di Aldo Nicosia
Silama (2024) [1], documentario del regista libanese Hadi Zaccak [2], traduce nel dialetto del nord del Libano il termine “cinema”. In altri Paesi del mondo arabo la parola sìnima, mutuata dall’inglese o dal francese, viene storpiata, ma altresì interiorizzata dal popolo, in forme simili: sìmana, oppure sima in Egitto. Il titolo di questo documentario mi sembra azzeccato per evidenziare al meglio lo stretto rapporto tra la popolazione di Tripoli e la settima arte, nel corso del ventesimo secolo.
Dagli anni trenta fino all’inizio della guerra civile del 1975, la seconda città del Libano, capitale del Nord, contava una trentina di sale cinematografiche: erano l’unica forma di evasione per un pubblico assetato di cultura e di immagini, con la voglia di aprire i propri orizzonti a nuovi mondi. I nomi delle sale erano i classici nomi utilizzati nel resto del mondo e in Egitto, diuturna fonte d’ispirazione per milioni di cittadini del Maghreb e del Mashreq. Empire, Roxy, Opera, Al-Hamra, Rivoli, Palace, Metropole, Le Capitole, Colorado, Lido, Victoria evocavano mondi esotici occidentali, mentre al-Sharq, al-Qahira, al-Ahram, al-’Alam, Amir, Cleopatra, Salwa, Rabha rinviavano a quelli egiziani (ed anche indiani). Continua a leggere→