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Abitare la Sardegna. La diaspora tra problemi e pseudoproblemi

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

di Aldo Aledda           

La buona notizia è che in Sardegna finalmente opinione pubblica e classe dirigente hanno preso coscienza che il problema dello spopolamento accanto a quello dell’invecchiamento della popolazione uniti alla fuga apparentemente infinita dei giovani costituisce una miscela esplosiva capace di compromettere molte delle conquiste raggiunte dall’isola in quest’ultimo Dopoguerra. L’allarme non a caso è stato raccolto anche dal Documento di programmazione Economica e Finanziaria della Regione (DEF) appena approvato dal Consiglio regionale.

Intanto per effetto dello spopolamento si è incominciato a perdere un parlamentare, cosa che, seguendo agli altri cinque persi con la precedente riforma, preoccupa non solo alcuni candidati, ma anche più in generale per il deficit democratico che si va a produrre al di là di ogni considerazione fondata o qualunquistica sulla validità della classe politica locale. In ballo vi è infatti tutto il discorso sulla qualità della vita nell’isola e del miglioramento delle condizioni materiali in cui da anni sembrava avviato il territorio. A ciò si lega la cattiva notizia di questi ultimi tempi: quale impatto può avere sul sistema Sardegna che una fetta consistente di popolazione trasferitasi per sempre o solo in via provvisoria fuori dai confini regionali accetti gli inviti della politica di reinsediarsi in Sardegna. Si tratta quest’ultimo, se vogliamo, del dilemma in cui si angoscia chi si trova in una sorta di limbo esistenziale, e più di tutti l’ultima generazione di expat.

A partire dalle inevitabili considerazioni generali, come lo stato attuale di salute o percepito dell’isola, vorrei concentrare questo mio intervento soprattutto sul ruolo che riveste anche in termini di ricostruzione di un rapporto chi ha preferito non recidere definitivamente le proprie radici e mette nel conto qualche possibilità di rientro. Un dato che, per esempio, sembra quasi di fatto e su cui si cerca di fare leva anche all’interno dell’isola è che, andando via da questo lembo di terra, gli stessi emigrati non possono evitare di portarselo dentro come fosse un fardello. Perciò i sardi della diaspora incominciano a chiedersi che cosa nel frattempo è diventato il mondo che avevano pensato di lasciarsi alle spalle e, per conseguenza, se ha un senso riallacciare gli scampoli di discorso di rigenerazione della terra di origine iniziato a suo tempo e poi in larga misura abbandonato. Anche per questa ragione non si può evitare di considerare osservatore privilegiato della Sardegna proprio chi si è allontanato per un breve periodo o per sempre dalla propria terra e ciò per effetto della giusta distanza in cui si colloca nel suo giudizio che garantisce oltre che maggiore obiettività e serenità anche un accettabile disinteresse rispetto alla posizione di chi vivendoci ancora dentro pensa di poter contare su un migliore punto di vista.

Risaliamo un po’ indietro nel tempo. Per capire meglio. Vivere in un‘isola, come la Sardegna, adiacente ma lontana dalle grandi nazioni europee – Italia, Francia e Spagna – e perfino da quelle africane che un tempo erano colonne portanti dell’Impero romano e poi furono coinvolte nel lento distacco dell’Africa del Nord dal continente europeo con la conseguente colonizzazione, è impegnativo soprattutto perché i sardi si sentono confinati ancora di più nel cantuccio della storia e della geografia attribuendo a codesta emarginazione se vogliamo un carattere ancora di più mentale e psicologico. Un fenomeno che variava a che varia per ciascun abitante dell’isola anche a seconda del territorio in cui trascorrono o hanno trascorso la loro esistenza. Sicuramente più acuta nei piccoli centri e meno nelle città. Non a caso le grandi migrazioni dell’ultimo Dopoguerra hanno toccato i piccoli borghi della Sardegna interna e da lì ancora continua imperterrita la falcidia dei residenti più giovani mentre i centri urbani anche per effetto dei processi migratori interni tengono maggiormente.

D’altro canto, avere la necessità di guardare avanti senza altro poter scorgere all’orizzonte se non un futuro basato sulle cose di sempre, in sardo su connottu, è una specificità giovanile che diviene poi la ragione per cui si decide di restare attaccati al fazzoletto di terra in cui si è nati e trascorsa l’infanzia oppure abbandonarlo per mete più allettanti.

In qualche modo si comprende, quindi, che parlare, capire e confrontarsi con i sardi che stanno fuori sulle ragioni per cui si decide di risiedere in un luogo o in un altro scaturisce dal bisogno impellente del tuo interlocutore di qualificarsi, aprirsi o professarsi in ordine al suo rapporto con la Sardegna, al suo essere o sentirsi sardo e che cosa pensare di tutto questo. Nella mia non breve esperienza in questo campo ho maturato la solida convinzione che questa particolare ricerca può rivelarsi utile e produttiva, non solo se è suffragata da interviste strutturate attraverso questionari e storie di vita che per quanto mi riguarda spesso sono sfociate in libri e in articoli come questo, ma anche e soprattutto di incontri con i corregionali il più delle volte appuntati nella mente e talvolta rinnovati con la convinzione e l’intendimento che l’argomento non era chiuso ma ogni volta che ci si incontrava poteva essere riaperto e approfondito, magari nelle ambientazioni più svariate che di volta in volta si prestavano a fare da scenario.

Non si può negare che non vi sia uno spartiacque tra chi ha scelto di stare in Sardegna e chi invece ha deciso di realizzarsi fuori di essa. Nel primo gruppo potremmo far rientrare chi ipoteticamente ha firmato un contratto per cui in cambio di un quieto vivere nella propria terra, al massimo prestandosi a occasionali manifestazioni di dissenso, deve accettare quasi tutto ciò che offre il territorio, con l’intesa implicita che passerà con disinvoltura sopra i tanti dettagli meno soddisfacenti. Per inciso questo fenomeno ha contribuito al rigonfiamento del lavoro pubblico e parapubblico o quello più in generale di un terziario non sempre produttivo, come dimostra che l’incidenza della spesa pubblica sul Pil regionale, secondo gli studi della Banca d’Italia, nel 2025 è stata del 30,5%  [i]. Chi appartiene a questa categoria di privilegiati fa il suo ingresso in una tavola già imbandita con un marchio di fabbrica che indica una destinazione precisa e costituisce la garanzia che il novizio volente o nolente si incanalerà in un solco tracciato da chi lo aveva sponsorizzato. Questo rappresenta lo zoccolo duro dell’isola, limitato non necessariamente alla cosiddetta classe dirigente, ma che ricomprende anche i quadri intermedi dei servizi e dell’economia che si sentono chiamati a garantire ciascuno nel suo piccolo la continuità di valori, prassi e pregiudizi, al massimo livello della conservazione politica e sociale.

Chi, al contrario, aveva deciso a suo tempo di realizzarsi o di cercare la fortuna al di fuori di quella cerchia era quasi scontato che si lasciasse alle spalle le logiche che caratterizzavano la società di origine, predisposto e teso com’era alla ricerca costante di nuove strade, se vogliamo anche in virtù di quel processo definito in sociologia come “socializzazione anticipatoria”. Un dilemma questo, dell’essere un sardo totale oppure parziale, che appare caratterizzato da una pluralità di identità più che da una singola e specifica, come quella che contraddistingue i residenti. Quindi, la prima cosa da fare per determinare l’abitabilità di un territorio e la relativa predisposizione a farlo è cercare di capire quali solo i mondi che cercano spazio in relazione con quella che si potrebbe definire, o meglio che molti residenti ritengono essere, una specifica identità sarda. 

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Il fardello del sardo autentico tra realtà utopica e distopica

Chi ha vissuto abbastanza in Sardegna, come la generazione boomer, o si sia procurato le informazioni necessarie non può negare che l’isola e il relativo giudizio su di essa, a cavallo tra il XX e il XXI secolo, sia radicalmente mutato. Siamo passati intanto dal più volgare “ti sbatto in Sardegna”, versione modernizzata della condanna ad metalla della Roma antica dei peggiori delinquenti che così venivano spediti nella miniere sarde e fino a ieri minaccia per il carabiniere o per l’impiegato pubblico non gradito al superiore, e ripresa con ironia anche da una certa filmografia del Dopoguerra; da questa condanna siamo passati, dunque, in questi ultimi decenni, alla trasmigrazione in Sardegna di molti “continentali”, ossia gli italiani della terraferma, e con loro di alcuni stranieri che hanno deciso di spostare qui, oltre che la famiglia, anche la propria attività magari adattandosi alcuni a lavorare a cavallo tra l’isola e il resto del mondo da cui provenivano.

Si è trattato prevalentemente di liberi professionisti, imprenditori, artisti, studiosi, semplici curiosi, ma anche di pensionati che hanno reputato la posizione geografica dell’isola, il suo clima, la qualità della vita e i rapporti interpersonali una buona ragione per sfuggire alla difficoltà di permanere in contesti urbani troppo affollati, meno salubri e, per giunta, troppo omologati. E, azzarderei, alla luce dei cambiamenti climatici, anche di un investimento per il futuro…almeno fintanto che dura.

