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Una storia semplice, il racconto di una vita, una memoria coloniale

copertinadi Antonino Cusumano

Nel complesso e frastagliato mondo dell’emigrazione italiana che abbiamo imparato a riunire e raccogliere sotto la suggestiva e approssimativa denominazione di Italia fuori d’Italia, numerose sono ancora le pagine di storia obliterate, dimenticate e rimosse. Sono soprattutto quelle che incrociano le vicende del colonialismo, esperienze largamente oscurate o manipolate dalle retoriche politiche di miti e memorie del passato imperiale. Italiani nel mondo erano definiti dalla propaganda fascista i coloni paladini dell’italianità, i pionieri del progetto di costruzione di una nuova civiltà. I civilizzatori, che hanno conquistato la terra prima con le armi e poi con l’aratro, si sono guadagnati la rassicurante immagine di Italiani brava gente, un autoritratto indulgente e giustificazionista, una rappresentazione edulcorata smentita dai fatti storicamente accertati e documentati.

La memoria coloniale italiana è tema storiografico poco dibattuto e, in tutta evidenza, di interesse tardivo e minoritario, in gran parte riconducibile alle ricerche condotte da Angelo Del Boca, autore di una vasta produzione di studi critici, pubblicati tra gli anni sessanta e ottanta, sulle strategie politiche, diplomatiche e militari del colonialismo nazionale. Ancor meno attento è stato lo sguardo antropologico su queste vicende, rimasto sostanzialmente irretito tra romanticismo ed evoluzionismo, ed è ancora da scrivere una storia dell’antropologia italiana durante il colonialismo. Solo di recente si è avviata una riflessione sulla cultura dei colonizzatori e dei colonizzati, nell’ambito di una ricognizione delle storie di vita e delle fonti orali. Un terreno etnografico, in verità, ancora tutto da esplorare. Gabriella D’Agostino ha, a questo proposito, indagato sulla presenza italiana in Eritrea e ha raccolto, nel volume Altre storie. Memoria dell’Italia in Eritrea (Archetipolibri, 2012), testimonianze autobiografiche, voci e narrazioni dei diretti interessati che vivono ad Asmara.

Non c’è probabilmente osservatorio antropologico più affidabile delle storie di vita per attingere non solo alla memoria ma anche alla metamemoria, a quella costruzione sociale e culturale del ricordo in cui si rappresenta l’identità attraverso i meccanismi di ordinamento, di valutazione, di selezione e di presentificazione del passato. Un passato scomposto e ricomposto, addomesticato e risignificato, vissuto e rivissuto nelle forme di una attualizzazione e riappropriazione che converte in qualche modo l’autobiografia individuale in biografia collettiva. Come la memoria orale diventi scrittura di un testo è operazione che postula questioni ad alta densità antropologica, «comporta – scrive D’Agostino – una riflessione sul processo della ricerca, sulla sua costruzione, sulla interazione antropologo/interlocutore alla base di questo processo, e sui suoi esiti». Se la storia di vita non è certo la mera e immediata traduzione del vissuto, tuttavia, la restituzione della “parola dell’altro” è obiettivo che, pur tenendo conto dei diversi registri linguistici e dell’oggettiva relazione asimmetrica, consente di dare voce a quel tanto di privato appartiene al pubblico, a quanti individualmente hanno interpretato e incarnato la realtà sociale e la dimensione storica degli eventi.

Non il disegno un po’ velleitario di una storia dal basso né l’illusione di costruire una sorta di controstoria, di pervenire cioè a verità assolute adottando un metodo alternativo e risolutivo ma piuttosto il tentativo di offrire punti di vista diversi, contribuendo ad ampliare le potenzialità euristiche e a decostruire stereotipi e retoriche: questa è la lezione che le storie di vita possono consegnare dal momento che la conoscenza sociale e culturale dei fatti storici passa inevitabilmente attraverso la specificità irriducibile dei discorsi soggettivi e delle pratiche individuali. Resta in questo senso esemplare la chiave di lettura che Pietro Clemente (2003) ha suggerito: «le storie di vita ci fanno assistere a uno spettacolo meraviglioso (che mai potrebbe essere “osservato” dall’esterno da un antropologo), di una cultura vista dall’interno di una vita, e di una vita vista all’interno di una cultura».

