Al di là del soggettivo: raccontare le memorie traumatiche

Mantegna, Cristo morto (particolare), 1475

Mantegna, Cristo morto (particolare), 1475

  di Filomena Cillo

Questo articolo nasce da una esperienza personale: circa sei mesi fa è giunta, ad un’associazione di cui sono socia, la richiesta di una presa in carico per una ragazza georgiana, da parte di un’avvocatessa di Bologna alla quale, quasi per caso, la ragazza si era rivolta. Ascoltata la sua storia l’avvocatessa ha deciso di aiutare Ana [1] nella presentazione della richiesta di protezione sussidiaria. All’associazione è stata conferita piena libertà di agire per rispondere ad una duplice esigenza: prendere in carico Ana da un punto di vista terapeutico e sostenere effettivamente il percorso giuridico mediante la produzione di una relazione tecnica di supporto alla presentazione della domanda di protezione sussidiaria. I colloqui si sono tenuti presso la sede associativa e sono stati impostati sulla co-conduzione psicologa-antropologa.

Come prima cosa, è stato necessario definire un assetto clinico e una cornice di riferimento metodologica. Purtroppo in questo molto ha pesato una forte lacuna del sistema accademico che, seppure fornisce gli strumenti teorici per un approccio antropologico in contesti specificatamente clinici, offre però poca o nessuna possibilità concreta di attuarli [2].

Questo mio contributo è un’opportunità che nasce da un percorso extra-universitario, non lineare e difficile da sostenere perché completamente non remunerato. Dopo varie esperienze di volontariato in associazioni con interessi collimanti ai miei, ho intrapreso un tirocinio volontario presso un CSM (Centro di Salute Mentale), ed è stato qui che per la prima volta ho iniziato ad applicare l’antropologia all’interno del contesto clinico. Sono stata inserita in un’équipe comprendente una psichiatra, una psicologa e, all’occorrenza, un mediatore linguistico-culturale. L’esercizio giornaliero di ascolto e co-conduzione dei colloqui con pazienti stranieri, la continua ricerca e approfondimento  mi hanno dato delle buone basi di partenza. Posso quindi dire che, nel momento in cui si è presentata l’opportunità di sostenere Ana, avevo un’idea e una metodologia da proporre.

Magritte, Gli amanti, 1928

Magritte, Gli amanti, 1928

La storia

Quando ho visto Ana per la prima volta ho avuto difficoltà a capire la sua età: bruna, con i capelli raccolti in una lunga treccia, e gli occhi scuri e brillanti, sembrava una ragazzina. Subito le è stato spiegato quello che ci era stato richiesto ed è stato negoziato con lei il giorno, l’orario e la durata dei colloqui (1:30 circa). Ana  è in Italia da tre anni, quindi non è stato necessario il contributo di un mediatore. Lavora come badante presso una famiglia italiana da cui si sente accolta e protetta. Attualmente i suoi datori di lavoro hanno iniziato il procedimento per la sua regolarizzazione.

Originaria della Georgia, è la seconda di tre figlie; il padre, ingegnere meccanico, è spesso in viaggio per lavoro, la madre, casalinga, si occupa insieme alle figlie di gestire la piccola fattoria dove vivono. La famiglia gode di una buona posizione economica. Fino ai 15 anni la vita di Ana  si divide tra gli impegni scolastici e familiari: i buoni voti nelle materie scientifiche le hanno permesso di concorrere per il conseguimento di una borsa di studio universitaria. Ana aspira alla realizzazione di sé in una professione tradizionalmente maschile e a un ruolo sociale che solo poche donne georgiane svolgono: vuole diventare ingegnere come suo padre.