Si tratta questa, in fondo, di una percezione della realtà e di una speranza ancora più viva nei sardi che vivono fuori. Molti di essi sperimentano continuamente questa soluzione, o quanto meno hanno fatto qualche prova di rientro, il più delle volte perseguendo un obiettivo coltivato fin dai primi anni dell’emigrazione. E talvolta, nel tentativo inconscio in qualche modo di materializzarlo, lo hanno fatto costruendosi per tempo e con gradualità la propria casa nel villaggio di origine, un sogno che forse non avrebbero mai realizzato senza i risultati dell’emigrazione e rispetto alla quale questa scelta di vita, talvolta sbattuta orgogliosamente in faccia ai compaesani, funge ancora da certificazione indiretta del maggiore successo ottenuto fuori dell’isola rispetto agli scarsi risultati di chi è rimasto. Oppure tanti, magari in pensione, ma che essendosi fatti una vita altrove, famiglia figli nipoti, ecc., soddisfano egualmente il desiderio di tornare aumentando la frequenza delle visite in Sardegna o trascorrendo diversi mesi dell’anno nel paesello natio con non poca soddisfazione del resto della famiglia “straniera” che è felice di trascorrere un po’ di tempo e in qualche modo di sentirsi parte di quella che oggi è considerata una delle “maldive” del Mediterraneo. Perciò nella folla dei fuggiaschi non è difficile imbattersi in qualche figlio più coraggioso che tenta, talvolta anche con successo, di installare una propria attività nella terra dei padri.

Ma fin dall’inizio la medaglia non è esente dal presentare i suoi rovesci. Un caso per tutti. Per stare ancora nel ramo edilizio, è nota nel mondo dell’emigrazione italiana la querelle che da molti anni ha investito lo stato che costringe i proprietari che risiedono all’estero a pagare in Italia le tasse di quella che è considerata una seconda casa anche se nel paese di residenza vivono in affitto. A parte l’antico vizio dei nostri governi di far pagare ai cittadini anche l’aria che si respira che qui si coniuga col ricorrente atteggiamento di ostilità, sordo e prevenuto, delle istituzioni italiane nei confronti di chiunque sia straniero, anche se italiano di nascita o di origine. Accanto a questa visione miope di settori dello Stato centrale e periferico, davanti a quello che comunque rappresenta un vantaggio per la collettività locale non solo sul piano edilizio ma anche delle opportunità lavorative per il territorio, a tacere del fatto che tutti traggono giovamento dal vedere un piccolo centro rianimarsi almeno nel periodo estivo; a parte tutto questo, dunque, vi sono inconvenienti oggettivi.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Qualche anno fa ospitai una famiglia di amici che vivevano all’estero e che non potevano prendere possesso della casa di proprietà, vicino alla mia, se non prima di averla tenuta aperta per diversi giorni a farla arieggiare, stendere al sole lenzuola e asciugamani fradici per l’umidità autunnale e invernale che, per di più richiedeva di rinfrescare la tinteggiatura delle pareti ammuffite dagli effetti della forzata chiusura. Perciò molti, ammaestrati da queste esperienze, più saggiamente ripensano o si disfano del loro investimento, e così incominciano a recidere le radici indebolendo indirettamente con queste decisioni anche la piccola economia del centro in cui avevano visto i natali.

In realtà il transito della Sardegna da terra povera, come lo era prima della Seconda Guerra Mondiale, a un’entità territoriale che ha saputo fare il salto verso una più accettabile modernità con un dignitoso progresso economico e sociale, è stato acclarato da studi e ricerche non solo locali, come quelle condotte da centri studi regionali e dalle università sarde, ma anche da istituzioni nazionali come la Banca d’Italia e le inchieste del quotidiano “Il sole 24 ore” che annualmente presentano un quadro del Paese, il primo su base regionale e il secondo provinciale, con vari indicatori economici e sociali: salute, trasporti, sicurezza pubblica, sport, tempo libero, cultura, ecc. che anche nel nostro caso contribuiscono a dare un’immagine della Sardegna non più cenerentola delle regioni italiane ma piuttosto nelle posizioni centrali del panorama nazionale e per indicatori economici quasi sempre al disopra delle restanti regioni meridionali e insulari. Significativo, per esempio, che in una delle ultime rilevazioni l’Istat abbia collocato la Sardegna al quarto posto per l’export nei primi sei mesi del 2026, dopo Basilicata, Toscana e Puglia, con un incremento del 11,6%, mentre per ciò che concerne la crescita la Banca d’Italia nel 2025 la fissa allo 0,71 che, benché sia stata leggermente inferiore a quella dell’anno precedente, appare comunque superiore, sia pure di poco, a quella nazionale [2].

La nostra isola, oggi, all’occhio dell’osservatore esterno sembra andare, come si suol dire, a due velocità. Per un verso appare moderna, ripulita, accogliente, ben organizzata. Le sedi istituzionali presentabili non mancano e anche quelle più antiche sono riuscite a farsi un make up dignitoso. Se vogliamo ogni sforzo è stato compiuto perché i luoghi che ospitano i decisori pubblici appaiano anche esteriormente all’altezza dei compiti e qualche passo avanti è stato fatto anche in materia di edilizia scolastica e sanitaria. Le stesse connessioni con l’esterno sembrano essersi egualmente adeguate agli standard più moderni. Le innovazioni introdotte nella rete portuale e aeroportuale, il miglioramento delle arterie stradali e la maggiore funzionalità delle principali stazioni ferroviarie e autostradali viste dal di fuori danno la sensazione di una connettività più moderna. La verità, però, è che quanto più ci si addentra nei singoli comparti ci si rende conto che ancora troppo rimane da fare prima di dichiarare aperta l’isola a chiunque la voglia abitare provenendo da contesti più avanzati.

Pesano troppe cose. Per prima la mancanza di risorse finanziarie perché un territorio che potenzialmente potrebbe essere abitato da almeno tre milioni di persone ne accoglie appena la metà, limite che si traduce in minori proventi fiscali e in un mercato interno ristretto e penalizzato dall’insufficiente capacità di spesa del cittadino che se ne serve, il cui reddito medio era, secondo il Ministero delle finanze, per il 2025, poco più di 21 mila euro collocando la nostra regione al 15mo posto tra quelle italiane. A ciò si sommano le fondate paure del futuro che in prospettiva possono rendere la Sardegna meno appetibile di quanto non appaia tuttora anche in termini di qualità dell’esistenza. Mi riferisco, come dirò tra poco, ai cambiamenti climatici con i relativi effetti sul surriscaldamento del Mare Mediterraneo che, con l’innalzamento delle acque, oltretutto minaccia le coste della Sardegna; poi la tropicalizzazione del clima cui va aggiunta la piaga degli incendi che dilata sempre di più una stagione estiva già abbastanza rovente laddove il bimestre luglio/agosto, messo tradizionalmente nel conto da residenti e visitatori con rassegnazione per l’eccesso di temperature, incomincia ad allungarsi di settimana in settimana nei contigui mesi di giugno e settembre.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Dunque, sorge il sospetto che siamo in presenza di una confezione forse un po’ troppo stereotipata dell’isola che a ben vedere nasconde più di un difetto, tanto da pensare che qualche volta abbia ragione chi sostiene che, in questo caso, l’apparenza inganni un po’ troppo. Se scendiamo in Sardegna in aereo dal nord, a marzo-aprile per esempio, la nostra isola apparirà a chi occupa il posto del finestrino come un’immensa distesa verde lambita dal mare con spiagge dalla sabbia bianca e finissima anche se al suo interno si scorgono sorta di chiazze grigie che corrispondono ai tanti piccoli centri cementificati mentre a ovest si fanno largo ai piedi della foresta le due grandi pianure della Nurra e del Campidano, da cui si diramano i grandi centri urbani che completano l’aspetto fisico della nostra Sandalia. Chi atterra per la prima volta in questo territorio è difficile che non riporti l’idea di essere giunto in una sorta di paradiso terrestre, in una terra esotica, un grande atollo del Pacifico e, se per caso, è un turista estivo alla ricerca della spiaggia ideale dove stendersi al sole in totale relax e con la borraccia d’acqua o la bibita accanto, questa impressione trova un puntuale riscontro. E, nondimeno se ama la campagna e la natura non potrà fare a meno di apprezzare l’ambiente respirando l’aria profumata dagli arbusti dei corbezzoli, del mirto e delle roverelle, mentre la notte il cielo stellato senza l’inquinamento acustico e l’invadenza delle luci artificiali dei centri urbani, nella nostra isola abbastanza distanti rispetto a quelli del “continente”, consentirà a chi ne gode di raggiungere il proprio zen. Ma se intende viverci o soggiornare più a lungo la realtà apparirà alquanto diversa.

Prendiamo i campi dorati che ti era sembrato di scorgere lungo la strada che ti conduceva alla destinazione balneare, che se arrivavi dopo giugno quando da lontano assomigliavano a coltivazioni di grano, finisci per scoprire che si tratta solo di erbaccia capace di ergersi per oltre un metro di altezza vicino alla casa che hai affittato o acquistato al mare o al camping o all’hotel sulla spiaggia che ti ospita. La sorpresa è quella che non vorresti avere caso mai scoppiasse uno dei frequenti incendi nel circondario che, oltre alla vegetazione, manda in fumo anche i tuoi sogni. Soprattutto quando le “autorità” ti invitano a sgombrare gli edifici e ti ritroverai insieme a tanti abitanti costretti a tenerti compagnia per avere anch’essi le case minacciate dai roghi. E allora anche voi turisti come tutti gli esodati sarete immessi nel turbinio delle recriminazioni quando apprenderete che nessuno provvede a tagliare quell’erba prima che diventi benzina per alimentare i roghi, diversamente da quanto capita nelle foreste della Germania o dalle valli svizzere dove abitate in cui la cura dei luoghi, tra l’altro, è a prova di un assai meno probabile incendio. A quel punto svilupperete l’occhio clinico grazie anche alle informazioni che riuscirete a carpire lì per lì.