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La Casa Littoria di un villaggio agricolo di colonizzazione nell’entroterra libico, 1938 (Archivio Istituto Luce)

Nel caso del contesto coloniale le autobiografie e le memorie dei cosiddetti coloni – nella cui denominazione, a guardar bene, si è impegnata l’opera di dissimulazione della figura del colonialista – possono senz’altro dispiegare inediti percorsi di ricerca e di analisi per un più approfondito scavo storiografico e antropologico di un passato di migrazioni ancora quasi del tutto sconosciuto. La letteratura ha certamente supplito alle reticenze della storiografia e alle omissioni dell’antropologia. Esiste infatti una cospicua memorialistica – eterogenea nel corpus e perfino incerta nel suo statuto di genere, una scrittura di confine, per certi aspetti una sorta di narrativa di documentazione storica e per altri una sorta di storiografia mitopoietica – assai fiorente soprattutto per quanto riguarda le esperienze della prima e della seconda guerra mondiale. Le storie di vita di quanti hanno partecipato da protagonisti o da testimoni a quel tempo e a quegli avvenimenti ci consegnano racconti che fluttuano tra più registri, da quello affettivo e sentimentale a quello referenziale, etnografico e sociale. Per il fatto stesso che la materia narrata è parte consustanziale della vita vissuta dal narratore, momento imprescindibile della sua personale esistenza si impongono questioni che riguardano l’uso etico e politico della memoria, confluendo e confondendosi nello sguardo retrospettivo sugli eventi del passato documenti oggettivi e sensibilità soggettive, dati storici ed elementi mitici, realtà ed immaginario. E  «i miti come opera umana – ha scritto Antonino Buttitta (1987) – sono altrettanto veri quanto gli avvenimenti storici. Gli uni e gli altri sono prodotti storici e alla storia appartengono».

Nelle autobiografie, che testimoniano la centralità delle banali iterazioni del quotidiano, si interpreta al più alto grado il ruolo catartico e terapeutico del ricordare e del raccontare, della scrittura come manifestazione primaria del conoscersi e del riconoscersi, dello sforzo di elaborare il senso di quanto è stato vissuto, reso  più vero e intelligibile proprio perché rievocato e narrato. «In questo senso – ha ragione Pietro Clemente – sono radicalmente “finzioni vere” , finzioni nel senso di costruzioni narrative (da cui in inglese fiction), di testi non basati su prove di tipo scientifico, e quindi potenzialmente falsi, ma al tempo stesso veri, in quanto parole che sono “carne e sangue” di chi le scrive, dove la propria verità è messa in scena e in gioco». Tanto più, quando si tratta di esperienze di vita conflittuali, incorporate nel dolore di esodi violenti, di nostalgie rimosse, di domesticità rimpiante.

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L’ azienda Biar Miggi (Archivio D’Anna)

Con questa consapevolezza ho letto il libro di Mariza D’Anna, Il ricordo che se ne ha (Margana edizioni, 2017), un racconto autobiografico che intreccia le vicende del colonialismo italiano in Libia con quelle intime e private della famiglia materna dell’autrice, che a un centinaio di chilometri a sud di Tripoli aveva avviato una cospicua ed efficiente azienda agricola. Più di mille ettari di coltivazioni strappate al deserto: vigneti, mandorleti, alberi di olivo e di pistacchi. Un’impresa progettata e realizzata nell’ambito della politica di colonizzazione agraria promossa dal regime fascista, dopo la brutale opera di conquista e occupazione militare del territorio condotta da Badoglio e da Graziani, le cui nefandezze, ovvero le stragi, le deportazioni e i genocidi di massa consumati anche attraverso l’uso dei gas, restano deliberatamente ai margini della vita quotidiana dei coloni e della stessa narrazione, tutta centrata e articolata sull’avventura familiare, sulla storia dell’insediamento rurale, delle trasformazioni e delle espansioni realizzate al riparo e lontano da contrasti sociali, tensioni belliche, intrighi politici. Finite le feroci repressioni e piegate le resistenze dei mujāhidīn della Cirenaica, il possedimento coloniale non era più un fronte di guerra ma terra “pacificata” di generosa accoglienza e di esaltate speranze. Così era almeno nella propaganda dell’epoca. La microstoria in terra d’Africa è destinata dunque a scorrere parallela agli avvenimenti nazionali, di cui solo lievi risonanze giungono a sfiorare le serene giornate della famiglia della piccola Mariza.

