SOMMARIO N. 77

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EDITORIALE

My NY (ph. Fabio Bartolozzi)

My NY (ph. Fabio Bartolozzi)

L’ombra lunga dell’annus horribilis che si chiude si addensa minacciosa nel cielo dell’anno nuovo che si apre, come uno squarcio nella tela di Burri. Le guerre sono ormai entrate nella greve quotidiana rassegnazione della convivenza, e con la guerra il degrado del linguaggio, la militarizzazione del pensiero, la politica esercitata come comando e come scontro, il potere gestito come prova di forza, il consenso sollecitato ed estorto con le tecniche più evolute della propaganda. Tra zar dispotici, sultani predatori, teocrati redivivi e imperatori narcisisti il mondo è gettato nel caos di un disordine che, a guardar bene, somiglia al vecchio ordine di un ancien regime. Continua a leggere

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Grammatiche di sovranità e politiche del rifiuto: il contributo critico di Audra Simpson

Glen Coulthard

Glen Coulthard

di Linda Armano 

Negli ultimi decenni, un numero crescente di studiosi indigeni nordamericani ha contribuito a sviluppare riflessioni teoriche critiche a cavallo tra antropologia, studi indigeni, indagini postcoloniali e teorie decoloniali. Questi autori, spesso inseriti in contesti accademici tradizionali, articolano riflessioni teoriche e ricerche che mettono in discussione costrutti concettuali consolidati e gerarchie di sapere tipiche della disciplina antropologica. Al centro delle loro analisi vi è l’idea che le comunità indigene siano soggetti politici ed epistemici, capaci di produrre conoscenza e di ridefinire concetti chiave come sovranità, cittadinanza, identità e riconoscimento. Continua a leggere

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L‘antropocentrismo come violenza originaria: un dialogo in corso

antropocentrismodi Francesco Azzarello, Augusto Cavadi

Caro Augusto, 

la tesi de l’antropocentrismo come violenza originaria, che hai ripreso anche recentemente introducendo una giornata di spiritualità laica, mi ha dato molto da pensare  [1]. Come sai mi sono occupato diverse volte di violenza, sia a livello pratico che a livello teoretico e la tua tesi mi ha intercettato mentre lavoravo su alcuni aspetti dell’Umanesimo, noto bersaglio sia del transumanesimo che del postumanesimo tecnologico o critico, proprio per il suo antropocentrismo: non che la concezione dell’umano come “centro della Creazione” sia identica in pensatori come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola o in artisti come Piero della Francesca e Leonardo da Vinci, ma che il Quattrocento umanista abbia rivalutato sia la realtà naturale che l’individualità personale (variamente intesa) e concentrato la propria attenzione sulle possibilità di comprensione e dominio della realtà naturale (fortuna compresa) da parte dell’umano che vi opera è oggi sostanzialmente innegabile e, per quanto ne so, innegato [2]. La tua tesi, dunque, mi ha colto, per così dire, sul vivo. Continua a leggere

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Semplicità e sostenibilità di un’infanzia sovietica: tra collettivismo e proprietà privata della terra in Ucraina

Uzhorod (capitale della Trancarpazia), 1988

Uzhorod (capitale della Transcarpazia), 1988, con amici e familiari sotto il monumento “Ai liberatori dell’Ucraina”

di Iryna Brashchayko 

La mia infanzia nell’Unione Sovietica degli anni ‘80 è stata un intreccio di esperienze che, sfidando le narrazioni convenzionali, descrivono contesti diversi (ma solo apparentemente contraddittori) di quella realtà. La mia vita quotidiana si svolgeva a Svaljava, una piccola città capoluogo di provincia in Transcarpazia, mentre le estati le trascorrevo nelle campagne di Ternopil (entrambe in Ucraina). I miei genitori lavoravano in un kolchoz cittadino [1] della Transcarpazia. A Ternopil, la mia bisnonna e mia nonna coltivavano un appezzamento di terra privato, destinato primariamente al consumo proprio, ma con piccole eccedenze vendibili nei bazar cittadini. Durante la mia infanzia, quindi, ho potuto osservare la vita sovietica attraverso due modelli agricoli: il collettivismo organizzato dallo Stato e la produzione agricola per uso privato. Il mio scritto esplora questi ambienti e le figure che li abitavano, confrontandoli successivamente con la turbolenta transizione economica post-comunista degli anni ‘90.  Continua a leggere

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Corpo d’occhio, un’etnografia esplorativa oltre il feticismo

Cuord'occhio

Cuord’occhio

di Massimo Canevacci [*]

Ottica

Ottica è il corpo panoramatico che fluttua tra gli interstizi della metropoli comunicazionale per un corpo-ottico che si distende nell’osservare panorami densi di codici feticisti. La costruzione temporanea della propria soggettività in corpo-ottico è una pragmatica che il soggetto esprime per scivolare tra gli interstizi che la metropoli comunicazionale costruisce e dissolve nella sua indisciplinata fluttuazione. In questo senso il corpo-ottico attrae ed è attratto dalle location. In parte si assimila a questi spazi interstiziali dove fluttua e a volte ne favorisce la mutazione.  Continua a leggere

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Maria Eleazar: una tecnofoga ebrea riabilitata nel Seicento italiano

71-0gk35tzl-_ac_uf10001000_ql80_di Paolo Cherchi 

Alla memoria di Sergio Deganello

 Nella storia della letteratura non mancano certo i “banchetti tragici”, come li chiamava Ramiro Ortiz [1], e se non possiamo dire che abbondano, essi hanno certamente una varietà di pietanze considerevole, tutte, però, a base di carne umana. Ad ogni lettore vengono immediatamente alla memoria gli episodi di Saturno che divora i propri figli; e chi non sente brividi per i racconti mitologici, certamente verrà sconvolto ricordando “il fiero pasto” del conte Ugolino; mentre i lettori più buongustai daranno il primato all’episodio del “cuore mangiato” ripreso nel racconto del trovatore Guardastagno, protagonista di una novella del Decameron (nov. IV, 9) [2], e la variante del “cuore bevuto” nella novella di Tancredi (Decameron, IV, I). Continua a leggere

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L’arte del dialogo e il contributo delle religioni

cq5dam-thumbnail-cropped-1500-844di Francesca Maria Corrao 

Il dialogo per costruire percorsi di comprensione

Nel breve volgere di pochi anni il forte impegno profuso dalla Chiesa Cattolica, dalle altre Chiese Cristiane con molti rappresentanti delle religioni musulmana ed ebraica sembra essere stato cancellato dalla violenza diffusa in molte regioni del mondo. Nuovi conflitti sono esplosi tra le diverse Chiese cristiane, come nella guerra che oppone l’Ucraina alla Russia, e si è riacceso lo scontro tra ebrei e musulmani e cristiani a Gaza; per non dimenticare, solo per citarne alcuni, quello tra musulmani e cristiani e anche tra musulmani in Sudan e nel Sahel. Eppure, se si vuole tornare a costruire una civiltà che si possa definire umana, non ci sono alternative al dialogo interculturale e interreligioso. Ma i venti di guerra non accennano a placarsi, e non si vede all’orizzonte la possibilità di una composizione condivisa dei conflitti in corso. L’informazione al servizio della guerra produce altra guerra e mai giustizia, e di conseguenza, come recita un vecchio proverbio, “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Continua a leggere

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“Dossier Statistico Immigrazione 2025” di Idos: 35 anni di decostruzione di retoriche e di promozione di proposte

dossier-statistico-2025-b9d3d0cfdi Luca Di Sciullo 

Nati per osservare criticamente: la lezione dei grandi numeri 

Il Dossier Statistico Immigrazione 2025, uscito lo scorso 4 novembre attraverso convegni di presentazione tenutisi in contemporanea in ogni regione e provincia autonoma d’Italia, ha compiuto, con questa edizione, 35 anni. L’idea di realizzare uno strumento conoscitivo sul fenomeno migratorio del Paese, partendo dalla “lezione dei grandi numeri” per decostruire (già allora!) tutta una serie di pregiudizi e di false credenze sui migranti, venne a don Luigi Di Liegro, lo straordinario “prete dei poveri” fondatore della Caritas diocesana di Roma, che pensò a un sussidio socio-statistico agile che fosse di supporto conoscitivo agli operatori del settore, per inquadrare il loro impegno pratico in una cornice di consapevolezza teorica. Continua a leggere

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“La pace nell’era postcristiana”. Prospettive di una teologia censurata

la-pace-nellera-postcristianadi Leo Di Simone 

Scritta tra il 1960 e il 1962 La pace nell’era postcristiana è la lucida analisi di Thomas Merton su pace, guerra e vangelo. Libro giudicato subito come scottante ed importuno e censurato sia dall’autorità ecclesiastica che dal governo degli USA. Il libro uscì solo dopo quarant’anni, trentacinque dopo la morte dell’autore, mantenendo intatta la sua drammatica attualità consistente nell’ostinata tendenza a far prevalere logiche di guerra e di morte da parte degli imperi che gestiscono le sorti di questo mondo.

 In questo primo quarto di XXI secolo il bilancio dei tentativi ipocriti e fasulli delle diplomazie mondiali è drammatico e cinico ad un tempo. Si evidenzia sempre più la mancanza di volontà di orientare le politiche internazionali verso condizioni di giustizia che possano preludere ad una pace vera e duratura, e ciò che invece prevale è un istinto di dominio mortifero di cui l’interminabile guerra in Ucraina e i massacri genocidari in Palestina sono simboli insanguinati dell’istinto di morte che avvelena gli animi e i corpi del genere umano. Continua a leggere

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I filosofi e i selvaggi

. F. Lafitau, Les moeurs des sauvages ameriquains comparées aux moeurs des premier temps, 1724.

da: F. Lafitau, Les moeurs des sauvages ameriquains comparées aux moeurs des premier temps, 1724.

di Sonia Giusti 

Prendendo spunto dal volume di Sergio Landucci, I filosofi e i selvaggi (Laterza, Bari, 1972) ho tralasciato volutamente il sottotitolo che indica il segmento temporale nel quale è limitata la sua ricerca, 1580-1780; limiti ideali, questi, di un arco di due secoli che viene contrassegnato con due grandi opere atte a inquadrare il dibattito che si aprì sulla naturalità dei selvaggi.

Con la pubblicazione degli Essais di Montaigne, infatti, si avvia il “mito del buon selvaggio”, mentre con la History of America di W. Robertson si ha un’affermazione che vuole essere definitoria: gli indiani d’America sono tutti selvaggi.       Continua a leggere

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I balletti russi a Parigi

bakst-2di Giovanni Isgrò 

Per poter comprendere il significato della presenza dei Balletti Russi a Parigi nel 1909 è utile rifare velocemente un percorso a ritroso che ci porta negli ultimi due anni dell’Ottocento in terra di Russia, quando a San Pietroburgo si afferma un circolo di giovani artisti denominato “Mir Iskusstva” ossia “Il Mondo dell’Arte”. Ad esso avevano aderito prevalentemente pittori dalle molteplici aperture artistiche, tutti accomunati dall’avversione ai canoni accademici del realismo didattico, oltre che scrittori simbolisti con una passione particolare per il teatro, piuttosto che per il balletto, e ancora musicisti in parte orientati verso il Wagnerismo, in parte votati alla ricerca di nuovi stilemi espressivi. Tutti gli artisti de “Il Mondo dell’Arte” erano accomunati da «un’unica causa duratura per il futuro», come sosteneva il pittore (poi anche scenografo) Benois e tutti guardavano all’Occidente come a un mondo da conquistare, intanto che puntavano a stravolgere le regole della cultura ottocentesca ancora dominante in Russia. Continua a leggere

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I cristiani tedeschi nell’abisso nazista, e l’incredibile storia dell’SS pentito Kurt Gerstein

Kurt Gerstein

Kurt Gerstein

di Massimo Jevolella 

Un processo postumo per crimini di guerra celebrato a Tubinga nel 1950, e quattro agghiaccianti pagine del saggio Bréviaire de la haine, le III° Reich et les juifs di Léon Poliakov, pubblicato a Parigi nel 1951, rivelarono al mondo una vicenda umana tragica e sconcertante, sicuramente una delle più incredibili e paradossali tra le infinite storie di orrore accadute nel corso della Seconda guerra mondiale: quella dell’ufficiale delle SS Kurt Gerstein, al tempo stesso nazista e fervente cristiano, morto suicida in un carcere militare francese il 25 luglio del 1945. Della complessa vita di quell’uomo tormentato, però, ben poco si poté conoscere fino a quando, nel 1967, il grande storico israeliano Saul Friedländer pubblicò a Parigi una biografia di eccezionale valore documentario e anche letterario, Kurt Gerstein ou l’ambiguité du bien, che nel ricostruire minuziosamente il percorso esistenziale del “nazista pentito” riuscì a chiarire in modo convincente il senso delle sue scelte morali, riabilitandone sostanzialmente la figura e iscrivendola per sempre nella dimensione del dramma spirituale più profondo 1. Continua a leggere

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Dalla Sicilia al Mondo. Voci d’emigrazione in pericolo di naufragio

logo-museo-etneo-delle-migrazionidi Grazia Messina 

Quanto intendo proporre in questa breve riflessione nasce dal bisogno di offrire una sorta di approdo per alcune tracce d’emigrazione in pericolo di naufragio. Cercherò di aprire piccole finestre da alcune storie erranti di viaggi familiari, seguendo la memoria della partenza e dell’arrivo nel paese di destinazione. I racconti provengono da aree diverse del mondo e si riferiscono a differenti periodi d’emigrazione, ma sono accomunate dalle partenze dalla Sicilia. Tutte afferiscono ad una complessità costitutiva per dinamiche implicite, ineliminabili, e contribuiscono ad una public history anche per la varietà delle fonti che chiamano in causa. Continua a leggere

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“In mezzo mar”: Creta, Venezia e la tamerice. Dialogo tra acqua, pietra e sale. Prove di palinsesto

Creta, Procession Fresco del vicino Archaeological Museum of Heraklion (ph. Roberta Morosini)

Creta, Procession Fresco, Aeroporto di Heraklion, riproduzione (ph. Roberta Morosini)

di Roberta Morosini

“In mezzo mar” evoca il verso dantesco (Inf. IX, 41) e apre Creta come isola situata nel cuore del Mediterraneo, luogo che da secoli si offre come palinsesto mediterraneo: uno spazio in cui ogni civiltà inscrive il proprio segno sulle tracce di quelle precedenti, e dove ogni strato, prima o poi, torna ad affiorare.