E se, come tanti altri, dopo che vi avranno spiegato che la causa della devastazione è la mano dell’uomo che ha buon gioco dei terreni incolti e “sporchi”, chiederete se è permesso lasciare l’erba così secca e – dopo che sarete messi al corrente che si tratta addirittura di un reato punito dalle leggi e avere chiesto se c’è qualcuno incaricato di farle rispettare – vi verrà ulteriormente svelato che una causa del disastro sono gli stessi proprietari assenteisti e tante volte anche i comuni che lasciano incolti i terreni di cui sono possessori, a quel punto anche voi, presi dallo sconforto, vi chiederete se ha un senso stare provvisoriamente o definitivamente in un puntino del pianeta che da paradiso si può trasformare in un attimo in inferno per la mano dell’uomo che consente alle fiamme di ergersi minacciose fino al cielo compromettendo, in inverno, ulteriormente il terreno condannato a smottare perché non esiste più una vegetazione capace di trattenere pietre e detriti e i corsi d’acqua saranno alterati con tutto ciò che ne consegue. Allora facilmente sarete assaliti da un senso di impotenza e, nel caso ce li aveste, sarete spinti a rivedere i vostri programmi per la Sardegna. Certo, dirà qualcuno, è ciò che succede anche in Lombardia e in Emilia-Romagna. Ma nessuna di queste, si può rispondere, si candida a diventare un centro di attrazione esclusiva per ragioni ambientali.

Per questo una simile metamorfosi del territorio per il quale davate per scontate attenzioni che non si sono mai avute non è privo di risvolti preoccupanti, perché anche qui come in tutte le altre regioni italiane provate dalla natura occorrerà fare i conti con questa signora che cerca puntualmente di riprendersi i suoi spazi. Per l’economia, come sanno i contadini e gli allevatori che a causa degli incendi perdono tutto o quasi il lavoro di una vita, caso mai voleste dedicarvici in una terra che vi attrae perché sembra trovarsi al quinto posto in Italia per l’agricoltura biologica. Per l’ambiente, perché viene irrimediabilmente ferito (posto anche che le foreste per rigenerarsi hanno bisogno di una ventina d’anni) e si rifà ancora sull’uomo inondando pianure, gonfiando corsi d’acqua e allagando le coltivazioni con effetti analoghi a quelli degli incendi che, al pari del caso precedente, possono letteralmente mandare in fumo eventuali progetti esistenziali. Ma anche per la convivenza civile, per quel senso di insicurezza e di ansia che costella l’esistenza quotidiana quando il cielo si gonfia e gli elementi si scatenano con modalità di anno in anno sempre più imprevedibili e incontenibili.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Il problema diventa ancora più ingestibile quando vedi che chi è chiamato o eletto a provvedere, rivela una passività atavica che a fatica cela un fatalismo sconcertante. In quale lingua gli scienziati devono ancora avvisare i politici e i loro elettori (cioè, noi) che non intervenire per tempo a tutela dell’ambiente con i cambiamenti climatici in atto rischia di produrre effetti devastanti sulla nostra convivenza? Eppure la reazione è sempre la stessa, catastrofi che praticamente sono telefonate vengono gestite con le prassi consuete: intanto aspettiamo e vediamo se davvero ci vengono addosso e, solo nel caso che accada, cercheremo e metteremo i soldi necessari per riparare i danni, si continua a ripetere fingendo di ignorare che anche i soldi, come la capacità di sopportazione dell’ambiente e delle persone, saranno sempre meno. E, nel frattempo se ci sono incendi e alluvioni, apriamo un’inchiesta che ci metta al riparo da eventuali accuse di incapacità e indifferenza perché sarà comunque e sempre dimostrato che l’evento è doloso oppure è colpa di chi c’era prima di noi, per cui la nostra impotenza e rassegnazione sono giustificate. E così si può chiudere anche il cerchio delle responsabilità.

Ciò che voglio dire è che si sente la mancanza di una cultura della prevenzione, e per conseguenza della programmazione, e più a monte della responsabilità sociale, assai più grave per un territorio che si candida continuamente a scommettere sul proprio futuro. Cosa regolarmente annotata dai sardi che vivono nel resto dell’Europa in cui la sistemazione e la messa in sicurezza del territorio ormai da anni avviene con largo anticipo sulle stagioni più minacciose. Ma anche questa che potremmo definire una patologia del sistema o un ritardo culturale è meno casuale di quanto si può pensare. Vuoi mettere il business dell’antincendio con acquisto e dispiegamento di mezzi terrestri e aerei di cui va tronfio il narcisismo istituzionale davanti allo spettacolo delle catastrofi naturali o provocate dall’uomo e che si trasforma in assunzioni, contratti e gare d’appalto, invece che una prevenzione che magari consisterebbe nel dispiegamento di una più umile forza lavoro che, con aggravio decisamente inferiore per il contribuente, leva comunque l’erbaccia dalle foreste e in prossimità dei centri abitati togliendo respiro alle fiamme e rendendo la vita difficile agli incendiari? Mi chiedo e ci chiediamo se dopo tanti anni o decenni di catastrofi di questo tipo non si sia individuato il modo se non di evitarle del tutto ma perlomeno in parte. Posto anche che qualche buona pratica è stata sperimentata con successo anche dalle nostre parti.

Mi sono soffermato su questo problema perché quando mi trovo a parlare di cose della Sardegna con i sardi all’estero questo è il dente che duole più degli altri. E ciò non tanto per una ragione sentimentale, il dispiacere per la propria terra che non solo metaforicamente va in fumo per le migliaia di ettari di bosco e di macchia mediterranea che ogni anno sono ridotti in cenere, ma anche per i familiari e gli amici rimasti che soffrono o più banalmente per le vacanze che possono essere improvvisamente rovinate, giacché molti hanno nei loro programmi l’obiettivo del rientro almeno estivo nella terra di origine. Definitivamente, magari in pensione, se le condizioni familiari lo consentono, soprattutto per chi l’emigrazione altro non è stato se non un lungo esilio. Ecco perché la gerarchia dei problemi è diversa da quella, più rassegnata, che si rappresenta parte dell’opinione pubblica regionale e la stessa classe politica locale. Un giudizio la cui validità sul versante migratorio si fonda su un’esperienza consolidatasi lontano dall’isola rispetto a questi problemi.

In effetti si può rivelare un bello sforzo convincere il sardo che ha trascorso maggior parte della propria esistenza in paesi come quelli del centro e del nord Europa o in America o in Oceania che, rientrato in Sardegna, potrà condurre un’esistenza negli aspetti materiali non troppo differenti da quella delle terre in cui è emigrato e a cui non è disposto a rinunciare. Perché è questo che più di ogni cosa cerca di raggiungere chi comunque non intende arretrare in termini di posizionamento di paletti nella propria esistenza, che spesso stava alla base della decisione di emigrare, ma solo arricchirsi in senso materiale, sociale e spirituale sfruttando quanto più possibile le opportunità che gli offre il nuovo status. A questo punto, il primo sbarramento è dato dal problema dei trasporti. Non è tanto quello dei collegamenti della Sardegna col resto del mondo che, fintanto non si riesce a realizzare un’autostrada ideale in cui chiunque senza alcuna differenza tra residenti e non residenti riesce a entrare o uscire dall’isola, come si entra e si esce dalla Lombardia o dalla Toscana senza pagare pedaggi particolari, i problemi ci saranno sempre e appena delle pezze continueranno a rattopparli. E non è neanche quello dei trasporti urbani che in qualche modo sono accettabili. Qualche anno fa i cagliaritani, che hanno sempre da ridire sul funzionamento dei bus, rimasero sorpresi quando la classifica del “Sole 24 Ore” assegnava alla loro città il primo posto in Italia per l’efficienza di questo servizio.

A parte la lentezza e l’obsolescenza della rete ferroviaria isolana cui ogni tanto si cerca di provvedere con qualche iniziativa spot, un Cagliari-Sassari e viceversa in due ore e, al momento, solo una tantum, o un Cagliari-Olbia solo poco più lento, vi è proprio l’impossibilità di sopportare questa condizione da parte di chi proviene soprattutto dai Paesi europei dove il collegamento ferroviario tra tutti i piccoli centri costituisce la soluzione ottimale al problema degli spostamenti. Dopo che l’emigrante di un tempo, in pensione o ancora giovane, si sente di concedere ancora un po’ di fiducia alla propria terra, magari convinto dalla retorica della “ritornanza” e accetta di reinsediarsi nel borgo natìo, trascorsa la luna di miele in cui tutto appare sotto una luce radiosa, la solidarietà l’amicizia la parentela il vicinato e, poi, il giardino, l’orto il mare, diciamo la natura in generale, sorge l’idea di fare delle cose diverse magari iniziate e sperimentate in una vita precedente. E allora scopri che solo per andare a Nuoro per la Festa del Redentore dal paesino di provincia in cui hai deciso di trasferirti ti separano quindici chilometri di strada provinciale fatta di curve, dossi, quando non di sterrati, guadi da attraversare e cedimenti della carreggiata che esigono in te la perizia del pilota di rally. E quanto ti ci vorrebbe per raggiungere la città di Cagliari per vedere una partita di calcio della squadra del cuore o una mostra itinerante del Giorgione? Siamo ben lontani dai collegamenti interni in Olanda e in Germania o in Svizzera, da cui magari si proviene, dove le distanze tra un piccolo centro e l’altro sono ricoperte da un breve e rilassante tratto di strada ferrata che con l’abbonamento ferroviario percorri quotidianamente come se fossi nella tua auto, solo che puoi dedicarti alla lettura di un libro o del tuo smartphone. Vivere nel piccolo centro della Sardegna da cui sei andato via trenta o cinquant’anni fa non ti può bastare se nel frattempo hai maturato un complesso di abitudini irrinunciabili, siano esse culturali, del tempo libero, hobbies e qualsiasi altra cosa.