La vita di Ana cambia nel marzo del 2000. Un giorno, mentre con la sorella maggiore attende l’uscita da scuola dell’altra sorella in un parco pubblico, due ragazzi si avvicinano. Uno di loro è il fidanzato della sorella, l’altro un suo amico. I ragazzi le costringono con la forza a salire in macchina.  Il rapimento si conclude  in una casa di campagna, lontano dal centro cittadino; qui Ana viene violentata. Nell’abitazione vive una coppia di anziani coniugi che è testimone dell’accaduto, ma non interviene. I quattro ragazzi passano lì la notte. Il giorno seguente un conoscente avverte la famiglia: la madre, accompagnata dallo zio che è governatore della città (in sostituzione del padre di Ana fuori per lavoro), si reca nella casa alla ricerca delle figlie. La sorella maggiore, che pure aveva un legame affettivo antecedente con il rapitore,  inaspettatamente si tira indietro e non vuole più sposarsi. Ritorna, quindi a casa. Ana ha solo 15 anni e si trova di fronte ad una grande responsabilità: tornare a casa disonorando la famiglia o accettare il fatto ed iniziare una vita da donna sposata? Il rapimento, infatti, per la legge georgiana è illegale, ma nella tradizione culturale compromette l’onorabilità della ragazza e della sua famiglia e necessita, come atto riparatore, il riconoscimento sociale della coppia di fatto rapitore-rapita. Il sistema di lettura sociale, che associa la deflorazione, avvenuta al di fuori dai legami convenzionali, alla vergogna, si traduce concretamente nell’isolamento  della famiglia disonorata. Per questo, un ritorno della ragazza rapita nella casa paterna è  sempre poco probabile. Per evitare il disonore  e proteggere la madre dall’onta di avere due figlie considerate al pari di prostitute, Ana decide di sacrificarsi e non denuncia il suo rapitore [3], rendendo valida l’unione sancita con lo stupro. Nel suo progetto, dopo il rapimento e la sua compromissione, il riconoscimento del legame è anche l’unica strada per continuare gli studi poiché le permette di annullare la vergogna indotta dal disonore e frequentare le lezioni.

Ratificato il valore del rapimento, la coppia si trasferisce in casa dei suoceri, fuori città in aperta campagna. Qui inizia una convivenza difficile con il nucleo familiare allargato che include i genitori di lui,  il fratello gemello, la sorella e una nonna. La famiglia è molto povera, ha già impegnato parte degli averi per saldare alcuni debiti, ma, nonostante la visibile indigenza, nessuno lavora. Le tensioni non tardano a manifestarsi: Ana diventa oggetto della gelosia morbosa del compagno che le impedisce di proseguire gli studi, la picchia sistematicamente ed abusa di lei anche alla presenza dei familiari che non fanno nulla per fermarlo. D’altra parte Ana non è l’unica a subire violenze: il padre di lui picchia sua moglie al cospetto dei figli. Dopo un anno Ana rimane incinta, la gravidanza è portata a termine tra mille difficoltà, sopportando gli abusi e lavorando instancabilmente per procurare il sostentamento di tutti. La vita di stenti e la forte denutrizione, unitamente alle percosse, hanno delle ripercussioni sul bambino che appena nato presenta dei problemi di salute destinati a svilupparsi in una bronchite cronica.

La nascita del figlio non cambia i rapporti nella coppia: a due settimane dal parto  riprendono gli abusi sessuali. Durante sette anni Ana cerca di realizzare una famiglia e, come ripete più volte, è impegnata a dare un padre a suo figlio. Per questo motivo affidato il figlio alle cure dei nonni materni, Ana e il compagno si trasferiscono nella capitale, per iniziare una nuova vita. Tuttavia, nonostante lei riesca a trovare subito lavoro, il compagno continua  a perseguire un progetto di vita opposto: entrare in una gang e vivere di furti. Nella città d’origine più volte, insieme al fratello aveva cercato di inserirsi nel giro locale, ma la relazione non ufficiale della sorella con un poliziotto, li aveva lasciati ai margini della banda. I soldi guadagnati vengono da lui sperperati in alcool, droga e slot machine. Inizia un periodo di separazioni e ricongiungimenti nella coppia. Ana vuole guadagnare per assicurare un futuro al figlio e vuole anche completare gli studi. Esasperata, ritorna per un periodo in famiglia e, di nascosto dal compagno, riesce a conseguire il diploma. In questa fase Ana si sposta in Turchia da sola per lavoro, ma il compagno la trova e riprende il circuito di violenze. Dopo una breve riunione, che coincide anche con l’ultimo tentativo di tenere insieme la famiglia, Ana comprende che non può più vivere in Georgia o nei Paesi vicini. L’idea è quella di emigrare in un Paese abbastanza lontano dove guadagnare e pensare poi ad un ricongiungimento con il figlio. L’Italia risponde a queste caratteristiche. La sorella maggiore da anni vive nella Penisola e le offre un primo aiuto. Ma anche l’arrivo in Italia non è facile: senza soldi e ancora inoccupata, Ana contrae un debito con un’affittacamere georgiana che ha saldato soltanto poco tempo fa con interessi del 50%. Oggi è serena. Lavora in una famiglia dalla quale si sente accolta e crede di aver trovato la forza per cercare di essere finalmente madre e avere accanto a sé suo figlio, la sua famiglia.  