 Giunta all’aeroporto di Heraklion, mi accoglie una grande riproduzione della Procession Fresco del vicino Archaeological Museum of Heraklion, la più ricca collezione al mondo di testimonianze della civiltà minoica. Le figure dai profili rossi e dalle vesti leggere avanzano in fila, portando vasi, coppe e offerte rituali: un corteo che sembra emergere da un tempo sospeso, tra mare e montagna, come se la Creta preistorica continuasse a sedimentarsi nella Creta contemporanea. La scritta che accompagna l’immagine – Discover the origins of Europe – trasforma l’ingresso in isola in un vero e proprio varco narrativo: non solo un invito turistico, ma un gesto identitario. Continua a leggere

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Tropicale periferico. Necropolitica e controllo della favela brasiliana

Complexo da Penha (ph.Bruno Itan)

Complexo da Penha (ph. Bruno Itan)

di Lisa Regina Nicoli [*]

Bahia, Sono le 21:00 passate. Nove da noite. 

Siamo seduti in una tavola calda in una ladeira a bordo strada, abbiamo ordinato la cena ormai un’ora fa, ma non abbiamo più tempo per mangiarla, tra venti minuti abbiamo appuntamento in un terreiro di Candomblé fuori città. Thiago ha poco più di due anni e ha sonno.

Si avvicina un uomo malconcio e chiede qualche spicciolo. Come ti chiami? Bruno? Ti va di prendere la nostra moqueca? Noi dobbiamo andare, è pronta tra pochi minuti. È di gamberi. Sì? Perfetto, se aspetti un minuto chiedo alla cameriera di preparare una quentinha [1]Lui? Sì è mio figlio, si chiama Thiago, ha due anni. Dai! anche tuo figlio si chiama Thiago? Non vive con te? E dove sta? A Rio, wow! E cosa fa di bello? Il trafficante? Ah dai…  Continua a leggere

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La logica del setaccio. Mobilità e disuguaglianza nell’età della globalizzazione

1_setaccio-al-tramontodi Antonio Ricci                                                 

Un mondo in movimento apparente 

Viviamo in un’epoca che ama definirsi “globale”, un tempo in cui tutto sembra in costante movimento: persone, merci, capitali, informazioni. Le distanze si sono accorciate, le frontiere sembrano dissolversi nella quotidianità digitale e la mobilità è diventata il simbolo per eccellenza della modernità. Eppure, dietro questa percezione di fluidità si nasconde un dato sorprendente: solo il 3,7% della popolazione mondiale vive oggi in un Paese diverso da quello di nascita [1]. Continua a leggere

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Protecting Migrant Children and the best interests of the child: from an adult-centred to a child-Inclusive approach in Europe and beyond

coverdi Enzo Rossi [*]

Introduction

The governance of migrant children in Europe is framed by a dense body of international, regional and domestic norms that, at least formally, place the Best Interests of the Child (BIC) at the centre of all decisions affecting minors. Recent data confirm both the scale and persistence of these dynamics: in 2023, more than 55,000 migrant children arrived in the EU, a substantial proportion of whom were unaccompanied or separated (UNHCR, UNICEF and IOM, 2024).

Mreover, Europe boasts a long-standing humanitarian tradition, reflected in the Treaty on the Functioning of the European Union (TFEU, 2009), which recognises the fundamental rights of migrants. Continua a leggere

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Una giornalista inglese tra i poveri di Napoli dopo l’Unità

2075di Cosetta Seno

Introduzione

Jessie White Mario (1832-1906) è ricordata soprattutto per le sue biografie di figure centrali del Risorgimento [1], come Mazzini, Garibaldi e Cattaneo. La sua biografia di Garibaldi, la prima redatta in inglese, rimane ancora oggi una delle più influenti nel mondo anglosassone. Tuttavia, ridurre la sua opera al solo ambito biografico significherebbe trascurare la portata politica e sociale del suo lavoro. Gli storici hanno sottolineato come White Mario abbia svolto un ruolo essenziale nel dare visibilità internazionale alla “questione italiana”, contribuendo a trasformarla da tema nazionale a problema europeo. Continua a leggere

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Il senso della danza, la danza del senso

Mazara del Vallo, Satiro danzante, IV sec. a . C.

Mazara del Vallo, Satiro danzante, IV sec. a . C.

di Maria Antonietta Spinosa

Quando penso, danzo.

Jean-Luc Nancy 

Perché la danza? Il significato di questo interrogativo è in quel domandare per me ancora vivo di Martin Heidegger circa i poeti, chiedendosi del senso dell’arte in un presente, forse oggi non ancora trascorso, che egli sagacemente definiva «il tempo della povertà»: così povero da non riuscire neppure ad avere la consapevolezza di esserlo [1]. Credo che la danza dia alla questione, che non è solo estetica, e meno che mai è prevalentemente economica, un peculiare contributo. Continua a leggere

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Memoria e identità nella scrittura di Salwa Salem: un percorso biografico tra Palestina e Italia

coverdi Alaa Dabboussi

L’opera Con il vento nei capelli di Salwa Salem, pubblicata postuma nel 1993 e curata da Laura Maritano, rappresenta una delle testimonianze più significative della letteratura migrante italofona di fine Novecento. Attraverso la ricostruzione della vicenda personale e collettiva di una donna palestinese in esilio, il testo si colloca all’incrocio tra autobiografia, memoria storica e riflessione politico-identitaria, configurandosi come un documento di eccezionale valore umano e culturale.

L’autrice, palestinese di nascita e naturalizzata italiana, rielabora nel proprio racconto un intreccio di esperienze che spaziano dalla perdita della patria alla condizione di esule, fino alla ricerca di un nuovo equilibrio tra appartenenza culturale e integrazione. Continua a leggere

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Natale nel fango delle tende

Natale 2024, Palestina, un gruppo di attivisti vestiti da Babbo Natale ha forzato il blocco israeliano per portare  regali ai bambini sulal striscia di Gaza

Natale, Palestina, un gruppo di attivisti vestiti da Babbo Natale ha forzato il blocco israeliano per portare regali ai bambini sulla striscia di Gaza (da info.Pal.it)

di Muin Masri 

Italia, mondo. Come ogni anno da queste parti, la gente si prepara per festeggiare il Santo Natale, il Capodanno e la Befana, tutto è illuminato, tutto è esageratamente divino: la gente, le città si fanno belle, tirano fuori il meglio di sé, accendono i cuori, gli alberi, i presepi, le strade, le vetrine e i balconi.

Palestina, quello che resta del mondo. Come ogni anno da quelle parti, la gente si prepara per i ricordi del Santo Natale, del Capodanno e della Befana, tutto è buio, tutto è esageratamente infernale: la gente svuotata, le città in silenzio si fanno coraggio, tirano fuori il meglio di sé, accendono le anime e basta. Continua a leggere

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Quale Messia attendono i coloni israeliani?

Insediamenti dei coloni israeiliani in Cisgiordania

Insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania

di Enzo Pace 

Una buona metà degli insediamenti nei territori occupati dall’esercito israeliano dal 1967 a oggi sono stati realizzati da movimenti e gruppi che vengono chiamati messianici, appartenenti alla galassia del sionismo religioso [1]. I loro militanti vivono nell’attesa della venuta del Messia; essi giustificano la loro pretesa di occupare la terra abitata dai palestinesi, sostenendo che quella terra è stata promessa da Dio al popolo d’Israele, come attesta la Bibbia; dunque, non è nella disponibilità umana cederla a chi non è ebreo, a chi non è vincolato da alcun patto di fedeltà nei confronti dell’Altissimo. Continua a leggere

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Soglie, metodo e spie: la lobby ebraica, dal mito al rito

pinottidi Alessandro Perduca

Faust: Spiare è, mi sembra, un tuo piacere.

Mefistofele: Non sono onnisciente;

però molte cose mi sono note

[Johann Wolfgang Goethe, Faust, Feltrinelli, Milano 1991: 79]. 

Il tentativo di leggere criticamente un saggio d’inchiesta può cominciare dal riconoscimento che la sua articolazione interna è la conseguenza di una preventiva dichiarazione di metodo e di un’operazione autoriale ed editoriale al contempo, riassumibile nel concetto di «soglie del testo» secondo l’insegnamento di Gérard Genette [1]. Continua a leggere

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Pop-melonismo ed “egemonia di destra”. Alcune note etnografiche dall’ultimo libro di Fabio Dei

cover-cozzadi Fulvio Cozza 

Comprendere la pop-politica dal basso

Pubblicato a inizio 2025 dalle Edizioni del Museo Pasqualino, il libro Etica e Politica nell’epoca del Pop. Per un’Antropologia della Cultura di Massa raccoglie sedici saggi di Fabio Dei su temi quali il nesso sapere/potere, le grandi mutazioni socioculturali della contemporaneità, la missione “comprendente” dell’antropologia, le potenzialità interpretative dell’etnografia nonché il valore significativo delle pratiche di consumo. Come è noto, si tratta di questioni che sono al centro della riflessione di questo studioso da lungo tempo e la mole del dibattito prodotto nell’ultimo ventennio, costituito anche dai commenti e dalle critiche in risposta, è troppo ampia e articolata per essere riassunta in questo mio breve contributo. Continua a leggere

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Nell’epoca del pop: attraversare le forme del presente

19_trump_pop-artdi Giovanni Gugg

1. Introduzione: un libro nel dialogo della rivista

Il recente volume di Fabio Dei Etica e politica nell’epoca del pop (Edizioni Museo Pasqualino, 2025) interviene in un dibattito che Dialoghi Mediterranei alimenta da anni. Due dei saggi che lo compongono – quello dedicato al rapporto tra populismo e demologia, già pubblicato nel n. 42 della rivista (Dei 2020), e la riflessione conclusiva su “Antropologia e progresso”, apparsa nel n. 69 (Dei 2024) – mostrano quanto quest’opera sia intrecciata con le discussioni sviluppate nel nostro spazio collettivo. Continua a leggere

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La “famiglia del bosco” e i nuovi primitivi. Cultura e politica nell’odierna società di massa

81bvjaqyf6l-_ac_uf10001000_ql80_di Dario Inglese 

Cultura e agency (individuale e collettiva)

Nella storia del pensiero occidentale che pensa sé stesso, ovvero riflette sulle sue produzioni materiali e simboliche, e gli altri, ovvero indaga i tanti modi di essere umani presenti sulla terra, la tentazione di liquidare la cultura come elemento non pertinente, o comunque non così importante, per l’identificazione, la lettura e l’interpretazione dell’attività umana torna ciclicamente. Scorre carsica, appare e scompare, simula e dissimula, si incarna nelle più disparate posture intellettuali che di volta in volta si sono trovate alle prese con la conoscenza e la gestione del reale. Continua a leggere

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Illich come sprone all’utopia. Ripensando alle tappe della professione insegnante

maxresdefaultdi Franca Bellucci 

Del passato di insegnante, tra linee di ordini diverse, non amo ripassare le singole tappe: è l’insieme che costituisce la mia materia di vita. In un percorso sfaccettato, all’insegnamento ho chiesto presto indipendenza, ma anche appagamento: da quell’insieme, come summa di umanità, traevo personale motivazione, e non mettevo in dubbio che valesse proporlo, come in un certo modo ai pari, così in altro modo anche ai giovani incontrati nella cura formativa. Continua a leggere

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Ivan Illich: nemesi e dismisura

nemesidi Alberto Giovanni Biuso 

Dismisura 

Osservare il presente e in esso cercare di intravedere il futuro. È anche questo il difficile e necessario lavoro dei filosofi. Ed è ciò che Ivan Illich ha saputo fare su una varietà di tematiche riguardanti la vita umana individuale e collettiva: la scuola, i trasporti, l’ambiente, i sessi. E soprattutto la medicina.

Analizzando questi e altri ambiti della vita sociale, Illich è guidato dalla prospettiva greca che vede il peggiore dei mali nella dismisura, nella ὕβϱις che smarrisce senso, proporzione, mezzi e obiettivi, che tutto confonde nel coacervo di una grandezza pronta a spezzarsi, che si spezzerà. Il primo dei beni è dunque – come concludono gli interlocutori del Filebo platonico (66a) – ciò che è misurato nello spazio, τὸ μέτριον, ed è opportuno nel tempo, τὸ καίριον. Continua a leggere

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Appunti sulla “descolarizzazione” di Ivan Illich

9788857556321_0_0_0_0_0di Augusto Cavadi 

Se qualcuno non ha mai avvertito nella vita il fascino dell’anarchia dovrebbe, a mio sommesso parere, preoccuparsi. Quali imposizioni e quali divieti avrà interiorizzato un essere umano per non essere tentato dall’utopia di una società senza capi né istituzioni civili e religiose che stabiliscano autoritativamente il lecito e l’illecito?