E visto che ne abbiamo accennato, a questo punto ci interessa vedere perché come ulteriore discriminante, col problema ambientale, possa divenire anche il fattore culturale che non meno degli altri si rivela decisivo nel determinare l’affezione e il radicamento nel territorio. 

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Cultura e tradizioni in Sardegna tra realtà e immaginazione 

Una volta, a Parigi, ricordo di avere messo in guardia un importante uomo politico regionale che si accingeva a incontrare la locale comunità di sardi in questo modo: “Si aspetti che si lamenteranno che troppo manca loro la Sardegna, che non vedono l’ora di rientrare, che aspettano con ansia le vacanze estive per passarci almeno un mese, che qui non si può vivere…che la Regione prima li ha cacciati via e ora non fa nulla per farli rientrare…ecc. ecc.”. Quindi, per prima cosa, incontrando il presidente dei sardi in Francia il politico gli pose la classica domanda “Come si sta qui?”. Al che Costantino Falchi, originario di Alghero, una maturità classica alle spalle, emigrato da quarant’anni passando prima per il Nord Italia, poi nelle miniere dell’Est della Francia, infine, stabilitosi a Parigi dove era cresciuto professionalmente fino a raggiungere i vertici di un’industria farmaceutica, rispose: “Sa, Assessore, se ti manca la caccia al cinghiale, le spiagge bianche, le bevute nel bar del paese è meglio che torni in Sardegna, ma se ami la cultura qui sei al centro del mondo”.

Una risposta che sintetizza efficacemente tutta la fenomenologia culturale del movimento migratorio sardo. Il flusso prevalente dell’emigrazione sarda, come abbiamo già accennato, proviene dalle aree interne, in gran parte segnate dall’abbandono della campagna e dall’esordio talvolta infelice della società industriale negli anni Sessanta e Settanta prematuramente sfociata nelle grandi crisi dell’apparato produttivo con la chiusura di realtà come il polo di Portotorres, di Postovesme e la Piana di Ottana, ma anche dai contraccolpi delle ristrutturazioni di Macchiareddu a Cagliari oltre che delle industrie del Guspinese e del Villacidrese. In buona sostanza il contadino che aveva lasciato la campagna per l’impiego più redditizio della fabbrica si recava all’estero non per riprendere il lavoro dei campi ma per seguire la più recente vocazione in quello delle fabbriche.

Provenienza geografica e orientamenti culturali sono strettamente legati e spiegano molto, se non quasi tutto. Abbandonare la campagna e il villaggio non significò per tutti mettere in un cantuccio la cultura campestre a vantaggio di quella più industriale e urbana che gli si presentava, ma solo trovare una convivenza e una convenienza tra i due momenti. Non a caso la gran parte degli abiti culturali che si portano appresso gli emigrati sardi e manifestano e difendono con orgoglio sono quelli legati alle loro origini paesane, sia pure con un sapore prevalentemente nostalgico più che prodotto di una interiorizzazione specifica e, forse, vissuti anche con un po’ di senso di colpa per avere abbandonato quel modo di essere e di vivere che difficilmente riesce a compensare l’esperienza migratoria.

Le preferenze musicali, nel ballo, nella gastronomia, nei riti religiosi, che più di ogni altra cosa costituiscono l’occupazione e la promozione delle associazioni dei sardi, riflettono codesta realtà, che emerge soprattutto quando ogni manifestazione va sotto la formula casereccia della “tradizione sarda”. Il paradosso solo apparente è che, poi, tutto a sua volta si salda e si sintetizza nella cultura industriale più recente, per cui non deve sorprendere che un sardo che vive in Germania o in Francia tornando a casa dopo aver ballato su ballu tundu nel circolo, che a sua volta magari si chiama “Su Nuraghe” o “Ichnusa”, dove i presenti sono allietati da ballerini in costume il più delle volte venuti appositamente dalla Sardegna o essere tornato dalla messa nella cattedrale della città in cui vi era un coro del suo paese di origine che faceva rimbombare nelle volte gotiche Deus ti salvet Maria o i Gosos pasquali, lo stesso sardo, dunque, al rientro si rifugia in un ambiente casalingo dominato, dopo avere superato l’ingresso con un codice numerico, dal frigorifero a due porte, il piano cottura a induzione, il robot per la cucina e quello per la pulizie, la tivù da 70 pollici e i tanti laptop sparsi nelle stanze quanti sono i figli a tacere dei  device elettronici per la musica e l’informazione attraverso i quali si snoda il tran tran familiare.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

La tradizione mantiene ancora il suo valore? Ma si! Anni fa un ambasciatore italiano mi raccontava, mentre assistevamo a un concerto di musica etnica sarda a Colonia in Germania che, in occasione di un’analoga manifestazione che si teneva a New York, a un certo punto fu avvicinato da un illustre musicologo americano che, quasi stupito perché non aveva registrato piena consapevolezza della cosa, gli disse a proposito del suono delle launeddas: “Vi rendete conto che questo è il più antico strumento del mondo?”

Non vi è dubbio che il circolo sardo in Italia e all’estero, proprio grazie alla provenienza della sua base associativa dalle aree più interne dell’isola, rispecchia una temperie culturale più prossima a quella delle sue origini e che all’occorrenza può presentare picchi insospettabili, come voleva il musicologo americano, che giustamente vengono preservati e valorizzati in quanto patrimonio culturale generale dell’isola. Ciò, tuttavia, non esclude l’esistenza di dualismo culturale, dato uno dalla Sardegna profonda e l’altro da un tratto differente e antitetico da quella urbana, anche se poi vedremo che è possibile trovare qualche punto di sutura. Questa fenomenologia si ripercuote fortemente anche nella composizione sociale delle associazioni dei sardi fuori dall’isola.  È raro, infatti, trovare un dirigente di un’associazione sarda che sia nato nelle città di Cagliari o di Sassari. Non che manchino emigrati dalle aree metropolitane, ma se ci sono preferiscono stare alla larga dalle corrispondenti associazioni etniche e, se hanno voglia di radici, magari optano per quelle “italiane” che trovano più universali e congrue quindi a facilitare il loro inserimento in un contesto straniero, soprattutto quando appare culturalmente più elevato. In questo caso siamo solo in presenza di una matrice culturale che caratterizza la borghesia della Sardegna urbana.

Un parallelo, quindi, a ben vedere, si trova nell’antitesi tra città e campagna. Nelle città sarde, parliamo soprattutto di Cagliari e Sassari e in misura minore di Nuoro, Oristano e Olbia e qualche altra emergente come Alghero o Quartu Sant’Elena, i gusti culturali appaiono sensibilmente diversi da quelli dei piccoli centri, nel senso che si avvicinano maggiormente a quelli nazionali e più omologati alle altre città italiane. In esse i teatri dell’opera, del balletto e della prosa, le multisale cinematografiche, le sale di concerto, i musei e le mostre di arti figurative sono frequentate al pari delle altre città italiane, come dimostra il numero degli abbonati all’Ente lirico cagliaritano che pare sia il più elevato d’Italia, mentre le espressioni della cultura contadina, molto diffuse e praticate all’interno, in ambito cittadino sono relegate a qualche evento topico come la festa di Sant’Efisio a Cagliari, la Sartiglia di Oristano o la Cavalcata a Sassari. E, con una ulteriore differenza che nelle prime lo spettatore paga, aspetto questo che giova a un inquadramento complessivo dell’evento per gli effetti anche economici e professionali, mentre nelle feste paesane (e all’estero) tutto è gratuito perché pagato dal Comune o dalla Regione. Un discorso analogo può essere fatto per le manifestazioni della cultura giovanile con i concerti di musica rock che affollano gli stadi e le piazze.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

La dicotomia esistente in Sardegna fra tradizioni culturali delle realtà urbane e quelle dell’interno non manca di riflettersi anche nel mondo organizzato dell’emigrazione sarda in Italia e all’estero dove la preferenza è data agli eventi di musica cosiddetta folcloristica, balli e giochi definiti tradizionali, appuntamenti gastronomici e mostre che ripercorrono la cultura agropastorale del villaggio di origine. E più in generale della Sardegna cosiddetta autentica e selvaggia. E ciò perché, come sostiene il sociologo Cappai [3], in fondo il circolo sardo rispecchia i riti, i ritmi e la cultura del villaggio di provenienza. Una cultura che comunque talvolta viene riconosciuta nel panorama generale grazie ad artisti che hanno raffinato il loro prodotto e le loro performance, come Maria Carta, Andrea Parodi e Paolo Fresu nella musica, che hanno convinto studiosi sociali e di tradizioni popolari a includere in un quadro culturale universalistico tante manifestazioni ospitate nei calendari contadini, come le celebrazioni religiose, gli eventi carnascialeschi, i giochi di strada, l’arte in ambienti naturali come quelle che Pinuccio Sciola e Maria Lai hanno portato al massimo livello.

Ma queste sono solo le punte dell’iceberg di un fenomeno che, nella generalità, si manifesta in espressioni monoculturali più compresse nella quotidianità e considerate interessanti prevalentemente e limitatamente sotto il profilo antropologico. Tutto ciò è agevolato dal fatto che queste concezioni, spesso, nel filone dei sardi all’estero, si trasmettono di generazione in generazione favorendo la convinzione che la semplice provenienza dall’interno dell’isola costituisca il lasciapassare per far parte in modo quasi esclusivo del patrimonio culturale isolano. Che l’operazione abbia avuto successo è innegabile giacché in generale è tutto il sistema Sardegna a dare la sensazione di giocare gran parte delle sue carte sulla tradizione, anche come traino della modernità turistica.

