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Islam e carcere: problemi e prospettive

locandina-defdi Alessandro Bonardi, Mounia El Fasi

Premessa

In un precedente articolo apparso su questa rivista [1] abbiamo presentato e descritto il funzionamento del progetto dell’Associazione Donne di Qua e di Là di Parma per l’ingresso di guide islamiche appartenenti alla Comunità Islamica locale presso gli Istituti Penitenziari della città ducale e altre attività.

Vi è stato un intervento delle “autorità di vertice” per un primo accordo quadro tra Comune, II.PP. Parma, Garante dei detenuti di Parma, Ucoii e Associazione ma si tratta del primo progetto bottom up, nato dall’impulso di una Associazione tutta al femminile della società civile parmigiana, culminato con l’ingresso di una Murshidat. Recentemente la convenzione di Donne di Qua e di Là con gli Istituti Penitenziari ed il FIDR Forum Democrazia e Religioni è stata rinnovata per i due anni a venire: il servizio di assistenza spirituale per i detenuti offerto dalla Murshida e nuovi gruppi di lavoro sulla spiritualità con i detenuti, le consegne dei pasti Ramadan e materiali di conforto per i detenuti, l’ingresso dell’Imam per la preghiera del venerdì continueranno. 

Il Convegno “Islam e Carcere”

Proprio per celebrare il rinnovo della convenzione e fare un punto sull’andamento del progetto e discutere anche della cosiddetta ‘emergenza carceri”, cosiddetta perché ormai cronica e lungi dall’essere risolta, sabato 27 settembre scorso, presso la sala conferenze dell’Istituto dei Missionari Saveriani di Parma, si è tenuto il convegno sul tema “Islam e Carcere: una goccia di speranza nel mare dei problemi della detenzione” che ha visto la partecipazione di molti relatori e di un numeroso pubblico.

Ben tre esponenti dell’amministrazione comunale quali Michele Alinovi Presidente del Consiglio, Daria Jacopozzi assessora con delega alla Pace e alle Comunità Religiose e Gabriella Corsaro Presidente della settima commissione consigliare sui diritti, hanno portato i saluti delle istituzioni, elogiato il lavoro delle associazioni organizzatrici considerandolo prezioso per tutti, quindi non solo per i detenuti ma anche per tutta la comunità e quindi anche per chi amministra.

A condurre e a moderare l’incontro è stata la giornalista Giovanna Pavesi da sempre sensibile e preparata su tematiche relative al mondo carcerario. 

Sala del Convegno

Parma, Sala del Convegno

Interventi

Molto sentito e vibrante l’intervento dell’avvocata Monica Moschioni, che ha ricordato come l’avvocatura penalista, per la sua missione istituzionale, è primariamente focalizzata sulla legalità della pena e sulla necessità che questa non si traduca in un trattamento inumano o degradante. La partecipazione della Camera Penale a un convegno incentrato su soluzioni sociali e spirituali indica il riconoscimento, da parte del mondo legale, di un fallimento sistemico: la sola difesa processuale e la critica alla pena non sono sufficienti a garantire il reinserimento previsto dall’Articolo 27. È necessaria una sinergia tra il piano legale-difensivo e le soluzioni sociali e spirituali per affrontare efficacemente la crisi di legittimità del sistema carcerario. L’Avvocata, fresca di una visita agli II.PP di Parma, con altri rappresentanti delle istituzioni ha poi focalizzato il discorso sulla drammatica situazione delle carceri italiane e in particolare a Parma, dove si registrano condizioni critiche in termini di sovraffollamento, accesso ai servizi e tutela della dignità umana, riconoscendo tuttavia come in questi ultimi mesi siano stati condotti a termine alcuni interventi per ovviare ai problemi strutturali del penitenziario (muffe nelle celle, infiltrazioni d’acqua in alcuni reparti, mancanza di docce etc.); ha sottolineato il fatto che il sovraffollamento, caratterizzante anche il carcere di Parma può favorire lo sviluppo di dinamiche autolesive o suicidarie, ma ha riconosciuto il ruolo della comunità esterna, che deve farsi carico di gesti di cura e attenzione verso i detenuti, contribuendo a creare un ambiente più umano e inclusivo, alludendo ai tanti volontari che entrano giornalmente nel carcere per vari interventi, ma che non possono essere la soluzione del problema in supplenza delle istituzioni preposte, data la necessità di interventi strutturali e culturali, oltre la semplice gestione dell’emergenza, ai fini di promuovere una visione del carcere come luogo di riabilitazione e non solo di punizione.