Ma se solo qualcosa di patologico impedisce di abitare, almeno per qualche tempo, lo spazio dell’anarchia, qualche altro fattore preoccupante impedisce di uscirne nonostante le esperienze esistenziali, le vicende storiche, le pagine degli scienziati, dei poeti e dei filosofi. Continua a leggere

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“Descolarizzare la società”: dalle cronache delle famiglie nel bosco alle tesi di Ivan Illich

71ontrk3bcl-_ac_uf10001000_ql80_di Sabina Leoncini

Introduzione

Negli ultimi mesi, l’attenzione mediatica a forme di dissenso come stili di vita alternativi fondati sull’autosufficienza, sull’allontanamento dai contesti urbani e su modelli educativi non istituzionalizzati ha sollevato interrogativi rilevanti sul piano giuridico, pedagogico e sociale. In particolare, il fenomeno delle cosiddette “famiglie nel bosco”, che scelgono di vivere in condizioni di isolamento volontario e di educare i figli al di fuori del sistema scolastico formale, pone in tensione princìpi fondamentali dell’ordinamento democratico: da un lato la libertà educativa, la responsabilità genitoriale e il pluralismo culturale; dall’altro la tutela dei diritti dei minori, in primis il diritto all’istruzione, alla salute e alla socializzazione. Continua a leggere

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Ripensare alla “convivialità” di Illich in una prospettiva sociologica contemporanea

la-convivialitadi Rossana M. Salerno 

Introduzione 

Il termine convivialità, nel suo uso quotidiano, rimanda a momenti di socialità piacevole, a un “essere insieme” – “allo stare insieme” nello stesso luogo. È un concetto che appartiene all’esperienza ordinaria e che richiama un modo sereno di abitare il tempo comune, la straordinarietà e l’ordinarietà delle relazioni sociali. Tuttavia, Ivan Illich, ne La convivialità (1974), opera una trasformazione semantica radicale: sottrae il termine alla sfera del costume e lo ricolloca all’interno di un discorso politico e antropologico di grande portata. Nella sua riflessione, la convivialità non descrive un’atmosfera o uno stile di relazione, ma una struttura sociale alternativa. Diventa una categoria critica in grado di leggere la modernità, smascherando le conseguenze profonde e distruttive della società industriale avanzata. Continua a leggere

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I racconti inchiesta di Sciascia: spigolature linguistiche

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

di Angelo Campanella 

Premessa

In questo contributo si intende fornire una sintesi dei risultati di una ricerca di linguistica testuale condotta su un corpus di opere di Sciascia. A partire dalla mancanza – nella storia degli studi sciasciani – di un lavoro sistematico sulla lingua che potesse mostrare i meccanismi interni e strutturali della sua prosa al fine di cogliere il legame tra il linguaggio usato dall’autore e il suo impegno sociopolitico, si è sviluppato un progetto di ricerca nell’ambito di un dottorato in Studi umanistici presso l’Università di Palermo. Continua a leggere

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Leonardo Sciascia, maestro “con la emme minuscola”

coverdi Mariza D’Anna 

«Sono un maestro delle scuole elementari che si è messo a scrivere libri» aveva risposto Leonardo Sciascia, nel 1957 a Danilo Dolci che gli aveva domandato chi era, ed aveva aggiunto. «Forse perché non riuscivo ad essere un buon maestro delle scuole elementari». Senza alcuna modestia, Sciascia si presentava come uno “scrittore di ripiego” a differenza di molti che oggi assurgono al ruolo sociale di scrittore solo per aver pubblicato.

Da queste parole invece emerge la considerazione che lo scrittore de Le Parrocchie di Regalpetra aveva per l’istruzione e per il compito dell’insegnante di scuola nella società della sua epoca. «Sono un maestro di scole vasce» precisava a chi lo appellava professore. Continua a leggere

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Un professore in Cinquecento

9788893665483_0_0_536_0_75di Alberto Genovese

Quell’io non sono io: una premessa 

Nel 1908 Proust inizia la stesura di un saggio che, frammentario e incompiuto, verrà pubblicato postumo solo nel 1954, con il titolo Contre Sainte-Beuve. Scrittore e critico letterario, Charles Augustin de Sainte-Beuve fu autore dell’imponente Port-Royal (1840-1859), opera di tutta una vita, annoverata fra i testi capitali della letteratura francese, tuttora libro di culto (Gianfranco Contini: «…per me è il più gran libro che sia stato scritto, il più nutriente per qualunque momento della vita»). Quale letterario furore spingeva uno sconosciuto Proust a prendersela con l’illustre collega, già accademico di Francia dal 1844, e già defunto? Ma quelli erano tempi di sana irriverenza, quando per tenere il punto di una teoria letteraria non si guardava ai piedistalli. Continua a leggere

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Leonardo Sciascia: in dialogo con artisti della visione

Leonardo Sciascia e Giuseppe Modica

Leonardo Sciascia e Giuseppe Modica, Palermo, Galleria La Tavolozza, 1986 (ph. Ferdinando Scianna)

di Giuseppe Modica [*]

Sappiamo da tempo che Leonardo Sciascia aveva una grande implicazione con le arti visive: pittura, scultura, incisione, fotografia, cinema. Si può dire, a mio avviso, che nella sua scrittura c’è una messa a punto e strutturazione rigorosa che ha una classicità simile ai linguaggi visivi del disegno, della pittura e della scultura. Una scrittura che ha ritmo, plasticità, tattilità e leggerezza. Una scrittura che ha uno sguardo trasparente, con alternanza di luce e ombra. E forse ciò spiega la sua passione per l’arte ed il continuo dialogo che egli ha cercato con gli autori artisti, che poi diventavano amici, e con i quali instaurava un dialogo profondo, affiancandoli in un lavoro a quattro mani che ha visto un parallelismo fra scrittura e immagine. E del resto la rivista Galleria da lui diretta, come dirò più avanti, era concepita con questo spirito che metteva in continuo dialogo i letterati e gli artisti. Continua a leggere

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Alcune considerazioni su Sciascia e Fellini: un dialogo intellettuale e sentimentale

4feb08b32fc2bca59f9db42b69cd4022_ldi Giuseppe Traina 

È noto che Leonardo Sciascia, in gioventù accanito spettatore di film, a un certo punto della sua vita smise quasi di andare al cinema, facendo eccezione, a suo dire, soltanto per i film di Federico Fellini, per qualche riluttante visione di film ricavati dai suoi romanzi [1], per quei pochissimi film sui quali ha scritto brevi testi critici e poi, nell’ultima estate della sua vita, per Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, di cui scriverà nel commovente C’era una volta il cinema, che decise di includere nella sua ultima raccolta di saggi [2]. Continua a leggere

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Buona fine e miglior principio. Have a good end, and a great beginning

Khan Yunis a sud di Gaza, dicembre 2025

Khan Yunis a sud di Gaza, dicembre 2025

CIP

di Pietro Clemente

Ho sognato che la flottiglia tornava a Gaza, che i volontari sfilavano per Gaza con cibi, vestiario, fornelli da campo, idrovore, apparecchiature sanitarie e medicinali, l’esercito di Israele poggiava le armi ai loro piedi, quelli di Hamas si toglievano le maschere dal volto, e tutti facevano festa. C’erano anche i giovani di Askatasuna e il ministro Piantedosi che sfilavano insieme e c’erano anche i 500 poliziotti schierati a Torino senza gli idranti che portavano sulle spalle botti di acqua per i gazavi. I cittadini di Torino, nel sogno, portavano panettoni e pandori per tutti i palestinesi. C’era anche l’Imam Mohamed Shahin che discuteva di Dio coi sacerdoti di Torino e con il monsignor Pizzaballa, e insieme benedicevano la gente. La notte, una stella cometa si fermava su una tenda dove era appena nato un bambino, l’asino e il bue non c’erano, sequestrati dall’esercito israeliano e i pastori erano rimasti in Cisgiordania, a difendere case e greggi dai fanatici coloni. Ma andava bene anche così: al loro posto c’erano volontari di tutto il mondo a guardare l’evento, molti pregavano, alcuni si inginocchiavano. Continua a leggere

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Il territorio comunale di Fiamignano e il molteplice universo dei confini: regioni, Stati, natura, economia, migrazioni e restanza

 Carta dell’Abruzzo Ulteriore II nel 1855: il comune di Fiamignano si trova a ridosso della metà del confine Ovest.

Carta dell’Abruzzo Ulteriore II nel 1855: il comune di Fiamignano si trova a ridosso della metà del confine Ovest

CIP

di Settimio Adriani, Veronica Paris 

Il territorio-soglia: vivere sul confine

Ci sono luoghi che, più di altri, condensano nel proprio spazio fisico e simbolico una quantità sorprendente di confini. Non semplici linee di separazione, ma vere e proprie soglie esistenziali, nelle quali l’identità collettiva si forma per accumulo di frizioni, adattamenti, ambivalenze. È il caso del comune di Fiamignano, un vasto territorio dell’Appennino centrale, oggi incluso nella provincia di Rieti, costellato di una miriade di frazioni scarsamente abitate, che per secoli ha rappresentato – e continua a rappresentare – un punto d’intersezione tra mondi differenti. Più che trovarsi su un confine, è esso stesso un confine. Continua a leggere

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Nuove narrazioni per la rivitalizzazione di territori fragili. Cultura, creatività e innovazione digitale

Murale di Tufo Carsoli, Aquila

Murale di Tufo Carsoli, Aquila

CIP

di Sabina Anderini, Valentina Bucciarelli, Laura D’Alessandro, Sandra Milena Susanna [*]

1. Borghi e aree interne. Ripensare il loro futuro partendo dall’integrazione tra tecnologia, cultura e comunità 

Da anni le aree interne italiane si trovano a fare i conti con un destino difficile: spopolamento, invecchiamento della popolazione, pochi servizi e scarse opportunità di lavoro. Eppure, proprio in questi luoghi si nasconde un patrimonio prezioso fatto di borghi ricchi di storia, cultura, tradizioni artigianali e bellezze naturali. Un tesoro che, se valorizzato nel modo giusto, può diventare la leva per una vera e propria rinascita. Continua a leggere

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Riabitare le miniere in Sardegna. Fra rovine e abbandoni in cerca di un futuro

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di Paola Atzeni

Partirò da un libro fotografico, che è assai di più non solo per i suoi contenuti. In realtà, durante le presentazioni di questo testo con la partecipazione di lettori, di tecnici minerari, di docenti universitari, di politici impegnati in varie istituzioni, sono emersi discorsi differenti, ma comunemente orientati ai possibili modi di riabitare le miniere dismesse in Sardegna. Continua a leggere

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L’uomo dagli occhi da furetto. Mario Cecchi,pioniere del movimento comunitario italiano

 Mario Cecchi, Avalon, febbraio 2019 (ph. Luca Bertinotti)

Mario Cecchi, Avalon, febbraio 2019 (ph. Luca Bertinotti)

CIP

di Luca Bertinotti 

Premessa 

Il presente contributo intende offrire uno sguardo non solo sulla biografia di Mario Cecchi, ma anche sul contesto umano e comunitario in cui si è mosso, evitando derive agiografiche e riconoscendo il valore pionieristico della sua esperienza nel bioregionalismo e nel movimento degli ecovillaggi italiani.

Le citazioni provengono sia da fonti pubblicate sia da appunti personali raccolti durante ripetute visite alla Valle degli Elfi e ad Avalon fra il 2012 e il 2020. Inoltre, questo scritto nasce da un debito di memoria e da un privilegio. Il debito è quello di chi, avendo avuto la fortuna di incrociare, seppur brevemente, la strada di Mario, sente il bisogno di testimoniare. Il privilegio è quello particolare di chi, come medico, ha potuto osservare Mario anche in quella fragilità che raramente mostrava: la fragilità di chi invecchia, si ammala, e chiede aiuto pur continuando a interrogarsi, a dubitare, a cercare un senso anche nella malattia.  Continua a leggere

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Aree interne: il punto di vista della Chiesa

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CIP

di Elena Bussolotti, Alessandro Parisi [*] 

Introduzione

In estate è passato un documento programmatico che sancisce il declino di molte aree interne, che con 4000 comuni rappresentano il luogo di vita del 23% della popolazione italiana.
Nel testo approvato, il nuovo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), si legge all’obiettivo 4: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. E recita: «Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento». Continua a leggere

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Performare la tradizione. Nuove botteghe artigiane nella città di Matera

Cuccù, Geppetto Artigianato (ph. Ciriaca Coretti)

Cuccù, Geppetto Artigianato, Matera (ph. Ciriaca Coretti)

CIP

di Ciriaca Coretti 

Premessa 

Negli ultimi anni, la riflessione antropologica sull’artigianato ha assunto un rilievo crescente nell’ambito degli studi sul patrimonio culturale immateriale, sulla cultura materiale e sui processi di valorizzazione dei saperi locali. In tale contesto, la città di Matera rappresenta un osservatorio privilegiato per indagare il rapporto tra produzione artigianale e costruzione identitaria. L’artigianato materano, erede di una lunga tradizione di saperi manuali, si è ridefinito nel corso del tempo come spazio di sperimentazione creativa, economica e culturale, dove la manualità si traduce in linguaggio e la pratica produttiva diventa dispositivo di narrazione territoriale. Continua a leggere

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Aree Interne: tra memoria e proposte di “ri-abitazione”

Morano Calabro

Morano Calabro

CIP

di Mariano Fresta 

1.