Un aspetto non del tutto positivo del fenomeno, invece, è dato dal fatto che, benché l’isola nella sua storia sia stata caratterizzata da numerosi apporti dovuti agli insediamenti esterni e al succedersi delle ondate di invasioni di fenici, romani, spagnoli, pisani, genovesi, piemontesi, ecc., si tende a dare di essa un’ambigua rappresentazione orgogliosamente stereotipata, assumendo come punto di riferimento solo l’antica cultura nuragica. È vero che ben poco è rimasto del resto, se eccettuiamo gli avanzi che stanno ancora in piedi delle città romane di Nora e Tharros e altre vestigia più antiche o medievali. Ma la sensazione è che questa parte di lascito culturale sia tenuto sottotraccia rispetto al primo per una ragione che convince assai meno ma che può essere ricondotta al problema della declinazione dei significati quando si cerca di raccordare i processi di civilizzazione.

Voglio dire che a nessuno verrebbe in mente di affermare che analogamente gli americani del nord siano rimasti modernamente al livello dei pellerossa che avevano trovato quando sbarcarono nelle coste del New England e neanche che i tedeschi siano rimasti all’epoca dei nibelunghi o i norvegesi dei vichinghi, mentre per la Sardegna il peso delle condizioni esistenti fino a quasi tutto il XX secolo hanno favorito una stereotipizzazione grazie alla quale essa e i suoi abitanti alla fine dei conti erano considerati ancora in uno stato di civilizzazione più prossimo a una condizione in cui una definizione di tipo “nuragico”, che sia pure inconsciamente trova alimento nelle stesse istituzioni pubbliche, sembrerebbe più appropriata al loro livello anche nella nuova modernità. Un giudizio dal taglio sostanzialmente negativo (e razzista) sia pure attenuato da referenze più positive, che coinvolge la stessa personalità dell’abitante dell’isola, il più delle volte fatto rientrare nella tipologia rousseauiano del “buon selvaggio”, soprattutto quando ambiguamente si esalta il valore della parola data, dell’amicizia e dell’ospitalità come caratteri tipici della gente sarda. Tutte mezze verità, se vogliamo, giacché l’ospitalità in concreto spesso è solo quella di attesa che l’ospite vada via, la parola data non sempre è data e il luogo comune che comunque il sardo è quello che, anche metaforicamente, spara nascosto dietro il muretto a secco non sempre si rivela un luogo comune.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

A tutto ciò contribuisce l’impronta complessiva con cui si presenta l’isola all’esterno. E qui pensiamo anche al ruolo determinante delle Pro loco e degli organismi associativi all’interno e all’esterno delle associazioni degli emigrati sardi che non solo mandano avanti una certa  idea della Sardegna dagli stili di vita quasi primordiali, analogo per certi versi a quello delle popolazioni delle isolette del Pacifico, col pretesto di ampliarne l’offerta turistica, che giustifica come intorno a questa facciano confluire tutta una serie di apporti culturali nella musica, nella danza, nel canto che sono di origini tutt’altro che autoctone ma solo debitrici di altri apporti. Tutto ciò, dunque, forma un pacchetto di espressioni culturali alquanto dilatato nel tempo ma unificato in un unico concetto di tradizione che a seconda di come lo si stira può divenire culturalmente fuorviante.

Perciò, nel 1998, nel corso di un convegno sulla cultura sarda all’Istituto di cultura di Los Angeles, il Prof. Paolo Cherchi, Visiting Professor alla UCLA e Full Professor della University of Chicago, considerato uno dei più eminenti italianisti al mondo, sardo di Ozieri, ritenne opportuno replicare a un altro importante relatore giunto dall’isola che, riferendosi alle usanze dei villaggi della Sardegna di improvvisare racconti in rima, trascinato da un entusiasmo descrittivista aveva finito per considerare tutto ciò poesia e gli autori medesimi poeti. Il prof. Cherchi, che proveniva proprio da una zona della Sardegna, il Logudoro, dove si ritiene si parla il sardo più puro e così pure che sia stata la culla di codesta poetica, più razionalmente si sentì obbligato a precisare che quel tipo di espressione non andava annoverata tra la poesia in senso stretto ma solo in una concezione più vasta di “genere” poetico.

Qual è quindi il limite e il carattere di una certa corrente culturale sarda, sempre che ci sia? Probabilmente è il tentativo, col pretesto dello spontaneismo popolare e di una qualificazione antropologica, di oggettivare costantemente il suo livello embrionale, rinunciando a prendere nella dovuta considerazione l’assunzione delle forme iniziali a uno stadio più elaborato, quasi a negare implicitamente che questo passaggio possa esistere o se tante volte esistesse ritenere che in ultima analisi possa solo condizionare l’autenticità e il colore dell’ispirazione originaria.  Eppure, i casi anche nella cultura sarda non sono mancati. Che cosa ha fatto in fondo Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura, quando ha fatto uscire i racconti della Sardegna dall’elaborazione locale dandogli una dimensione universale, non volendosi mantenere al solo livello di narrazione paesana? Ma forse per questo ha dovuto emigrare da Nuoro a Roma? Verrebbe da insinuare maliziosamente.

Analoghi processi sono intervenuti nella musica, che per taluni sarda non può essere se non mostra rigorosamente colori e cadenze della tradizionale musica agropastorale. E ciò ignorando che la musica, come la letteratura, attraversa comunque processi creativi che passano spesso da forme più elementari e popolari ad altre più elaborate in grado di entrare nel novero dell’alto livello senza rinnegare le radici. Nella storia della musica motivi della tradizione popolare dei rispettivi paesi sono riecheggiati negli spartiti di illustri musicisti come le danze ungheresi in Brahms o quelle slave in Dvorak a tacere dai numerosi motivi popolari da cui hanno tratto spunto grandi operisti come Verdi per le loro melodie. In Sardegna di scuola è stato il caso di un Ennio Porrino, raffinato musicista che, con l’opera lirica “Shardana”, ha cercato di portare al più elevato livello colori e suoni della tradizione musicale sarda. E, forse, un caso paradigmatico di passaggio da una prima a una seconda fase dell’elaborazione musicale oggi è offerto da Francesco Demuro che, dall’iniziale carriera di componente di un coro di “tenores” di musica sarda, si è trasferito alla lirica divenendo uno dei più ricercati e acclamati tenori del mondo. Per cui se volete vi improvvisa un passaggio del canto a tenores di Pozzomaggiore e subito dopo vi canta “Nessun dorma” accompagnato da un’orchestra sinfonica.

Quindi, dopo aver detto che le rappresentazioni culturali della Sardegna rispecchiano una suddivisione sociale e di gusto tra una classe urbana e borghese delle città sarde, che risulta più interessata alle espressioni della cultura cosiddetta alta, e quella di derivazione agropastorale dell’interno dell’isola orientate verso quella definita “tradizionale”, rimane da prendere atto che diviene identitaria solo la cultura specifica della Sardegna interna, sia pure solo in senso residuale. Ossia, nel senso che posto che quella urbana in cui si riconosce una fetta forse maggioritaria della popolazione non avrebbe molto senso curarla a parte, nella misura in cui essa coincide totalmente con quella nazionale, anche nei gusti giovanili, perciò alla ricerca di una più specifica non rimane che rivolgersi alla prima che rispecchia meglio i caratteri dell’esclusività culturale dell’isola.

Una dicotomia questa che comunque costituisce solo un falso problema all’estero, dal momento che se la cultura più etnica trova ospitalità soprattutto nelle iniziative delle regioni e degli enti locali italiani, quella cosiddetta alta non richiede specifiche attenzioni da parte degli attori dell’emigrazione e della promozione italiana all’estero giacché il marchio della cultura italiana gode già di un elevato posizionamento in ambito internazionale, dove i teatri dell’opera esistenti in tutto il mondo vedono come musicista più eseguito Giuseppe Verdi senza bisogno di una particolare spinta promozionale, mentre i musei rappresentano quanto più possibile l’arte figurativa italiana, di cui possiedono in abbondanza lavori e fanno girare nel mondo Michelangelo, Raffaello e Caravaggio. Allora posto che la cultura italiana di alto livello fuori dai confini nazionali è promossa da tutti i Paesi, rimane da supplire a quella più etnica e locale, che ne ha bisogno. E tutto ciò pur non nascondendosi che il risultato, a seconda di come viene offerto, rischia, però, di omologare verso il basso il prodotto culturale regionale.

A questo punto chiarito il fondamentale contesto socio economico e culturale che dovrebbe fare da sfondo a una Sardegna ripopolata e tenendo conto anche del fatto che la popolazione attesa in rientro, eccettuato l’emigrato nostalgico della cultura del suo piccolo centro, apparterrà prevalentemente alla borghesia, vediamo come in essa si possono innestare le forze dell’innovazione rese più vigorose ed esigenti dall’esperienza internazionale.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

La lotta titanica in Sardegna tra le forze della conservazione e quelle dell’innovazione

C’è poco da dire: nella Sardegna del “Padre Padrone” c’è sempre stata un’elevata tensione intragenerazionale che ha visto al centro la figura paterna che, in molti casi, come anch’io ho potuto testimoniare nelle mie ricerche, ha favorito l’incanalamento di molti giovani lungo le rotte dell’emigrazione. Un importante riflesso di questa diaspora lo si ha sotto il profilo della titanica lotta tra le forze della conservazione, prima che politica, sociale e culturale, e quelle dell’innovazione, qualunque cosa s’intenda con questo termine. Dinamiche queste in cui tuttavia complessità e trasversalità si intrecciano continuamente, per cui oltre a quello generazionale che contrappone vecchi e giovani, si vedono collocarsi su fronti opposti anche residenti ed emigrati.

