SOMMARIO N. 79

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EDITORIALE

Sardegna (ph. Bruno Madeddu)

Nuoro (ph. Bruno Madeddu)

All’indomani dell’anniversario della Liberazione e nell’approssimarsi della festa per gli ottanta anni della Repubblica, tornano con le celebrazioni e le iterazioni del rito le torbide ambiguità sulla pietà per i caduti, le retoriche che confondono in un’unica e indistinta commemorazione i morti – tutti i morti – dell’uno e dell’altro fronte, di chi si è battuto per la libertà e la democrazia e di chi ha difeso fino all’ultimo la fedeltà al regime fascista e la lealtà all’alleato nazista. Storie diverse, patrie diverse, memorie diverse. Tutte però fuse e trasfuse nel mito della Nazione volto a sostituire il fondamento antifascista della Repubblica. Confondere i partigiani e i repubblichini per cercare equiparazioni, riparazioni e finte pacificazioni nelle giornate in cui si ricordano le lotte e i sacrifici di quanti con la Resistenza hanno riscattato la dignità e l’onore del nostro Paese, ha il solo unico scopo di riscrivere la Storia e spezzare il patto costituzionale che ci tiene uniti.

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Luigi e Fausto Pirandello: così è (se vi pare)

Ritratto di Luigi Pirandello, 1936, olio su tavola, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

Ritratto di Luigi Pirandello, 1936, olio su tavola, cm. 76,5×62,  Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

di Giuseppe Appella 

                                                     Sfasciarsi in un canto d’ombra nera in silenzio, disfatti.                                                                                                         Fausto Pirandello 

Una lunga consuetudine con l’opera di Luigi e Fausto Pirandello porta, inevitabilmente, alla medesima conclusione: l’opera d’arte (e la vita) come teatro in cui l’artista, i personaggi, gli oggetti recitano una parte, costantemente in equilibrio instabile, il primo e l’ultimo momento a tentare di ricapitolare ogni significato possibile del porsi, in prima persona, come narratori di fatti che confermino, appunto, quanto l’arte è vita. Un’arte sincera, che incalzi, con costante misura, le occulte ragioni che definiscono i nostri gesti, senza scivolare nelle teorie che, pure, interessano molto sia il padre che il figlio. Continua a leggere

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Diritti intrinseci. Pluralità ontologiche ed epistemiche

Yanomami women and children rest in a forest garden, Brazil.di Linda Armano 

Introduzione 

I diritti umani sono promossi come principi universali, basati sull’idea che ogni essere umano, in quanto tale, sia titolare di diritti inalienabili. Questa impostazione, consolidatasi soprattutto nel secondo dopoguerra, ha rappresentato un passaggio cruciale nella costruzione di un linguaggio giuridico e morale condiviso a livello globale (Donnelly 2013). Tuttavia, fin dalle sue prime formulazioni, tale universalismo ha sollevato interrogativi, in particolare riguardo alla sua capacità di rendere conto della diversità delle esperienze storiche, sociali e culturali (Cowan et al. 2001; Merry 2006). Proprio in questo spazio critico sono emerse riflessioni antropologiche che hanno offerto un contributo decisivo all’analisi pluri-interpretativa dei diritti umani. Continua a leggere

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Pasqua-Pasquetta. Un pareggio tra cristiani e pagani

Roma, borgata, pasquetta, 1957

Roma, borgata, Pasquetta, 1957

di Massimo Canevacci

- 1° Tempo

Nei miei ricordi adolescenziali, l’arrivo di Pasqua non si manifestava con particolari rituali religiosi, almeno in famiglia. L’arrivo era accolto da mia madre cinque giorni prima, quando di mattina presto si copriva i capelli con un foulard, poi afferrava scope, spolverini, battipanni, stracci, strofinacci, scope e iniziava l’opera di ripulire tutta la casa per omaggiare l’arrivo della primavera che già si affacciava all’orizzonte. Con la scala saliva per ispezionare e ripulire librerie, lampadari, armadi dalla polvere che da un anno giaceva comoda; poi lenzuola, federe, coperte, tappeti venivano portati sul balcone e qui colpiti con la forza del battipanni. Continua a leggere

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Cosa resta di un centenario: Camilleri oltre Montalbano

6-9_webdi Marina Castiglione

Un centenario da ricordare 

Il centenario dalla nascita di Andrea Camilleri (1925-2025) è stato un anno di grande fermento per gli studi dedicati allo scrittore siciliano. Non soltanto operazioni editoriali, spettacoli teatrali, documentari televisivi, ma anche ricerca, formazione, collaborazioni scientifiche. Un’occasione per cominciare a fare il punto sulla rilevanza e sulla collocazione dell’empedoclino nel panorama intellettuale, culturale e letterario degli ultimi trent’anni. Continua a leggere

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Etica, politica e razionalità scientifica. Una replica

copertina_eticaepolitica_exe3di Fabio Dei

Sono davvero grato a Dialoghi Mediterranei, in particolare a Antonino Cusumano e Pietro Clemente, per aver voluto aprire un dibattito sul mio libro Etica e politica nell’epoca del pop (Palermo, Edizioni del Museo Pasqualino, 2025; disponibile in open access sul sito web dell’editore: https://www.edizionimuseopasqualino.it/product/etica-e-politica-nell-epoca-del-pop/); e lo sono ancora di più a Fulvio Cozza, Lorenzo D’Orsi, Giovanni Gugg, Dario Inglese e Federico Scarpelli per aver proposto i loro commenti sul tema. Più che commenti, in realtà, i loro sono veri e propri saggi, che da un lato mostrano una comprensione profonda e molto acuta delle riflessioni teoriche che il volume cerca di sollevare, e dall’altro le sviluppano in relazione agli interessi più specifici degli autori e a tematiche di una ampia attualità – appunto – etica e politica. Continua a leggere

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Lo snodo, il magma. Luzi: poesia-teatro al “centro del nostro essere”

Mario Luzi

Mario Luzi

di Aldo Gerbino 

Ah vorrei almeno intravederlo / il dio accecante che avanza/ da crimine a crimine, e penetra / l’umano di una chiarità d’empireo. 

 [Mario Luzi, da Su fondamenti invisibili, 1971] 

Come vive Palermo la sua anomalia? / Questo vorrei sapere, benintesoavendone capito fino in fondo la causa. / Perché noi che panormitinon siamo, dei suoi fasti e nefasti / ci sentiamo assai più che testimoni, /come dire, in occulto responsabili? 

[Mario Luzi, da Il fiore del dolore, 2003]  Continua a leggere

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Italo Calvino a Valdrada, al confine fra il vivere e il riflesso della vita che si vede

1000354941di Claudio Gnoffo 

La città e il suo doppio 

C’è una serie di domande che ogni essere umano, nel suo cammino, porta dentro di sé, che ne sia consapevole o meno. Alcune di queste domande sono particolarmente cruciali. Quando si arriva in un determinato luogo o si fa una certa esperienza, queste domande possono finalmente trovare spazio e forma.

Ne Le città invisibili di Italo Calvino (1972), i protagonisti sono due personaggi storici, Marco Polo (1254-1324) e Kublai Kan (1215-1294). Polo è, naturalmente, il celebre esploratore, e racconta al Gran Kan gli esiti dei suoi viaggi, mentre al contempo cerca di fargli capire che non può salvare il proprio impero. Ogni città che il navigatore descrive al sovrano è centrata su un tema preciso, e tutte insieme a loro volta rimandano a un tema più grande che Polo non nomina mai direttamente. Continua a leggere

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“They have clocks, we have time”: il furto coloniale del tempo

coverdi Giulia Grechi 

Il furto del tempo 

«In questo mondo (…) il tempo oscilla continuamente tra i suoi diversi segmenti. Scambi di diverso tipo collegano i termini che siamo abituati a contrapporre. Il passato è nel presente. Non ne è necessariamente una duplicazione, ma ora lo rispecchia, ora s’insinua nei suoi interstizi, quando non risale semplicemente alla superficie del tempo. che aggredisce con il suo grigiore, che tenta di saturare, di rendere illeggibile»

(Mbembe 2019: 146-147). Continua a leggere

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Onda Calabra. Migrazione, conflitto e biografia sociale di una canzone

Peppe Voltarelli, Pieve di Teco, 2026 (ph. Giovanni Gugg)

Peppe Voltarelli, Pieve di Teco, 2026 (ph. Giovanni Gugg)

di Giovanni Gugg 

Una canzone che torna

Ho assistito alla prima assoluta di Onda calabra – storia di una canzone il 7 febbraio 2026, al Teatro Salvini di Pieve di Teco, nell’entroterra ligure. In quel piccolo teatro ottocentesco, raccolto e quasi inatteso, la prossimità tra scena e pubblico produce una forma di ascolto particolarmente densa, nella quale la parola detta e la canzone eseguita acquistano una qualità di attenzione difficilmente replicabile in contesti più ampi. Il monologo di Peppe Voltarelli si presentava, fin dall’inizio, non come una semplice operazione celebrativa o retrospettiva, ma come un gesto più preciso: tornare su una canzone per ripercorrerne il cammino, ricostruirne i passaggi, rimettere in relazione vite diverse di uno stesso oggetto musicale. Continua a leggere

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Costruire il suono: saperi artigianali e tradizione della simsimiyya nelle città del Canale di Suez

Modello di simsimiyya a 16 corde

Modello di simsimiyya a 16 corde

di Eleonora Melis 

Premessa 

Nel corso della ricerca etnografica condotta tra il 2024 e il 2025 in Egitto, con particolare riferimento alle città di Port Said e Ismailia, è stato possibile osservare alcuni contesti nei quali la simsimiyya continua a essere praticata e trasmessa. L’indagine si è sviluppata attraverso una serie di incontri con interlocutori locali, tra cui musicisti e, in particolare, un costruttore attivamente coinvolto nella produzione dello strumento. Continua a leggere

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«La novità antica», la minestra di Domine Cabra e il furiadroxu: un modo di leggere. Per Paolo Cherchi

9788833290515_0_0_536_0_75di Roberta Morosini 

«temo di perder viver tra coloro /che questo tempo chiameranno antico»

(Par. XVII, 118-120) 

Ben veggio, padre mio, sì come sprona/ lo tempo verso/ me, per colpo darmi/ tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;/ per che di provedenza è buon ch’io m’armi,/sì che, se loco m’è tolto più caro,/io non perdessi li altri per miei carmi. 

(Par. XVII, 106-111) 

Comincio da Dante, perché è da lì che si capisce tutto. Quando, nel Paradiso, Dante affida a Cacciaguida le sue paure – «sì che, se loco m’è tolto più caro, io non perdessi li altri per miei carmi» e «temo di perder viver tra coloro che questo tempo chiameranno antico» – nomina insieme due perdite: quella del luogo più caro e quella della voce. È difficile non sentire, dentro queste parole, qualcosa che riguarda anche Paolo. Continua a leggere

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“El deber de lucidez”. Dalla repressione franchista alle derive del presente. Dialogo con José Antonio González Alcantud

810hijddrl-_ac_uf10001000_ql80_di Giorgia Rubera

Introduzione

Nelle pagine dedicate agli ultimi anni del franchismo, José Antonio González Alcantud antropologo spagnolo e cattedratico dell’Universidad de Granda ha più volte insistito su un nodo che oltrepassa la sola storia spagnola: il rapporto tra repressione, memoria e costruzione della democrazia. Nei suoi scritti autobiografici, il carcere franchista è luogo di reclusione, dispositivo politico di disciplinamento dei corpi e di controllo delle coscienze. Allo stesso tempo, la sua riflessione mostra come la violenza di Stato non si esaurisca nell’evento repressivo, ma continui a operare anche dopo, attraverso l’oblio pubblico, la marginalizzazione delle testimonianze e la neutralizzazione del significato storico della resistenza. Continua a leggere

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Comprendere il male. Psiche, simbolo e frattura del senso

md31537250534di Donato Santarcangelo

Introduzione

Il problema del male accompagna la riflessione umana fin dalle sue origini e continua a costituire uno dei nodi più complessi del pensiero filosofico, teologico e psicologico. La tradizione metafisica e religiosa lo ha spesso interpretato come privazione del bene o come esito di un uso distorto della libertà; la modernità, dal canto suo, ne ha progressivamente messo in luce il rapporto con la fragilità dell’agire umano, con il conflitto tra ragione e passioni e con le ambivalenze della condizione storica. Tuttavia, le tragedie del Novecento e le trasformazioni culturali contemporanee hanno mostrato con particolare evidenza che il male non può essere compreso in modo adeguato se lo si riduce soltanto a categoria morale, a difetto ontologico o a problema teodiceo. Continua a leggere

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Regimi di verità, dinamiche simboliche e antropologia

130245593-d6cde877-36d7-4979-b8a6-38c9f4313746di Riccardo Vedovato 

Il referendum sulla giustizia può essere utilmente assunto come caso etnografico per interrogare le trasformazioni dei regimi di verità nelle democrazie mediatizzate. Più che nel contenuto normativo della riforma, relativamente circoscritto – assetti del CSM, separazione delle carriere, giurisdizione disciplinare – il suo interesse analitico risiede nelle forme di articolazione discorsiva che ne hanno accompagnato la circolazione pubblica. Continua a leggere