Nella Libia degli anni trenta vivevano più di centomila italiani, in gran parte coloni impegnati nella costruzione di villaggi, di pozzi, di strade, di masserie e di edifici pubblici. Italianizzare la cosiddetta Quarta Sponda era la strategia del fascismo secondo un modello di trapianto demografico già applicato con successo in occasione della bonifica delle paludi pontine. L’illusione coloniale valse ad alimentare i sogni di molte famiglie di siciliani, che ottennero in concessione fino a diventarne proprietari vasti appezzamenti di terreno da sfruttare e da coltivare. Così fu per l’azienda agricola numero 14, il fondo Biar Miggi affidato nel 1928 al trapanese Francesco Fontana, e poi ereditato dal figlio Carlo, rispettivamente bisnonno e nonno dell’autrice: un lotto che

«era un informe baccello che aspettava di sbocciare, promessa di produttività e bellezza. Quando vi aveva messo piede la prima volta era un’infinita distesa di sabbia e pietre, desolata come gran parte delle terre confinanti, soprattutto quelle a sud, dove il deserto lasciava il posto a colline di dune che nascondevano alla vista strade e case».

Qui Mariza D’Anna ha trascorso la sua infanzia, «in una terra che non sentivano straniera», dove

«soffia il ghibli, il vento del deserto che tinge l’aria di ruggine, solleva la sabbia finissima che invade le case e le strade, penetra negli occhi e stordisce la mente. In quelle giornate anche le dune cambiano forma. Quando il ghibli soffia, il tempo rallenta, impedisce lo svolgimento delle attività quotidiane e i lavori all’aperto e costringe a ripararsi o restare chiusi dentro le case. Quel vento non è molto diverso dallo scirocco che soffia in estate in Sicilia».

Tripoli era nel lessico del nonno, che vi abitò per quaranta anni, «la bianca sposa del Mediterraneo» e Mariza ne ricostruisce la mappa e la toponomastica italiana di strade, piazze ed insegne destinata ad essere ribattezzata prima in lingua inglese e poi in quella araba. Laddove «il tempo non aveva mai fretta nella giornata che andava verso la fine», sembrava che gli italiani in Libia avessero imparato ad arrangiarsi, sostenendosi reciprocamente e convivendo pacificamente con il popolo arabo. Questo almeno era  il giudizio di Carlo, che non trovava più in patria i rapporti e i sentimenti di solidarietà che apprezzava, invece, in quella “comunità immaginaria” e in quei villaggi non ancora contaminati dalla modernità. Uno sguardo un po’ esotico, un po’ paternalistico, certamente etnocentrico, che gli impediva di vedere le violenze delle terre strappate alla popolazione locale, a cui non faceva mai cenno, «come se non ci fosse un colpevole se non gli eventi, resi ineluttabili dal corso della storia». Un punto di vista perfettamente conforme alla propaganda fascista che, secondo una diffusa immagine stereotipata, rappresentava i libici selvaggi ed indolenti, privi di capacità imprenditoriali, nella convinzione che «se non ci fosse stato il suo intervento, gli arabi avrebbero lasciato quelle distese infinite di terre, aride e incolte per sempre».

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Aratura con i cammelli sul fondo di Biar Miggi (Archivio D’Anna)

Nell’atmosfera rarefatta di una famiglia borghese la colonia mediterranea era pur sempre percepita come un’appendice del Regno, in continuità con la vita cittadina e le abitudini domestiche in Italia, così che la nonna, la signora Anna, costringeva il giovane aiutante Alì a indossare giacca e guanti bianchi «quando era l’ora di servire a tavola, perché non voleva perdere quel privilegio di cui godeva quando si trovava nella sua casa siciliana». Per quanto rispettoso potesse essere il rapporto umano e pur distinguendo tra le ciniche leggi del colonialismo e le pratiche umanitarie del colono, la distanza sociale e culturale restava a segnare ruoli e poteri: gli arabi svolgevano tutti i lavori al servizio degli italiani e abitavano in zeribe, tende di tela o capanne di legno e lamiere. L’autrice onestamente non tace su queste discriminazioni, sulle violenze e i soprusi compiuti, racconta del poeta Rajab Abuhweish che, costretto nel campo di concentramento di El-Aghelia, compose a memoria, dal momento che non era permesso scrivere, un poema che tante generazione di libici hanno imparato a recitare fin dall’infanzia. Lo ricorda lo scrittore libico Hisham Matar nel suo romanzo Il ritorno. Padri, figli e la terra tra di loro, edito da poco in Italia (Einaudi 2017): «lo insegnavano a scuola come parte della storia delle lotte per l’indipendenza dei libici». Quella resistenza dagli italiani chiamata con disprezzo rivolta, di cui fu capo ed eroe nazionale Omar El Muhtar, il “leone del deserto”, vittima di una vile impiccagione nel 1931 ad opera dei fascisti di Graziani.