Nel nostro discorso la dimensione intragenerazionale costituisce non solo un dato imprescindibile, ma anche ostativo soprattutto nella misura in cui la visione e la gestione di determinati fenomeni nell’età più avanzata si pone come riflesso di una mentalità datata, che tende a divenire opinione prevalente soprattutto quando, come oggi in una società come la nostra, l’età media si attesta con l’esordio dell’età anziana. Non a caso la demografia descrivendo le condizioni della popolazione nella nostra regione, come del resto quella italiana, preferisce ricorrere alla rappresentazione dell’anfora a differenza di quella tradizionale in cui dominava la figura piramidale. Mentre in quest’ultima alla base si collocavano le fasce di età più basse e si affusolava gradualmente verso l’alto passando per quelle adulte mettendo nella punta le più anziane, oggi lo strumento utilizzato presenta al centro, come più numerosa, proprio la fascia dei sessantenni, mentre quella giovanile appare sempre più schiacciata in fondo alla figura.

Non voglio inseguire qui più di tanto il flusso dei dati sullo spopolamento in Sardegna, la bassa fertilità e la fuga dei giovani che più che la logica e la graduale evoluzione di una flessione presenta il carattere del precipizio, ma solo accennarne partendo da quelli più analizzati e consolidati. Al 1° gennaio 2026, secondo i dati Istat, la popolazione era di 1.553.490, col risultato che la nostra isola in vent’anni, 2006-2026, ha perso oltre 85.000 abitanti. E il tasso di fertilità è sceso ulteriormente allo 0,85, il più basso in Italia e tra i più bassi in Europa. Sul versante della cosiddetta “fuga dei cervelli” tra il 2008 e il 2012 nell’isola vi sarebbe stato un calo di 37 mila unità. Sintomatici anche i risultati dell’iscrizione all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) che nel 2025 registrava 123.256 sardi (di cui il 47% donne) in gran parte ultraquarantenni, praticamente il dieci per cento della popolazione complessiva dell’isola. Va tenuto conto che, nonostante siano previste sanzioni pecuniarie per chi non rispetta questo adempimento, i più giovani quando emigrano non mostrano la tendenza a segnalarsi all’Aire, anche perché dopo codesta iscrizione si perde la copertura sanitaria che chi si trova all’estero deve sopperire con una assicurazione. Poi esistono altri fastidi e contraddizioni: a parte che il giovane che esce non sempre ha idee chiare sulla sua permanenza e i suoi progetti all’estero; sotto il covid, per esempio, non potevano rientrare in Italia gli iscritti all’Aire accentuando l’inutilità di questo adempimento che lo Stato si sforza di far rispettare ma poi contraddittoriamente, come capitò in quell’epoca, penalizza chi si è rivelato diligente.

In questo discorso rientra il problema dei numerosi giovani italiani che si sono recati all’estero e prevalentemente negli altri Paesi europei rispetto ai quali la classe politica italiana manifesta un approccio ondivago. Il rapporto Istat 2025 parlava di una tendenza che, dal 2002 al 2024 si è addirittura quadruplicata passando dalle 41.000 alle 180.000 uscite, ma che, tenendo conto che esso si basa solo sulle iscrizioni all’Aire il numero per le ragioni che ho appena enunciato andrebbe rivisto decisamente al rialzo.

Da qui le riflessioni che si impongono anche su quelli che considero più che problemi pseudoproblemi. La prima è che il problema dell’invecchiamento della popolazione in sé non è negativo, ma solo auspicabile anche perché in qualche modo certifica il conseguimento di uno tenore di vita più sano e pacifico e un clima sociale migliore (non dimentichiamo che il crollo dell’età media della popolazione nella storia è dato soprattutto dalle guerre e dalle epidemie). Il fatto che la Sardegna rientri tra le zone blu del mondo, soprattutto nella sua area geografica centrale, è indice di uno stile di vita sufficientemente elevato che, pure nella sua semplicità e frugalità, fa scuola. Il problema però è che di fatto si sta creando una sorta di limitazione degli spazi che divengono sempre più appannaggio di chi è più avanti negli anni costringendo i giovani a trovare realizzazione nelle aree del pianeta dove la loro fascia di età rappresenta ancora un valore.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Altrettanto dicasi per la contrazione del numero di abitanti, che stimola una ulteriore riflessione. Curiosamente siamo passati dalla paura del sovrappopolamento del pianeta, che si diffuse nell’ultimo decennio del secolo scorso quando si prevedeva che la popolazione mondiale nel giro di pochi lustri avrebbe raggiunto i dieci miliardi di abitanti – con relativi riflessi sui problemi della nutrizione, la gestione degli spazi fisici, l’incremento della conflittualità, l’aumento delle migrazioni in un mondo che diveniva sempre più stretto e meno abitabile, ecc. ecc. – da qui il passo all’allarme odierno sullo spopolamento con tutte le conseguenze che, anch’io non cerco di nascondere, è stato veramente breve. Per quanto riguarda la Sardegna, in particolare, è come se qualcuno avesse fissato un’asticella ideale di un milione e mezzo di abitanti da non potere mai superare, ma solo abbassare a prescindere dall’età e da chi lo occupa. Tuttavia, con lo svantaggio che la popolazione a mano a mano che va avanti negli anni tende a comprimere quella più giovane innescando involontariamente una sorta di lotta per il controllo del territorio a vantaggio di chi ci vive da più tempo, e ciò sia favorendo l’emigrazione dei propri figli sia generandone di meno. Questo è quanto sembra raccontare la demografia e che fa il paio, comunque, con il convincimento che essere troppi in un territorio può provocare problemi di ingolfamento dei servizi e di gestione abitativa di numeri troppo grandi.      

Che gli attuali quarantenni incomincino a essere inclusi dalle ricerche sempre più tra le coorti giovanili la dice egualmente lunga sulla dilatazione dell’età giovanile e a cascata le conseguenti definizioni di status che comporta e la condizione in qualche modo di marginalità delle fasce giovanili. Lo stallo demografico ha prodotto involontariamente anche l’egemonia della fascia di età anziana. Diverse ricerche hanno dimostrato che già a distanza di qualche decennio il rendimento fisico e mentale di un sessantenne attuale corrisponde all’incirca a quello di un cinquantenne all’inizio del nuovo millennio. Lo spostamento dell’età pensionabile sempre più vicino ai settant’anni non fa che rispecchiare questa tendenza. A ciò fanno seguito tutte le proposte e le soluzioni offerte per utilizzare in modo più produttivo i lavoratori anziani, dalle agevolazioni temporali come i part time e i mini jobs, che consentono di tenere al lavoro quanto più a lungo possibile le persone, fino agli espedienti per un migliore rendimento, come i caratteri più grandi delle scritte, accanto a occupazioni il più possibile sedentarie nell’ambito dei lavori più pesanti.

Le maggiori attenzioni, insomma, sembrano rivolte a mantenere attiva la popolazione più anziana, anche per risparmiare sulla spesa pensionistica, mentre ancora non si sa bene o solo si sospetta quanto potrà fare l’intelligenza artificiale a supplire alla carenza di giovani. E, poiché si tratta di utilizzare al meglio la forza lavoro che si fa strada con l’età, la società mostra egualmente attenzione a garantire lo stato di salute della popolazione ancora attiva, non solo attraverso l’assistenza sanitaria, ma sviluppando e promuovendo anche quegli aspetti della prevenzione che determinano a livello di ricerca globale l’allungamento della vita, ossia l’alimentazione, l’attività fisica e la socializzazione. Le attività in questo senso si moltiplicano attraverso l’apertura di palestre e piscine per i più anziani, centri di raccolta e di socializzazione (circoli per i giochi con le carte e gli scacchi, attività musicali e laboratori teatrali) e la creazione di spazi urbani per le attività all’aperto (per tutti i campi di bocce e le gare di bicicletta). Se poi si volge lo sguardo al panorama internazionale si nota che, alcuni Paesi, come il Giappone per esempio, investiti da analoghi processi di invecchiamento e di spopolamento, ormai se ne sono fatti una ragione, preferendo soluzioni basate sull’utilizzo perfino della robotica per ovviare alla carenza di collaborazioni più giovani.       