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Dolore senza nome

13289di Pietro Vereni 

Vorrei partire da una variante antropologica di un vecchio dilemma filosofico, che si attribuisce di solito a George Berkeley: se un albero cade in una foresta e nessuno è presente, possiamo ancora dire che “fa rumore”? La domanda può essere riformulata in termini apparentemente più sobri: il rumore è un evento fisico, cioè un’onda, oppure è un’esperienza, cioè un percetto? Le scienze sociali hanno spesso aggirato questo genere di alternativa facendo ciò che sanno fare meglio: spostando l’attenzione dall’essere delle cose ai dispositivi che le rendono percepibili e nominabili. Un’onda fisica, in questa prospettiva, non è ancora propriamente “rumore”; lo diventa quando entra in un regime percettivo e simbolico capace di trattarla come tale. Continua a leggere

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Ricordi e rabbia di un reporter sul fronte di guerra in Palestina

Gaza (ph. Francesco Cito)

Gaza (ph. Francesco Cito)

di Francesco Cito 

Sovente, e soprattutto in questi ultimi tempi, ascolto i notiziari che giungono dalla Palestina, dallo Yemen, dal Golfo Persico, da quel Medio Oriente tante volte da me percorso, e osservo mio figlio, lo guardo mentre gioca. Ne scruto il suo correre per casa ad inseguire immaginari pirati, o i vari personaggi sfornati dalla fantasia di Marvel. Continua a leggere

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La lezione di Said dopo il 7 ottobre

coverdi Giovanni Di Benedetto [*]

«Quando iniziai a insegnare, trent’anni fa, un collega più vecchio mi prese da parte per spiegarmi quanto la vita accademica fosse strana: era a volte mortalmente noiosa, generalmente educata e inutilmente perbene, ma dopotutto – aggiunse – era sempre meglio che lavorare! Nessuno di noi può negare il senso di privilegio che emana dal cuore del mondo accademico: mentre la maggior parte della gente va al lavoro e soffre delle ansietà della vita quotidiana, noi leggiamo libri e parliamo e scriviamo di grandi concetti, esperienze e momenti storici. Per quanto mi riguarda, in effetti, non esiste privilegio più grande. Ma nella realtà di oggi, nessuna scuola o università può rappresentare un’area protetta e separata dalle difficoltà della vita umana o – più specificamente – dalle relazioni politiche di una data società o cultura» (Edward Said, Nel segno dell’esilio: 452).  Continua a leggere

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Il peccato di Israele e la stupidità del male

61wxmo0bshl-_uf10001000_ql80_di Leo Di Simone

«Intanto, cresce l’antisemitismo nel mondo e l’antisionismo si colora sempre più di antisemitismo. La diaspora americana, una parte della quale aveva appoggiato le grandi manifestazioni contro il governo Netanyahu, leva deboli grida per un cessate il fuoco e una soluzione politica, non militare, della crisi. La diaspora europea tace clamorosamente, tranne voci davvero isolate». Parto da questa affermazione tratta dal preludio del coraggioso saggio di Anna Foa Il suicidio di Israele [1] per qualche riflessione teologica che mostri come il suicidio di Israele sia la risultante di un peccato che l’Israele storico e politico non ha voluto e continua a non voler riconoscere, al pari dell’Israele biblico; un peccato che consiste in una stupida, falsa e ostinata convinzione di sé, corroborata da una più stupida e cieca accettazione di tale concezione da parte dei suoi fiancheggiatori che, a ben vedere, e non potrebbe essere altrimenti, sono  affetti dalla stessa sindrome dell’abbaglio, o la strumentalizzano per trarne i perfidi vantaggi di detenzione del potere. Continua a leggere

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Aspettando il 25 aprile: il ragazzo lucertola e il papavero di Nablus

Gaza (ph. Said Khatif)

Gaza (ph. Said Khatif)

di Muin Masri 

Un giorno ero una lucertola. Mi mettevo al sole e aspettavo. Non sapevo esattamente cosa e, sinceramente, non me ne importava.

Stare fermo mi trasmetteva sicurezza, quasi pace; poi, ogni tanto, i soldati coprivano il sole con la loro ombra e io dovevo correre a cercare riparo. Non sapevo dove e non me ne importava. Continua a leggere

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Un diario. Vivere a Gaza: il catalogo è questo

9781035070251di Chiara Sebastiani

La vita quotidiana

Lo so che il paragone non piacerà a nessuno. Non piacerà ai sionisti e non piacerà ai palestinesi e probabilmente non piacerà alla giovane autrice di questo libro. Così almeno pensavo dopo aver letto alcune pagine di questo Diario di resilienza [1]: poi in realtà il Diario di Anna Frank l’ho trovato citato, molto più avanti. In un mondo «tumultuoso come quello che mi circonda – scrive Plestia Alaqad – mi aggrappo alla storia di Anna Frank» per cercare di capirlo. Mi chiedo se qualcuno un giorno leggerà questo diario «mentre il suo mondo sta andando a pezzi, empatizzando con le mie storie» [2].   Continua a leggere

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L’eredità filosofica di Jürgen Habermas dalla prospettiva (non specialistica) di un accademico “tedesco”

1di Francesco Azzarello 

Quando se ne vanno figure del genere è generalmente d’obbligo una certa retorica: padre della patria – ricordo dei colleghi dirlo qualche anno fa di Umberto Eco ed Emanuele Severino –, assenza impossibile da colmare, grande perdita per il mondo della scienza e per tutti noi, ecc. Senza voler neanche lontanamente sminuire la portata della recente scomparsa di Jürgen Habermas, mi sembra di poter affermare che poche volte nella storia della scienza se ne sia andata una persona a voce più bassa e con meno clamore [1]. Almeno per quanto riguarda il suo Paese d’origine, che è anche il luogo dove vivo e da cui scrivo. Continua a leggere

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Jürgen Habermas e Joseph Ratzinger: un accordo troppo completo

cover1di Augusto Cavadi 

Un mese dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, in occasione del conferimento a Francoforte sul Meno di un prestigioso premio per la pace, Jürgen Habermas tenne il discorso Fede e sapere, prontamente tradotto in italiano su Micromega 2001, 5 e poi anche nella raccolta Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, a cura di L. Ceppa, Einaudi, Torino 2002. Quel discorso costituirà il nucleo del suo testo I fondamenti morali prepolitici dello Stato liberale per il dialogo, in un incontro del 2004, con l’allora cardinale Joseph Ratzinger che, per l’occasione, produsse il testo Ciò che tiene unito il mondo. Entrambi gli interventi sono stati tradotti in italiano nel volume Etica, religione e Stato liberale. Ratzinger vs. Habermas, Morcelliana, Brescia 2005. Continua a leggere

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“Agire comunicativo”, Democrazia, Europa nel pensiero e nell’opera di Habermas

coverdi Salvatore Costantino 

Con la scomparsa del grande filosofo, sociologo e intellettuale pubblico tedesco Jürgen Habermas, non scompare certamente la sua opera che continua ad avere ancora uno straordinario attivo rapporto col nostro tormentato presente. Basterà elencare, in buona sintesi, alcuni punti chiave del suo pensiero per avere un’idea dell’importanza a tutt’oggi dei temi affrontati.

L’Agire Comunicativo e la controversia Habermas-Luhmann: Teoria della società o tecnologia sociale?     

La teoria dell’agire comunicativo è una categoria centrale nell’opera di Habermas in cui il “mondo della vita” (caratterizzato da valori condivisi e dialogo) viene contrapposto al “sistema” (dominato da economia e burocrazia) [1]. Continua a leggere

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La società di Habermas sotto attacco. Le narrative del potere e la cultura della gioventù globale

9788832855821_0_0_536_0_75di Fulvio Cozza 

Nato a Düsseldorf nel 1929, Jürgen Habermas è stato uno degli esponenti più giovani della Scuola di Francoforte e si è distinto per un’impostazione che ha guardato alla scienza e alla tecnica con minore pessimismo dei suoi predecessori. Habermas è stato uno degli intellettuali che più di altri hanno saputo incarnare la ripartenza del pensiero politico tedesco dopo l’annichilimento nazista e le sue idee di sfera pubblica e di agire comunicativo hanno esercitato un notevole impatto nel dibattito intellettuale europeo prima, e americano poi. I pilastri concettuali che egli ha modellizzato – democrazia, uguaglianza, giustizia, libertà, razionalità, riconoscimento dell’alterità e non violenza – sono stati successivamente arricchiti da diverse tradizioni critiche.

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L’attualità (problematica?) di Jürgen Habermas

overdi Orlando Franceschelli

Un appassionato difensore dell’“agire comunicativo”. 

J. Habermas (1929-2026) rientra sicuramente tra gli interlocutori e i maestri più significativi della generazione formatasi nella temperie etico-politica del ’68. Egli infatti seppe non solo interloquire con i primi movimenti degli studenti senza alcun cedimento a posture estremistiche, da lui subito bollate come “fascismo di sinistra”. Fin dalla seconda metà degli anni settanta, seppe anche indicare campi della ricerca sociologica e filosofica destinati a influenzare profondamente l’analisi e la critica (incluse quelle ispirate da un marxismo non ridotto a ideologia) delle dinamiche socio-culturali. Come ben documentano i lavori che alla fine trovarono quasi un approdo nella monumentale Teoria dell’agire comunicativo del 1981.  Continua a leggere

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Jürgen Habermas, il grande Maestro del pensiero democratico

covredi Luca Renzi 

Lo scontro con E. Nolte, lo Historikerstreit e i temi del nazismo, della colpa, dell’unicità dell’Olocausto e del ‘patriottismo costituzionale’. 

Lo Historikerstreit (Disputa degli storici), scoppiato in Germania Ovest nell’estate del 1986, costituisce uno dei rari casi in cui il dibattito storiografico ha assunto una rilevanza politica di primo piano, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica. Tale visibilità fu percepita dagli storici come al contempo un’opportunità e un rischio. La controversia non verteva tanto sui fatti storici, quanto sulla loro interpretazione; inoltre, non presentava caratteri di novità sostanziale, poiché le posizioni in campo erano già state elaborate da tempo. Più che un confronto propriamente accademico, essa si configurò come un’occasione di contrapposizione tra orientamenti rigidi e difficilmente conciliabili [1]. Continua a leggere

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Un mare di possibilità: l’antropologia e il Mediterraneo

9788829035410-1di Dario Inglese 

Che cosa succede a Hormuz?

L’irresponsabile guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – l’ultimo di una serie di atti dagli esiti imprevedibili e potenzialmente disastrosi su scala locale e globale – sta mettendo l’opinione pubblica di fronte all’importanza strategica delle vie d’acqua. Per quanto infatti ci si affanni a rappresentare la contemporaneità come l’ambiente smart dell’immateriale e del digitale, ovvero come lo spazio della comunicazione informatizzata che abbatte limiti e distanze, un sistema economico-morale legato mani e piedi, pena la sua fine nel breve periodo, ai combustibili fossili ha necessariamente bisogno di concretezza e consistenza, ovvero di infrastrutture, per poter funzionare adeguatamente: strade sicure, rotte marine aperte, nodi, porti e scali efficienti.  Continua a leggere

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Ripensare il Mediterraneo: antropologia, categorie analitiche e trasformazioni epistemologiche nel volume di Sacchi e Viazzo

l-antica-mappa-del-mediterraneo-4-600x600di Stefania Morreale

La costruzione dell’idea di un’area mediterranea unitaria, caratterizzata da specifici elementi culturali e ambientali, può essere ricondotta ai primi decenni del XIX secolo. Un pur approssimativo excursus storico non può non adottare una prospettiva analitica che interpreta la genealogia del Mediterraneo non come una semplice successione di contributi disciplinari, ma come la progressiva costruzione di un oggetto scientifico all’interno delle scienze sociali. In questa prospettiva, l’emergere del concetto di “regione mediterranea” non è considerato un dato puramente descrittivo, bensì l’esito di un processo di definizione categoriale che precede e orienta le successive elaborazioni teoriche. Continua a leggere

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Tempi di restanze e di resistenze

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di Pietro Clemente 

Restanza

“Restanza” è un neologismo recentemente riconosciuto dalla Accademia della Crusca che lo colloca come qui sotto riportato:

«Ambito d’uso: sociologia, media, filosofia, letteratura, antropologia

Ambito d’origine: filosofia, antropologia, sociologia

È attestata nell’uso pubblico dal 2011, a partire dal libro di Vito Teti Pietre di pane, e si diffonde ampiamente tra 2018 e 2021. Compare in molte ricorrenze in quotidiani di ampia diffusione ed ha varie presenze sul web (Google restanza 21.400 Google libri: restanza 10.100 r. nel periodo del controllo)». Continua a leggere

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Campanili in rete: identità locali e fragilità condivisa nel sistema associativo del comune di Fiamignano

Fiamignano

Fiamignano

CIP

di Settimio Adriani, Teresa Leonetti, Veronica Paris, Antonella Secone, Valentina Secone 