È stato pertanto evidenziata l’importanza del rispetto della libertà religiosa, sancita dall’articolo 19 della Costituzione, come diritto che deve essere garantito anche in ambito penitenziario e ha tracciato un breve excursus sugli altri presidi costituzionali e normativi che la assicurano. Questo diritto, ha tuttavia precisato, non è solo una questione di principio, ma uno strumento concreto per favorire il percorso di reinserimento sociale, oltre che essere considerato dalla normativa penitenziaria un sostanziale elemento trattamentale.

L’avvocata ha aggiunto che se vi fosse maggiore attenzione a tali necessità si abbasserebbero notevolmente le quote di aggressività presenti in carcere nel pieno rispetto del diritto costituzionale: «Il sovraffollamento non incide solo sulle condizioni di vita dei detenuti ma anche sulla loro libertà spirituale. Garantire spazi di preghiera e rispetto per le tradizioni religiose significa costruire maggiore serenità dentro gli istituti penitenziari». Lo Stato dovrebbe parametrarsi anche alle esigenze spirituali dei detenuti stranieri garantendo spazi per la preghiera e il rispetto delle regole e, in particolare, delle tradizioni della fede islamica.

Ancora a livello delle ricadute pratiche della violazione del principio di libertà religiosa ha segnalato la forte frequenza di detenuti colpiti da provvedimenti disciplinari per proteste legate al diritto alla preghiera, o a tenere in cella un Corano e simili, provvedimenti che possono incidere sulla durata della pena detentiva e dunque rilevanti per chi esercita l’avvocatura e la difesa dei propri assistiti e per il ruolo della avvocatura nella garanzia di legalità della pena. Dall’Avvocata è giunto un plauso all’iniziativa di Donne di Qua e di Là e l’auspicio che possa estendersi ad altre compagini religiose e associazioni capaci, come in questo progetto, di portare contributi concreti per allentare la tensione nel mondo carcerario e avvicinarlo al territorio. 

Nella sala del Convegno

Nella sala del Convegno

Successivamente la parola è passata al Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative o restrittive della libertà personale della Regione Emilia Romagna, dott. Roberto Cavalieri: il Garante pur elogiando le attività dei volontari carcerari, ha esordito affermando di non essere d’accordo con chi ritiene che «il carcere sia una parte della città» – slogan pronunciato spesso dagli amministratori politici. quando «ciò non corrisponde alla realtà, quando i servizi della città non entrano in carcere» e quando per coloro che escono poche iniziative di supporto esistono che evitino la recidiva. Ha infatti successivamente presentato i dati sulla recidiva che è altissima (60/70% nelle carceri emiliano romagnoli) se paragonata a modelli come il carcere di Bollate dove le attività interne al carcere e la rete di attività esterne a cura delle varie cooperative, associazioni milanesi, ma anche degli enti locali, riduce la recidiva al 20% e, in alcuni anni, anche più bassa, ribadendo che laddove sia economicamente possibile gli enti locali potrebbero fare di più. In sostanza il dottor Cavalieri ha portato il discorso ad un livello più alto chiedendo a gran voce un intervento da parte di tutte le istituzioni, anche degli enti locali e non meramente volontaristico. Ha precisato a questo proposito che se certamente il sovraffollamento incide sulle dinamiche autolesive o suicidarie, a suo avviso non è l’unico fattore scatenante: la povertà delle relazioni con l’esterno probabilmente hanno un impatto maggiore.

Ha comunicato infine che la maggior parte dei detenuti in bassa o media sicurezza sono da considerarsi economicamente “poveri” a tutti gli effetti, dunque con più difficolta a comunicare all’esterno, ad avere relazioni con parenti ed amici specialmente se stranieri, a ricevere assistenza di diversa natura, a pagarsi un difensore e così via, fornendo l’immagine di un carcere che sta diventando una discarica sociale: si entra, si esce, si delinque di nuovo perché il territorio non offre nulla e si rientra in un carcere (quello di Parma) dove vi sono pochissimi detenuti che svolgono attività lavorativa e solo quella alle dipendenze dell’amministrazione (lavanderia, mensa, pulizie, acquisti, ma nulla d’altro).

In sostanza: pur riconoscendo che l’elefantiaco sistema carcerario ha forti responsabilità nel produrre l’”emergenza” il Garante Rer ha denunciato che anche le istituzioni esterne, lasciando isolato questo mondo senza implementare servizi di accoglienza e ricollocamento per in detenuti in uscita, hanno altrettante responsabilità. Ha poi prodotto una serie di dati sulla presenza detentiva in regione ed in particolare presso gli il PP di Parma dove sono ristretti 770 detenuti di cui 289 stranieri (36%), metà dei quali presumibilmente musulmani, seguiti da una quasi metà di presunti [2] ortodossi ed infine 77 nigeriani. Lo stesso Garante ha presentato una mappatura, curata dal suo ufficio, dell’assistenza religiosa nelle carceri regionali: si evidenzia la sola esistenza del servizio di assistenza in Parma, la predisposizione del servizio di assistenza religiosa musulmana presso il carcere di Reggio Emilia – ma nessun Imam vi entra – e la totale assenza nelle altre carceri, solo ingressi per chi ha le Intese con lo Stato e assenza di spazi per la preghiera.