Ciò in qualche modo ci riporta al fatto che il problema non va incentrato solo sul tema dell’invecchiamento e dello spopolamento di un Paese, bensì sulla perdita di forze giovanili. Celebrati tutti questi processi a favore dell’allungamento dell’esistenza occorre vedere quali ne siano, sempre che ve ne siano, i riflessi negativi in termini di convivenza e di futuro di un Paese o di un’area geografica. L’inconveniente della presenza di una generazione avanzata nell’età che assuma un carattere maggioritario intanto ha dei riflessi indubbi sui processi decisori e di direzione della società, soprattutto quando si entra nella cabina elettorale. Il risultato più evidente è l’accentuazione della cultura della conservazione rispetto a quella dell’innovazione, considerate nell’accezione prevalente. L’appartenere a una fascia di età piuttosto che a un’altra non è indifferente nei processi di scelta politica e sociale. Si può essere conservatori anche quando, in nome di un tradizionale progressismo, ci si è riconosciuti per tutta la vita nelle posizioni di sinistra, mantenendosi sempre affezionati al valore della redistribuzione dei redditi, all’espropriazione dei patrimoni di chi possiede di più (le cosiddette patrimoniali), dell’abitazione totalmente o semigratuita ai più indigenti, all’intangibilità dei posti di lavoro per la tradizionale classe operaia. E tutto ciò anche quando gli orientamenti generali vanno in direzione di una diminuzione del peso dell’industria pesante come quella estrattiva mentre in tutto il mondo ci si muove verso quella energetica.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Allora il risultato sarà che, a conti fatti, facilmente e quasi senza accorgersene e magari per il cambiamento dei riferimenti socio lavoristici nel profilo della classe operaia che non è più solo quella dell’industria ma anche della grande distribuzione inclusa quella online, si finisce per privilegiare il mantenimento dell’occupazione dei cinquanta/sessantenni, spesso favorendo attività improduttive o fuori mercato. Si attua così quella conservazione dell’esistente a sinistra che si radicalizza non solo quando si chiudono o cessano attività industriali destinate a penalizzare migliaia di lavoratori ma anche quando si arriva alla limitazione dei servizi, come quelli sanitari, che aggrega l’opinione pubblica di molte zone interne più sensibili alla mancanza del medico o del punto di pronto soccorso o per le cosiddette liste d’attesa per le analisi e gli interventi. Certo, c’è da chiedersi a che cosa serve la sanità se non a curarsi per vivere più lungo. Per conseguenza anche qui ci troviamo davanti a limiti di approccio. E cioè se ha ancora un senso mettere in cima ai problemi la sanità pubblica se già si vive in una regione come la Sardegna che presenta uno dei maggiori tassi di invecchiamento d’Italia. In realtà il conservativismo che mescola la difesa della vita, la tutela del lavoro, a ragioni geopolitiche confonde non solo le acque ma si intreccia anche con problemi che percorrono tutto l’arco politico da sinistra a destra dando a questo una dimensione strutturale nella società con lampanti contraddizioni rispetto alle tradizionali posizioni politiche.

Nella nostra isola alcuni casi fanno scuola. Dalla più recente contestazione di un insediamento industriale per la costruzione delle armi che più di recente ha unito nella protesta pacifisti, ambientalisti, sindacalisti e frange di sinistra. A ben vedere la protesta stride con altre richieste del territorio in quanto questa fabbrica dà occupazione a centinaia di operai nella zona col più basso reddito tra le province italiane, quella del Sulcis Iglesiente, che in questo sito industriale diverrebbe in prospettiva sempre maggiore quando si accentueranno i processi di produzione di droni e di mitragliatrici. Come si saldano a questo punto le esigenze immarcescibili nel tempo di creare e mantenere posti di lavoro fondendo e confondendo un’ideologia che nasce tutta a sinistra ispirata a istanze pacifiste e antimilitariste quando queste troveranno sponde anche nell’estrema destra nazionale ed europea? Forse che scattarono pregiudiziali di natura sociosanitaria quando l’industrializzazione del polo industriale di Portovesme destava allarme per la crescita dei tumori nel territorio, analogamente a quanto succedeva con l’Ilva a Taranto?

Altro esempio è la palese contraddizione tra un altro movimento che si sta allargando a macchia d’olio ed è costituito da chi è contrario da un lato all’insediamento di centrali nucleari e, dall’altro, all’installazione degli impianti per le energie rinnovabili che è composto sia dagli assertori del cambiamenti climatico sia da di chi è preoccupato semplicemente dall’aumento del prezzo del gasolio e della benzina, che, quando scendono in piazza, aggregano un mix di amministratori pubblici interessati ad attingere voti in quel bacino indefinito dell’astensionismo o della decisione dell’ultimo minuto che aggrega sia a destra sia a sinistra.

Altra riflessione va fatta sulla conservazione di destra che, prima facie, appare quella più subdola perché investe i fondamenti della società. Si tratta quest’ultima di una conservazione che si basa su presunti valori fondanti e identitari di una società come quella italiana che, statisticamente, quasi al cinquanta per cento, fa dell’ostilità all’immigrato (e all’emigrato) il suo trait d’union  per il fatto che costui altererebbe l’identità nazionale, attenterebbe alla convivenza pacifica con le sue inevitabili derive delinquenziali, più di tutto il terrorismo per finire oltretutto di creare affanno al sistema dei servizi sociali, intasandolo come in quelli sanitari e scolastici. Posto che i dati relativi alla delinquenza smentiscono la pericolosità dell’immigrato va osservato come anche le altre sensazioni risultano tutt’altro che provate, primo perché essendo la popolazione immigrata più giovane grava meno sul sistema sanitario e assistenziale, secondo perché grazie ai loro figli gli immigrati aiutano a mantenere la consistenza minima delle classi scolastiche.

Procedendo nell’analisi non possiamo fare a meno di osservare che spesso siamo presenti non davanti a un conservativismo statutario, per così dire, perché incarnato nella personalità di ciascun individuo, come può essere quello di sinistra, bensì davanti al frutto di una evoluzione cui si approda con l’avanzare dell’età che amplifica le paure, fa crescere le ansie per cui tutto ciò che si presenta come novità finisce per destare preoccupazione. Soprattutto in una società in cui ciò che era una preoccupazione di destra può divenire in un attimo di sinistra e viceversa. Grazie a codesta trasversalità, la conservazione trova i più strani apparentamenti nelle riflessioni sul fenomeno, laddove uno stesso soggetto appare progressista su certi argomenti (economia, temi sociali) e al contrario non lo è su una questione dirimente come quella dei migranti, e allora può capitare che nella cabina elettorale scelga di dare il voto sul tema che lui ritiene più urgente.

Come mostrano i dati che ho sopra citato l’esodo della popolazione giovanile non è facilmente quantificabile, e ancora di meno è la volontà del rientro, anche in Sardegna, calcolata in appena il 20%, nelle varie ricerche sul campo degli ultimi anni. Dati più puntuali e recenti ci aiutano meglio nelle nostre considerazioni e riflessioni. Intanto l’Eurostat del settembre 2026 sulla permanenza dei giovani a casa dei genitori, ci mostra come l’Italia si trovi all’ultimo posto con una media di età di uscita dal desco familiare di 30,2 anni (donne, però, al 29,2) a fronte di quella europea del 26,3 (anche se non è improbabile l’influenza del maggiore tasso di disoccupazione giovanile esistente in Italia). Un Report della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro per la Sardegna, dopo avere osservato che gli espatri di giovani tra i 18 e 39 anni nel quinquennio 2016-2020 sono stati 10.185 mentre in quello successivo, 2021-2025, 9.920, quindi in leggero ribasso, riporta tuttavia il dato del rientro nell’isola che, nel quinquennio 2021-2025, è stato di 3.892 giovani segnando un incremento del 42,4% rispetto al 2016-2020 quando ne erano ritornati 2.734 con un’età media di 29,6 anni di età. Tutto ciò si conforma comunque alla tendenza nazionale in cui si registrano 39,8 rimpatri ogni 100 partenze. Dati che, se vogliamo, sono abbastanza in linea anche con quelli storici dell’emigrazione italiana nel mondo in cui un terzo o quasi la metà di chi emigrava dopo la partenza preferiva rientrare nella terra di origine, Per il discorso che stiamo facendo rilevano anche le motivazioni del rientro, peraltro complesse tra famiglia affetti e nostalgia, in cui tra gli intervistati in Sardegna per la Fondazione un buon 20,6% è disposto a tornare a casa.

Tuttavia, anche in quest’ultimo caso, per gli Stati impegnati a fronteggiare il ripopolamento dei rispettivi territori il problema rimane quello della carenza di forze giovanili, le cosiddette “intelligenze fluide”, da cui in genere si fa dipendere lo sviluppo e il futuro della società. Su questo campo l’Italia, con i suoi bassi salari e la scarsa attrattività economica e scientifica, dovrebbe entrare in competizione con i Paesi più avanzati al mondo che oggi più che mai sono impegnati ad attirare intelligenze fresche semplificando le possibilità di accesso e presentando proposte economiche adeguate. Non è un caso dei due tra i maggiori Paesi Ocse, gli Usa che ospitano 51 milioni di stranieri e la Germania 16 milioni, con vantaggi economici innegabili ma anche con tensioni pericolose nel sistema politico.

Quindi la strada del rientro è spianata? Tutto è più facile? Forse ragionando sui massimi sistemi, ma… 

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

La cica nella sabbia 

Tempo fa un giovane architetto del centro Sardegna che abitava in Svizzera in una riunione sbatté bruscamente in faccia a me che predicavo il contrario, che non vi era alcuna buona ragione per rientrare nell’isola neanche sotto il profilo ambientale, soprattutto della qualità della vita. Al riguardo mi dettò una serie di ragioni, ma fui colpito da una che a me pareva abbastanza banale, ma per lui era fondamentale, e cioè che riteneva assolutamente insopportabile che nella sua spiaggia del Golfo di Orosei avesse rinvenuto delle ciche nella sabbia. Tutto qui? pensai sulle prime astenendomi però dal rispondere. In realtà applicava il principio delle finestre rotte teorizzato dalla sociologia americana come il fattore scatenante di un fenomeno delinquenziale che potrebbe far cadere un quartiere nelle mani di una criminalità con effetto domino se non provvedi subito a riparare la prima finestra.

La verità è che non possiamo parlare di vivere e abitare la Sardegna sempre rifacendoci ai massimi sistemi: l’organizzazione sanitaria, la qualità della vita, la preservazione dell’ambiente, ecc. trascurando che alla fine dei conti certe decisioni esistenziali sono legate a tante sfumature e dettagli che sfuggono alla comprensione di chi, chiuso nel proprio habitat, pensa che le categorie di giudizio possano essere solo quelle che detta la demagogia politica e ogni tipo di ideologia che guarda dall’alto i fenomeni e le persone.  Perciò sul versante delle proposte troviamo che, da un lato, esse rispecchiano l’esigenza, non certo trascurabile, di porre in essere rimedi teoricamente in grado di evitarne l’esodo, basati, per esempio, sulla mitica qualità della vita del Belpaese e forse anche l’eccessivo scontato radicamento nella terra di origine di chi esce (che non può valere per tutti) e, dall’altra, ipotizzando un incremento delle retribuzioni, magari anche con una conveniente detassazione e un più rapido inserimento nei posti di lavoro nelle proposte più benevole; cosa che nella visione di chi propone queste misure dovrebbe garantire anche il recupero di chi è già uscito. A parte che si tratta di soluzioni facili da dire ma di difficile attuazione, cioè massimi sistemi, anche perché spesso sono al di fuori della portata del Paese, e alcune peraltro, come quelle fiscali, sono già sperimentate con scarso successo negli anni passati.