Il comune di Fiamignano, disperso nell’Appennino reatino, rappresenta un caso emblematico delle trasformazioni che attraversano molte aree interne italiane. Dinamiche analoghe sono osservabili in numerosi territori montani, nei quali il progressivo rarefarsi della popolazione si accompagna a una serie di trasformazioni demografiche e insediative: spopolamento progressivo, marcato invecchiamento della popolazione residua, estrema frammentazione in una costellazione di piccole e piccolissime frazioni storicamente autonome sul piano operativo. Continua a leggere

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Nel nuovo millennio, ci sono paesi che non si spopolano

Marzolara (ph. Maria Molinari)

Marzolara (ph. Maria Molinari)

CIP

di Maria Molinari

C’è un momento in cui, tornando a Marzolara dopo qualche mese di assenza, capisco subito se c’è qualche evento in paese. Non è una questione di traffico – la provinciale SP15 è sempre uguale a sé stessa, tortuosa e silenziosa. È una questione di luce: se l’ex scuola elementare, diventata oggi è il circolo del paese, ha le finestre illuminate, allora significa che c’è gente, magari si sta cuocendo la torta fritta, oppure c’è un compleanno in corso, o una briscolata. Se invece è tutto buio, il paese sembra un corpo dormiente. Resta da controllare che non ci sia nulla al campo sportivo del paese. Continua a leggere

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Riabitare L’Italia: un focus sui PO-ri (Pomeriggi di Riabitare)

Scuola Giovani Pastori Madonie (PA)

Scuola Giovani Pastori Madonie (PA)

CIP

di Daniela Storti 

Un’associazione che è prima di tutto un’idea di Paese 

L’associazione Riabitare l’Italia nasce nel 2020 con un progetto culturale e politico preciso: invertire lo sguardo, e partire dai luoghi “che non contano” per ripensare il Paese nel suo insieme. L’associazione si configura da subito come una piattaforma di pensiero e azione che muove dall’incontro tra studiosi, amministratori, ricercatori e attori sociali con un obiettivo ambizioso: rimettere al centro le aree marginalizzate non come problema, ma come risorsa. Il suo Manifesto propone una vera e propria “riconquista” delle aree interne, non in chiave nostalgica ma contemporanea: nuove mappe, nuovi immaginari, nuove politiche.  Continua a leggere

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Cantare la Resistenza

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CIP

di Elena Bussolotti

Quel canto sai/ che ricordava il tempo/ degli emigranti/ quando tanti/ andavano a morire/ per il pane.

Quel canto sai/ che si cantava noi/ su per i monti/ e si faceva i conti/ con la vita/ quel canto sai/ che mi è rimasto addosso/ come quel sogno/ non concluso mai/ quel canto/ lo ricordi?/ Che cantai / quando si tinse il cielo anche/ di rosso./ E quei silenzi/ quei silenzi lunghi/ come una fame grigia/ disperata/ e dopo/ il canto con la voce bassa/ e si scherzava/ -canta che ti passa./ E si cantava d’albe/ di tramonti/ e di un compagno/ che se n’era andato/ e c’era/ sul profilo di quei monti/ una collera oscura/ del passato./ Ora/ quel canto/ che cantammo un giorno/ mi è rimasto qui dentro/ soffocato/ quel canto sai/ che non ho più scordato/ come un amore/ che non fa ritorno. 

                                                              (da Renato Fabietti, Inventario di città e di campagna)  Continua a leggere

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“Per noi non c’è il confine. Ci passiamo tutti i giorni un paio di volte”. Il mondo contadino in un film di paesaggi culturali

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di Roberta Tucci 

La necessità di “sconfinare”, di condividere esperienze e identità comuni (Mauro Varotto, 2020).

È forse a non frequentarsi che tendi a costruire muri (Renzo Marchesi, dal film) 

Michele Trentini ci ha abituati a una significativa produzione di film documentari di ricerca concernenti mondi rurali, basata su una sua personale, sperimentata modalità di condurre il rilevamento audiovisuale sul campo e il successivo montaggio, ponendo al centro dell’osservazione e della restituzione intrecci significativi di azioni umane e di parole. Recenti esempi di tale modalità di lavoro sono i suoi film Latte nostro, del 2019, e Nel verde incanto, del 2023 (Tucci 2024), ambedue prodotti dall’Ecomuseo delle Acque del Gemonese, da sempre impegnato a interpretare il paesaggio come espressione viva delle comunità che lo abitano (Tondolo 2022). Continua a leggere

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La musica del Po ha un suono dolce

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CIP

di Mariano Fresta

Il recente libro, Il Po mi scusava da mare. Storie di vite alla ricerca del Grande Fiume, pubblicato con una vasta introduzione e la curatela di Piercarlo Grimaldi (prefazione di Carlo Petrini, Edizioni Effedi, Vercelli 2025), è il frutto di un’interessante ampia inchiesta svolta dagli studenti del corso di Antropologia culturale dell’Istituto di Scienze Gastronomiche del Piemonte, con sede a Pollenzo. La ricerca è stata promossa e condotta in occasione del cinquantenario di una famosa trasmissione televisiva, ideata e diretta dallo scrittore e regista Mario Soldati, Viaggio lungo la valle del Po: alla ricerca di cibi genuini [1957-58], quasi a verificare lo stato delle cose avvenute nell’arco di tempo di mezzo secolo. Tra l’altro, riallacciarsi a quell’esperienza significa poter delineare, per una parte notevole della Penisola [1], la geografia e la storia dell’alimentazione con un lungo e variegato elenco delle pietanze ottenute manipolando, in tanti modi e con l’aiuto di molteplici ingredienti, i poveri alimenti offerti dalla natura. Continua a leggere

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Scritture popolari come autobiografia di una comunità: il caso di Osilo (1800-1998)

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di Stefano Moscadelli 

Il recente volume curato da Giovanni Strinna (2025) sulle «scritture popolari» di Osilo – arricchito da un’ampia introduzione del curatore, storico della lingua, e da un denso saggio di Gavina Cherchi, filosofa e studiosa di letteratura popolare, presidente di «Ammentos. Archivio memorialistico della Sardegna» (Cherchi, 2020) – può suscitare interesse anche in chi si occupa di archivi e archivistica, ovvero in quanti indagano il fenomeno della sedimentazione documentaria non come ‘magazzino’ di informazioni, bensì come ‘raffigurazione’ di un contesto di tradizione di forme documentarie. Continua a leggere

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Emilio Lussu contro il fascismo

Emilio Lussu

Emilio Lussu

di Giuseppe Caboni 

Il breve scritto di Lussu “Perché ho contrastato il fascismo”, che qui si pubblica, è poco noto [1]. Risale ai primi anni ‘50. Aldo Capitini aveva promosso la raccolta, per la rivista “Il Ponte” di Calamandrei, di una serie di contributi, di figure significative dell’antifascismo, che avrebbero dovuto motivare le modalità e le ragioni delle loro scelte democratiche e antitotalitarie. Continua a leggere

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Oratio pro Lussu. La visione politica, la statura morale, l’impegno intellettuale

emilio_lussudi Giangiacomo Ortu 

Sul balente mastrucato 

In una bella testimonianza sulla sua prima formazione democratica, comparsa nel 1952 sulla rivista «Belfagor», Lussu riconosce il suo debito al padre, e al contempo al microcosmo armungese, che gli avrebbero infuso soprattutto il valore del rispetto degli altri e il valore del rispetto di sé. Intendendo per rispetto di sé, essenzialmente, il dovere di resistere ai comandi e alle pretese di qualsivoglia autorità illegittima o abusiva.

Questo riconoscimento di Lussu del debito morale verso la famiglia e il luogo d’origine non autorizza, però, a stabilire un univoco nesso genetico – come si è fatto troppo spesso – tra il suo ethos (l’insieme dei suoi valori) e il suo ethnos (la sua matrice etnico-culturale). In merito alle distorsioni di prospettiva prodotte dallo stabilimento rigido di questo nesso si possono richiamare due casi più eclatanti. Continua a leggere

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Tra memoria e oblio: i manufatti in rafia e fil di ferro nel contesto cagliaritano

Natalina Floris, Villaggio Pescatori, Cagliari

Natalina Floris, Villaggio Pescatori, Cagliari

di Daniela Lapucci 

Nel panorama dell’artigianato sardo, i manufatti in rafia e fil di ferro occupano una posizione liminale: diffusi ma poco riconosciuti, presenti nella memoria ma assenti nei repertori ufficiali. Cestini e lampadari realizzati con questi materiali si configurano come oggetti “senza tradizione”, difficili da collocare entro le categorie consolidate di tipicità e identità locale. Eppure, un’analisi etnografica ravvicinata rivela la complessità tecnica, simbolica e relazionale che li caratterizza, restituendo loro un ruolo significativo all’interno della cultura materiale del contesto cagliaritano e del Sud Sardegna.   I saperi appaiono mobili, legati alle biografie individuali e alle migrazioni interne all’isola, più che a un’identità territoriale definita. Continua a leggere

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La modernità di Grazia Deledda, scrittrice sarda, italiana ed europea

Grazia Deledda a Stoccolma nel giorno della premiazione del Nobel, 1938

Grazia Deledda a Stoccolma nel giorno della premiazione del Nobel,   10 dicembre 1927

di Dino Manca 

Per intendere compiutamente la personalità e l’opera di Grazia Deledda è necessario capire da quale complesso di moventi spirituali e culturali abbia preso le mosse il processo di maturazione umana e artistica che raggiunse il suo culmine (e insieme la sua consacrazione) il 10 dicembre del 1927 a Stoccolma, quando l’Accademia di Svezia conferì alla scrittrice sarda (prima donna in Italia, seconda al mondo) il premio Nobel per la letteratura. Si deve dunque tener conto che alla sua formazione etica ed estetica, intellettuale e umana, concorsero da un lato la solida cultura delle origini (agro-pastorale, orale, sardofona), dall’altro la cultura d’inappartenenza (urbana, scritta, italiana). Come ha scritto Carlo Bo, la Deledda potrebbe vivere senza la Sardegna, ma non potrebbe essere ciò che è e ciò che è stata senza gli anni della sua formazione in Sardegna, nel mondo di Nuoro. Continua a leggere

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“Sardus paper”: un ponte di carta che unisce luoghi, tempi e voci

logo-sardus-paperdi Angelino Mereu 

Hugo Pratt raccontava che a Venezia esistono tre luoghi magici e nascosti dove, quando i veneziani sono stanchi delle autorità, aprono una porta in fondo a un cortile e se ne vanno «in posti bellissimi e in altre storie» [1]. Mi piace pensare che Sardus paper sia nato da una porta simile: non una fuga ma un passaggio. Un varco aperto in un luogo che non esiste sulle mappe ma solo nella memoria di chi lo abita. Continua a leggere

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Pietra e Cantigos, cronaca di registrazione binaurale durante la Settimana santa di Santu Lussurgiu

Santu Lussurgiu, Procesione della Domenica delle Palme (ph. Ignazio Macchiarella)

Santu Lussurgiu, Procesione della Domenica delle Palme (ph. Ignazio Macchiarella)

di Pier Paolo Ortoleva 

Già dai primi passi percorsi nell’ambito della collaborazione con il Laboratorio Interdisciplinare del Dipartimento di Storia Beni Culturali e Territorio dell’Università di Cagliari, fondato e guidato dal Professor Ignazio Macchiarella, nasceva l’opportunità di prendere parte a un’esperienza di ricerca e documentazione sul campo, approfittando delle numerose risorse offerte dal ricchissimo panorama culturale sardo, specialmente di interesse etno-musicologico. Continua a leggere

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Capo Bon: terra di immigrazione, sbarchi e interazioni culturali

Tunisia, Capo Bon

Tunisia, Capo Bon

di Soumaya Bourougaaoui

Le maggiori ondate di emigrazione italiana verso la Tunisia nel corso della sua storia moderna si registrarono a partire dalla seconda metà del XIX secolo. In quel periodo, il Mezzogiorno italiano – comprendente il Sud della penisola e le isole di Sicilia e Sardegna – era caratterizzato da gravi difficoltà economiche e sociali e attraversava, episodicamente, le profonde convulsioni politiche che avevano accompagnato il travagliato processo di unificazione nazionale dell’Italia. Continua a leggere

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La “Chéchia”: non solo un copricapo

chechiadi Samia Debbabi 

Che cos’è la Chéchia?

La “Chechia” è un copricapo tradizionale a forma di berretto, piccolo e rotondo, realizzato in lana infeltrita, spesso di colore rosso vivo. È molto più di un semplice capo d’abbigliamento, poiché incarna secoli di storia, tradizione, identità culturale e artigianato raffinato [1]. Continua a leggere

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Tra i vicoli della medina con “Le Ragazze di Tunisi”: dialogo con Luca Bianchini

61aktse-uul-_ac_uf10001000_ql80_di Emanuela Frate 

È balzato subito ai vertici delle classifiche dei libri più venduti il nuovo romanzo di Luca Bianchini Le Ragazze di Tunisi (Mondadori), un libro che, nel suo stile scorrevole e a volte divertente, parla di radici, di famiglia ed ha, come sfondo, la perla del Mediterraneo: la Tunisia. Una Tunisia di fine anni ’50 inizio anni ’60 crogiuolo di etnie, culture, lingue e religioni.