Ha approfondito una serie di dati molto utili per meglio comprendere lo stato delle cose e in particolar modo ha fornito elementi circa le esigenze dei detenuti stranieri che per lo più sono reclusi nei circuiti di media o bassa sicurezza: come aveva già anticipato, sostanzialmente poveri e a rischio di recidiva nel caso di liberazione.

Un intervento non polemico quello di Cavalieri, ma di denuncia realistica e fondata sulla competenza e l’esperienza di ben dieci anni come Garante Comunale, poi regionale, da una frequentazione delle carceri più che trentennale come educatore, insegnante e nei servizi per l’accesso al lavoro esterno [3]. 

Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Parma di Parma Prof. Veronica Valenti ha sostanzialmente confermato le parole di chi l’ha preceduta, riconoscendo che anche soluzioni come l’indulto e la costruzione di nuove carceri (con tutto il tempo che ci vuole e quant’altro!) sarebbero temporanee se non inserite in un progetto di riforma più vasto che punti anche sulla formazione del personale affinché ci sia un pieno rispetto dell’altrui fede, a cominciare da quanto è necessario per il culto quali, per l’Islam, il tappetino per la preghiera e il libro del Corano. 

II. Penitenziario di Parma

II. Penitenziario di Parma

Testimonianze

Molto atteso e altrettanto interessante è stato l’intervento del professore Mohammed Khalid Rhazzali, docente di sociologia presso l’Università di Padova e firmatario come Vice direttore del Forum Internazionale Democrazia e Religioni della Convenzione con gli II. PP. di Parma, il quale ha esordito esaltando il ruolo fondamentale che può e deve avere il mondo accademico nel produrre ricerca nonché progetti operativi in questo ambito così delicato: ha così ripercorso l’attività universitaria riguardo agli studi sull’islam e più in generale sul pluralismo non solo religioso in Italia, un percorso segnato dalla nascita del Primed Miur [4], progetto interuniversitario finanziato dal MIUR nel 2018 per promuovere il dialogo tra religioni, democrazia e società civile, con particolare attenzione all’integrazione delle comunità islamiche in Italia e alla prevenzione della radicalizzazione.

Il progetto fu assegnato ad un pool di Università italiane che si impegnarono fino alla sua chiusura nel 2021 nella cooperazione scientifica con le università di Stati aderenti all’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI) per lo studio dell’integrazione e della radicalizzazione, tramite una rete interuniversitaria di studenti, docenti e ricercatori, nella formazione di operatori pubblici (prefetture, amministrazioni penitenziarie, scuole, strutture sanitarie) per migliorare le politiche di integrazione e prevenzione, nella formazione di leader religiosi musulmani (imam, murshidat – una delle prime allieve di questi corsi fu proprio la Murshidat dott. Mounia El Fasi.) per favorire una loro integrazione funzionale e consapevole nel contesto italiano.

Nato per affrontare anche il radicalismo, pure nelle carceri, in seguito il focus delle ricerche si è diretto maggiormente verso le altre aree, come il dialogo interreligioso, lo studio del multiculturalismo italiano, l’Islam in carcere, distaccandosi senza abbandonarlo, dall’approccio securitario. 

imagesIl Forum Internazionale Democrazia e Religioni (FIDR) [5] nasce come portale finanziato nell’ambito del progetto Primed e poi diviene, dal 2021, sostituendo la rete del Primed Miur, un vero e proprio centro interuniversitario che studia il ruolo delle religioni nelle democrazie liberali e nei contesti pluralisti, focalizzandosi su questioni come la convivenza etnico-religiosa, la laicità, l’umanesimo e i valori condivisi: oggi coinvolge 12 università italiane e 10 straniere. Ha sede in diverse università, tra cui Padova, Insubria, Piemonte Orientale.

Il passo per assicurare una copertura dal punto scientifico al Progetto di Donne di Qua e di Là è stato dunque breve, essendo il FIDR ed il relatore stesso impegnato in iniziative simili presso altre carceri italiane. Rhazzali ha poi fornito il necessario inquadramento scientifico rispetto agli interventi nelle carceri. L’analisi sociologica in questo campo si è concentrata spesso sul rischio di “radicalizzazione 2.0” ovvero la conversione o l’estremizzazione ideologica che può avvenire in ambienti chiusi e isolati, dove l’assenza di supporto spirituale qualificato può lasciare spazio a interpretazioni distorte o fanatiche della fede.