Salvatore Dalì, Ragazza alla finestra, 1925

Salvatore Dalì, Ragazza alla finestra, 1925

Metodologia: costruire lo sguardo

Il lavoro di diverse professionalità ha il suo valore se le differenti prospettive riescono a trovare un canale di confronto, non necessariamente di concordanza, ma di problematizzazione costruttiva, che comporti una lettura finale dove non sia possibile scorgere i distinti pareri ma solo un unico complessivo sguardo sistemico.  Per questo motivo la metodologia utilizzata è stato l’approccio “complementarista” fondato da George Devereux, il quale coniuga  i punti di vista psicologico ed antropologico nella convinzione che «è proprio la possibilità di spiegare esaustivamente un fenomeno umano in almeno due modi (complementari) a dimostrare da un lato che il fenomeno in questione è reale e spiegabile, dall’altro che ognuna delle spiegazioni è esauriente nell’ambito del sistema di riferimento che gli è proprio»[4]. La narrazione permette di accedere alla storia individuale ma, una valutazione che si fermi solo al soggettivo, rischia di non cogliere ciò che c’è oltre la dimensione personale e di cui essa è espressione: la dimensione contestuale. Per comprendere la portata delle azioni di Ana è necessario conoscere i campi di forza entro i quali ha agito, lo sguardo sistemico deve dunque essere esercitato sulla vicenda personale come espressione diretta di un contesto storico-politico. In altre parole è necessario prepararsi ad essere testimoni.

 Frida Kahlo, autoritratto

Frida Kahlo, Autoritratto

Prepararsi ad essere testimone

«Il terapeuta deve essere in grado di gestire l’ingestibile perché un paziente traumatizzato ha bisogno che sopravviva a ciò che potrebbe essere traumatico»[5]; è necessario avere la capacità di leggere gli eventi secondo la sintassi propria della realtà indagata. Nella storia di Ana il rapimento è l’evento di rottura in un’esistenza che perseguiva altri obiettivi e ruoli. Ana più volte, durante la narrazione, ha ribadito quanto fosse un fatto tradizionale frequente del quale, però, lei non avvertiva la minaccia ritenendosi protetta dalla sua giovanissima età e dall’unico interesse coltivato ovvero quello di proseguire gli studi.

È noto che il rapimento della sposa è un tratto caratteristico di molte zone dell’area mediterranea. In Georgia nasce come escamotage per opporsi ai matrimoni combinati e sposare chi davvero si ama.  In sostanza lo sposo, o chi per lui, sottrae la ragazza dalla casa paterna e i due si rifugiano in un posto lontano dove viene consumato il primo rapporto sessuale che sancisce la loro unione. Si tratta di un vero e proprio rito di passaggio [6] per la ragazza, poiché la  perdita della verginità  trasforma lo status sociale della giovane, da figlia/ragazza a donna impegnata in un legame equiparabile al matrimonio. Dalle sue origini tradizionali l’atto del rapimento ha mantenuto la macrostruttura [7], ma sempre meno viene declinato come rituale di corteggiamento e sempre più è diventato un atto di forza e prevaricazione dell’uomo sulla donna, che genera unioni caratterizzate dalla sistematica violenza dentro le mura domestiche. Queste trasformazioni sono legate ai mutamenti storico-politici del Paese. Per molto tempo gli schemi di lettura tradizionali hanno retto grazie al benessere economico e alla sicurezza interna che, seppur tra mille contraddizioni, il dominio dell’URSS aveva garantito nel Paese. Il crollo del regime dopo 70 anni (1921-1991) ha prodotto diffusa povertà e scarsa istruzione, fattori che hanno concorso a rafforzare ed inasprire i poteri più consolidati e rassicuranti: quello patriarcale tradizionale e quello della religione ortodossa. Il rapimento è una diretta espressione del potere patriarcale: l’uomo sceglie la sua compagna e può prenderla con la forza. 

Da un reportage del 2010 [8] emerge come la recrudescenza del fenomeno successiva alla de-sovietizzazione sia caratterizzata da un’imprevedibilità degli schemi attuativi. È impossibile per la donna evitare il rapimento, in quanto esso si realizza in modo inaspettato: sul posto di lavoro, oppure durante una festa, persino se la donna ha già un legame ufficiale. Nel caso in cui la sequestrata riesca a scappare, il suo rapitore rimane impunito, mentre la donna, rientrata nella comunità, è disprezzata ed emarginata perché considerata impura. Non è possibile avere dei dati attendibili sul numero di rapimenti avvenuti in Georgia, poiché il sistema di lettura sociale che associa il disonore alla vergogna è un forte deterrente per l’emersione di eventi che, in definitiva, vengono ritenuti privati. In quest’ultimo decennio, tuttavia, l’incremento del fenomeno è stato tale che nel 2004 una legge ha stabilito ufficialmente che il “rapimento finalizzato al matrimonio” è un reato. In modo più esplicito nel 2006 una riforma dell’art.23 del codice penale sui “crimini contro i diritti e le libertà umane” ha stabilito una condanna tra i 4 e gli 8 anni di reclusione per il rapitore. Esiste tuttavia un contrasto profondo tra quello che la legge detta ufficialmente e ciò che ufficiosamente è ritenuto legittimo. Anche se considerato un reato, il rapimento è una tradizione accettata e a confermarlo sono i significati che assume per la comunità. In un articolo ufficiale riportato dall’Osservatorio dei Balcani e Caucaso [9], la storia di un’altra ragazza rapita, Maia, chiarisce il ruolo che un testimone pubblico può avere. La dimensione pubblica ha una duplice funzione: nella fase pre-liminare, quindi prima che avvenga la deflorazione, la comunità è chiamata a difendere la verginità della ragazza e ad opporsi ad un atto che sovverte l’ordine sociale. Nella fase invece liminare, il pubblico, come nel caso specifico della coppia di anziani della vicenda di Ana, diventa testimone a garanzia del cambio di status della ragazza deflorata ed ugualmente del rispetto dell’ordine sociale.