Questo romanzo, in cui Luca Bianchini ripercorre la storia di sua madre e del lato materno della sua famiglia siciliana, ci mostra un’altra faccia dell’emigrazione: quella di tanti italiani che non andarono in America o in Australia o in Argentina ma si recarono in Tunisia per fare una vita migliore (forse) senza allontanarsi troppo dall’Italia. Una frase colpisce del romanzo di Bianchini in cui ci narra di questo particolare: «siciliani che non avevano avuto i soldi, più che il coraggio, per emigrare in America e avevano preferito non allontanarsi troppo dalla Sicilia, in una terra dove comandavano i francesi, che avevano imposto alla popolazione la loro lingua». Continua a leggere

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Un triangolo nel Mediterraneo centrale: Italia, Tunisia e Malta tra storia plurale e intrecci culturali

 Carta del triangolo del Mediterraneo: Italia, Tunisia e Malta

Carta del triangolo del Mediterraneo: Italia, Tunisia e Malta

di Khouloud Kharrat

La storia condivisa tra l’Italia e la Tunisia ha evidenziato legami profondi, storici, culturali e sociali, mentre la storia tra Malta e la Tunisia rivela una fitta trama di somiglianze, influenze, storie e tracce reciproche. Considerate insieme, queste connessioni delineano uno spazio storico plurale, in cui le tre sponde si intrecciano in un sistema di relazioni stratificate e interdipendenti per cui alcune pagine di queste storie non possono dunque essere lette come dinamiche isolate o puramente bilaterali, ma contribuiscono a costruire una narrazione comune tra i tre Paesi, rivelando il Mediterraneo come un vero mare-laboratorio di scambi, commistioni e convivenze culturali. Continua a leggere

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Il viaggio in Tunisia di Paul Klee, artista versatile ed eclettico

P. Klee, Hammamet con la sua moschea, 1914 (Fonte: Wikimedia )Commons

P. Klee, Hammamet con la sua moschea, 1914 (Fonte: Wikimedia)

di Roberta Marin

L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.

La Tunisia è senza alcun dubbio un Paese affascinante e dalle molte sfaccettature. Coloro che hanno avuto l’opportunità di visitarlo sono tornati a casa con i bagagli pieni di bei ricordi e con il desiderio di ritornarci. Forse non tutti sanno però che questo Paese nordafricano, diviso tra le dune del Sahara e il blu intenso del Mare Mediterraneo, ha giocato un ruolo determinante nella carriera di uno degli artisti modernisti più celebrati, e cioè Paul Klee (1879-1940). Continua a leggere

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«Ricordare, raccontare, testimoniare, non è vero che non ne vale la pena […]». Per ricordare Giuliana Saladino (1925-1999)

terra-di-rapinadi Ada Bellanova 

«Ma come scrive una donna? A lassa e pigghia, lascia e piglia, lascia e piglia, interrotta venti volte, suona il telefono si perde il filo, si ricomincia, suona il citofono, tutto daccapo, ora suonano alla porta, ma figurati, vieni, non facevo proprio nulla, riprendo, aspetta, la pentola a pressione fischia, ora scrivo questo, un momento, suona di nuovo il telefono, accidenti, lo metto di là, ma intanto arrivano i giornali, un’occhiata, e la lavatrice ha finito, stacco la spina, riaccendo il bagno, stendo? No, non stendo, domani ci pensa Grazietta alla biancheria, rileggiamo, ben concentrata… Nonna, posso venire? Sì amore, anche subito. Tanto per oggi non si combina più niente. L’indomani: che dici, ce ne andiamo in campagna? Pronti, andiamo. Un altro giorno c’è una qualche spesetta, anche se riduco poi sempre le liste più lunghe a pane formaggio e sigarette, quando c’è questo siamo a posto. Suvvia da brava, rileggi e scrivi, e ricomincia il citofono la porta il telefono, un giorno ho contato dodici interruzioni in un’ora e diciamolo pure che io ci stavo, mi lasciavo usare, perché in fondo tutte le scuse sono state buone, finiamola con gli alibi e il vittimismo, si fa di tutto pur di non scrivere di cose che dolgono» [1]. Continua a leggere

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La scrittura “ossa e nervi” di Giuliana Saladino

23-1di Salvina Chetta 

«La sera del 16 settembre 1970 lo scirocco correva a 65 all’ora e il mercurio aveva sfiorato i trenta».

 - Dove?

«La sera del 16 settembre 1970…»

 - Sì, ma dove?

«Sporca malata e sofferente, disseccata dal vento caldo, coperta di polvere aspetta ristoro dal calare della sera. Assetata, aspetta che il vento giri e se ne levi uno migliore, un nord-est leggero, per esempio. Affranta da una lunga estate aspetta che la pioggia – l’ultima risale a marzo – la lavi. Frastornata dal caldo e dal chiasso aspetta frescura e silenzio». Continua a leggere

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“In queste parole c’è tutto”. Nadia Terranova ricorda Giuliana

9788838942730_0_0_536_0_75di Ivana Margarese 

Socrate nell’Alcibiade maggiore platonico dice: «Dunque l’occhio, se intende vedere se stesso, deve guardare in un altro occhio, e in quel luogo della pupilla nel quale è insita la facoltà propria dell’occhio: questa facoltà non è forse la vista? … E allora, caro Alcibiade, anche l’anima, se intende conoscere se stessa, non deve forse guardare un’altra anima e, in particolare, verso quel luogo di essa in cui è insita la facoltà propria dell’anima, la sapienza?» (133b).

Platone ci ricorda così che la conoscenza di sé non è un atto solitario, ma si accende nell’irraggiamento degli sguardi. Ecco perché il dialogo è così prezioso. Dialogare significa mettere in questione, cercare punti di convergenza, sottolineare le differenze senza mai annullare l’altro. Continua a leggere

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“Chissà se ricorderemo questi anni”. La vita di Giuliana Saladino nelle cronache politiche e culturali della Sicilia

11di Pietro Romano

I.1. I natali di Giuliana e la militanza politica durante gli anni delle lotte contadine 

Il ritratto che emerge intorno alla figura di Giuliana Saladino condotto da Giovanna Fiume nel saggio introduttivo a Chissà come chiameremo questi anni [1] ha una vena nostalgica. La studiosa fa trapelare le qualità della scrittura, la veste indagatrice, l’acume, la compassione e la propensione all’ascolto della giornalista. Il sodalizio fra le due nasce nel 1985 quando Giovanna Fiume fu invitata insieme a Eva Di Stefano, Amalia Collisani e Rita Sgrò a prendere parte al comitato di lettura della casa editrice femminista La luna, ed è in seguito continuato per la collaborazione alle riviste «Segno» e «Mezzocielo» e al Comitato dei lenzuoli. Continua a leggere

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Gaspare Morello, sacerdote, educatore, combattente

Gaspare Morello

Gaspare Morello

di Piero Di Giorgi [*] 

Gaspare Morello (padre Morello, come tutti noi lo chiamavamo) è nato a Mazara il 21 settembre 1891 da Francesco e da Maria Salvo ed è cresciuto in un ambiente semplice e laico. Finita la scuola media, ha frequentato il Regio Liceo di Trapani e nel 1910 divenne allievo, prima, del seminario locale, e successivamente di quello arcivescovile di Palermo e presso il pontificio Collegio Leonino, per approdare infine alla Pontificia Università Gregoriana, retta dai padri gesuiti, dove studiò filosofia e teologia. Ordinato sacerdote nel 1915 da mons. Nicolò Maria Audino, vescovo di Mazara, e divenuto, nel 1919, vice-rettore del seminario vescovile, nel 1921 conseguì la laurea in storia e filosofia presso l’Università di Palermo. Continua a leggere

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Per una pedagogia della cura contro l’eclissi della comunità educante

copertinadi Vincenzo Maria Corseri 

È accaduto nel tempo sospeso di febbraio, quando l’inverno pare non voler cedere il passo alla luce nascente. Una notizia giunta in punta di piedi, nel rispetto della discrezione che ha sempre informato una vita spesa nel rigore, nello stesso giorno in cui la presenza di Piero Di Giorgi si è fatta, definitivamente, mancanza. Ma chi abita la pratica della cura sa che la morte non è mai l’ultima parola su un’esistenza, specialmente quando l’agire di una vita ha saputo farsi testimonianza luminosa. Il primo moto dell’anima nell’apprendere della sua scomparsa non è stato un concetto astratto o una categoria sociologica tra le tante discusse con lui negli anni, bensì un suono: il timbro della sua voce, quel graffio lievemente rauco che si scioglieva in una melodia profonda. Continua a leggere

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Il pensiero civile e politico di Piero Di Giorgi. Dalla scuola alla città

Piero Di Giorgi

Piero Di Giorgi

di Giacomo Cuttone 

Intellettuale militante, studioso dei processi formativi, pubblicista rigoroso e animatore instancabile del dibattito culturale, Piero Di Giorgi ha attraversato il suo tempo mantenendo una rara coerenza tra ricerca e impegno civile, tra università e spazio pubblico. La sua figura si colloca in quella tradizione di intellettuali che non hanno mai concepito il sapere come un esercizio separato dalla realtà, ma come uno strumento di interpretazione e trasformazione del mondo. Psicologia, pedagogia, filosofia sociale e impegno politico si sono intrecciati nel suo percorso in una visione unitaria dell’uomo e della società, in cui la formazione della persona coincide con la costruzione della cittadinanza.

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La costruzione dello straniero come nemico utile: riflessioni sui poteri di confinamento negli Stati Uniti

ice-sealdi Federico Oliveri 

«La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola». Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 1940. 

Il sistema di confinamento per persone straniere più esteso al mondo 

Negli ultimi vent’anni, in modo particolare sotto le due amministrazioni Trump, il sistema di detenzione amministrativa riservato alle persone straniere è cresciuto notevolmente negli Stati Uniti, fino a diventare l’infrastruttura di confinamento più estesa al mondo. Si tratta di una delle forme più violente di limitazione legalizzata della libertà personale che una democrazia costituzionale abbia mai conosciuto in tempo di pace. Continua a leggere

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La gabbia amministrativa. Detenzione senza reato, diritti compressi e la questione irrisolta dei CPR italiani

CPR Ponte Galeria

CPR Ponte Galeria

di Antonio Ricci 

Il paradosso della detenzione senza colpa 

C’è qualcosa di filosoficamente perturbante nell’idea di rinchiudere una persona non perché abbia commesso un crimine, ma perché la si vuole allontanare. La detenzione amministrativa dei migranti – nelle sue forme contemporanee, e segnatamente nei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) italiani – solleva una domanda che le democrazie liberali tendono a eludere piuttosto che ad affrontare: è possibile privare qualcuno della libertà personale senza che abbia violato una norma penale, e farlo in modo compatibile con i principi di dignità, proporzionalità e stato di diritto? Continua a leggere

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Manufacturing invisibility. Immigration Detention, Dismantling of Integration, and the Securitization Paradox in Italy

colnbrook-harmondsworth-websitedi Enzo Rossi [*]

1. Introduction: the securitization paradox

Italian public debate on migration governance has consolidated around a paradigm that identifies administrative detention and deterrence as the primary instruments of migration control. This paradigm rests on an operative assumption that is rarely made explicit: that the distinction relevant to public security is that between regular and irregular subjects. This paper argues that the assumption overlooks a more operationally significant distinction, that between irregularity as an administrative status and irregularity as structural dependency on criminal networks, producing paradoxical effects with respect to stated objectives. Continua a leggere

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L’Islam in Italia e le fonti di finanziamento. Profili giuridici, criticità e prospettive

islamdi Francesco Alicino

1. Introduzione

In Italia, l’Islam registra tra 1,5 e 2 milioni di fedeli. Sul piano statistico, è attualmente la seconda o terza religione. Eppure, la quasi totalità di comunità e organizzazioni ad essa afferenti non sono legalmente riconosciute come soggetti confessionali. Non lo sono neanche ai sensi della legislazione del 1929-30 sui culti ammessi [1] e, ciò che è ancor più rilevante, nessuna di esse ha stipulato un’intesa ex art. 8.3 della Costituzione repubblicana. Ne derivano ostacoli e difficoltà nella disciplina di raccordo tra lo Stato e queste specifiche entità, tali da incidere anche sulle modalità di accesso alle risorse economiche e finanziarie. Continua a leggere

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Il finanziamento pubblico delle confessioni religiose in Italia

71jyokdck-l-_sl1500_di Fabio Franceschi 

Il costo delle religioni in Italia 

In Italia esiste un articolato sistema di finanziamento pubblico alle religioni, composto di tipologie, meccanismi e strumenti eterogenei, tanto in forma diretta quanto indiretta, principalmente strutturato attraverso meccanismi di natura convenzionale e fiscale (Pistolesi, 2015; Elefante, 2019). Di esso beneficiano essenzialmente la Chiesa cattolica e le altre confessioni religiose firmatarie di intese con lo Stato ai sensi dell’art. 8, comma 3 della Costituzione. Le confessioni prive di intesa, tuttora regolate dalla l. n. 1159 del 1929 sui culti ammessi, risultano, di contro, fondamentalmente escluse dai meccanismi e dagli strumenti di finanziamento pubblico, restando il loro sostegno basato sulle erogazioni volontarie dei rispettivi adepti. Continua a leggere

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Il plurilinguismo nella scrittura sperimentale di Luigi Meneghello

coverdi Rabeb Ben Abdennebi 

I libri di Luigi Meneghello sono mirabili e innovativi grazie alle straordinarie virtù della lingua e all’eccezionale bagaglio linguistico di cui sono dotati. Essi sono entrati nel novero delle opere indispensabili per la conoscenza della letteratura italiana moderna. Secondo Lepschy, nei testi di Meneghello, inventore di forme nuove e di un intelligente tessuto linguistico, «emerge una visione originale e innovatrice della realtà linguistica italiana alla quale non solo i lettori comuni, ma anche i linguisti non erano preparati» [1].