Il tema delle cosiddette Aree Interne, certamente tra i più dibattuti degli ultimi due decenni, è ed è stato quasi sempre presente in vari modi su Dialoghi Mediterranei; esso ha il merito sia di richiamare l’attenzione su almeno tre mila piccoli centri urbani che rischiano di sparire dalla storia e dalla geografia del nostro Paese, sia di indicare eventuali soluzioni che possano in qualche modo ridare vitalità a paesi e villaggi che prima dell’avvento dello sviluppo capitalistico vivevano in una situazione, pur se economicamente modesta, di tranquillità e avevano la possibilità di dare lavoro a quasi tutti i propri abitanti. Continua a leggere

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“Se scavi, trovi sempre il mare”: l’Ecomuseo Urbano Mare memoria viva di Palermo

Palermo

Palermo, Ecomuseo Urbano Mare Memoria viva

CIP

di Silvia Mascheroni

Un patrimonio dissonante e sommerso, inespresso e taciuto e “scordato”, non solo in quanto dimenticato, ma senza accordi di senso e connessioni; un patrimonio-paesaggio costiero, il cui assetto morfologico è stato sfregiato. Come renderlo vivo e vibrante e soprattutto generativo di sapere e saper fare, risorsa per cittadinanze plurali e consapevoli? Come far conoscere e rendere pulsante il suo portato trasformativo? Continua a leggere

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Pastoralismo come campo sociale: per una critica del governo del mondo rurale in Sardegna

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CIP

di Marco Pitzalis

In occasione della presentazione, presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, il libro Pastoralismo tra continuità e innovazione. Evidenze dal caso Sardegna, curato da Meloni e Uleri (2024). La discussione che si è sviluppata intorno al libro è stata la scintilla che mi ha spinto a proporre questa riflessione. Il libro rappresenta una collezione importante di saggi, la gran parte pubblicati negli ultimi dieci anni, sulle trasformazioni del pastoralismo in Sardegna, che assurge così a un campo privilegiato per interrogare le trasformazioni del mondo rurale, le forme di innovazione sociale e le tensioni che attraversano i modelli di sviluppo nel capitalismo avanzato. Continua a leggere

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Sotto la terra, sopra le nostre radici: un percorso tra storia, silenzi e restituzione

 Castello dei Pozzi, Miniera di Serbariu, 1940

Castello dei Pozzi, Miniera di Serbariu, 1940

di Sofia Alberti

La memoria non è mai un semplice deposito di ricordi. Non è un archivio statico, ordinato e lineare. È piuttosto una materia viva, fragile e discontinua, fatta di rimozioni e di riemersioni. In ambito antropologico, la memoria viene sempre più letta come un processo, non come un oggetto: un movimento incessante tra passato e presente, tra ciò che si ricorda e ciò che viene taciuto e tra ciò che viene trasmesso e ciò che invece si perde. Continua a leggere

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Emigrazione in Argentina, associazionismo e politica italiana. Il caso sardo

sardi-in_-argentina-1di Aldo Aledda 

La recente immersione in una realtà sociale come quella sudamericana, segnatamente in Argentina, mi ha consentito di mettere a confronto le tesi che, con un gruppo di esponenti del mondo organizzato dell’emigrazione italiana (in particolare quelli che si raccolgono nel Comitato 11 ottobre di iniziativa degli italiani nel mondo), andiamo sostenendo da qualche anno sull’opportunità di favorire una circolarità demografica tra l’Italia e il Paese bianco celeste, ma più in generale l’America Latina, dove ormai ha messo profonde radici la più grande emigrazione italiana dell’Otto/Novecento. E, poiché questa ha finito per condizionare anche la politica della società che li ha accolti, è lecito aspettarsi che ciò possa divenire un progetto per la creazione di un potenziale bacino demografico per il nostro stesso Paese. Continua a leggere

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Isole, arcipelaghi e mondi possibili: dialogo con Francesco Ottonello

di Veronica Medda61ktentojel 

In un’epoca dominata dalla rapidità, dove i messaggi si consumano in pochi secondi e le parole sembrano avere fretta di sparire, intervistare qualcuno diventa quasi un atto di attesa e lentezza, direi quasi, rivoluzionario. È un gesto di cura e di attenzione: fermarsi ad ascoltare, osservare e comprendere chi ci sta di fronte.

L’intervista, infatti, già nella sua etimologia, mette in risalto il concetto di reciprocità insito nello scambio che avviene tra l’intervistatore e il suo interlocutore. Ne deriva, dunque, – spiega lo storico Alessandro Portelli – che «la storia orale è un’arte, oltre che dell’ascolto, della relazione: la relazione fra persone intervistate e persone che intervistano (dialogo); la relazione fra il presente in cui si parla e il passato di cui si parla (memoria); la relazione fra il pubblico e il privato, l’autobiografia e la storia; la relazione fra oralità e scrittura» (Portelli, 2000). Continua a leggere

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Cosa resta di Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Vito Biolchini

Stanotte ho sognato Sergio Atzeni. Aveva la pelle del viso bianca come cera, e gli occhi spalancati, o forse un po’ tristi… Io l’ho riconosciuto subito e pure lui ha riconosciuto me, anche se in realtà non ci siamo mai incontrati. Ma nei sogni, come nei romanzi, tutto può succedere. “I miei libri li leggono ancora?” mi chiede subito. E io gli dico di sì, che li leggono, che li leggiamo: che li leggo sempre. “Tutti mi hanno dimenticato, anche gli amici, anche le donne”. Scuoto la testa ma lui si volta e fa per andarsene. “Trent’anni…” mi dice. Poi, scompare. Continua a leggere

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Voci dalla città bianca. Breve ricognizione sulla Cagliari di Atzeni

Cagliari

Cagliari

di Alessandro Cadoni 

Se ci pensiamo, è a iniziare da Sergio Atzeni che Cagliari, fino a quel momento città, se non assente, almeno marginale nella grande narrativa d’ambientazione sarda, assurge a protagonista pulsante: nel senso, peculiarissimo in letteratura, in cui i luoghi sono in grado di guidare e dirottare trame e pensieri dei personaggi. Il romanzo che sancisce questa centralità è Il quinto passo è l’addio, uscito per Mondadori in quello stesso 1995 che avrebbe visto la prematura morte dello scrittore, nel mare dell’isola di San Pietro. Continua a leggere

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Nel mese del mare immobile

locandina-madre-acqua-web2di Alberto Capitta [*] 

Personaggi: Il Mare

                   Il Ragazzo

                   Prima Onda

                   Seconda Onda

                   Terza Onda 

Scena: una scogliera

(Il Ragazzo da una parte, scrive, in silenzio e in solitudine. Poco distanti da lui Il Mare e le tre Onde)  Continua a leggere

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Sergio Atzeni nei ricordi di Gianfranco Cabiddu

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Costantino Cossu 

Da dove vuoi cominciare a raccontare Sergio Atzeni?

«Guarda, facciamo così: cominciamo dalla fine degli anni Ottanta e poi inseriamo un flash back. Una tecnica cinematografica, se vogliamo. Nel 1988 feci il mio primo film, Disamistade, che andò bene: ebbe una candidatura al David di Donatello e fu premiato come migliore opera prima al Festival di Valencia. Incoraggiato dal successo, mi misi a lavorare alla pellicola successiva. Pensai di adattare uno dei romanzi di Atzeni. Cercai di contattare Sergio attraverso un comune amico, il giornalista e critico teatrale Walter Porcedda. Walter mi diede il numero di telefono della sorella di Atzeni, con la quale Sergio viveva in Emilia dopo aver lasciato Cagliari nel 1986. Continua a leggere

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L’Isola che ci ha unito senza incontrarci

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Enzo Favata 

Purtroppo non ho mai incontrato personalmente Sergio Atzeni, ma la sua presenza ha accompagnato in silenzio gli anni più cruciali della mia formazione, la sua voce si è insinuata nel mio cammino di giovane musicista proprio mentre lasciavo alle mie spalle il jazz tradizionale e mi preparavo a entrare in un territorio incerto, quasi inesplorato: un mondo sonoro che avrebbe finito per chiamarsi world jazz, ma che allora era semplicemente una necessità, un’urgenza che non sapevo ancora nominare. 

Dall’inizio degli anni 90 attraversavo la Sardegna come si attraversa un continente sconosciuto, cercando tracce di suono, residui di memoria musicale, viaggiavo con un piccolo registratore, venivo da Alghero, dove le radici catalane erano sopravvissute nella lingua come un fiore raro, un miracolo di resistenza culturale, mentre quasi tutte le tradizioni musicali erano state disperse come polvere nel vento, così dovetti cercare altrove: nei piccoli paesi di montagna, nelle feste popolari in luoghi irraggiungibili, nei matrimoni, nelle pratiche liturgiche che sembrano tenere ancora in sé un’eco lontanissima, nelle case dove si conservavano, quasi senza saperlo, gli ultimi frammenti di un’antica geografia vocale, e più mi addentravo nell’isola, più avevo l’impressione che ogni luogo custodisse una tonalità segreta, un accordo ancestrale, un tesoro nascosto.  Continua a leggere

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Atzeni, uno scrittore jazz

2562224135510_0_0_536_0_75di Paolo Fresu 

Chissà quale sarebbe la musica di oggi se Bix Beiderbecke, Fats Navarro e Charlie Parker non se ne fossero andati troppo presto. È una domanda lecita, soprattutto per chi ha bruciato la vita nell’arco di pochi anni scrivendo la storia della musica e portandola in un attimo verso un nuovo luogo impensato. 

Chissà cosa sarebbe la Sardegna di oggi se Sergio Atzeni non ci avesse lasciato, il 6 settembre del 1995, silenziosamente a soli 43 anni, annegando nel mare intorno all’Isola di San Pietro di Carloforte. C’è un parallelismo tra la sua vita consumata in un lampo e il jazz, musica della quale Sergio era innamorato (a dire il vero lo era di tutte le musiche…) e che ci ha avvicinato, seppure non ci si sia mai incontrati. Il messo e il portavoce della nostra mancata conoscenza era l’amico comune Gianfranco Cabiddu che, prima di andare a Torino ad incontrarlo, soggiornava nel mio casolare sull’Appennino Tosco Emiliano. È a lui che lasciavo i presenti musicali da portargli ed era poi Sergio a lasciare nelle mani di Gianfranco i suoi libri da consegnarmi al ritorno. Continua a leggere

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Sergio Atzeni nel dialogo fondante di una nuova comunità letteraria

1691-3di Cristina Lavinio 

Sono trascorsi trent’anni dalla scomparsa di Sergio Atzeni, rapito su una scogliera di Carloforte da violente onde assassine. Ma sembra che tutto sia successo ieri, non solo perché il ricordo di quella notizia è per me vivissimo e so ancora esattamente dove mi trovavo quando, incredula, l’ho ricevuta, ma anche perché la scrittura di Sergio resiste al tempo ed è sempre giovane e attuale, tanto che ho spesso constatato quanto l’autore possa essere diventato un mito per molti giovani lettori di oggi che, di riflesso, talvolta guardano con ammirazione anche me per il semplice fatto di averlo conosciuto e di ricordarne con affetto la  grande vivacità e qualità letteraria. Continua a leggere

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Un amico

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Edoardo Mantega 

È morto un vecchio amico.

È morto oggi, questa mattina, trent’anni fa. Se n’è andato come chi non ha niente da perdere, giocando con il mondo in silenzio.

È il sei di settembre del duemilaventicinque, sono un insegnante di lettere e quest’anno attraverso il mare per prendere servizio sull’isola di San Pietro. Città di Carloforte. Continua a leggere

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Isole, Oasi, Esili. Dialogo a distanza con Sergio Atzeni e Albert Camus

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

Alberto Camuis

Albert Camus

di Gianni Marilotti 

Ho incontrato Sergio Atzeni, non ricordo se nel 1984 o 1985, ma non avevo idea di chi fosse, né lui, credo, sapeva niente di me. Il luogo di quei brevi incontri il cortiletto antistante la CUEC, refugium peccatorum di quanti non si rassegnavano al riflusso dopo aver cercato di cambiare il mondo nel decennio precedente. Occasione di quegli incontri, due o tre in tutto, il tempo di una sigaretta che non si poteva consumare in libreria. Non ricordo una parola di quei momenti, ma mi rimane un senso di incomunicabilità, di non detto. Fu Mario Argiolas, presidente della CUEC, a parlarmi di lui e così appresi che era uno scrittore promettente in cui credeva e voleva aiutarlo ad affermarsi; qualche tempo dopo Mario mi disse raggiante che Elvira Sellerio aveva accolto così entusiasticamente un suo lavoro da invitarlo a Palermo per conoscerlo di persona. L’anno seguente uscì L’apologo del giudice bandito, edito da Sellerio. E così conobbi, almeno letterariamente, Sergio Atzeni. Continua a leggere

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Sergio Atzeni sulla stampa italiana nel trentennale della morte

Grazia Deledda

Grazia Deledda

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Alessandro Marongiu 

In un quadro di incontestabili distanze abissali, qualche tratto di vicinanza Grazia Deledda e Sergio Atzeni pur l’hanno. Quelli più superficiali si possono immaginare con facilità; uno, invece, è piuttosto particolare. Ci spieghiamo. Continua a leggere

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“Bellas mariposas”: dal testo letterario alla trasposizione filmica. Appunti

1-new-italian-stories-bellas-mariposasdi Salvatore Mereu [*] 

“Solo dai grandi si impara. Mai pensare di poter imparare dai piccoli” 

Sergio Atzeni

Qualche anno fa ho letto per la prima volta Bellas mariposas di Sergio Atzeni. Ne avevo sentito parlare a lungo in Sardegna e moltissimo tra i sardi che dalla Sardegna si sono spostati per ragioni di lavoro e di studio in continente come l’autore del libro in questione. Mi sono avvicinato al libro per rimediare a questa lacuna immaginando anche che parte dell’entusiasmo fosse dovuto all’attaccamento inevitabile che ne deriva, da “esuli”, con tutto ciò che arriva dalla propria terra. Continua a leggere

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L’enigma Sergio Atzeni: appartenenza profonda e meticciato culturale

sergioatzeni11di Omar Onnis

L’improvvisa morte di Sergio Atzeni, nella tarda estate del 1995, interruppe il suo lavoro letterario in una fase matura ma in evoluzione. I suoi ultimi lavori, Passavamo sulla terra leggeri e Bellas mariposas, stabilivano un salto stilistico e un nuovo orizzonte narrativo, i cui sviluppi possiamo solo immaginare. Le stesse interpretazioni date alle sue opere soffrono inevitabilmente della mancata dialettica con l’autore. Anche per questo è faticoso tracciare un consuntivo netto della portata e del significato del lascito di Atzeni. La brusca interruzione della sua parabola letteraria ne complica la valutazione. Continua a leggere

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“Bellas mariposas”, storia di una sceneggiatura mai nata

bellasdi Enrico Pau [*]

Riconosco nella scrittura delle Bellas Mariposas atzeniane l’eccitazione nello scoprire una città vergine che aspetta di essere raccontata, con le sue strade, i suoi luoghi, le sue periferie, con una lingua antica eppure dal punto di vista narrativo nuova e inedita, musicalissima, a cui dare dignità di lingua letteraria. 