La distinzione tra pubblico e privato, così come quella tra sfera dei diritti della persona e valori tradizionali è in Georgia molto influenzata sia dalla religione ortodossa che rafforza la visione  patriarcale della società, che dallo Stato, il quale mette a disposizione protocolli ufficiali per appurare l’adeguatezza della futura madre e sposa. Nello specifico l’accertamento della verginità è in Georgia un argomento molto delicato per la sua confusa collocazione tra sfera intima ed interesse pubblico. Un servizio televisivo [10] andato in onda sulla rete nazionale nel 2013 ha denunciato l’esistenza di una pratica a dir poco preoccupante: il reportage mostrava un medico dell’Ufficio Forense Nazionale di Tbilisi intento a spiegare che l’ufficio di sua competenza  svolge in media 200 cosiddette ‘ispezioni di verginità’ all’anno, ovvero delle visite nelle quali è verificata l’integrità dell’imene. Si tratta di un servizio offerto dallo Stato al quale le giovani donne si sottopongono “liberamente” per accertare la presenza o meno di patologie genitali pericolose ed essere, nel caso, avviate ad un processo di prevenzione e cure. Tuttavia, la facilità di accesso e la natura protocollare della pratica sollevano non pochi dubbi sul confine tra scelta e imposizione [11].

Nel definire la natura degli eventi traumatici di Ana, un altro aspetto da contestualizzare è la violenza domestica. Un’indagine condotta nel 2009 dal UNFPA (United Nation Population Fund) [12]  ha stabilito che in Georgia il 75% delle donne subisce violenza domestica e solo il 2% si rivolge alla polizia, dal momento che, seppur ufficialmente illegale, è ufficiosamente percepita come una manifestazione dell’autorità maschile. Un detto georgiano recita «le donne sanno stare al loro posto»: a definire il loro spazio vitale contribuisce l’esercizio della forza del marito. Sono complementari a questa visione una cultura dell’obbedienza e di sottomissione che giustifica gli atti di violenza leggendoli come risposta all’inadempimento dei doveri coniugali. La medesima indagine ha chiesto alle donne vittime di violenza fisica quali fossero le cause scatenanti i maltrattamenti: al primo posto, con oltre il 50%, si attesta l’abuso di alcool da parte del compagno, seguono problemi economici (25,6%), la gelosia (21,9%), la disoccupazione del compagno (17,3%), l’assenza di cibo in casa (12,4%), la disobbedienza della moglie (13,7%) e il rifiuto della moglie di avere un rapporto sessuale (11%). Come si può notare, tra le principali presunte cause scatenanti la violenza vi sono situazioni di fallimento dell’autorità maschile nell’ambito della sfera privata o pubblica. Riconducendo questi dati alla storia di Ana, si può comprendere come ella abbia rappresentato, fin dagli inizi della relazione, una minaccia per l’autorità del compagno: superiore a lui per grado di istruzione e capace, nonostante le vessazioni fisiche e psicologiche, di realizzare i suoi obiettivi lavorativi. Ana fallisce solo nel tentativo di cambiare il compagno.