La presenza di un accademico specializzato sul dialogo interreligioso, o di operatori competenti come nel caso di Parma, eleva il dibattito oltre la dimensione securitaria, inquadrandolo come una questione di coesione sociale. Il supporto religioso qualificato, infatti, agisce come un fattore protettivo di deradicalizzazione. Esso offre un’interpretazione della fede compatibile con i valori democratici e civici, aiutando il detenuto a recuperare un senso di identità positiva e appartenenza comunitaria, riducendo l’attrattività di ideologie estremiste. Lo studioso si è detto consapevole che il cammino è ancora molto lungo ma, di certo, il percorso è già iniziato ed è inarrestabile. Uscendo dal carcere: «l’Islam è e deve essere una risorsa per tutta la comunità e l’Emilia-Romagna è una terra felice dove molti dei diritti e delle libertà sono ancora garantiti». 

485162835_1035951698562424_5039875955997633727_nConclusioni

L’Associazione Donne di Qua e di Là e tutti i partner coinvolti nell’organizzazione del Convegno come nella realizzazione del Progetto in carcere hanno consapevolmente posto l’attenzione su un aspetto cruciale della giustizia esecutiva: la gestione della diversità culturale e spirituale ai fini della rieducazione, ormai ineludibile stante la demografia della popolazione carceraria, dimostrando che è possibile costruire un dispositivo efficace e di utilità concreta per tutti.

Altrettanto consapevolmente, in questo momento storico delicato dove si agitano venti di conflitto, potenzialmente anche religiosi, per evitare strumentalizzazioni politiche hanno scelto di costruire per il convegno una contronarrazione – confermata poi dalle testimonianze autorevoli che abbiamo reso – tutt’altro che ingenua e buonista, incentrata sulla possibilità di svolgere attività pratiche in favore dei detenuti di religione musulmana, in favore del carcere più in generale, relazionando su di un progetto che apre al dialogo in quanto replicabile da altre compagini religiose [6].

Tutti eravamo già consapevoli che queste iniziative dovrebbero inserirsi in un quadro di riforma più strutturale come hanno auspicato i relatori, ma anche qui vi è la piena coscienza che l’intervento spirituale islamico si colloca all’interno di un più ampio spettro di strumenti culturali, che coinvolgano il mondo associativo e il terzo settore, come nel Progetto Donne di Qua e di Là, finalizzati alla rieducazione che sarebbero possibili, se solo si volesse. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note
[1] Alessandro Bonardi, Mounia El Fasi, Stanze del Silenzio e dei Culti nelle Carceri: un’esperienza a Parma, pubblicato su “Dialoghi Mediterranei”, n. 64 del 1 Novembre 2023: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/stanze-del-silenzio-e-dei-culti-nelle-carceri-unesperienza-a-parma/
[2] Diciamo presunti perché le persone detenute non hanno alcun obbligo di dichiarare la loro appartenenza religiosa, sappiamo che metà dei 289 detenuti negli II. PP. di Parma provengono da paesi musulmani, e quasi la metà da paesi di Fede Ortodossa ed infine i 77 detenuti nigeriani (alcuni evangelici), ma si consulti eventualmente il Rapporto Antigone 2025 con dati ed interpretazioni in linea con quelli del Garante Rer: https://www.rapportoantigone.it/
[3] Per chi volesse approfondire la situazione negli II PP di Parma: il reportage del Garante Rer Roberto Cavalieri sul carcere di Parma, il primo di una serie di testimonianze sulle sue visite nelle carceri emiliano romagnole su Parmatoday, li potete scaricare sul sito della Regione Emilia Romagna: https://www.assemblea.emr.it/garante-detenuti/notizie/un-viaggio-a-puntate-nelle-carceri-dellemilia-romagna
[4] Cfr: https://primed-miur.it/
[5] Cfr: https://irc-fidr.it/
[6] Per esempio a Parma entrano in carcere due Pastore della chiesa Evangelica Zoe Mission occupandosi di detenuti nigeriani, ma con il divieto assoluto di esercitare il ruolo di ministri di culto: potrebbero farlo richiedendo il nulla osta dal Ministero degli Interni, con la stessa procedura seguita dalla Murshidat Mounia El Fasi. Le Chiese Ortodosse (4 a Parma di cui una con le Intese con lo stato) sarebbero disponibili ad entrare forti di chi ha l’Intesa, e potendosi organizzare in turni a seconda delle richieste dei detenuti, “se vi fosse più organizzazione, se vi fosse più certezza”. 

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Alessandro Bonardi, coordinatore Gruppo Nazionale di Lavoro per la “Stanza del Silenzio e dei Culti” e Formatore Rer. https://www.stanzadelsilenzio.it/
Mounia El Fasi, mediatrice linguistico culturale, Murshida della Comunità Islamica di Parma e Provincia nonché Presidente della associazione musulmana Donne di Qua e di Là.

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