Il cagliaritano – scrive Atzeni – è mescolanza di sardo, italiano, spagnolo, arabo, siculo, romanesco, zingaresco, gergo di mendicanti e camorristi… giunti grazie agli incontri e traffici del porto, ai vagabondi di ogni sorta che nel loro girovagare non hanno evitato la Sardegna e soprattutto grazie ai galeotti nostrani andati in casanza nella penisola, italiani ospiti del famoso “convitto” di Buoncamino.  Continua a leggere

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Un’amicizia, in undici appunti

Cagliari, Liceo "Dettori"

Cagliari, Liceo “Dettori”

di Walter Porcedda 

Erano anni turbolenti, esaltanti e confusi quelli in cui nacque l’amicizia con Sergio. Un sentimento in grado di sfidare il tempo e le differenze. Che non erano poche. Caratteriali, politiche. Anche artistiche e musicali. Erano i giorni in cui covava la ribellione del Sessantotto. Eppure in una città di provincia che sta sul mare, con l’odore salmastro e pungente che dal porto si perdeva nelle viuzze degli antichi quartieri spagnoli, sino a raggiungere le alte mura del quartiere di Castello, circolava il vento che portava il seme della rivolta. Nei licei il primo nemico era l’autoritarismo di presidi e insegnanti, la differenza di classe e l’assenza del diritto allo studio. Continua a leggere

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Breve memoria in forma di monologo della prima volta che ho letto un libro di Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

di Gianni Tetti

Quando è morto Sergio Atzeni avevo quindici anni, ricordo un servizio abbastanza veloce del telegiornale sardo, e lo ricordo perché mio padre aveva detto, “poverino, deve aver trovato mare brutto”. Non avevo letto niente di lui, mi avvicinavo, da liceale, ad un’idea di ricerca intellettuale, ma senza averla iniziata per davvero, il suo nome era riecheggiato più volte alle mie orecchie, ma ho dovuto aspettare prima di trovarmi un suo libro in mano. Erano quei tempi bellissimi in cui i libri si compravano solo in libreria, le ricerche si facevano in biblioteca, di un buon autore sentivi parlare dai tuoi amici o dai tuoi compagni di scuola. Continua a leggere

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Tra le due rive: la voce poetica di Hanen Marouani

le-sourire-mouille-de-pleursdi Soumaya Bourougaaoui 

Il Mar Mediterraneo ha da sempre stimolato la creatività di scrittori, poeti e artisti; le sue acque hanno visto passare imbarcazioni e viaggi, conservando storie ed esperienze che si intrecciano fin dall’antichità. Le migrazioni, costanti nella storia della regione, hanno svolto un ruolo fondamentale nella diffusione di idee e conoscenze, così come nella narrazione delle vicende dei migranti. Numerosi testi poetici e letterari evocano le esperienze toccanti e spesso strazianti di uomini, donne e bambini che hanno lasciato le loro terre, fuggendo guerre, conflitti e persecuzioni in cerca di un futuro sicuro, di speranza e di serenità. In questo contesto, ogni verso poetico diventa un filo che lega la vita dei migranti all’esperienza umana, trasformando la poesia in uno strumento di testimonianza e riflessione. Continua a leggere

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“Il figlio del ricco di Tunisi” e “La più bella italiana di Tunisia”: due storie di successo

Corriere di Tunisi, 1957

Corriere di Tunisi, 1957

di Rosy Candiani 

La storia della collettività italiana di Tunisia dagli anni Ottanta alla metà del ‘900 si arricchisce sempre più in questi ultimi anni di studi e contributi che ne definiscono meglio le vicende, a integrare e a far luce sui momenti ufficiali della Storia, cadenzata da atti, accordi, date talora a malapena riportati sui manuali. Da un lato, gli studi critici pervengono a sottolineare la effettiva variegata identità di una comunità arrivata a circa 80 mila unità stabili (ufficiali), composita e poco omogenea, nella realtà di una forte maggioranza siciliana, manodopera per gran parte non qualificata ma apportatrice di preziose conoscenze e tecniche nell’agricoltura, nell’edilizia, nei trasporti; ma anche di un ceto medio modesto di piccoli appaltanti, proprietari di terra, capimastri, artigiani la cui acuta capacità imprenditoriale li portò a investire in un Paese estraneo ma vicino; oltre a un ceto medio di commercianti, medici, insegnanti e imprenditori proveniente da altre regioni, tra cui in particolare la Liguria, la Toscana e la Campania, capaci di dialogare proficuamente e collaborare con le autorità politiche. Continua a leggere

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Modelli femminili nella letteratura italiana in contesti didattici tunisini

Facoltà di Lettere e Scienze Umane di Sfax

Facoltà di Lettere e Scienze Umane di Sfax

di Hiba Ben Farhat

Nella storia del Mediterraneo, Italia e Tunisia hanno condiviso una lunga tradizione di interazioni culturali, politiche e sociali, dando vita a un patrimonio comune che si riflette anche sul piano letterario. In questo contesto di scambi e stratificazioni, l’insegnamento della lingua e della letteratura italiana in Tunisia assume un valore che va oltre la mera trasmissione linguistica: esso rappresenta un luogo privilegiato di incontro interculturale e un dispositivo pedagogico attraverso cui gli studenti accedono non solo a un’altra lingua, ma anche a un diverso immaginario storico e simbolico. Pur essendo l’italiano insegnato come lingua straniera e non come lingua seconda, esso esercita un ruolo significativo nel promuovere apertura culturale, riflessione critica e consapevolezza interculturale. Continua a leggere

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Il teatro municipale a Tunisi. Dal progetto di Jean-Emile Resplandy (1902) a quello di Lucien Woog (1909)

- Tunisi. Il Teatro Municipale sull’Avenue Habib Bourguiba (https://en.wikipedia.org/wiki/Tunis - dic. 2025).

Tunisi. Il Teatro Municipale sull’Avenue Habib Bourguiba (https://en.wikipedia.org/wiki/Tunis – dic. 2025).

di Sonia Gallico

Il Teatro Municipale di Tunisi è ancora oggi uno degli edifici più importanti dell’Avenue Habib Bourghiba, asse storico della cosiddetta città europea.

Le sue gradinate sono da sempre luogo di appuntamenti ed incontri [1]. Continua a leggere

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La Tunisia nello sguardo degli italiani contemporanei: continuità e mutamenti nelle rappresentazioni culturali tra passato e presente

9146sy5mral-_uf10001000_ql80_di Khouloud Kharrat

 Gli italiani sono tra i popoli europei che hanno convissuto più a lungo e più pacificamente con i tunisini, dando vita a una presenza storica significativa e radicata nel Paese. La lunga presenza italiana nel Paese, in particolare tra Ottocento e Novecento, ha dato vita a una ricchissima storia italo-tunisina, fatta di convivenza quotidiana, scambi culturali e migrazioni incrociate: dall’emigrazione italiana verso Tunisi, oggi osserviamo il movimento inverso dell’emigrazione tunisina in Italia. Questa complessa storia condivisa continua a rappresentare un terreno privilegiato per lo studio delle dinamiche mediterranee, delle relazioni culturali e delle forme di rappresentazione reciproca. Continua a leggere

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El Seed, lo street artist franco-tunisino

Lost Walls Tunisia Fonte: pinterest.com

Lost Walls Tunisia (Fonte: pinterest.com)

di Roberta Marin

Tra i protagonisti della scena artistica tunisina che fanno uso della calligrafia araba, spicca il franco-tunisino el Seed con la sua attività dello street artist. Nato in Francia da genitori tunisini, l’artista ha nutrito fin dalla giovane età un forte attaccamento alle sue radici mediorientali, tanto da decidere di perfezionare la conoscenza della lingua araba, conosciuta fino a quel momento soltanto nella sua versione parlata tunisina. Con l’approfondimento della scrittura, è arrivato anche il desiderio di applicarla ai suoi murales e alle sue installazioni e spesso si trovano versi e pensieri di famosi poeti arabi e non. A detta dell’artista tuttavia, nonostante la calligrafia e la lingua araba siano alla base della sua pratica e rimangano elementi distintivi della sua identità, in realtà non sono mai state impiegate per definirlo esclusivamente come artista arabo, in quanto la sua opera ha un afflato ben più ampio ed è un mezzo per affrontare problemi legati alla società contemporanea e alla comprensione dell’essere umano. Continua a leggere

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Tunisia e Libia: tra autoritarismo politico e resistenza civile

Tunisi (ph. Francesca Spinola)

Tunisi, 2025 (ph. Francesca Spinola)

di Francesca Spinola 

Crisi dei diritti umani, concentrazione del potere e nuove forme di controllo sociale nel Nord Africa

Il Medio Oriente e il Nord Africa stanno attraversando una fase di forte instabilità, aggravata dal conflitto tra Israele e Hamas che ha innalzato il livello di violenza e provocato una destabilizzazione generale nell’area. I cambiamenti in atto stanno influendo anche sui difficili equilibri religiosi specialmente in Nord Africa. I gruppi sunniti, già maggioritari, hanno guadagnato influenza, mentre le fazioni sciite, minoritarie, legate all’Iran, si sono indebolite. Il tumulto politico, le difficoltà economiche e l’escalation dei conflitti, soprattutto tra Israele e Iran, hanno accentuato l’instabilità, ostacolando la diplomazia regionale, lo sviluppo e le prospettive di una pace duratura. Questa crescente instabilità politica sta evidenziando derive che, pur manifestandosi in forme differenti, rivelano tratti comuni inquietanti. Continua a leggere

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Progettazione partecipata e abusivismo

 Ankara, quartiere abusivo


Ankara, quartiere abusivo

di Cesare Ajroldi [*] 

Dovendo parlare di progettazione partecipata, il riferimento principale non può che essere (almeno in Italia) quello di Giancarlo De Carlo. All’epoca del lavoro in comune sul Piano Programma del centro storico di Palermo, mi disse (o lo lessi in un suo scritto) che per la sua idea di architettura egli individuava cinque esempi di riferimento: Santa Sofia a Costantinopoli, il tempio di Apollo a Basse, altri due che non ricordo e un quartiere abusivo ad Ankara.

Quando gli chiesi il perché di quest’ultima scelta, mi rispose con parole che poi sono riportate nella rivista «Progettare» nel 1987:  Continua a leggere

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Maltese diaspora writers of the 21st century

106473046_576633023044886_1579706558209825174_ndi Arnold Cassola [*]

Italian 19th century immigration to Malta was intimately connected with the steady spread of culture amongst the Maltese, especially through the ever-expanding medium of journalism. En passant, one of these newspapers, L’Emigrazione Maltese (1867-1877) which was edited by Amabile Bonello, had the specific aim of organizing Maltese migration to the North African coast, especially to Tripolitania and Cyrenaica. Another newspaper, Afrique Maltaise (1889-1890), edited by Enrico Zammit, voiced the general interests of the Maltese settlers in Algeria, Tunisia and Tripolitania. Even Maltese emigrants abroad were to be quite involved in the journalistic sphere. For example, Sapienza (1977) lists no less than eleven newspapers published in Egypt and Tunisia by Maltese immigrants prior to 1940. These are:  Continua a leggere

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L’Islam: “l’Occidente dell’Oriente”. Le radici comuni delle civiltà negli oggetti e nelle parole d’uso comune

9791255431114_0_0_536_0_75di Paolo Branca 

Franco Cardini, l’autore del libro dal titolo intenzionalmente provocatorio, Grazie Islam! Quelle poche, piccole cose che l’Occidente moderno deve al mondo musulmano (PaperFirst by Il Fatto Quotidiano, Roma 2025), non ha bisogno di presentazioni.