Nella redazione delle sue opere, il letterato si avvale di strumenti nuovi e diversi rispetto a quelli comunemente adottati, dando vita a una singolare sperimentazione linguistica caratterizzata dalla presenza di un incantevole ibridismo tra lingua italiana e dialetto vicentino. Infatti, all’uso di una lingua italiana pura, lontana dagli influssi stranieri, Meneghello preferisce la lieve schiettezza del dialetto della propria area geografica. Continua a leggere

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Denigratori all’Opera. Fenomenologia del maggiore prodotto musicale italiano

teatro-dopera-interno-bingdi Aldo Aledda 

La pietra dello scandalo 

Il problema lo ha sollevato forse inconsapevolmente un personaggio che c’entra assai poco con l’argomento ed è pure difficile ritenere che possieda i titoli necessari per emettere un certo tipo di giudizi. Parliamo dell’attore hollywoodiano, Timothée Chalamet, quando aspirando a un Oscar – che secondo alcuni anche per questo non ha avuto l’esito sperato – in un’intervista televisiva alla CNN si è scagliato incomprensibilmente contro l’Opera e il Balletto sostenendo che addirittura sarebbero «morti e sepolti e non interessano più a nessuno». La cosa ha fatto scalpore anche perché l’attore ha un notevole seguito di giovani sui social, fascia di pubblico che tutti i teatri nel mondo oggi sono interessati a recuperare. Comunque, vista l’appartenenza del giudice allo star system internazionale si è assistito alla reazione dei più grandi teatri del mondo che lo hanno invitato ad assistere alle loro produzioni per rendersi conto come le rappresentazioni operistiche al contrario brulichino di amatori. Continua a leggere

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Sacrificio e terrorismo suicida

1-14di Edoardo Artigiani

Due categorie difficili

A lungo studiata con grande attenzione nella prima parte del Novecento, arricchita o criticata da una miriade di studi di valore e provenienti dai più svariati ambiti del sapere, l’interesse per la categoria di sacrificio è andato via via scemando verso il finire del secolo, e forse di pari passo con la sempre maggiore autorevolezza che nel frattempo hanno acquisito tesi e teorie elaborate dal filosofo e antropologo francese René Girard, le cui opere, in un certo senso, sembrano aver chiuso definitivamente la spinosa questione del sacrificio. Tuttavia, accanto a questo procedere, un altro percorso andava crescendogli accanto: il tentativo da parte dell’antropologia culturale di applicare quei modelli ricostruiti del sacrificio antico alle moltissime forme assunte dalla violenza lungo tutto il corso del secolo per ricavare una comprensione ulteriore di esse. Continua a leggere

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Contesti letterari sospesi su un tempo turbato. Il cimento su una lettura “tardoantica”

rutiliodi Franca Bellucci 

Si parla di “gusto” epoca per epoca, passando in rassegna le storie letterarie. La nozione, così come messa a punto – e certo didatticamente utile – ha retroscena di confronti, di dispute e di accordi, tra gli studiosi accreditati, fino a determinare e indicare i periodi collettivi di cultura influenti. Non c’è dubbio che il valore artistico dell’autore è attribuzione singola. Tuttavia tracciare lo sfondo collettivo guida a cogliere ricorrenze e discostamenti nelle scelte stilistiche, nonché a cercare le tematiche colte dall’autore nel suo panorama. Il singolo documento deve giocare con l’adeguato settore culturale. Continua a leggere

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Cosmopoli della dissoluzione

cosmopolis_delillodi Alberto Giovanni Biuso 

«L’istante del sopravvivere è l’istante della potenza», il potente è il superstite di fronte alla distruzione dei suoi simili. Questa affermazione/definizione di Elias Canetti [1] si attaglia perfettamente a Eric Michael Packer, l’ancòra giovane ultramiliardario che nella sua Limousine diventata per lui tana, casa, ufficio, tempio, attraversa New York da un capo all’altro per andare a tagliarsi i capelli nel negozio del suo vecchio barbiere di infanzia.

Inimmaginabilmente ricco, questo giovane squalo vive della morte altrui. Morte dei loro beni, della loro autonomia, dei loro progetti, del loro eros. Tutti assorbiti, divorati e defecati nello spazio inattaccabile della lunga, lunghissima automobile bianca alla quale i colpi e le scritte con lo spray dei cortei antisistema sembrano solo regalare il glamour di un’opera d’arte pop.  Continua a leggere

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Tra Dio e il carcere. Religione, adolescenti e rieducazione nel pluralismo penitenziario. Note su un convegno

26000-carcere-e-islam-cdcdi Alessandro Bonardi

Premessa

A partire da tre testimonianze – don Gino Rigoldi, l’imam Abdullah Tchina e Denise Amerini – rese al Convegno “Carcere e Islam” (Milano Casa della Cultura 2 Aprile 2026), il contributo riflette sul ruolo della religione nei contesti detentivi, con particolare attenzione ai minori. Ne emerge una tensione tra pratiche educative efficaci e limiti strutturali del sistema penitenziario, che incidono sull’effettiva esigibilità dei diritti, in particolare il diritto alla libertà religiosa (art.19 Cost). Continua a leggere

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Sirio e le stagioni invisibili del Mediterraneo

 Sirio Orione e le Pleiadi.

Sirio Orione e le Pleiadi

di Marco Bracali, Alessandro Mazzucchelli 

ὥρας δ᾽ ἔσηκε τρεῖς, θέρος
καὶ χεῖμα κὠπώραν τρίταν
καὶ τέτρατον τὸ ϝῆρ, ὅκα
σάλλει μέν, ἐσθίην δ᾽ ἄδαν
οὐκ ἔστι

Tre stagioni il nume fe’: è l’Estate
la primera, due l’Autunno e il Verno tre.
Viene quarta Primavera, quando i fiori ci son tutti,
ma si resta a denti asciutti.

Con tono scherzoso e popolaresco Ettore Bignone traduceva così il Frammento 56 D di Alcmane, poeta spartano di origine orientale, forse di Sardi in Lidia, ma vissuto nella Sparta arcaica intorno alla seconda metà del secolo VII a.C. Questo frammento, apparentemente curioso, conserva una concezione del tempo radicalmente diversa da quella moderna: non lineare, ma ritmica, e soprattutto orientata da punti nascosti del cosmo. Continua a leggere

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Dizionarietto ibleo

pianta di Avola,  1756,  di Cesare Gaetani della Torre, in Vito Amico nel suo "Lexicon  Tpograficum" (Archivio Gringeri Pantano)

Pianta di Avola, 1756, di Cesare Gaetani della Torre, in Vito Amico nel suo “Lexicon Tpograficum” (Archivio Gringeri Pantano)

di Sebastiano Burgaretta

Nota introduttiva 

Queste voci fanno parte di un lavoro più ampio in corso di scrittura. Vogliono essere una forma di “nominazione” tendente a dare identità e voce a un’umanità viva e variegata nella sua fisionomia ma non sempre considerata nel suo portato antropologico e culturale. L’autore ha scandagliato nella memoria collettiva dell’area iblea e di Avola più specificamente, nonché in quella personale, cercando di fare capo, per ogni singola voce, a testimonianze indirette ma certe nella loro veridicità e a testimonianze dirette, raccolte e assimilate nel proprio registro memoriale lungo il corso di decenni. Continua a leggere

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Per una scuola che educa alla libertà

9791254802328_0_0_536_0_75di Stefania Caccamo, Sabina Leoncini [*[ 

Introduzione

Il volume Contro la scuola neoliberale. Tecniche di resistenza per docenti di Mimmo Cangiano pubblicato da Edizioni Nottetempo nel 2025 propone una riflessione critica sul sistema scolastico contemporaneo attraverso il contributo di diversi autori direttamente coinvolti nel mondo dell’istruzione e dell’università. L’opera mette in evidenza l’influenza delle politiche neoliberali sulla scuola, mostrando come esse abbiano inciso profondamente sulle finalità educative e sulle pratiche didattiche.  Continua a leggere

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“La strage degli innocenti” di Giuseppe Paladino. Storia di un dipinto nella storia di Gesso

La Strage degli Innocenti, di Giuseppe Paladino, chiesa parrocchiale S.Antonio Abate di Gesso.

La Strage degli Innocenti, di Giuseppe Paladino, chiesa parrocchiale S. Antonio Abate di Gesso

di Eugenio Campo, Antonino Squatrito [*]

Il dipinto ed il suo autore

La Strage degli Innocenti è narrata nel Vangelo di Matteo. La causa scatenante è la paura di Erode il Grande, re della Giudea, di perdere un giorno il suo trono ad opera di Gesù, riconosciuto anche dai Magi re dei Giudei. Fallita l’intenzione di servirsi dei Magi per localizzare il Bambino, allo scopo di sopprimerlo, Erode decide di fare uccidere tutti i bambini di Betlemme.

«Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: Continua a leggere

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Confini, identità e pratiche di apolidia musicale. Sconfinamenti tra Mediterraneo e Vicino Oriente nella voce di Thoni Sorano

Thoni Sorano (ph. Emanuele Basile)

Thoni Sorano (ph. Emanuele Basile)

di Tiziana Chiappelli 

Confini, identità e costruzione del mondo

«I confini sono linee immaginarie tracciate sul corpo della terra», scriveva Gloria Anzaldúa. Immaginarie non significa inesistenti: significa costruite, storicamente determinate, inscritte in rapporti di forza e in narrazioni politiche (Anzaldúa, 1987). I confini esistono: sono decisioni, convenzioni, dispositivi di organizzazione del mondo. Non di rado sono il prodotto di storie di conquista e di imposizione: tracciati lungo linee arbitrarie da poteri coloniali e imperialisti, hanno ridefinito territori, separato comunità, imposto geografie estranee alle logiche locali, inscrivendo nello spazio le gerarchie del dominio. Continua a leggere

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L’eredità di Gibellina e le nuove sfide della società civile, a trent’anni dal Processo di Barcellona

Stati membri del Processo di Barcellona

Stati membri del Processo di Barcellona

di Nuvola Cipressa

Introduzione: Il Processo di Barcellona e la metamorfosi del Terzo Pilastro

La Dichiarazione di Barcellona del 1995 ha segnato uno spartiacque nelle relazioni euro-mediterranee, istituendo un quadro ambizioso fondato su tre pilastri interdipendenti, tra i quali spicca il terzo, dedicato al partenariato sociale, culturale e umano. Sebbene la dimensione politica ed economica abbia spesso dominato il dibattito, il terzo pilastro si è rivelato fondamentale per promuovere la comprensione tra le culture e gli scambi tra le società civili, con l’obiettivo di trasformare il bacino in un’area di dialogo e pace. In questo contesto, la Sicilia emerge come cuore geografico e ponte elettivo tra Europa e Africa, incarnando perfettamente l’interconnessione istituzionale e culturale auspicata dal partenariato. Continua a leggere

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Il Giubileo della Speranza e prime rilevazioni: numeri, risposte e umori

1738140478862di Roberto Cipriani 

Quanti furono i pellegrini del primo Anno Santo del 1300? E quanti nei Giubilei successivi, fino a quello del 1975, allorquando forse per la prima volta fu sollevata la questione di una conoscenza scientifica dell’avvenimento? I dati in proposito mancano o sono parziali e comunque frammentari. Qualche studioso ha formulato alcune ipotesi, non verificate però sulla base di prove documentali affidabili. Anche per questo uno storico italiano, Gabriele De Rosa, ed uno francese, Alphonse Dupront, fecero un primo tentativo, proprio nel 1975, per avviare un’indagine sul Giubileo di quell’anno, indetto da Paolo VI, che si mostrò favorevole alla ricerca (come ha scritto De Rosa) contro il parere di alcuni esponenti curiali, poco convinti della buona riuscita dell’evento giubilare, dopo gli “anni di piombo” ed altre vicende problematiche in Europa e nel mondo. Continua a leggere

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Mediterraneo, spazio di economia sociale

Antica carta geografica dell'Europa e del Mediterraneo, 1748

Antica carta geografica dell’Europa e del Mediterraneo, 1748

di Susanna Coppolecchia 

Il Mediterraneo come spazio storico di relazioni 

Nel panorama delle scienze sociali il Mediterraneo è stato spesso interpretato come uno spazio privilegiato per osservare i processi di incontro tra culture, economie e sistemi sociali. Più che un semplice bacino geografico, esso rappresenta una trama storica di relazioni che nei secoli ha messo in connessione popoli, linguaggi e socialità in una combinazione davvero unica, se José de Acosta scriveva nel 1590 «sino a oggi non si è ancora scoperto nessun Mediterraneo come ce ne sono in Europa, Asia e Africa» (in Braudel, 2010: 2). Continua a leggere

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I diversi modi di essere isola

insularitadi Costantino Cossu

Definire che cosa è un’isola per comprendere come nel contesto della contemporaneità questo concetto possa essere speso. Alberto Merler, docente di Sociologia all’Università di Sassari, di isole si occupa da sempre. È il suo campo di studio privilegiato insieme con le dinamiche sociali che hanno mosso, nel corso del Novecento sino ad oggi, le società latino americane. Esce ora, pubblicato dalla casa editrice Edes, un volume intitolato Insularità. Scoprire ciò che non si vede subito.