Fatti e misfatti che Mariza D’Anna, nella dialettica tra tempo storico e tempo della memoria, annota in contrappunto al racconto delle intime e quiete vicende familiari che trascorrono senza grandi sussulti, tra la preparazione dei grandi pranzi festivi e la cura del roseto, le torte allo zenzero e la cannella e le corse con la Topolino nera per le strade polverose di Tripoli, gli incontri mondani al Caffé Sordi e i balli all’Hotel Uaddan. Una vita abbastanza felice fino a quando non fanno irruzione anche nell’appartato mondo coloniale lo scoppio della seconda guerra mondiale, i bombardamenti e la conquista territoriale degli inglesi, i quali «come primo atto, avevano ordinato di ammainare la bandiera italiana in tutti gli edifici pubblici». Il crollo del regime fascista e la Liberazione in Italia saranno salutati con preoccupazione dai “tripolini” che temono di perdere sicurezza e privilegi. Ma non sarà l’indipendenza della Libia nel dicembre del 1951 né la monarchia del re Mohammed Idris Al-Awal a stravolgere le loro condizioni di vita e a provocare la fine della loro permanenza in terra africana.

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Il nonno Carlo con arabi in azienda (Archivio D’Anna)

Quel mondo di civile convivenza tra ebrei, musulmani e cristiani, tra italiani, maltesi e arabi  entrerà progres- sivamente in crisi con l’accentuarsi delle tensioni in Medio Oriente. A pagarne per primi il prezzo più alto furono gli ebrei. Valentino Parlato che è nato a Tripoli ed è stato testimone di quelle cronache, così raccontava:  «Qui assisto al tragico pogrom del 1945. Gli inglesi, ostili alla creazione di uno Stato di Israele, il 4 novembre lasciano partire un ferocissimo pogrom che dura tre giorni, fa 132 morti e 365 feriti. Per tutta la durata delle violenze la polizia e le forze armate inglesi restano consegnate in caserma. Ho ancora il senso di colpa per non aver accompagnato in quei giorni, insieme agli altri studenti italiani, i nostri compagni di scuola ebrei a casa». A seguito della Guerra dei Sei Giorni, nel settembre del 1967, saranno espulsi quattromila ebrei, dopo ripetute stragi e rappresaglie. Due anni dopo, l’avvento al potere di Gheddafi segnerà l’esodo degli italiani costretti a lasciare il Paese: era il 23 luglio 1970 ed entro il 7 ottobre dovettero abbandonare case e terre.  Quella data sarà poi celebrata dal rais come il “giorno della vendetta”: in ventimila furono cacciati e  spogliati di tutti i loro beni, esuli in una patria che stenterà a riconoscere il loro status di profughi. «Essi rappresentavano – scrive Luigi Scoppola Iacopini nel libro I dimenticati (Editoriale Umbra, 2105) – un qualcosa d’ingombrante; risultavano sconfitti due volte, da Gheddafi e dalla storia in quanto, con una voluta forzatura, erano visti come l’ultimo cascame dell’epoca coloniale».

Tra questi Mariza D’Anna e i suoi familiari, costretti a fuggire dalla «terra che amavano e nella quale avevano creduto di invecchiare». Nelle pagine in cui l’autrice rievoca con qualche  rimpianto e non poca nostalgia quelle traumatiche esperienze sono chiarite le ragioni politiche ed economiche che hanno sacrificato i diritti dei “tripolini” per favorire gli affari e le buone relazioni tra la Libia di Gheddafi e le imprese petrolifere italiane. Sono descritte le lunghe trafile burocratiche, le umiliazioni subìte, le delusioni e la solitudine del nonno che negli ultimi anni lottò invano per una qualche riabilitazione morale.

«Tutti cercavano in Patria una dignità, un nome e un luogo e versavano le lacrime del rimpianto sul suolo italiano, dove invece trovavano indifferenza e fastidio. Non erano più a casa e avevano la sensazione che non vi fosse più casa in nessun’altra parte del mondo, perché i luoghi erano diventati estranei e quell’estraneità era la condizione di profughi che avrebbero dovuto accettare».