A rafforzare il circuito delle violenze domestiche sono la scarsa informazione pubblica e la difficoltà di accesso agli aiuti. Non esistono iniziative del Paese che non siano eterodirette da ONG. Il sistema di aiuti oggi conta cinque case di accoglienza per le donne che hanno denunciato la violenza, tre delle quali concentrate nella capitale. Il punto nodale è l’impreparazione del primo stallo di soccorso: le forze dell’ordine sono di fatto incapaci di gestire la violenza domestica come un reato, e più propense a considerarlo un fatto privato. Proprio per agire sull’inadeguatezza delle istituzioni, nel 2010 l’UNFPA ha avviato una potente campagna che ha raggiunto dirigenti della municipalità, insegnanti, studenti con lo scopo di denunciare il fenomeno della violenza domestica ed informare rispetto ai canali di aiuto attivi. È stato istituito un numero verde al quale le vittime possono rivolgersi direttamente. Il tema  degli abusi domestici è stato inserito nel Programma di Scuola Nazionale delle forze di Polizia e si è redatto uno specifico manuale diffuso in tutto il Paese. Si sono creati dei momenti pubblici di formazione utilizzando il format di “conversazioni da uomo a uomo” in cui i formatori uomini sensibilizzavano i mariti e i ragazzi a riconoscere e schierarsi contro la violenza sulle donne, auspicando nella parità dei sessi una nuova chance di benessere comunitario.

Approfondita la cornice storico-politica  degli eventi personali il passo successivo è stato quello di strutturare i contenuti facendo sì che anche l’interlocutore terzo possa cogliere la doverosa valutazione della natura sociale del trauma che si appresta a giudicare. Per fare questo sono stati necessari due passaggi spiegati di seguito: costruire un textum e strutturare, a partire dalla vicenda personale, una testimonianza.

 Magritte, Il doppio segreto, 1927

Magritte, Il doppio segreto, 1927

Dalla narrazione al textum

Da una prima valutazione della storia di Ana  i nuclei di lettura principali sono il trauma subito e le risorse resilienti della persona. Nonostante la lucida esposizione dei difficili trascorsi, si individuano subito nella narrazione dei vuoti che coincidono con situazioni irrisolte (es. il rapporto con la sorella maggiore), con latenze affettive (il legame forte con il padre e l’assenza di protezione da parte sua), con violenze fisiche e psicologiche. Queste censure nella storia riportano a situazioni che sono tutte, potenzialmente, nuovi innescatori traumatici. Ma come bisogna rapportarsi alla vicenda personale per cercare di far emergere le memorie traumatiche?

Spesso quando si parla delle esperienze traumatiche del rifugiato, sottolinea Papadopulos [13] ci si concentra solo sull’evento devastante minimizzando o ignorando che la catena dolorosa ha altre fasi e tutte hanno delle ripercussioni sull’intera vita. Nello specifico l’autore individua una fase di anticipazione nella quale la persona avverte un pericolo incombente e decide come affrontarlo, segue l’evento devastante con la sua dirompente violenza; quindi la sopravvivenza caratterizzata da sistemazioni temporanee e infine l’adattamento ovvero l’arrivo nel Paese ospite e l’inizio del percorso di riconoscimento del diritto di asilo e dell’eventuale status di rifugiato.

Tempo fa partecipando ad un corso di fumetto insieme ad alcuni rifugiati dello Sprar, sono stata colpita da un evento. L’insegnante, rifugiato congolese a sua volta, aveva dato come consegna quella di rappresentare una striscia sul tema del viaggio e del distacco. Tutti i migranti hanno rappresentato in un unico grande riquadro l’evento devastante che ha scatenato la fuga. A colpirmi sono state alcune cose: da un lato la scelta del layout e l’organizzazione dei contenuti, dall’altra l’abbandono del laboratorio da parte di uno di loro. Guardando i disegni era chiaro che non rispettassero l’impaginazione propria del fumetto, ma proponevano una lettura simultanea degli eventi ponendo al centro dello sguardo dell’osservatore l’evento devastante: l’arrivo dei miliziani nel villaggio, gli stupri di gruppo, le torture. Osservando bene l’intera immagine nello spazio restante si distribuivano scene che erano falsamente simultanee, cioè erano co-spaziali  ma cronologicamente si ponevano prima e dopo l’evento centrale: le abitazioni prima dell’incendio, i mercati di cibo da strada prima dell’arrivo dei miliziani e le fiamme, il sangue e la devastazione dopo il loro passaggio. Questo mi ha fatto riflettere su quanto il modello occidentale di interpretazione del trauma, fondato per lo più sul Post Traumatic Strees Disorder (PTSD) e sulla logica dell’emergenza tarata sull’oscenità [14] dei fatti abbia forgiato anche le modalità espressive delle vittime.