Il primo passo compiuto da Merler nella sua analisi è capire che cosa si debba intendere per isola. Esistono le isole fisiche ed esistono le isole socioculturali. Entrambe sono definite da un principio di distinzione rispetto a realtà circostanti. Separazione e insieme rapporto. Continua a leggere

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Sulla metafora in “Una questione privata” di Fenoglio

di Ali Dahbi 

Introduzione

In questo nostro articolo, intendiamo affrontare il problema dello studio della metafora di Beppe Fenoglio (1922-1963) nella sua opera Una questione privata e il meccanismo del loro funzionamento e la loro efficacia sul lettore alla luce di alcune delle maggiori teorie del Novecento. Accanto a molte altre metafore di tipo atmosferico – come quelle legate al temporale, alla pioggia e al fango, ricorrentissimi nella narrazione di Fenoglio – quelle che coinvolgono la nebbia svolgono una funzione narrativa precisa: rappresentano un ostacolo fisico e simbolico che insidia costantemente il protagonista Milton nel suo cammino alla ricerca della verità su Fulvia. Continua a leggere

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Un groviglio di mani e di favori

9788833896373_0_0_424_0_75di Giovanni Di Benedetto

Un’attenzione non comune per la parola, una cura insolita per l’uso della lingua: è questo il contrassegno più importante del libro di Dario Lanfranca, Il vento ara il cielo (Minimum fax, 2025). Questa cura vuol dire un’attenzione peculiare per il ragionamento e la presa di coscienza e di consapevolezza. Senza il linguaggio e la parola non è possibile alcun esercizio di quel pensiero critico di cui sentiamo oggi tanto l’assenza.

Nel tentativo di definire il libro di Dario Lanfranca ho iniziato chiedendomi a quale genere letterario esso si sarebbe potuto ascrivere: in effetti non ci troviamo di fronte ad un libro noir o a un giallo, sebbene vi siano dei delitti irrisolti, né di fronte a un libro di fantascienza o a un’autobiografia, sebbene vi siano evidenti spunti che rimandano alla vita dell’autore, penso ai luoghi nei quali è ambientata la storia. Continua a leggere

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Scrivere la memoria: corpo, trauma e genealogia nella narrativa di Basma al-Khatib

Basma al-Khatib

Basma al-Khatib

di Mila Fantinelli

Nel percorso di Basma al-Khatib si incontrano molte delle linee che hanno attraversato la cultura araba contemporanea negli ultimi decenni: il giornalismo culturale come spazio di mediazione, la scrittura come forma di responsabilità pubblica, l’infanzia come terreno tutt’altro che marginale, ma centrale nella costruzione dell’immaginario collettivo.

Scrittrice, giornalista, autrice per ragazzi e sceneggiatrice, al-Khatib appartiene a quella costellazione di figure intellettuali per cui la parola non si esaurisce in un solo genere né in un solo pubblico, ma si sposta da un medium all’altro, dalla radio alla carta stampata, dalla narrativa alla televisione, conservando sempre una forte tensione educativa e culturale. Continua a leggere

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Guerre dichiarate e guerre segrete: Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei e le operazioni ibride di e contro l’Occidente

pergalgano-coverdi Irma Galgano 

I discorsi d’odio costituiscono elementi sempre più presenti negli ecosistemi comunicativi digitali e, sebbene non siano stati “inventati” dalla comunicazione in rete, sicuramente la velocità e la pervasività dei social media e delle piattaforme digitali hanno giocato un ruolo importante nei processi di affermazione di tali pratiche comunicative. Non si può, tuttavia, comprendere l’hate speech senza collocarlo nella più ampia cornice del disordine informativo (di cui costituisce una delle componenti) e senza individuarne le connessioni tra odio e costruzione del nemico. Esattamente come nelle retoriche dell’antipolitica, la costruzione del nemico si nutre dello scontro “noi” contro “loro”, adotta cioè un meccanismo di unificazione ideologica [1] e di delegittimazione dell’avversario (reale o presunto poco importa). Molto spesso, poi, la delegittimazione dell’avversario si intreccia con la diffusione di fake news, talvolta prive di ogni fondamento. Continua a leggere

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Quarantasette variazioni sul tema del destino

tuzzi_e-scritto_1a-di-copertina_page-0001di Alberto Genovese 

Fato e Destino, questa diade dal timbro grave che risuona in ogni lingua, vanta il lignaggio dell’esperienza arcaica dell’inatteso. Dovette accadere così: in un giorno indefinito di un’età remota, nel folto di una foresta o in una landa di gelo, un soffio di vento si leva improvviso e devia la traiettoria della freccia scoccata da una mano abile e irsuta; fugge la preda da cui dipende la sopravvivenza, avanza il nemico appena intravisto nella nebbia. Non fu certo questo solo evento a persuadere il nostro antenato dell’esistenza di una forza oscura, capace d’interporsi, imperscrutabile e imperativa, fra qualunque impresa e la sua riuscita. Dovette nascere allora la parola che designava “quella cosa”. La parola eresse attorno al mistero un recinto sacro [1], cultuale, entro il quale si officiarono riti e preghiere di religiosa invocazione o di magico scongiuro. Continua a leggere

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Indicazioni stradali sparse per terra: la ricerca musicale del collettivo “Lero Lero”

Il Gruppo musicale Lero Lero (ph. Giulia Parlato)

Il Gruppo musicale Lero Lero (ph. Giulia Parlato)

di Nicola Grato 

Sant’Onofriu Pilusu, il libretto del Rosario con la copertina in madreperla, Santu Spiriùni ca varba longa fa sparire (spiriri, Spiriùni) secondo i miei vecchi e sant’Onofrio ritrovare; essere e non essere nella stessa festa, la nera festa dei morti che nascondono i doni per farli, dopo una ricerca faticosa e guidata dai grandi, ritrovare.

“Gioia mia e cori miu” e quando c’era cattivo tempo “troni e lampi jitivinni arrassu, chista è ‘a casa ri sant’Ignaziu: sant’Ignaziu e santu Simuni chista è ‘a casa ri Nostru Signuri”. Continua a leggere

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Erosione delle norme umanitarie. Quando il crimine diventa normale

La scuola bombardata a Minab, Iran (@Ap)

La scuola bombardata a Minab, Iran (@Ap)

di Masoud Hooshmandrazavi

Introduzione

Alle ore 10:45 di sabato 28 febbraio 2026, poco dopo l’inizio degli attacchi aerei su larga scala da parte degli eserciti degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran e l’assassinio della Guida Suprema iraniana, una notizia scioccante ha gettato nello sgomento l’opinione pubblica iraniana e mondiale: un attacco missilistico contro la scuola Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran. Continua a leggere

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Montségur, la fine dei Catari, e l’eterno ritorno del manicheismo

Castello Cataro di Montségur

Castello Cataro di Montségur

di Massimo Jevolella 

Ora abbiamo Leone, il primo Papa agostiniano nella storia della Chiesa. E questo fa pensare ad Agostino, al suo ripudio del manicheismo, alla sua negazione della sostanzialità del male; idea che può apparire stravagante, oggi, in questo mondo sempre più ossessionato dai contrasti estremi. Da chi dice: tu sei Satana. E da chi risponde: no, sei tu il male assoluto. Perché oggi, come ai tempi di Agostino, e come sempre, come nel mito zoroastriano dell’eterna guerra tra la luce e le tenebre, ripreso appunto dal profeta Mani, il male è il nemico indistruttibile del bene nelle menti e nelle fantasie degli esseri umani. È la realtà incontestabile, talmente vera da potersi fatalmente identificare in una sostanza soprannaturale, incarnata in entità diaboliche, facendosi beffe così della fede di Agostino, che lo declassava a “privazione di bene”, e della logica di Severino Boezio, che arditamente sillogizzando affermava infine che: «Malum igitur nihil est», il male è un nulla. È un non essere. Continua a leggere

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Bagheria. Percorsi, verde, architettura

Bagheria, Villa Palagonia

Bagheria, Villa Palagonia

di Antonietta Iolanda Lima 

A distanza di circa un cinquantennio dalla edificazione del palazzo fortezza del principe di Butera nel 1658, dal primo ventennio del Settecento, con l’avvio di Villa Palagonia, e per tutto il secolo, i nobili di Palermo innalzano le loro ville, la cui rilevante qualità architettonica introduce in un paesaggio rurale il movimentato segno di una espressività che intreccia l’ultimo canto del barocco con il nascente neo-classicismo. Continua a leggere

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Là dove i fiori di “Gazzìa” profumano di intenso

Fiori di robinia (ph. sandrino Marra)

Fiori di Robinia (ph. Sandrino Marra)

di Sandrino Luigi Marra

La presenza dell’acqua che caratterizza il massiccio del Matese è dettata dal suo carsismo che favorisce la crescita di un ricchissimo e variegato patrimonio floristico tra cui spicca per bellezza la “Gazzia” ovvero la Robinia Pseudoacacia. Conosciuta comunemente come Falsa Acacia e dialettalmente “Gazzìa” o “Gaggia” è un albero deciduo della famiglia delle Fabaceae; vigoroso, dalla immensa chioma verde chiaro formata da migliaia di piccole foglie. Praticamente indistruttibile, cresce spontaneamente e ricresce senza remore dopo tagli, sradicamenti, incendi ed ogni forma di screzio umano e non, si adatta in modo meraviglioso ai terreni collinari dell’area giungendo fino a 20 metri di altezza e il suo legno è sempre stato apprezzato per la sua durezza e lo si usa ancora oggi come palo da vigna. Continua a leggere

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Leggere italiano nelle strade del Cairo

Il Cairo, Downtown spazio urbano (ph. Veronica Merlo)

Il Cairo, Downtown spazio urbano (ph. Veronica Merlo)

di Veronica Merlo 

«Attraverso i suoi edifici e gli spazi pubblici, una città riflette le condizioni politiche, sociali ed economiche del suo tempo» (El-Kholei, 2023: 217, trad. mia) [1].

Nel cuore del Cairo, questa riflessione si estende oltre il presente. Gli edifici rispecchiano il contemporaneo in dialogo con il passato, raccontando storie stratificate, con strutture architettoniche, dettagli ornamentali, nomi, riferimenti a luoghi e tracce di chi li ha progettati e abitati. Continua a leggere

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Sulle reazioni all’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran. Appunti

551bcfa1c2ce0e973ecc075f01087979-u44528103041gms-1440x624_ilsole24ore-webdi Karim Metref 

Posso non amare mio fratello ma non amo chi lo uccide

Proverbio tradizionale cabilo 

Il 28 febbraio è iniziato l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran, avviato con l’operazione “Ruggito del Leone” (Israele) e “Furia Epica” (USA), mirando, secondo la propaganda ufficiale dei due Paesi aggressori, «a distruggere siti nucleari e decapitare il regime degli Ayatollah per liberare il popolo iraniano».  Continua a leggere

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Akko (San Giovanni d’Acri). Crocevia di culture verso l’Oriente

Fig.1.  La città di Akko in una rappresentazione del 1686 [Tratta da N.Makhouly, C.N. Johns, Guide to Acre, Jerusalem, 1946]

La città di Akko in una rappresentazione del 1686
[da N.Makhouly, C.N. Johns, Guide to Acre, Jerusalem, 1946]

di Olimpia Niglio 

Introduzione

Akko, perla del Mediterraneo, è un autentico palinsesto di esperienze “umane” che si sono sovrapposte e giustapposte grazie alla presenza di tanti popoli che nel tempo l’hanno abitata e vissuta. La sua strategica posizione nell’area est del Mediterraneo le attribuisce la denominazione di “chiave verso l’Oriente” da cui si dipartono diversi cammini. Continua a leggere

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Oltre il Novecento. L’internazionale reazionaria e l’urgenza di un universalismo plurale

41zltpo8yyl-_sl500_di Gianni Palumbo 

La velocità con cui il fenomeno MAGA si è diffuso oltre ogni aspettativa ha colto di sorpresa molti osservatori. “Make America Great Again” è un brand che travalica gli stessi States. Le cronache di questi ultimi mesi delle manifestazioni di decine di migliaia di cittadini negli Stati Uniti e la risposta delle “milizie armate” che uccidono innocenti (a cui ora si è aggiunta la guerra mossa all’Iran, destabilizzando l’intero pianeta), mostrano qualcosa che va ben oltre una semplice ondata populista: assistiamo a una contestazione filosofica della democrazia liberale come sistema, a una convergenza inedita tra forze apparentemente eterogenee che condividono l’idea che il tempo della democrazia sia finito. Continua a leggere