Mariza D’Anna, che ha vissuto la sua infanzia nella tenuta agricola di Biar Miggi gestita fino all’ultimo dal nonno Carlo, ne ha condiviso le sorti, ne ha restituito dopo mezzo secolo le memorie e  ne ha risarcito in qualche modo l’onore, mettendo insieme più fonti e tessendo attorno ad una storia di vita familiare la storia di più generazioni, le origini e la parabola di una avventura coloniale, le alterne vicende di una migrazione dimenticata. «È stata una delle pagine più dolorose della storia italiana – ha scritto Michela Mercuri nel suo ultimo libro Incognita Libia: cronache di un Paese sospeso (FrancoAngeli 2017) – e le poche testimonianze stanno via via scomparendo assieme a coloro che vissero quel dramma». Da qui il prezioso contributo di narrazione e di documentazione offerto da Mariza D’Anna per la conoscenza di una migrazione che non è mai entrata nei manuali scolastici. Oggi l’affermata giornalista trapanese si rammarica di non aver potuto più fare ritorno in Libia, devastata dalle speculazioni e dai saccheggi postcoloniali, dalle guerre intestine e dai giochi politici delle potenze occidentali.

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Italiani espulsi dalla Libia nel settembre del 1970

Lo scatolone di sabbia, di cui parlava più di cento anni fa Gaetano Salvemini e su cui il fascismo aveva progettato di esportare il genio dell’italianità, forse non è mai diventato una Nazione. Diviso per etnie, tribù e religioni diverse è oggi spazio occupato e dilaniato da un coacervo di bande armate, di tagliagole e miliziani, di traghettatori e mercanti di morte,  lager e mattatoio per migliaia di migranti ma anche l’ultima speranza di quanti dal sud del deserto del Sahara guardano all’Europa oltre l’orizzonte del mare. Teatro dell’abominio e del male assoluto, drammaticamente al centro delle cronache di ogni giorno, la Libia, come sappiamo, è attualmente crocevia delle rotte transmediterranee, confine e frontiera, finis terrae e avamposto, non più la quarta sponda delle velleità imperiali ma l’inferno da cui muove l’esercito dei disperati dell’Africa, il porto estremo da cui tentare le spericolate traversate della possibile salvezza.

A fronte dei tumultuosi flussi di migranti che approdano oggi sulle nostre coste, la breve storia degli ex coloni italiani – che in fondo restarono più vicini ai colonizzati che ai colonizzatori e, alla fine, costretti a diventare rifugiati nel proprio Paese, ospiti imbarazzanti e a lungo incompresi – può forse invitarci a riflettere sulla circolarità delle travagliate diaspore mediterranee e sulla reciprocità dei destini dei popoli, un’occasione per ripensare a cosa significhi essere profughi, per rivedere i concetti di patria, di cittadinanza e di identità, i prezzi da pagare per rinegoziare diritti e dignità. La verità è che nel gioco degli specchi da sponda a sponda e tra passato e presente, la Libia continua a interrogarci, a ricordarci i nostri debiti, a farci compagnia nei rimorsi e nei rimpianti, nei sogni e nell’immaginario. Per quanti vi sono nati come Mariza D’Anna quel Paese conserva la bellezza e la spensieratezza dell’infanzia, il profumo dei cedri del giardino paterno, il gracidare delle rane nella grande vasca di pietra circolare, il sapore dei pistacchi appena raccolti, la musica da ballo a tempo di valzer e di jiengle veloce. «Ancora adesso certe sere, prima di addormentarmi, ripeto nella mia mente, come una cantilena, una poesia araba che Fatima,  la mia tata, mi ripeteva quando anche noi abitavamo nell’appartamento di Sciara Band Ong al numero 12». Un modo per presentificare le assenze, per addomesticare la nostalgia, per ritornare a casa.

Dialoghi Mediterranei, n.31, maggio 2018
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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia. È autore di diversi studi. La sua ultima pubblicazione è la cura di un libro-intervista ad Antonino Buttitta, Orizzonti della memoria (2015).
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Una risposta a Una storia semplice, il racconto di una vita, una memoria coloniale

  1. Gaetano Nicastro scrive:

    Ricevo sempre con piacere “Dialoghi” ed ho letto con grande interesse l’articolo-recensione che illumina l’inserimento e l’opera degli italiani (nella specie siciliani) in un ambiente estraneo e spesso ostile, senza nascondere i guasti (non esenti da odiose repressioni) del nostro colonialismo: acquisterò il volume appena tornato nella mia sede romana.
    Cari saluti
    Gaetano Nicastro

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