Conosciuto soprattutto come medievista ha infatti spesso proposto svariati e preziosi contributi su fenomeni e periodi storici differenti, divenendo così un punto di riferimento per numerosissimi e appassionati lettori in cerca di una visione unitaria, per quanto articolata, delle vicende umane. Continua a leggere

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Trionfi di pietra

Angelo alato, cimitero di Canicattini Bagni

Canicattini Bagni, Angelo alato, opera di Salvatore Cultrera

di Giuseppe Cultrera, Luigi Lombardo [*] 

Il territorio canicattinese, come tutto il comprensorio ibleo, è ricco di una particolare pietra calcarea, di un bel bianco, assai tenera e al contempo resistente.

È la pietra del barocco ibleo, che gli specialisti scalpellini chiamano ntagghiu.

Si lascia lavorare facilmente dallo scalpello e dalle sgorbie, e una volta collocata sull’edificio col tempo si ricopre d’una patina (petra allannata, stagnata) che la rende impermeabile e resistentissima alle intemperie. Continua a leggere

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Il Mediterraneo tra storiografia e pedagogia

9788829027019di Laura D’Alessandro 

Il Mediterraneo è ancor oggi uno spazio di studio senza limiti. Una fonte inesauribile per approfondire, rivedere e rileggere i molteplici aspetti di cui si compone. Un campo di analisi e ricerche sempre suggestivo e mai scontato. Sarà per questo che Braudel ha coniato tra le più significative e belle definizioni di Mediterraneo: «Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà ma una serie di civiltà, accatastate le une sulle altre» [1]. E ancora «il passato del Mediterraneo è una storia accumulata in strati molto spessi (…), è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere». Continua a leggere

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Devozione in madreperla. Ibridazioni culturali dalla Palestina del XVI secolo all’Occidente contemporaneo

9791280805010_0_0_536_0_75di Alessandro D’Amato 

Artista colombiano di origini palestinesi, sin dal 1998 Enrique Yiri Daccarett ha fondato la Taller Palestina, piccola ma attivissima realtà che opera nella città di Barranquilla nel campo della lavorazione artigianale di madreperle. Nel corso degli anni, il laboratorio di Daccarett si è dedicato alla conservazione e alla diffusione dell’antica tecnica dell’intaglio della madreperla, saper fare storicamente diffuso nella tradizione manifatturiera palestinese. Discendente da un nucleo familiare di origine palestinese emigrato nei Caraibi colombiani nel 1911 – proveniente da Betlemme – Enrique ha appreso l’arte e la tecnica della lavorazione della madreperla proprio all’interno dei laboratori di famiglia, attivi da circa due secoli. Continua a leggere

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Il Corpo come frontiera tra biografia e sacro nella società post-secolare

ddca42df-5379-4d20-8bea-a6a12e42681ddi Annalisa Di Nuzzo

Premessa

Il corpo umano, nella sua duplice dimensione di entità biologica e costruzione culturale, è da sempre uno degli elementi centrali e più dibattuti della riflessione antropologica e sociologica. Non è un mero involucro inerte, ma un’entità dinamica che apprende, che imita, che interiorizza pratiche e saperi, un insieme complesso di gesti, abitudini e pratiche incorporate che non si limitano a riflettere passivamente la cultura d’appartenenza di un individuo, ma la costruiscono attivamente e la perpetuano nel tempo, rendendola viva e tangibile attraverso la corporeità. In questa prospettiva, il corpo è una tela su cui la cultura si inscrive e attraverso cui essa si manifesta e si riproduce. Continua a leggere

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I Siciliani televisivi di Giuseppe Fava: la serie RAI del 1980

giuseppe_fava_librodi Fabio Fancello

La nascita della serie televisiva “Siciliani”

Il rapporto tra Giuseppe Fava, figura iconica nel mondo del giornalismo d’inchiesta, scrittore, drammaturgo, pittore e simbolo della lotta alla mafia, e l’audiovisivo, non ha sempre ottenuto l’attenzione che avrebbe meritato.

Come sostengono Di Mauro (2025) e Greco (2025), probabilmente la sua lunga battaglia per la verità ha spinto a celebrare soprattutto il giornalista, appiattendone all’occhio esterno la complessità e gli aspetti della figura di un uomo di cultura a tutto tondo. Continua a leggere

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Il laboratorio da luogo fisico a spazio mentale. Esperienze di embodied learning in Università

Palermo, Laboratorio universitario (ph. Max Aquila)

Palermo, Laboratorio universitario (ph. Max Aquila)

di Nina Ferruzza Marchetta                                                                                              “La complessità è l’arte di collegare ciò che è disgiunto e distinguere ciò che è unito”.                              (Morin, 1990)

Introduzione           

In un’epoca dominata, per un verso, dal pullulare indiscriminato di informazioni – la cosiddetta infosfera (Floridi, 2017) – nella quale il sapere viaggia a velocità cybersonica da un device ad un altro, e per un altro verso, dallo strapotere intellettuale del pensiero tecnico-scientifico che impone percorsi rigidamente lineari, il tema della complessità stenta a trovare il suo spazio di espressione. Continua a leggere

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La lingua italiana e gli studenti stranieri: la cultura dell’accoglienza attraverso il linguaggio

copertinadi Irma Galgano 

Il confronto con il diverso da sé, l’individuazione di affinità storicamente costituitesi a partire dall’analisi di sistemi culturali significativi – come sono quello linguistico e letterario in una data lingua – sono parte imprescindibile della formazione dell’identità del soggetto e rappresentano l’assunzione di un sapere critico che è modalità necessaria alla conoscenza del mondo contemporaneo. Educare al molteplice dovrebbe rappresentare obiettivo prioritario di ogni disciplina a ogni livello di formazione. Quando poi il campo d’applicazione dell’attività didattica prevede nel suo statuto – come nel caso dell’insegnamento di una lingua – il raffronto e l’accostamento di sistemi culturali, la scelta diventa vincolante e non più opzionale. Continua a leggere

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Il poeta? l’inutile. Dagli italiani Gori e Giardina al greco Lorenzo Mabili

Le mani del poeta, 1994 (ph. Eva Rubinstein

Le mani del poeta, 1994 (ph. Eva Rubinstein)

di Aldo Gerbino 

L’eucaliptus era malinconico anche per un’altra ragione.

Si sentiva inutile, come tutti i poeti. 

[Bonaventura Tecchi, da Storie d’alberi e di fiori, Bompiani 1963]  

Nell’ottobre del 1994 mi fu mostrata da Eva Rubinstein, figlia di Arthur (il valoroso pianista polacco), la sua foto, Le mani del poeta: disadorne mani segnate da solchi profondi, unite a formare un cestello mentre accolgono, nel loro alloggio austero e carnoso, il bianco frammento d’un vólto dalle labbra appena schiuse, quasi in attesa di parola, d’un possibile canto, di un respiro, un vapore, una nube. Continua a leggere

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Le tre corde della fronte: sociologia del pupo tra pulsioni e habitus sociale

1000303118di Claudio Gnoffo 

La commedia: Il berretto a sonagli 

Il biennio 1916-1917 segna uno spartiacque fondamentale nella produzione teatrale di Luigi Pirandello, sancendo il passaggio dalla fase “siciliana” a quella “umoristico-grottesca”. La poetica pirandelliana si fonda sulla distinzione cruciale tra “comico” e “umoristico”. Se il comico è il semplice avvertimento del contrario, l’umorismo interviene con la riflessione, portando al sentimento (e non al mero avvertimento) del contrario: come nel celebre esempio della vecchia signora goffamente imbellettata, immagine ridicola a un primo sguardo, amara a una riflessione più profonda.

Il processo dell’umoristico dunque non si limita a suscitare la risata, ma stimola un’empatia profonda e una riflessione sulle incongruenze tragiche della vita. Come espresso nel saggio L’umorismo (1908; 1920), l’atto umoristico smonta il personaggio attraverso le sue incongruenze, così da rivelare la fragilità dell’esistenza umana. Continua a leggere

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Difendere e potenziare la democrazia liberale

Atene pensosa, IV sec. a .C

Atene pensosa, IV sec. a .C

di Antonio La Spina 

Premessa 

A partire da una settantina d’anni fa, per gran parte del tempo nei Paesi caratterizzati da un’economia avanzata e da regimi politici liberaldemocratici abbastanza consolidati vi è stata la tendenza a considerare tali regimi come compiuti e duraturi. In effetti le cose non stanno così. Una democrazia è sempre un cantiere che viene portato avanti ininterrottamente e faticosamente, erigendo architetture belle e audaci [1]. Perciò queste vanno costantemente sorvegliate, per tenerle in piedi ed eventualmente puntellarle quando vacillano. In effetti, se non si compie tale continuo lavoro di manutenzione, le democrazie potrebbero incrinarsi o addirittura collassare in brevissimo tempo. Continua a leggere

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Perdersi per abitare il mondo. Dialogo con Elisa Attanasio

cover__id12367_w560_t1760278500di Ivana Margarese 

Il mio incontro con Elisa Attanasio è avvenuto sotto l’astro di Anna Maria Ortese, scrittrice amatissima, a cui Attanasio ha dedicato vari testi tra cui Divenire drago: esplorazioni nellopera di Ortese (Pendragon 2022) in cui mette in dialogo le opere di Ortese con testi del pensiero contemporaneo.

Attanasio è ricercatrice all’Università di Bologna in Letteratura italiana contemporanea dal 2022, ha insegnato diversi anni alla Sorbona ed è stata visiting scholar all’Università di Zurigo. Il suo ultimo saggio Forme dello spaesamento propone lo “spaesamento” – Unheimlich di freudiana memoria che ci ricorda come la nostra casa sia abitata dall’altro – non come semplice tema, ma come lente teorica e critica, per mostrare come la letteratura attraversi le faglie della crisi, innescando una trasformazione nei modi di sentire, nominare e abitare il reale.  Continua a leggere

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Manzoni e la Rivoluzione francese

L’ultima edizione del saggio del Manzoni su La Rivoluzione francese

L’ultima edizione del saggio del Manzoni su La Rivoluzione francese

di Umberto Melotti 

Del Manzoni quasi tutti conoscono I Promessi Sposi, le tragedie e molte poesie. Pochi invece conoscono i saggi, sia quelli scritti prima del romanzo (come le Osservazioni sulla morale cattolica, 1819), sia quelli scritti dopo. Fra questi, di particolare importanza sono i saggi linguistici e letterari e il saggio su La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859.

Questo saggio è, anzi, uno dei suoi scritti meno noti, nonostante il suo grande interesse. Ciò si deve a tanti motivi, fra cui il fatto che è un testo largamente incompiuto e pubblicato solo postumo (nel 1889, nel centenario di quella rivoluzione [1]), che ha suscitato subito (specialmente in Italia, come lui stesso aveva previsto nella terza redazione della sua “Introduzione”) molte reazioni negative, per la sua critica radicale di quella Rivoluzione, da molti ritenuta l’atto fondativo della società moderna. Continua a leggere

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“Silama” e la fine del cinema a Tripoli del Libano

cilama-poster di Aldo Nicosia 

Silama (2024) [1], documentario del regista libanese Hadi Zaccak [2],  traduce nel dialetto del nord del Libano il termine “cinema”. In altri Paesi del mondo arabo la parola sìnima, mutuata dall’inglese o dal francese, viene storpiata, ma altresì interiorizzata dal popolo, in forme simili: sìmana, oppure sima in Egitto. Il titolo di questo documentario mi sembra azzeccato per evidenziare al meglio lo stretto rapporto tra la popolazione di Tripoli e la settima arte, nel corso del ventesimo secolo.

Dagli anni trenta fino all’inizio della guerra civile del 1975, la seconda città del Libano, capitale del Nord, contava una trentina di sale cinematografiche: erano l’unica forma di evasione per un pubblico assetato di cultura e di immagini, con la voglia di aprire i propri orizzonti a nuovi mondi. I nomi delle sale erano i classici nomi utilizzati nel resto del mondo e in Egitto, diuturna fonte d’ispirazione per milioni di cittadini del Maghreb e del Mashreq. Empire, Roxy, Opera, Al-Hamra, Rivoli, Palace, Metropole, Le Capitole, Colorado, Lido, Victoria evocavano mondi esotici occidentali, mentre al-Sharq, al-Qahira, al-Ahram, al-’Alam, Amir, Cleopatra, Salwa, Rabha rinviavano a quelli egiziani (ed anche indiani). Continua a leggere

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La protobasilica di S. Nicola a Trapani: da chiesetta bizantina a Museo Diocesano

Trapani, Chiesa di san Nicola, interno (ph. Lina Novara)

Trapani, Chiesa di san Nicola, interno (ph. Lina Novara)

di Lina Novara 

«Bianca nelle pareti e nei pilastri»[1] la chiesa di S. Nicola a Trapani, in origine dedicata all’Ascensione, assieme alle chiese di S. Pietro e S. Sofia, è una delle tre più antiche, essendo stata edificata, secondo la storiografia locale, per il rito greco, dal capitano bizantino Belisario, generale di Giustiniano, subito dopo la conquista della Sicilia avvenuta nel 535.   Continua a leggere

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La storia dello straordinario recupero dell’Archivio Storico del Comune di Pomarico

Una delle tre stanze del Palazzo Marchesale dove è attualmente stato riordinato e riassemblato l’Archivio storico comunale disperso, fino al 2015, in almeno tre grandi nuclei documentali di cui era noto solo il primo (Palazzo Sisto, zona pericolante del Comune di Pomarico, ex mattatoio comunale). Nelle foto qui sopra, il Palazzo Marchesale “Donnaperna”, del XVIII secolo.