L’altra cosa che mi ha colpito è stato l’abbandono di un ragazzo: era l’unico che aveva disegnato un solo evento cioè l’attraversamento con il gommone. La simultaneità legava le vite delle figure dentro la fatiscente imbarcazione a quelle dei corpi inermi nell’acqua, l’immagine occupava tutto il foglio. Il ragazzo ha abbandonato l’atelier dopo aver iniziato a colorare il mare. Tempo dopo, durante la mia esperienza presso il CSM, mi è capitato più volte di assistere durante i colloqui ad una brusca interruzione della narrazione, e la stessa Ana si è mostrata reticente a colmare alcuni vuoti nella sua storia, nonostante conoscesse la funzione extraterapeutica dei nostri incontri. Le ricerche e l’affiancamento con altri professionisti mi hanno permesso di interpretare il blocco espressivo come una strategia di sopravvivenza. Il freezing, contrariamente alla interpretazione patologica sostenuta da alcune teorie del trauma, in realtà ha più a che fare con l’autoguarigione e la resilienza. In sostanza, si tratta di un ritiro in cui i sentimenti  vengono limitati al minimo perché è necessario non disperdere tutta l’energia solo per “contenere” il trauma ma parte di essa deve essere impiegata anche per vivere nel presente. Tutto ciò sottolinea quanto la persona sia un soggetto clinicamente attivo, che decide i tempi della narrazione e le tappe di scongelamento ed elaborazione delle esperienze traumatiche. Il terapeuta, che abbia maturato la conoscenza della natura sociale del trauma, ha il compito di accompagnare questo processo posizionandosi con la persona in un atteggiamento combattivo contro quello che Sironi chiama l’aguzzino interno. Considerando che il trauma inizia con la perdita di ciò che è casa mentre ancora si abitano i luoghi originari ma li si avverte come estranei, la funzione della terapia è quella di colmare questa nostalgia archetipica e a tempo stesso iniziare a capire cosa sia “casa” ora.  Per farlo bisogna concede alla persona la possibilità di avere un riconoscimento di costanza e continuità, banalmente di essere nuovamente “presente”.

La narrazione è un modo per re-istoriare e restaurare se stessi rientrando in rapporto con la propria totalità. Compito del terapeuta è costruire un cambiamento in questo processo di ri-percezione del sé, e per farlo deve assecondare i tempi della narrazione, e costruire la trama tra i i fatti che possono apparire come disorganizzati, agendo sulle zone psichiche intatte e isolando al tempo stesso i frammenti dell’alterità [15]. In altre parole, la costruzione del textum che coincide con la ricostruzione della storia di un uomo, è un lavoro corale che presuppone una parità tra chi narra e chi aiuta ad organizzare l’ordito della trama.  In questa fase liminare, antecedente al confronto con l’autorità, è necessario  che il narrante possa avvertirsi prima come superstite, come colui che ha superato, che è andato al di là di un evento spaventoso (includendo in esso l’intera catena dolorosa) e poi come testimone. Lo spazio di costruzione del textum terapeutico è il luogo dove evitare quello che Fassin definisce un chiasmo di ruolo tra il testis e il superstes [16]. In altre parole, lo spazio di soggettività, di esperienza personale deve consolidarsi prima di diventare esemplare e oggettivo per altri. Giungiamo, infine, all’ultimo step di questa esperienza che è quello di produrre un documento che possa supportare in modo favorevole la richiesta di protezione sussidiaria.

 Chagall,Sopra la città,1918

Chagall, Sopra la città,1918

Dal superstite alla costruzione di una testimonianza

Il trauma non è semplicemente una condizione intrapsichica creata in modo lineare e causale-riduttivo da avvenimenti violenti. È una costruzione sociale che permea anche la funzione e le strutture dei nostri servizi di salute mentale, organizzati per far fronte alle difficoltà dei rifugiati. Ciò significa che alcuni tipi di fornitura di servizi e di reti di riferimento possono anche perpetuare delle visioni patologizzate del discorso del trauma del rifugiato [17]. La visione patologizzata del trauma che i CSM possono contribuire a produrre si inserisce in un discorso politico più ampio che pone al centro non la ricostruzione della storia dell’uomo come termometro degli eventi traumatici, bensì l’onere della prova da esibire in ambito giuridico.

L’articolo 10 comma 3 della Costituzione italiana stabilisce che « lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Per la convenzione di Ginevra del 1951 è rifugiato chi ha un fondato timore di poter essere, in caso di rimpatrio, vittima di persecuzione [18]. Il fondato timore coniuga insieme la componente soggettiva (timore) e quella oggettiva (ragionevole fondatezza) e indica una generica preoccupazione rivolta al futuro; non è dunque è necessario che un rifugiato abbia già effettivamente subito persecuzioni nel passato. Le ragioni persecutorie annoverate nello stato di rifugiato sono state integrate con una più ampia minaccia della vita o della libertà personale che, come per Ana, permettono  di riconoscere una condizione di rischio effettivo  di subire un grave danno in caso di rimpatrio e di ottenere lo stato di protezione sussidiaria umanitaria.

