi identificare e di lasciare le proprie impronte digitali, perché lo Stato membro d’ingresso è solo un Paese di transito. In questi giorni il Parlamento europeo ha messo all’ordine del giorno la questione, ma occorre aspettare di vedere cosa fanno i singoli Stati soprattutto quelli dell’Est Europa.

Insomma, è necessario che l’Unione Europea e tutti i Paesi coinvolti nel fenomeno migratorio, attraverso una coordinazione e un’unità di proposta, escano dal dilemma sicurezza-accoglienza per difendere e proteggere i diritti umani. Non si dimentichi che, a livello biologico, la mobilità e la contaminazione tra i popoli producono la biodiversità, che è un bene per la sopravvivenza dell’umanità. La mobilità è un’aspirazione naturale e la terra è di tutti. Noi siamo tutti migranti e  non ci saremmo senza i primi migranti venuti dall’Africa alcune migliaia di anni fa.

Dialoghi Mediterranei, n.28, novembre 2017
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Piero Di Giorgi, già docente presso la Facoltà di Psicologia di Roma “La Sapienza” e di Palermo, psicologo e avvocato, già redattore del Manifesto, fondatore dell’Agenzia di stampa Adista, ha diretto diverse riviste e scritto molti saggi. Tra i più recenti: Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (F. Angeli, Milano 2004); Dalle oligarchie alla democrazia partecipata (Sellerio, Palermo 2009); Il ’68 dei cristiani: Il Vaticano II e le due Chiese (Luiss University, Roma 2008), Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014).

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