Pomarico, Palazzo Marchesale, “Donnaperna”, Archivio Storico Comunale (ph. Gianni Palumbo)

di Gianni Palumbo 

Premessa

Chiunque avesse dovuto valutare la situazione avrebbe esitato a lungo prima di accettare la sfida. Si trattava di un’impresa titanica e dal tempo indefinito, data la mole spaventosa di sacchi, contenenti documenti e la quantità eccessiva di carte accumulate. Per almeno trent’anni, i documenti erano stati abbandonati e gettati alla rinfusa in diversi ambienti degradati: mischiati a detriti di costruzione, rifiuti organici e altre impurità che avevano creato un composto nauseante e invaso i fogli. Continua a leggere

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La cenere eloquente della Commedia

copertina-la-materia-di-dantedi Antonio Pane 

«Una sera di inizio giugno, nella Upper Library di Queen’s College a Oxford, entravo in rappresentanza del mio collegio di Cambridge, Pembroke. Indossavo un vecchio tuxedo preso in prestito che nascondevo sotto la toga nera e la cappa scarlatta del dottorato. Presi un bicchiere dal vassoio di portata accanto all’ingresso e cominciai a percorrere il lungo pavimento a scacchiera». L’inconsueto abbrivio (subito dopo introflesso nel vulnerato confiteor «Sono passati sette anni da quella sera. Ho perso mio padre e un figlio. Sono finito in the other, other place, fuori Boston», e minato, a maliziosa distanza e nel ripostiglio di una nota, dal «non è vero che il pavimento della Upper Library sia a scacchiera»), il quasi romanzesco esordio della recente monografia dantesca di Ambrogio Camozzi Pistoja (ora professore associato di Lingue e Letterature romanze all’Università di Harvard) [1] denuncia l’alea di un itinerario conoscitivo che, specchiandosi sulla vicenda del Poeta, non sa separarsi dal vivere che lo sostiene (sparsamente ridetto da interferenze quali «Qui devo fare una digressione», «Tutto quanto ho scritto fin qua», «Questo mio quinto capitolo») [2] e che nel condivisibile esergo esibisce le sue ‘mani sporche’: «Non puoi capire le cose se non sai costruirle». Continua a leggere

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Le fontane, le acque e le sorgenti sacre e terapeutiche della valle dell’Aventino

Valle dell'Aventino

Valle dell’Aventino

di Amelio Pezzetta [*]

Introduzione 

Con il presente lavoro si descrivono le fontane, le acque e le sorgenti sacre e terapeutiche che sono presenti nei vari Comuni della valle dell’Aventino, per tentare di analizzare il loro significato culturale, non disperdere la memoria e proporre il recupero anche in funzione della loro valorizzazione turistica. Continua a leggere

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L’emigrazione italiana: storie diverse confluite in un’unica grande Storia

Una famiglia di italiani emigrati in America, primi 900

Una famiglia di italiani emigrati in America, primi 900

di Franco Pittau [*]                    

Dedicato a Mons, Silvano Ridolfi, per il suo grande impegno tra gli italiani all’estero a livello operativo e di riflessione, diventando un esempio per quanti lo hanno conosciuto    

Oltre due secoli di storia e tante fasi 

Questo capitolo a carattere storico introduce agli aspetti indispensabili per avere una visione d‘insieme della grande storia dell’emigrazione italiana e rendersi conto delle tragiche condizioni che causarono l’esodo, sulle leggi che regolarono gli espatri, sull’attenzione differenziata dedicata agli emigranti a seconda dei periodi e dei diversi ambiti, sui problemi rimasti insoluti e sulle prospettive di soluzione ipotizzate, sempre con grande attenzione ai dati statistici sottostanti. Continua a leggere

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Riforma della giustizia o attentato alla Costituzione?

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di Elio Rindone 

Per un’adeguata comprensione e valutazione del disegno di riforma costituzionale, “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, oggetto dell’imminente referendum, credo che sia necessario inserire questo progetto di riforma, voluto dal governo Meloni, nel relativo contesto storico, non solo esaminando analoghi tentativi, sin qui falliti, ma anche confrontando i sistemi politici che hanno preceduto la nostra attuale democrazia parlamentare.  Continua a leggere

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Emigrare, insegnare, raccontare: viatico e riscatto nel memoir di una donna siciliana

9791281700277_0_0_536_0_75di Livia Romano 

La lezione di Josephine. All for Love of Teaching, Torri del Vento Edizioni 2025, è un bellissimo diario che viene restituito dall’autrice con passione, originalità e rigore scientifico. A ben vedere, il racconto ricostruisce non solo una storia, quella della protagonista principale, ma tante storie, poiché la vita della maestra Giuseppa/Josephine si svolge come dentro ad un crocevia di questioni di interesse storico-pedagogico, storico-scolastico, storico-educativo, storico-filosofico, storico-culturale, storico-sociale e storico-politico.

Si tratta in primo luogo di uno spaccato di storia delle donne, soprattutto di storia dell’educazione e della condizione femminile: la madre – scrive Michela D’Angelo nell’introduzione al volume – vuole a tutti i costi che la figlia possa studiare nel nuovo mondo, anche per lei oltre che per se stessa, testimoniando in questo modo un desiderio di emancipazione e indipendenza femminile: «lei sperava che io potessi divenire un’insegnante e rimase sempre ferma nella sua determinazione. Continua a leggere

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Immaginari e Islam nel Mediterraneo: al-Ándalus come paradigma

Mariano Bertuchi, El Zoco. Olio su cartone.

Mariano Bertuchi, El Zoco, olio su cartone

di Giorgia Rubera 

La lucha con las sombras no ha hechomás que incrementarse con el paso del tiempo. Un fantasma tan real como imaginario recorre el mundo.

José Antonio González Alcantud, Lo moro revisitado. Dimensión estética, diversidad cultural, función critica,   fantasma social, 2008: 43. 

L’immaginario svolge un ruolo fondamentale nella costruzione di senso in ogni società. È attraverso l’immaginario collettivo che le realtà prendono forma e vengono simbolizzate, come ci insegna Marc Augé:

«La constatazione generale è che tutte le società hanno vissuto dentro e attraverso un immaginario. Diciamo che ogni realtà sarebbe “allucinata” (oggetto di allucinazione per gli individui o i gruppi) se non fosse simbolizzata, cioè collettivamente rappresentata» (Augé 1998: 11). Continua a leggere
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Atlante di una straordinaria geografia sonora

978880625302higdi Mario Sarica

David George Haskell con Suoni fragili e selvaggi ci guida lungo sentieri di conoscenza inesplorati, dischiudendo ai nostri occhi, e soprattutto alle nostre orecchie, un orizzonte planetario segnato profondamente dai suoni, nelle loro multiformi espressioni e funzioni, naturali, urbani e domestici, unendo e avvolgendo da sempre la biosfera, configurandosi come principio della vita, delle relazioni e dell’evoluzione biologica e culturale di ogni organismo vivente e di ogni sistema sociale, comunitario e storico, dal più infinitesimale al più complesso e controverso, che è quello della specie umana. Quest’ultima, nel regno animale, dalla natura imprevedibile e dagli esiti che oscillano dalle altezze spirituali del linguaggio musicale di ogni cultura, al degrado e dispersione colpevole di un patrimonio acustico sonoro storico e identitario, così vulnerabile e indifeso. Lo stesso in grado, peraltro, di plasmare e riplasmare ogni forma di materia vivente e di profili antropologici nel perenne disegno ciclico biologico ed evolutivo, fra natura e cultura. Continua a leggere

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Il vangelo secondo Vito Mancuso

9788811016441_0_0_0_0_0di Giuseppe Savagnone 

Dal gesuanesimo al cristianesimo

Il nuovo libro di Vito Mancuso su Gesù e Cristo (Garzanti) sta avendo un’ampia risonanza mediatica e, malgrado la sua mole (800 pagine!) promette fin da ora di essere un altro successo editoriale dell’autore, dopo quelli che lo hanno reso famoso per la sua scelta di dare del cristianesimo una lettura spregiudicata, che prescinde dai dogmi della Chiesa.

Una posizione che si può, a seconda dei punti di vista, giudicare “aperta”, oppure “ambigua”, e che esonera Mancuso dal rispetto delle verità di fede, permettendogli al tempo stesso di rivendicare il titolo di “teologo”. Continua a leggere

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“La poesia come spazio del silenzio”. Intervista a Stefano Bottero

copertina-fronte-scaleddi Fabio Sebastiani 

Man mano che il tema della guerra, nella prospettiva della distruzione quasi totale dell’umanità, entra nei radar dell’opinione pubblica non più attraverso il vuoto linguaggio della politica ma con l’irruenza dei fatti, come nella vicenda di Gaza, comincia a diventare anche un argomento che in qualche modo potrebbe riguardare il variegato mondo dei poeti e delle poete. Ne fanno testo il numero davvero incredibile di antologie, e nello stesso tempo, grazie al web, le numerosissime occasioni di call in streaming in cui ci si confronta, anche attraverso la declamazione di versi, sulla possibilità che la parola poetica diventi più di un semplice e generico segnale di indignazione. La poesia su questo nei secoli ha sempre tenuto un atteggiamento ambiguo, divisa tra detrattori e cantori, ma è certo che proprio agli albori del ‘900 con la Prima Guerra mondiale l’ago della bilancia si è spostato sempre di più verso un rifiuto totale dell’apocalisse. Continua a leggere

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Il Cilento marittimo in età moderna

Fig. 1 Cartina del Cilento, Mario Cartaro Nicola Antonio Stigliola, Il regno di Napoli, Biblioteca Nazionale di Napoli, Sezione manoscritti e rari, ms. XII D 100, 1613

Cartina del Cilento, Mario Cartaro Nicola Antonio Stigliola, Il regno di Napoli, Biblioteca Nazionale di Napoli, Sezione manoscritti e rari, ms. XII D 100, 1613

di Maria Sirago 

Fino a fine Settecento il Cilento, sia quello “storico”, fino al fiume Alento, sia il territorio del Golfo di Policastro, era quasi del tutto sconosciuto. Solo alla fine del secolo, nel 1787, Goethe decise di visitare le rovine di Paestum, allora in uno stato di totale abbandono, mosso dalla curiosità di conoscere un luogo descritto in tutti i testi antichi come rigoglioso e florido. «La contrada era sempre più piana e deserta; pochi casolari; ovunque vedevo una povera agricoltura. Finalmente, incerti se fossero rocce o rovine, potemmo scorgere in una gran massa … i templi e i monumenti superstiti» (in Fortunato, 1993). Continua a leggere

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La bomba che non c’è. Appunti su “Nuclear War: A Scenario” e “A House full of Dynamite”

26annie-jacobsen-cover-articlelargedi Giuseppe Sorce 

Una porta blindata si apre. Sfrigola nel vento giallo di una base di controllo nel deserto. Un uomo in divisa mimetica esce, inciampa. È di fretta, barcolla. Con una mano si tiene la fronte madida. Fa tre passi, poi due, crolla in ginocchio. Il terreno è duro di rocce e sabbia compatta. Si allarga l’inquadratura, si diffonde il nostro sguardo. Un ultimo sole inonda il cielo confuso di grigio.

Questa è l’ultima scena di A House full of Dynamite, film uscito lo scorso novembre co-prodotto e diretto da Kathryn Bigelow che fa eco a Nuclear War: A Scenario, un libro (2024) non-fiction [1] della giornalista americana Annie Jacobsen da poco distribuito in italiano. Perché queste due opere, che narrano uno scenario di guerra nucleare contemporanea, adesso? Cosa vogliono dirci? Hanno a che fare con il conflitto sottaciuto fra USA e Cina, o fra USA e Russia? L’intento è riportare indietro l’immaginario a quello della guerra fredda? E infine, quanto e cosa c’è a rischio per noi dell’Europa occidentale? Continua a leggere

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La “virgula divina” e i sortilegi della memoria dell’acqua

 civerdi Orietta Sorgi 

La scoperta dell’acqua dalle viscere della terra è un mistero che ha affascinato l’uomo sin dall’antichità. Già nella preistoria infatti erano presenti particolari figure di indovini in grado di fare previsioni e di individuare le sorgenti nel sottosuolo con l’uso di una bacchetta divinatoria.

I rabdomanti appunto, così erano chiamati questi specialisti ante litteram, con un termine che deriva dal greco, composto da rabdos, bacchetta e manteia, predizione. Malgrado essi entrino ufficialmente nella storia a partire dal Cinquecento, il loro sapere intriso di pratica empirica e magia era già noto nell’antico Oriente dove maghi e astrologi ricorrevano al bastone per l’esercizio di pratiche divinatorie. Sembrerebbe inoltre che nella Grecia antica la rabdomanzia fosse collegata al culto di Dioniso, dio dell’acqua e che più tardi Cicerone accennasse a una “virgula divina” attribuendole in generale un significato apotropaico. Continua a leggere

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La Tbourida femminile: eredità, genere e solidarietà culturale in prospettiva panafricana

 Amal Ahamri con una sorba maschile (ph.Belhaj Jamal)

Amal Ahamri con una sorba maschile (ph.Belhaj Jamal)

di Latifa Talbi

Introduzione: Tra eredità e rinascita

La Tbourida, o Fantasia, pratica equestre del Maghreb oggi patrimonio UNESCO, è riletta attraverso la partecipazione femminile di giovani donne, che hanno deciso di sfidare il giudizio maschile, ma sempre mantenendo il massimo rispetto per sé stesse e per l’ambiente e la tradizione. La loro esperienza intreccia eredità culturale, genere e performatività come strumenti di solidarietà e trasformazione. Continua a leggere

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La Sicilia fatimide e lo spazio mediterraneo

01168di Francesca Tilotta

Introduzione 

Secondo lo storico tunisino Ibn Ḫaldūn (1332-1406), la dominazione arabo-musulmana in Sicilia può dividersi in sei fasi. Da ciò si evince quanto il periodo di governo islamico nell’isola sia stato rilevante, sia con riguardo alla sua durata nel tempo che al suo ruolo [1]. L’eredità lasciata dagli Arabi in Sicilia, particolarmente evidente nel settore occidentale dell’isola, è parte integrante del suo patrimonio culturale ed artistico. Tale influenza si manifestò già fin dalla conquista musulmana avvenuta nell’827, ma raggiunse il suo apice specialmente durante il dominio fatimide (secoli X e XI). In quegli anni la Sicilia, grazie alla sua posizione strategica e alla sua centralità nel mar Mediterraneo, divenne difatti crocevia di culture e nodo essenziale delle rotte marittime tra l’Ifrīqiya, l’Egitto e il mondo islamico occidentale, favorendo così una fioritura culturale straordinaria. Continua a leggere

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Festa, rito, possessione. Alcuni esempi di teatro terapeutico nella cultura popolare

Argananzio, Pompe festive

Argananzio, Pompe festive

di Sergio Todesco [*]

La relazione tra cultura popolare e teatro è molto stretta e si presenta con singolare costanza nel corso della storia. Forme popolari di intrattenimento includono spesso spettacoli teatrali come parte integrante e significativa del programma. Tipologie di teatro popolare come quelle presenti all’interno di eventi festivi nascono spesso dalle tradizioni e dai rituali delle comunità locali, rappresentando storie rispetto alle quali l’intera società è chiamata a operare un transfert collettivo attraverso una partecipazione intima alle vicende narrate. 