In generale, quindi, la condizione di rifugiato è imposta e, nelle sue varie declinazioni dipendente da una fondatezza e/o effettività del pericolo per il quale si richiede la protezione del Paese ospite. Si delinea in queste definizioni uno sbilanciamento delle posizioni che non sussiste nel setting terapeutico, ove, come detto precedentemente, è necessaria la parità degli interlocutori per la co-costruzione del percorso. L’organismo giudicante chiede al rifugiato di dimostrare la validità della sua richiesta adducendo prove concrete e ammissibili rispetto alla fondatezza ed effettività del pericolo. Questa struttura concettuale riporta per similarità ad un’altra definizione giuridica: vittima è colui che può provare di aver subito un danno. In altre parole, la produzione di prove coincide con la dimostrazione di essere una vittima.

Sul piano della produzione delle prove, il textum costruito in ambito terapeutico, deve necessariamente, per essere efficace sul piano giuridico, confrontarsi con le categorie di riferimento e questo ci riporta inevitabilmente a confrontare le differenti nozioni di trauma e di vittima. Se l’ambito terapeutico ha dato, grazie all’apporto multidisciplinare, una lettura del trauma come evento sociale, nel contesto giuridico il paradigma di lettura è quello dettato dal PTSD, per cui l’evento traumatico rientra nella cornice bio-psicopatologica. Questo modello di lettura, ha sin dalle sue origini una sua specificità: nato per interpretare la sofferenza dei reduci del Vietnam, descrive il disagio di chi, in prima persona aveva causato dolore, cioè dei carnefici. Le categorie di individuazione del trauma puntano sulla persistenza di alcune manifestazioni (brutti sogni, esagerate risposte di allarme, ipersensibilità e riattivazione del trauma a sollecitazioni sonore o visive..) soprattutto nella sfera del corpo e della psiche. In sostanza, come sottolinea Beneduce, si tratta di un modello inattendibile per la sua pretesa di universalizzare la natura del trauma e degli eventi traumatici. Da un lato, infatti, l’abuso delle categorie diagnostiche annulla il rilievo che le differenti posizioni politiche di vittima e carnefice possono avere nel determinare l’espressione della sofferenza,  a vantaggio di una lettura che è puramente estetica e connette  sintomi ed eventi con semplice linearità. Dall’altro, come diretta conseguenza, si produce un’alienazione della storia poiché vengono equiparate condizioni di sofferenza ritenute simili ma che derivano da cause troppo differenti:guerre, terremoti, violenza fisica, catastrofi naturali, etc..

Picasso, Madre con bambino, 1939

Picasso, Madre con bambino, 1939

Una visione così generale ed assoluta del trauma ha come aspetto speculare una precisa definizione di vittima. L’esibizione della prova del danno diventa centrale rispetto all’origine della sofferenza. Per cui, nell’indefinitezza originaria, si eclissa ancora una volta la dimensione storica. Ma non deve la cura degli effetti psichici delle violenza pensare anche alla logica della sua riproduzione? [19] Ignorare la contestualizzazione della sofferenza e definire una persona vittima della stessa, equivale a deresponsabilizzare la questione. Nel caso di Ana accogliere i suoi racconti sugli abusi subiti ma non tener conto che tali abusi sono ammissibili in una cornice interpretativa per cui vengono ridotti a fatti privati, ad espressioni del ruolo di capofamiglia e, non considerare il reale gap tra illegalità sancita e riconosciuta, significa non cogliere aspetti reali che potrebbero riesporla a quell’effettivo pericolo di subire un danno: l’impunibilità dell’uomo in contesto familiare, la non ingerenza e l’impreparazione delle forze dell’ordine in contesti di violenza domestica.

Un ultimo aspetto deve essere considerato nel confronto con l’ambito giuridico: il rischio di essere poco vittima. Nella storia di Ana, oltre alla sofferenza subita, emergono degli importanti spunti di resilienza, e una precisa volontà di realizzare un nuovo progetto di vita. Questo elemento, nell’ottica dell’onere della prova e della quantificazione del danno subito, potrebbe essere interpretato come un fattore di decremento.  Nel costruire una testimonianza è doveroso decostruire quella che Papadopoulos, definisce la natura tirannica del discorso del trauma del rifugiato per cui l’unica lettura possibile è quella del trauma come ferita e del rifugiato come vittima e tener presente che «questa subdola deviazione lascia necessariamente il trauma saldamente collocato all’interno di parametri patologici disconoscendone gli aspetti potenzialmente evolutivi»[20]. In concreto, è stato richiesto di supportare le memorie traumatiche con una documentazione clinica che verrà prodotta a seguito di una visita ginecologica. L’accuratezza del racconto e il lavoro terapeutico sull’ordito degli eventi hanno lo scopo di dare un parere complessivo sulla vicenda di Ana.