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L’esordio ‘epilogale’ di un poeta del Peripato

copertina-i-nostri-maridi Antonio Pane 

«Rocco Antonio Mastromartino è nato a Melfi nel 1945, vive a Roma. Ha lavorato in banca. Appassionato di filosofia del diritto, di etica ed estetica, scrive poesia da sempre. Questo è il suo primo libro». La concisa notizia diramata nella retrocopertina di I nostri mari (Manni, 2025) accompagna il battesimo ‘epilogale’ di un autore ottantenne, ‘benedetto’ da una pregevole prefazione di Paola Maria Minucci e da una non meno preziosa postfazione di Caterina Graziadei. Le 102 poesie che, nella sequenza esattamente alfabetica dei loro titoli, vi si susseguono (da Abilità marinara a Zoccoli di centauro), giustificando il «regesto fuori dal tempo» evocato da Caterina Graziadei, sono a loro volta battezzate da linee della terz’ultima, la retrospettivamente programmatica Versi finali, volta alla controversa eredità del poeta: «il lascito segreto che ti legava al mondo, | nella felice maniera delle parole, | quella poesia in prosa senza qualità». Continua a leggere

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Tatuaggi amazigh: tecniche e simboli di una pratica millenaria

 Donne berbere con tatuaggi tradizionali sul viso [Nadine Achoui-Lesage], 2018]


Donne berbere con tatuaggi tradizionali sul viso (ph. Nadine Achoui-Lesage, 2018)

di Andreina Parise

I tatuaggi amazigh rappresentano una delle espressioni più affascinanti della cultura materiale e simbolica del Nord Africa. Incisi come segni visibili di appartenenza, memoria e protezione, essi hanno accompagnato per secoli la vita delle comunità amazigh, inscrivendosi soprattutto nei percorsi femminili come pratica identitaria e rituale. Ancora oggi, l’incontro con i volti e le mani di donne anziane che portano questi segni suscita interrogativi profondi: non si tratta soltanto di ornamenti appartenenti a un passato remoto, ma di tracce vive di un patrimonio culturale che ha attraversato epoche, trasformazioni religiose e mutamenti sociali.

Nel contesto nordafricano, il tatuaggio tradizionale costituisce un linguaggio del corpo, un sistema di segni attraverso cui si esprimono visioni del mondo, relazioni con il sacro, codici di appartenenza e modi di trasmettere saperi collettivi. Continua a leggere

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Il Tremore dell’Anima. La Trama Invisibile di Chiharu Shiota

Where are we going?

Chiharu Shiota, Where are we going?

di Mariella Pasinati  

Non vi è alcuna separazione tra il pulsare del sangue e la trama del mondo nell’opera di Chiharu Shiota (Suita, 1972). Attraversare la mostra “The Soul Trembles” (L’anima trema) al MAO di Torino — visitabile fino al 28 giugno — significa immergersi in una dimensione dove il creare non è esercizio di stile, ma scaturisce da una necessità interiore e si fa trama capace di trattenere l’essenza della vita e i suoi tremori invisibili. Continua a leggere

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La voce che resta: l’haketia, eredità linguistica della diaspora sefardita in Marocco

haketiadi Alessandro Perduca                                                                                                                  

«Un bambino che aveva paura del buio lo sentii chiamare dalla stanza accanto: Zia, parlami, ho paura. – Ma a cosa serve? Non mi vedi. Il bambino rispose: Quando qualcuno parla, c’è più luce» S. Freud [1] .

La diaspora sefardita posteriore all’espulsione del 1492 non rappresenta soltanto una frattura storica, ma inaugura una dinamica di lunga durata in cui lingua, memoria e identità si riorganizzano in configurazioni nuove e sorprendenti [2]. L’espulsione degli ebrei non comportò la scomparsa della cultura giudeo-ispanica, bensì la sua trasformazione in una pluralità di tradizioni caratterizzate da continuità strutturali, adattamenti locali e fenomeni di osmosi linguistica. La storia delle varietà giudeo-spagnole mostra, infatti, come la perdita territoriale non coincida con quella culturale: al contrario, l’esperienza dell’esilio produce forme linguistiche stratificate in cui la memoria iberica si combina con gli elementi delle nuove società di insediamento. Continua a leggere

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Le streghe nelle tradizioni di Lama dei Peligni

Lama dei Peligni

Lama dei Peligni

di Amelio Pezzetta 

Introduzione 

In queste pagine, ragionando sulle tradizioni popolari di Lama dei Peligni, un piccolo comune abruzzese appartenente alla provincia di Chieti e sito alle falde del massiccio della Majella, si prende in esame l’evoluzione storica che hanno avuto le credenze locali sulle streghe. Il territorio lamese comprende un settore montano e uno collinare costituito in gran parte da boschi in espansione, terreni incolti, aree urbanizzate e pochi terreni coltivati. Continua a leggere

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Le migrazioni qualificate degli italiani in Germania dal Medioevo agli anni ‘2000

italiani nella stazione di Monaco

Italiani nella stazione di Monaco

di Franco Pittau e Juergen Schleider [*] 

Introduzione 

La dimensione qualitativa, riscontrabile sempre più nei flussi migratori che negli anni ‘2000 si dirigono verso la Germania, non è una innovazione assoluta se non nella forma, perché è stata preceduta da flussi analoghi che nel Medioevo, nel Rinascimento, nei primi secoli dell’età moderna, durante il Risorgimento e infine, accanto ai flussi di massa si sono svolti anche nel secondo decennio del Novecento. Le attuali migrazioni qualificate, da una parte evidenziano la vocazione tedesca alla qualità nel suo sistema produttivo e, dall’altra, la capacità degli italiani di rispondere a tale esigenza. Continua a leggere

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La dama del mare. Una Valchiria al timone

Jeannette su ‘Nfirricchio (ph. Ninni Ravazza)

Jeannette su ‘Nfirricchio (ph. Ninni Ravazza)

di Ninni Ravazza 

La mia casa era sul porto/ I miei sogni in riva al mare

Diventavo marinaio/ Ero pronto per partire …

(De Angelis – Dalla, “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”). 

Il suo nome non è Brunilde e non accompagna nel Walhalla le anime dei guerrieri morti in battaglia, e probabilmente preferisce il rassicurante ronfare del motore diesel alla Cavalcata di Wagner [1]. È bionda e dotata di enorme determinazione proprio come le divinità germaniche “di splendente bellezza” [2] che cavalcano nell’aria e sull’acqua. Continua a leggere

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Un ufficiale medico novarese dai mille saperi

9791221084467_0_500_0_0di Mario Sarica 

Quando nel 1912 l’ufficiale di cavalleria medico- scrittore novarese Gaetano Borghese a Barcellona, per i tipi della tipografia Fratelli Rovelli, pubblica quella che sarà l’ultima sua opera editoriale Novara di Sicilia- Notizie Varie – nonostante il contestuale annuncio di altri tre nuovi imminenti titoli – ha 72 anni. Un’età, a quei tempi, ritenuta veneranda, da riservare magari ad un meritato riposo, e soprattutto per volgere lo sguardo indietro e tracciare un bilancio della propria esperienza di vita e professionale.

E invece, ancora una volta l’indomito ufficiale medico novarese si mette in gioco, donando un ulteriore prova della sua freschezza culturale, sempre declinata allo spirito del tempo. Continua a leggere

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Il tramonto dell’Occidente

coverdi Giuseppe Savagnone 

Una crisi epocale

É del 1918 il famoso libro di Oswald Spengler Il tramonto dell’Occidente. In quel momento un mondo stava crollando e un altro ne stava nascendo. Alla fine della Grande Guerra si dissolvevano imperi che avevano fatto la storia, come quello asburgico, quello zarista e quello ottomano. In questo sconvolgimento mondiale, l’autore metteva a fuoco, in particolare, il venir meno del sistema di valori che aveva fino ad allora caratterizzato l’Occidente, evidenziando il destino inscritto nel suo stesso nome: “Terra del tramonto”. Continua a leggere

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“Le potenzialità della poesia sono enormi perché al passaggio d’epoca il pensiero rischia di morire”. Dialogo con Guido Oldani

Guido Oldani

Guido Oldani

di Fabio Sebastiani

«Siamo a un passaggio epocale dell’umanità. E i poeti non possono certo tirarsi indietro». Guido Oldani, poeta di lungo corso, fondatore del Realismo Terminale, ha le idee molto chiare sulla relazione tra poesia e realtà concreta; o meglio, tra la poesia e quelle sfere politico-istituzionali, e anche economico-materiali e tecnologiche che in questo “avvio lento” del Terzo Millennio, non meno drammatico, vanno assumendo un peso specifico straordinariamente pregnante per l’umanità intera; tanto da diventare un “oggetto” non solo per la riflessione filosofica ma soprattutto per quella letteraria e, nello specifico, per la creazione poetica. Continua a leggere

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Don Giovanni d’Austria, il “vincitore di Lepanto”

Piri Reis, inizi del Cinquecento, costa tra Barletta e Trani (Ventura, 1990)

Piri Reis, inizi del Cinquecento, costa tra Barletta e Trani (Ventura, 1990)

di Maria Sirago 

Il consolato veneziano di Puglia dal Medioevo al viceregno spagnolo 

Fin dall’età normanno-sveva alla Repubblica di Venezia era stato concesso il privilegio di nominare un Consul Apuliae a Trani, il porto più importante (Sirago, 1998), per controllare il commercio tra Venezia e la Puglia con facoltà di poter aprire “logge” o fondaci, privilegio accordato anche ai genovesi, confermato nel 1257 da re Manfredi. Durante la Guerra del Vespro (1284-1290) i rapporti con i veneziani cessarono perché essi continuavano a commerciare con gli aragonesi in Sicilia, anche se si erano mantenuti neutrali. Ripresero solo nel 1289, dopo l’incoronazione di Carlo II d’Angiò, nel 1289. Continua a leggere

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Quando in Sicilia c’erano gli Arabi: la presa di Palermo

mapap della Sicilia araba

Mappa della Sicilia araba

di Ahmed Somai 

La morte di Assad – il condottiero che aveva aperto la strada della conquista musulmana in Sicilia – insieme all’infierire dell’epidemia aveva gettato lo scompiglio nelle file dell’esercito musulmano. Sembrava, come diceva Amari, che la fortuna avesse girato le spalle ai conquistatori. L’esercito decimato dalla morìa e circondato dai Bizantini non vedeva altra via d’uscita se non imbarcarsi sui propri legni e tornare in Africa. Ci voleva un sostituto al comando e non c’era tempo per aspettare la nomina dell’emiro di Qairawan o del Califfo di Bagdad. Senza un capo al comando, l’esercito rischiava di trovarsi abbandonato a se stesso, con il rischio di perdere la sua coesione. Continua a leggere

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Il metodo transculturale e lo sguardo lungo di Fernando Ortiz

coverdi Giuseppe Sorce 

Perdersi e ritrovarsi. Potremmo tutti dire che ci è capitato. È il classico itinerario di qualsiasi romanzo di formazione. È la classica autonarrazione necessaria alla serenità di qualsiasi individuo o collettività. Consolatoria spesso, rassicurante, ma chi, al contrario, sarebbe capace di sopportare un esito diverso, chi, soprattutto, vorrebbe coscienziosamente farlo, a quale scopo poi. Tuttavia non possiamo negare il fascino di quelle storie di popoli o individui che semplicemente si perdono, cambiano così tanto da diventare qualcosa di nuovo, irriconoscibile.

L’epica e il mito d’altronde spesso ci offrono delle storie simili, che siano di estrema catarsi, di espiazione, di mutazione totale oppure di sacrificio, di eroismo. L’idea di un viaggio, o di un viaggiatore, senza ritorno a casa è seducente e potente. Continua a leggere

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Perché i morti, come i vivi, non sono tutti uguali

9788806251741_0_0_536_0_75di Orietta Sorgi

La morte, si sa, è universale, sia sul piano biologico che culturale. Tutte le specie viventi dell’universo sono destinate prima o poi a porre fine alla loro esistenza sulla terra. Ma proprio per questo suo carattere ineluttabile, la morte appartiene a quella classe di fenomeni verso cui l’uomo è impotente e non può spiegare con i mezzi della ragione, affidando al mito la capacità di una giustificazione a livello metafisico. Da qui i funerali, le tecniche del cordoglio e tutti gli altri sistemi di elaborazione del lutto, presenti in ogni società di qualsiasi tempo e luogo, per garantire la presenza di chi non c’è più, oltre il proprio orizzonte esistenziale, assicurando così, anche nell’assenza, il dialogo e la comunicazione fra vivi e morti. Continua a leggere

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Rivali nel Golfo: progetti e visioni dopo le Primavere arabe

Il Golfo Persico

Il Golfo Persico

di Francesca Spinola [*]

Il Golfo come spazio di competizione ideologica

Dopo le rivolte del 2011, note come Primavere arabe, il Golfo Persico si è trasformato in uno spazio di intensa competizione ideologica e politica tra diversi modelli di leadership nel mondo islamico. Le trasformazioni innescate da quei movimenti di protesta hanno ridefinito non soltanto gli equilibri interni degli Stati della regione, ma anche le relazioni tra le potenze del Golfo, aprendo una fase nuova di rivalità e ridefinizione delle sfere di influenza. Continua a leggere

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Ideologie luttuose e paideia rovesciata nell’epoca delle passioni tristi

freuddi Sergio Todesco 

Il sonno della ragione genera mostri. Solo ricorrendo all’ipotesi di una morte della ragione si può comprendere quale enorme quantità di disturbati mentali affolli le nostre giornate storiche.