Tale partecipazione sortisce sovente l’attivazione di meccanismi e dinamiche catartiche. Attraverso il teatro la comunità si rigenera e acquista utili anticorpi valevoli a preservarla dal rischio che la vita comunitaria smarrisca il senso della propria esistenza. Continua a leggere

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Contro-cartografia visiva: il viaggio archetipico dei pastori di Fabian Volti

Da "Abele" di Volti

Da “Abele” di Fabian Volti

di Annamaria Clemente 

Non si incontrano gli archetipi come le persone: irrompono. Appaiono quando un’immagine del reale trascende sé stessa e si fa ierofania, manifestazione del sacro nella materia. Così, osservando un beduino immobile ai margini del deserto di Giuda e un pastore sardo che guida il gregge sui sentieri del Supramonte, ho visto emergere la stessa figura antica: l’uomo che custodisce la vita mentre attraversa un mondo più vasto di lui. Nel silenzio dei loro gesti si rivela l’equilibrio primordiale tra radici e movimento. È in questa soglia che ho riconosciuto Abele: nello sguardo di Fabian Volti, documentarista sardo che lavora sulle forme di vita marginali del Mediterraneo. Continua a leggere

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Tra Sardegna e Palestina uno sguardo trasversale sul mondo pastorale

da Abele, di Volti

da “Abele”, di Fabian Volti

di Costantino Cossu

«L’idea di un film corale che offra una visione contemporanea sul pastoralismo nasce nell’isola di Sardegna, in una società fortemente radicata, culturalmente ed economicamente, nel mondo agro-pastorale, che in questi ultimi decenni ha subìto profonde trasformazioni. Volevamo incontrare quei pastori che ancora seguivano i cicli degli astri, che vivevano nell’ovile vicino al proprio gregge, per capire i segreti di un’esistenza e del loro ruolo nelle comunità, le loro relazioni con il presente». Continua a leggere

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I pastori, la terra e la resistenza

da "Abele" di F. Volti

da “Abele” di F. Volti

di Giulia Panfili 

Il film documentario “Abele” (2025) è opera prima di lungometraggio del fotografo filmmaker sassarese Fabian Volti. Il regista è già autore di ricerche e reportage fotografici, nonché produttore e aiuto-regista di documentari, regista di cortometraggi, e organizzatore di laboratori, rassegne ed esposizioni, che promuovono la fotografia e progetti audiovisivi tra ricerca visuale e cinema documentario, come strumenti di espressione e racconto di cambiamenti sociali. Continua a leggere

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Sulla linea di confine nel mondo: un’analisi sociologica di “Abele”

da "Abele"  di F. Volti

da “Abele” di F. Volti

di Rossana M. Salerno 

Introduzione 

Il nome Abele apre una soglia, ancor prima del film. Nella tradizione biblica, Abele è il pastore innocente, colui che vive in armonia con la terra e con gli animali, ma che soccombe alla violenza di Caino, simbolo della città, della proprietà, del dominio. Abele è dunque un nome ferito, un nome esposto, un nome che porta in sé la storia di chi non controlla il potere ma lo subisce. Eppure, nel documentario di Fabian Volti, Abele non è soltanto la vittima di un gesto primordiale: è la figura che ritorna, che sopravvive, che resiste nei corpi dei pastori sardi e dei beduini palestinesi. Continua a leggere

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I pastori dai margini della cronaca al centro della storia

da "Abele" di Fabian Volti

da “Abele” di Fabian Volti

di Fabian Volti

Il carattere dell’io isolano ha conservato in me una certa sensibilità verso le pratiche di vita e di sopravvivenza appartenenti alle geografie rurali spesso del Sud, modelli culturali inconfondibili rispetto alle società più recenti “ammassate” nelle aree urbane prima del Nord ora anche del Sud. L’isola ventosa in cui sono nato e vivo ci impone delle riflessioni in merito alla trasformazione della cultura del pastoralismo. Una cultura tutta nostra che ancora oggi riflette e conserva antichi codici legati alle pratiche del pastoralismo di sussistenza, come quando le famiglie vivevano di ciò che la terra dava loro da mangiare. Continua a leggere

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My NY

My NY (ph. Fabio Bartolozzi)

My NY (ph. Fabio Bartolozzi)

di Fabio Bartolozzi 

New York è un luogo cosmopolita, nota come “la città che non dorme mai”. Da questo termine ho tratto ispirazione per la realizzazione di una serie di scatti che vogliono descrivere una società in continuo movimento, apparentemente senza orari, sia per quanto riguarda la vita frenetica delle persone che la popolano, sia per i turisti che riempiono le sue strade. Continua a leggere

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Travel notes

Travel notes (ph. Giuseppe Cacocciola)

Travel notes (ph. Giuseppe Cacocciola)

di Giuseppe Cacocciola

Avete mai pensato a quella sensazione di inquietudine lasciata dal sogno al risveglio? A quello stato di coscienza-incoscienza, tra realtà e immaginazione, in cui cercate di acchiappare le ambientazioni, i dettagli appena sognati, ma ciò che vi resta è solo il ricordo di uno spazio amorfo decontestualizzato in cui vaga insoddisfatto un senso di disorientamento? Questo stesso senso di disorientamento, in uno scenario in bilico tra finzione e realtà, è al centro dell’opera proposta. Continua a leggere

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Tra le rovine dei luoghi dimenticati epifanie di poesia

(ph. Alberto Cuccodoro)

Rovine (ph. Alberto Cuccodoro)

di Alberto Cuccodoro 

Quando varco la soglia di un luogo abbandonato ho sempre la sensazione di spezzare qualcosa, come se un filo sottilissimo si tendesse tra me e lo spazio che mi accoglie. È un momento di sospensione che vivo ogni volta con la stessa intensità, nonostante gli anni trascorsi a esplorare edifici dismessi, fabbriche deserte, case dimenticate.

In quei primi passi dentro l’ombra di un luogo urbano decaduto ritrovo sempre un equilibrio particolare, un dialogo silenzioso che non so mai prevedere fino in fondo. È il motivo per cui continuo a cercare nuovi spazi, nuove storie sedimentate nella polvere, nuove emozioni da catturare con la macchina fotografica. Continua a leggere

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Le feste in Sicilia: performance e simboli. Appunti per immagini

Palazzolo Acreide (ph. Lello Fargione)

Giarratana (ph. Lello Fargione)

di Lello Fargione 

Per raccontare spesso non serve andare lontano; il più delle volte basta guardare con occhi diversi ciò che è intorno a noi e che conosciamo. Con questo spirito ho iniziato a girovagare per la Sicilia in cerca di quella narrazione straordinaria, benché per me consueta, che sono le feste siciliane, trovando un ottimo spunto per raccontare la mia terra. Continua a leggere

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Tunisia, il respiro antico del mare: l’arte della pesca

Kerkennah (ph. Mona Fikih Khomaja)

Kerkennah (ph. Mona Fikih Khouaja)

di Mona Fkih Khouaja [*] 

Sulle isole Kerkennah e lungo la costa di Mahdia, la Tunisia conserva ancora un patrimonio raro: quello di una pesca ancestrale che resiste al tempo e continua a dialogare con la natura. La charfia e la pesca tradizionale del muggine saltatore incarnano un legame profondo con il mare, fondato sulla pazienza, la conoscenza del territorio e il rispetto degli ecosistemi. Continua a leggere

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Il Paese dei Balocchi

Il Paese dei Balocchi (ph. Tiziana Innao)

Il Paese dei Balocchi (ph. Tiziana Innao)

di Tiziana Innao

Le sagre, le feste di paese, le bancarelle, il cibo e le delizie attirano la nostra vista e il nostro gusto. Le luci, le atmosfere dei circhi, delle giostre, tutto quello che è colorato, luccicante, godurioso, tutto quello che è apparenza e divertimento, ci trascina, ci rapisce, ci cattura.

Una domenica durante una sagra di paese, vedo lui, un personaggio dietro il suo bancone con tanti pupazzi, peluche alle sue spalle che ti guarda e aspetta che tu entri nel suo mondo. Continua a leggere

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Figli del rito

Figli del rito (ph. Valeria lLudani)

Figli del rito (ph. Valeria Laudani)

di Valeria Laudani 

Le feste religiose sono da sempre grande ispirazione per i fotografi e, nonostante il trascorrere del tempo, a tutt’oggi, rimangono fondamentali per l’incontro collettivo e il raccoglimento spirituale.

Da Catanese, ho rivolto spesso lo sguardo verso la festa di Sant’Agata e, dopo averne osservato vari aspetti, mi sono soffermata sul rito come passaggio delle generazioni. Continua a leggere

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Sul paesaggio

Lampedusa (ph. Massimo Minglino)

Lampedusa (ph. Massimo Minglino)

di Massimo Minglino 

Il paesaggio non è semplicemente uno sfondo naturale o urbano, ma un vero e proprio modo di guardare e interpretare il territorio. Nasce dall’intreccio di relazioni tra elementi umani e non umani: persone, comunità, ecosistemi, infrastrutture, tecnologie, ma anche le memorie e le tracce lasciate da generazioni che ci hanno preceduto. Continua a leggere

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Looking at the Sky

Looking in the sky (ph. Francesca Pisciottani)

Looking at the Sky (ph. Francesca Pisciottani)

di Ilaria Pisciottani 

Questo progetto fotografico è un invito a compiere un gesto semplice e antico: alzare lo sguardo.

I fotogrammi, realizzati tra il 2020 e il 2023, compongono un racconto visivo che nasce come risposta intima e poetica all’isolamento imposto dalla pandemia. 

In un tempo in cui l’orizzonte sembrava chiudersi tra le mura domestiche, ho scelto di cercare libertà e respiro nel cielo, trasformandolo in spazio di riflessione, di speranza e di riconnessione con l’essenza stessa dell’esistenza.  Continua a leggere

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“Non tutte le mucche hanno la fortuna di nascere in India”

                  “Non tutte le mucche hanno la fortuna di nascere in India”ndia (ph. Tiziana Sparacino)

India (ph. Tiziana Sparacino)

di Tiziana Sparacino 

La Dea Lakshmi è la Dea indiana dell’abbondanza, del destino, della saggezza e soprattutto della fortuna, della bellezza e della fertilità. È venerata da coloro che vogliono guadagnare o mantenere i propri guadagni.

Si crede che Lakshmi visiti solo case pulite e abitate da gente che lavora, mentre si tiene lontana dalla sporcizia e dai pigri. Questa Dea è venerata perché è il simbolo della purezza e della santità, oltre che della conoscenza divina (Brahma-vidya). È a Lei che ci si rivolge per chiedere felicità in famiglia, amicizia, matrimonio, bambini, cibo e ricchezza, bellezza e salute. Continua a leggere

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Indian Railways

(ph. Vincenzo Tessarin)

Indian Railways (ph. Vincenzo Tessarin)

di Vincenzo Tessarin 

L’India è una Repubblica federale di 35 Stati, con quasi un miliardo e mezzo di abitanti è la nazione più popolosa del mondo, avendo superato la Cina nel 2023, con una superficie che è quasi un terzo dell’Europa.

La rete ferroviaria, in parte un’eredità coloniale britannica, è la quarta più grande del mondo con 120.000 km totali, e con oltre 7.500 stazioni che collegano il Paese. I treni sono il principale mezzo di trasporto dell’India. Ogni giorno circolano più di 13.000 treni passeggeri e oltre 9.000 treni merci. Continua a leggere

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Nel bagliore delle pietre

(ph. Mattia Tumino)

Nel bagliore delle pietre (ph. Mattia Tumino)

di Mattia Tumino 

Luogo d’ispirazione fotografica, d’ incanto e d’infinita bellezza è l’altopiano ragusano, un paesaggio incorniciato dai muretti a secco di pietra calcarea dura, costruiti un tempo per liberare i campi da coltivare.

La pietra, usata ed intagliata da abili mani, serviva a delineare i confini, a innalzare architetture rurali, opere d’arte che spiccano nel contrasto tra i carrubi, la terra e il cielo. Continua a leggere

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