Il maggiore limite è costituito, a parte del non tener conto che chi si è trasferito fuori del Paese potrebbe essersi formato una propria famiglia e una posizione lavorativa non fungibile con quelle esistenti in Italia, il limite dunque è costituito dal fatto che rientrando in Sardegna avrà difficoltà ad accettare tanti costumi diffusi, non solo l’invadenza della burocrazia, per esempio, e tante minuscole abitudini private: dal malcostume di lasciare la cica affossata nella sabbia a quello di non raccogliere gli escrementi dei propri animali lasciati freschi sui marciapiedi, a tacere della grande maleducazione stradale che stride con le abitudini più civili di chi vive nel resto del continente europeo, e tante altre. Si dirà, tutto è codificato da leggi severe: dall’obbligo di non lasciare la cica nella sabbia, a quello di ritirare i bisogni dei propri animali o non disperdere i rifiuti nell’ambiente fino al comportamento civile nella guida. Una volta che rispondi in questo modo, immediatamente il discorso si sposta sulla qualità delle persone che abitano il territorio, argomento che diviene decisivo ma più insidioso e che scopri che diviene decisivo nella decisione se tornare o meno perché verte sulla qualità dei concittadini, dei vicini, delle persone con cui sei chiamato a vivere che influiscono sull’esistenza più di chi è chiamato a scrivere le leggi o a farle rispettare. Qui casca letteralmente l’asino. Esiste qualche soluzione, magari una via di mezzo.

Anche questo tema è legato al problema più vasto dell’attrattività e della relativa retentività. Non basta che un sistema paese si riveli capace di presentare opportunità lavorative ma sono necessaire anche quelle esistenziali; non solo condizioni ambientali favorevoli, ma anche un clima sociale e un vicinato accettabile, non bastando solo servizi e un funzionamento appropriato delle istituzioni, se si vuole fare leva su quella massa di giovani che oggi si confronta con un orizzonte universale. E, poiché il problema dell’attrattività è per sua natura relativo, nel senso che ciò che conta è soprattutto la percezione del diretto interessato, è evidente che sulla base di ciò in ultima analisi si va ad attuare una selezione diretta o indiretta di chi aspira a un rientro. Perciò, a parte chi avendo raggiunto il massimo della posizione economica nella sua esistenza per cui gli è indifferente dove risiedere, e a parte l’attrazione che può esercitare l’Italia temporaneamente sui flussi turistici interessati al più grande patrimonio artistico e culturale esistente al mondo, occorre soffermarsi sull’offerta che essa può garantire in modo permanente e duraturo a un certo tipo di popolazione giovanile.

Posto che in codesta relatività e retentività ne va collocata anche una specifica che detiene attualmente il nostro Paese nel campo dell’arte, della musica e della gastronomia in cui rappresenta non solo una meta di passaggio per masse di giovani da tutto il mondo, vi è un aspetto specifico che viene spesso sottovalutato, ma che ci ha aiutato a rivalutare soprattutto l’esperienza spagnola. Parliamo dell’enorme bacino costituito dall’emigrazione italiana nel mondo, che per le ragioni appena dette, potrebbe essere di maggiore interesse soprattutto se si prendono in considerazione quelle parti della Terra, come l’America del Sud, in cui si raccoglie una vasta frangia di italo-discendenti compresa una grande comunità di sardi. Infatti, questi potrebbero trovare l’Italia, come appunto accade per la Spagna, un Paese oggettivamente più attrattivo di quelli in cui attualmente risiedono. E ciò, tenendo conto, per quanto ci riguarda, di due aspetti: il primo che, in generale, grazie al sistema di istruzione gratuito dei Paesi in cui vivono, si può contare teoricamente su una massa di giovani in larga misura in possesso di diplomi di laurea sui quali è più facile innestare altri e più performanti percorsi di istruzione; il secondo che, essendo di origine italiana, si trovano già in possesso di un retroterra culturale familiare e di collettività che ne favorisce l’inserimento nella società italiana.

Per gestire questa soluzione la condizione ideale sarebbe disporre in un numero sufficiente dell’apporto dei previ emigranti e loro discendenti in grado da sopperire alle aree più colpite dallo spopolamento. All’estero si calcola che l’Italia abbia una popolazione di circa 80 milioni di persone. Se poi si vogliono considerare anche gli stranieri di cultura italiana, ossia gli “italici”, gli esperti parlano di un mondo composto di circa 200 milioni di persone. L’idea di fondo negli ambienti più vicini a questo mondo e nella visione degli esperti in materia è, che pur senza trascurare le altre due soluzioni – famiglia e immigrati stranieri –, per combattere lo spopolamento sia il caso di prendere più seriamente in considerazione questa risorsa latente.

Riferendoci al caso specifico della Sardegna, è stato calcolato che fuori dai suoi confini esiste una etnia sarda che, tra emigranti e loro discendenti, presenta una consistenza analoga, se non superiore alla popolazione residente. Sotto questo punto di vista non sembrerebbe irrealistico ipotizzare l’esistenza all’esterno dell’isola di una Sardegna composta da circa due milioni di sardi. Da qui, appunto, le tipologie che possono essere prese in considerazione per una politica di ripopolamento. Ma perché questo progetto sia realizzabile occorre rivolgersi alle categorie di migranti ipoteticamente interessati al rientro e oggetto di potenziale interesse da parte della Regione, intesa come popolazione e decisori politici. Queste, dunque, si riducono fondamentalmente a due: in primo luogo previ emigranti animati dal desiderio di rientro perché in pensione e/o per ragioni legate a una migliore qualità della vita con i rispettivi discendenti. In secondo luogo, le ultime generazioni di expat.

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Abbiamo detto che la prima categoria comprende idealmente i previ emigranti e loro discendenti, non tutti però ma solo quelli caratterizzati da forte attaccamento alla terra di origine e, naturalmente, che si trovino nelle condizioni materiali per fare il salto. Nello specifico si tratterebbe dei pensionati sardi e italiani o stranieri e non, con adeguate risorse economiche, attratti dalla qualità dell’esistenza in Sardegna che a questo punto diamo un po’ per scontata, tenendo conto che nel 2023, dati Inps, la sola Svizzera ha corrisposto 1.969.229,134 euro ai pensionati italiani e la Germania 1.130.540,653 a tacere degli apporti egualmente consistenti degli altri Paesi in cui esistono emigrati italiani. Parte di questi sono rientrati nel Paese e altri potrebbero seguirli nelle aree più attrattive, come la Sardegna. Ma più utile per l’isola è il rientro dei giovani discendenti dei previ emigranti interessati dalle opportunità professionali o di studio della Sardegna per i quali, allo stato attuale, l’isola si mostrasse più allettante dei Paesi in cui essi vivono. Ci riferiamo evidentemente alle seconde e terze generazioni di giovani discendenti da emigrati sardi attualmente residenti in America Latina, Centrale e caraibica.

La seconda categoria su cui ragioniamo è quella dei recenti expat che potrebbero trovare uno sbocco in Sardegna in campi in cui l’isola è leader internazionale, come attualmente è il turismo, o in altri che potessero rivelarsi tali nel tempo, come per esempio l’aerospaziale, le nuove tecnologie ambientali, l’agricoltura biologica o start up innovative. Soluzioni interessanti e accettabili, come ho anticipato sopra, potrebbero essere rientri parziali, lavoro a distanza, interessanti anche per non sardi, come pure quelle di sardi con elevate qualificazioni professionali, scientifiche, artistiche, accademiche o manageriali desiderosi di contribuire e/o a lavorare con e per la Sardegna, pur continuando a risiedere all’estero.

Si tratta queste di proposte da tempo sul tavolo, presentate in varie occasioni e in differenti consessi che, tuttavia, hanno bisogno di un forte approccio propositivo. In primo luogo il loro successo deve poggiarsi sulla convinzione e sulla determinazione di una classe politica e dirigente che sia consapevole della gravità del problema dello spopolamento e della necessità di una più forte presenza giovanile, decisive per l’isola quanto combattere la piaga degli incendi, difendere il territorio da ogni tipo di attentato e creare le condizioni di vita perché le nuove generazioni, presenti e future, siano incentivate a viverci e non a rivolgere dopo poco tempo lo sguardo altrove.

Pertanto, messe tutte le carte in tavola, ci si potrà chiedere: che cosa si aspetta ad agire? Già, che cosa si aspetta? 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Banca d’Italia, Rapporto Annuale Regioni n. 20 giugno 2026, L’economia della Sardegna
[2] Ibidem

[3] Cappai G., (2000), Fra realtà locale e processi globali. Emigrazione, associazionismo e identità nelle società multiculturali, Hallescher Verlag , Halle/Saale

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Aldo Aledda, studioso del fenomeno migratorio in particolare quello sardo ed esperto di problemi di politica estera ha ricordato Paolo Cherchi nei suoi libri sull’emigrazione sarda, in particolare I sardi nel mondo (Sassari, Dattena 1991) e Sardi in fuga in Italia e dall’Italia (Angeli, 2022).

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