Pare proprio non aver peccato di fantasia Sigmund Freud, che nel suo Al di là del principio di piacere di oltre un secolo fa ipotizzava che accanto al principio del piacere (eros) nell’uomo fosse altrettanto fortemente, e forse ancor più fortemente, radicato un principio di morte (thanatos), una pulsione distruttiva, una “coazione a ripetere” che induceva gli esseri umani a rivivere ossessivamente episodi sgradevoli del proprio passato.  Continua a leggere

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Giudei o Gorgonei? Le radici greche della Rinascita

San Fratello (ph. Ferdinando Centorrino)

San Fratello (ph. Ferdinando Centorrino)

di Angela Maria Trimarchi  

La festa popolare, soprattutto dei riti di Pasqua, può dirsi l’ultimo segno di ribellione popolare alla classe egemone di turno.

Segni oscurati da pratiche di sudditanza imposte per ottenere, attraverso il ricatto di una felice vita ultraterrena, obbedienza passiva e rinuncia a rivendicazioni più che legittime: terra, pane e lavoro.  Continua a leggere

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Entrare in punta di piedi nella Storia

Da DOM di Battistella

Da DOM di Massimiliano Battistella

di Mariza D’Anna 

La ricerca dell’identità è un percorso laborioso e a volte sotterraneo che parte quasi sempre dal concetto di “casa” intesa in un’ampia accezione come luogo di origine dove tutto è cominciato. Nella letteratura psicologica gli studi sull’identità riguardano gli aspetti più soggettivi riferibili alle caratteristiche fisiologiche e psicologiche dell’io in relazione al contesto di appartenenza a differenza del sè che invece riguarda le attribuzioni di un individuo, le caratteristiche individuali, le credenze, le competenze e gli aspetti esperienziali. Continua a leggere

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Ritorno a Dom Bjelave: ricostruire un’identità frammentata

da DOM di Battistella

da DOM di Massimiliano Battistella

di Fabio Fancello

Il ricordo generazionale della guerra in Jugoslavia

Per i nati e cresciuti in Italia nella prima metà degli anni Ottanta, la guerra civile jugoslava degli anni Novanta e, in particolare, la vicenda dell’assedio di Sarajevo, dovrebbero aver lasciato un ricordo abbastanza forte. Per una generazione che è nata e cresciuta nell’ultimissima fase della guerra fredda, agli albori della cosiddetta società dei consumi, il conflitto balcanico è stato, probabilmente più della prima guerra del Golfo, quello che ha causato il maggiore impatto emotivo: non solo per la prossimità territoriale e per il coinvolgimento italiano nelle missioni di peacekeeping (Mazziotti di Celso 2025), ma soprattutto per i progetti di accoglienza e di protezione dei profughi in fuga e per una presenza mediatica e televisiva molto importante. Continua a leggere

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Oltre la guerra: memoria e ricostruzione identitaria

dom_coverdi Sabina Leoncini

«Le nostre vite si intrecciano come fili sparsi»

Meša Selimović 

Il film DOM di Massimiliano Battistella si configura come un’opera di straordinaria densità emotiva e riflessiva, capace di intrecciare memoria individuale e storia collettiva all’interno del contesto della guerra in Bosnia. Tuttavia, ciò che rende questo film particolarmente significativo non è soltanto il tema trattato, ma il modo in cui esso richiede allo spettatore un coinvolgimento attivo: DOM non è un film che si esaurisce in una sola visione, ma un’opera che chiede di essere ascoltata, osservata e rielaborata più volte, prestando attenzione ai dettagli, ai silenzi, ai dialoghi e alle tracce musicali che accompagnano il racconto di Mirela. Continua a leggere

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Liminalità, identità diasporica e memoria collettiva di una guerra dimenticata

Da DOM di Battistella

Da DOM di Massimiliano Battistella

di Rossana M. Salerno 

Introduzione 

Il docufilm Dom di Massimiliano Battistella offre una narrazione intensa e stratificata dell’esperienza della migrazione forzata, mettendo al centro il percorso biografico di Mirela e la complessità della costruzione identitaria in contesti segnati da guerra, separazione e ricomposizione simbolica. Attraverso una struttura narrativa circolare, scandita dall’immagine del mare, il film si configura come uno spazio di riflessione sul rapporto tra memoria, appartenenza e trasformazione. Continua a leggere

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Lo spazio del margine. Appunti su un intenso e dolente docufilm

da DOM di Massimiliano Battistella

da DOM di Massimiliano Battistella

di Nuccio Zicari 

Nel panorama contemporaneo del documentarismo d’osservazione, l’opera di Massimiliano Battistella, DOM, si pone come un oggetto di studio non convenzionale, capace di interrogare profondamente i paradigmi della sociologia urbana e della fenomenologia dello spazio. Il titolo stesso, evocando il termine slavo per casa, agisce come un perno semantico e simbolico: non indica solo un luogo fisico, ma un’aspirazione archetipica che sbatte contro la rigidità delle strutture post-industriali. Il film si configura come una riflessione visiva sulla privazione e sulla paradossale densità antropologica che persiste nei luoghi del vuoto istituzionale. Continua a leggere

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Un film raccontato “ad altezza di bambino”

111di Massimiliano Battistella

La lettura dei cinque interventi dedicati a DOM mi spinge a riflettere sulla natura stessa del film, sulla sua genesi, sulle possibilità di ricezione del suo racconto e sulle sensibilità che lo percepiscono, conferendone degli spazi interpretativi inediti. Credo che un film sia un’opera collettiva. E sullo stesso piano degli autori, gli spettatori aprono delle finestre inesplorate, sorprendenti, poetiche.  Ringrazio le autrici e gli autori delle riflessioni di questi “dialoghi”, che mi permettono di vedere il film da una prospettiva diversa.  Continua a leggere

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Saper fare. L’Arte del Mestiere

Saper fare (ph. Fabio Bartolozzi)

Saper fare (ph. Fabio Bartolozzi)

di Fabio Bartolozzi 

Il “Saper Fare” è il tema di questa ricerca per immagini, alla scoperta del lavoro manuale realizzato con passione e creatività, un mestiere che si acquisisce col tempo, la produzione di manufatti unici e preziosi.

Entrando all’interno della bottega di un giovane calzolaio, Mirco, mi appare un luogo vissuto e allo stesso tempo caotico, saturo di oggetti e strumenti utili alla lavorazione e riparazione di calzature. Lo stesso Mirco era alle prese nella ricostruzione di varie suole e l’ambiente era invaso da un intenso odore di gomma e colla. Continua a leggere

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Humans

Humans (ph. Bonassi)

Humans (ph. Alessandra Bonassi)

di Alessandra Bonassi 

Humans è un progetto nato durante un anno di cambiamenti strutturali della mia vita. Dopo più di 20 anni vissuti tra Messico e Stati Uniti, sono tornata a Milano, la mia città natale. Mi sono immersa totalmente nella realtà meneghina vivendo come se non avessi mai cambiato posto. Non ero felice, non riuscivo a tenere questo passo veloce e incessante della vita metropolitana e ho deciso di trasferirmi sul Lago Maggiore a Luino, dove tutto ha un ritmo lento che mi consente di osservare la vita che scorre come la scena di un film. È un rallentamento che mi serviva  e ha spostato il mio punto di vista. Continua a leggere

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La superficie del cretto ricorda la pelle di mio padre

Gibellina (ph. Giandomenico Frassi)

Gibellina (ph. Giandomenico Frassi)

di Giandomenico Frassi 

Mi accorgo di far scorrere la lingua lungo l’arco interno dei denti inferiori con una insistenza sempre maggiore.

Conosco il ritmo, le irregolarità le sensibilità diverse, appena sveglio mi conferma che neppure stanotte mi sono trasformato in un coleottero come in un celebre libro che non ho mai riletto. Continua a leggere

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Nel nome del Padre

Trapani, Venerdì Santo  (ph. Patrizia Galia)

Trapani, Venerdì Santo (ph. Patrizia Galia)

di Patrizia Galia

La festa è il momento in cui la società si rivela e mette in mostra sé stessa, le ansie, le speranze e i rapporti tra le varie parti che la compongono, ed è in questi momenti che è possibile cogliere meglio la concezione che si ha dei bambini tramite i riti che li coinvolgono.

Nel Nome del Padre è un progetto che racconta la dimensione dell’infanzia nell’interazione con le tradizioni religiose. Si sviluppa in larga parte durante la Processione dei Misteri – una delle processioni più antiche d’Europa risalendo al 1600 circa – che si svolge a Trapani, in Sicilia, durante il Venerdì Santo, in rappresentazione della Via Crucis. Continua a leggere

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Sulle orme di Zeffirelli

Catania (ph. Valeria Laudani)

Catania (ph. Valeria Laudani)

di Valeria Laudani 

Questi scatti muovono da un ricordo personale che affonda le radici nel 1993, anno in cui Catania divenne set cinematografico per ‘’Storia di una capinera’’ di Franco Zeffirelli, tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Verga. Un’esperienza che, pur vissuta ai margini, ha lasciato un’impronta profonda nel mio sguardo e nel mio modo di attraversare la città. Continua a leggere

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Dentro la vita delle famiglie

Dentro la vita delle famiglie (ph. Bruno Madeddu)

Dentro la vita delle famiglie (ph. Bruno Madeddu)

di Bruno Madeddu 

Ho esplorato alcune situazioni familiari, indagando soprattutto il campo delle relazioni interne ed esplorando i cambiamenti legati a problematiche sociali come la separazione, l’infermità e la disabilità, ho incontrato famiglie facoltose o modeste, uomini e donne coinvolti in attività di volontariato. Continua a leggere

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Fotografare tra passione, tensione e responsabilità

Catania (ph. Lillo Miccichè)

Catania (ph. Lillo Miccichè)

di Lillo Micciché

Oggi in tanti scrivono del proprio lavoro e molti lo fanno anche bene, ma il malinteso, a volte, sta proprio nel voler spiegare le proprie motivazioni fotografiche o ancor peggio spiegare le proprie fotografie.

Diceva Elliott Erwitt: «Il punto centrale dello scatto fotografico è che non devi spiegare le cose con le parole». Continua a leggere

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“Mors et vita duello”

Ciminna (PA) - Venerdì Santo (ph. Ivan Piscitello)

Ciminna (PA), Venerdì Santo (ph. Ivan Piscitello)

di Ivan Piscitello 

È una frase latina presa dalla sequenza pasquale “Victimae paschali laudes”, cantata a Pasqua, il cui significato letterario, nella frase completa, è: morte e vita si sono affrontate in un duello prodigioso (nell’inno pasquale mors et vita duello conflixere mirando).

Proprio il suo significato simbolico, mi porta ogni anno a percorrere le strade della mia terra, la Sicilia, alla ricerca di quei riti religiosi della Settimana Santa che ne incarnano il suo significato simbolico e che parlano dell’eterno scontro tra la morte e la vita dove, alla fine, è la vita che vince dux vitae mortuus, regnat vivus (il Signore della vita, morto, regna vivo). Continua a leggere

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Agrigento, la fotografia e il tempo

Agrigento (ph. Tano Siracusa)

Agrigento (ph. Tano Siracusa)

di Tano Siracusa 

Quando ho cominciato a fotografare, a metà degli anni ‘80, inquadravo la mia città come inquadravo Fes o Essaouira, luoghi   allora esotici che vedevo per la prima volta. 

Il viaggio, lo spaesamento, sono premessa e contesto per lo sguardo del fotografo attento alle improvvise sospensioni del caos, quando la realtà sembra ordinarsi, mettersi in posa.   Continua a leggere

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Mediterraneo

Mediterraneo (ph. Nella Tarantino)

Mediterraneo (ph. Nella Tarantino)

di Nella Tarantino 

Non ho mai navigato gli oceani, sono stata sempre fedele al Mediterraneo.

Ai suoi moli, alle sue isole, le onde, i venti, le sue nuvole, i tramonti qui dal lato che guarda il Tirreno, ai fari, i porti, alle sue navi, le partenze ed i ritorni.

Se fotografo il mare, il mar Mediterraneo, è perché amo la nostalgia. 

Dalle sue rive, sulle sue rive, ceppi giganteschi come rocchi di colonne emergono dalla sabbia della foce del tempo, mentre una nuvola minacciosa sale alta a nascondere un tramonto. Continua a leggere

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