Il lavoro svolto, seppur entro la responsabilità di agire come spada oppure come scudo sostenendo la credibilità di Ana, deve sempre tenere presente che il suo  fulcro non è tanto indagare la verità quanto  proporre delle strade per la negoziazione di senso della sofferenza. Per questo motivo, la costruzione di un approccio sistemico in cui più discipline possano confrontarsi e strutturare una visione comune,  risulta l’unico modo per sfuggire alle desuete querelle epistemologiche spesso combattute sulla pelle degli altri, e agire in modo costruttivo  così da far emergere l’unico vero oggetto di indagine: il malessere della persona richiedente asilo.

Dialoghi Mediterranei, n.15, settembre 2015
Note
[1]  Tutti i nomi sono inventati, altri particolari sono modificati se non essenziali alla comprensione del caso.
[2] Le annose querelle sul valore dell’antropologia ancora vive in ambito accademico molto spesso rifuggono dalle esigenze pratiche di strutturare dei professionisti: l’antropologo è sovente descritto come una figura solitaria che non riesce ad inserirsi, se non in contrapposizione distruttiva, con altre figure. Il rischio diretto di una formazione così assoluta è che in concreto non si riesca poi ad applicare l’antropologia al di fuori del contesto accademico, in altre parole non si creano chance lavorative. Uno dei pannel del nuovo SIAA  riflette proprio sulla collaborazione come contaminazione reciproca e costruttiva.
[3] La denuncia di una minorenne implica il carcere per il rapitore anche se, come in questo caso, è minorenne a sua volta.
[4] Cfr. George Devereux (1972) in Saggi di etnopsicoanalisi complementarista, Milano, ed Bompiani,  1975: 11.
[5] Rustinin Fox, 2006: 147 cit in Dela Raci, Migranti e migrazioni. Esperienze di cura a Terrenuove, Milano, Franco Angeli, 2011: 190.
[6] Arnold van Gennep, I riti di passaggio (Les rites de passage, Paris 1909). Torino, Bollati Boringhieri, 2002.
[7] Momento pre-liminare ovvero il furto della sposa dalla casa paterna, liminare nel quale la coppia in un luogo distante consuma il primo rapporto sessuale  e post liminare in cui la famiglia di lei ritrova la figlia e accetta il legame creatosi.
[8] Stéphane Remael , Reportage, Rapite a vita, pubblicato su “Internazionale” 855, 16 luglio 2010.
[9] http://www.balcanicaucaso.org/aree/Georgia/Le-spose-rubate-della-Georgia-del-sud
[10] http://www.lindro.it/0-societa/2013-08-20/96356-test-di-verginita-in-georgia  /
[11] Per dovere di sintesi non è possibile analizzare l’altra faccia, quella cioè relativa agli escamotage femminili: sono in aumento in Georgia le pratiche di rivergination, nella stessa vicenda di Ana, la sorella del compagno si è sottoposta all’intervento per sposare un uomo della capitale.
[12] Si veda Domestic Violence in Georgia: Breaking the Silence edito il 3/03/2013 su www.unfpa.org , consultato il 7/05/2016
[13] R. K. Papadopoulos, L’assistenza terapeutica ai rifugiati. Nessun luogo è come casa propria, Roma, Magi Edizione, 2006.
[14] Inteso qui nel suo senso etimologico come qualcosa che repelle i sensi.
[15] Dela Raci, Migranti e migrazioni. Esperienze di cura a Terrenuove, Milano, Franco Angeli, 2011: 187.
[16] Si veda la nota 16: 127 di R. Beneduce, Archeologia del trauma. Un’antropologia del sottosuolo, Roma-Bari, Laterza, 2010.
[17] R. K. Papadopoulos, op. cit.: 64.
[18] Si veda art.1 A della Convenzione di Ginevra del 1951.
[19] R. Beneduce , Archeologia del trauma. Un’antropologia del sottosuolo, Roma-Bari, Laterza, 2010: 113.
[20] R.K. Papadopoulos, op. cit.: 52-53.
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Filomena Cillo, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia con un lavoro di ricerca dal titolo: Regole infantili per un’assistenza matura. Un’analisi antropologica in contesto pediatrico, ha conseguito una successiva specializzazione in Cure Palliative Pediatriche presso l’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa di Bologna. Tra i temi di ricerca approfonditi: la salute del migrante con particolare attenzione all’ambito pediatrico e femminile; i processi di costruzione identitaria attraverso l’analisi dei significati assunti dalla manipolazione del corpo nei riti tradizionali e moderni; la dimensione sociale e politica del trauma nelle narrazioni dei richiedenti asilo nonché le dinamiche di appropriazione dello spazio urbano.

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