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Claudia Cardinale, un’aura che sa di Mediterraneo (e forse di sabir)

81dlelec16l-_uf10001000_ql80_di Franca Bellucci 

 “Riflessioni a margine”, devo precisare, accingendomi a comporre. Perché? È per me atto dovuto premettere che qui, come commentatrice, ricorro a una cultura lato sensu, non di critica cinematografica: nell’affaccio sul cinema mi riconosco fuori da ogni standard; per altro, fruitrice, solo in sala, di pellicole, comunque limitata dalla miopia. È l’emozione alla notizia della morte di Claudia Cardinale che mi ha stimolato a reperire le due pubblicazioni firmate, o co-firmate, da lei, che segnalo in nota [1], e che sono motivo di riflessione. Con queste, incontro una tipologia di scrittura che rientra nelle mie prove, interessata come sono a dare ascolto alle voci testimoniali, e in particolare a quelle delle donne, che coadiuvano a formulare sintesi storiche più comprensive e credibili dello standard abituale. Forse questi interessi che coltivo, posso definirli “progressivi”: non per la loro consistenza – “progresso” è parola tendenziosa – ma in quanto testati come riconoscibili e volti all’incremento, pur tra oscillazioni: anche se tutt’altro che stabilizzati, almeno tratti da documenti.

La lettura delle opere della Cardinale è persuasiva: in effetti questi libri valgono a fissare riflessioni incisive. È per me richiamo per implementare quadri già confermati, ma in particolare per cogliere aspetti nuovi, nella storia labirintica del pensiero intimo: e La Storia, adattata per il cinema dalla proposta di Elsa Morante, è stata una prova superlativa, nel 1986, per la Cardinale matura. Queste autobiografie confermano che la testimonianza dei soggetti, negli eventi, è importante: nella storia di ampio raggio, escludere popoli e individui, impedendone la voce, è certo segno di suprematismo politico. La voce restituisce sempre un livello di protagonismo. È indicatore di soggettività, di desiderio di proporsi: riguarda le cerchie dense di frequentazioni, ma anche gli individui.

È accaduto che, al momento dei notiziari intorno alla morte della popolare attrice, ho constatato delle oscillazioni nel flusso dei resoconti: presentavano cautele, intorno al decesso di Claudia Cardinale. I primi notiziari sono stati emozionati, aperti ad una ricostruzione in cui scorrevano capisaldi della filmografia italiana, riconosciuta nella cultura mondiale. Quando, però, l’approdo dell’attrice in Francia è risultato definitivo, restando la sepoltura nel luogo del domicilio ultimo, le emozioni sono state decisamente frenate. Questo flusso discontinuo mi ha spinto a approfondire la conoscenza, il più possibile diretta, dell’attrice. Infine, delle esequie si è data breve notizia, pur se l’elogio funebre, pronunciato da René de Cecatty, è documento reso pubblico, a cura dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi [2]. Il domicilio dell’attrice a Nemours, anzi, continuerà ad essere luogo d’arte e residenza di artisti, che onorerà la memoria dell’attrice assecondandone i punti di vista e contribuirà alla civiltà, alle buone opportunità, del territorio: «Sabr» è il nome prescelto per questo istituto, una designazione che converrà pure commentare.

mv5by2zimjq2yzktyjljoc00y2y4lwjjmtetyjk5ytblywe5m2y0xkeyxkfqcgc-_v1_ql75_ux190_cr02190281_La prospettiva, per l’Istituto Cardinale, dunque, guarda al futuro, per una feconda cultura. Tanto più è importante interrogare il punto di vista della benefattrice. Ho condiviso l’emozione con amiche impegnate nella ricerca storica, insieme rammaricandoci dell’“eccesso etno-nazionalista” – questa la caratteristica che ravvisiamo – che affligge i media nostrani. È importante, abbiamo ribadito insieme, dare importanza al terreno interculturale su cui si era formata Claudia Cardinale, in Tunisia, da genitori provenuti in fasi diverse dalla Sicilia. Abbiamo dato rilievo al fatto che aveva recitato già nel 1956 in un film tunisino, La Chaine (ovvero Les Anneaux) d’or, di cui era autore René Vautier, grande regista, e integro eroe dell’anticolonialismo. Per altro, abbiamo constatato insieme, l’italiano è stato per la Cardinale terza lingua, dopo il francese e il siciliano. Di quanto, poi, essa fosse consapevole della sua mediterraneità, abbiamo considerato documento il fatto che la Fondazione che ha istituito ha quella titolazione, già riferita, “Sabr”: designa “la pazienza, la resilienza”, con parola araba, una scelta che valorizza una civiltà ampiamente professata in Africa.

Il termine coglie anche il carattere della Cardinale, per come essa si riconosceva, assumendo per sé, evidentemente come segno di condivisione, un atteggiamento culturale radicato nella cultura araba. È forse “sabr”, questa disciplina di pazienza, anche vicino a “sabir”? Possono le due parole avere fatto percorsi sovrapponibili? “Sabir” è pure una risorsa culturale, tale che impegna alla soluzione: con tale parola si designa il codice linguistico, che, in quanto mirato a “sapere e comprendere”, ha definito per alcuni secoli il linguaggio comune nel Mediterraneo, qualcosa come una koiné diàlektos, in formato ridotto, funzionale per il commercio: lo scambio verbale utile, tra i marinai – commercianti, per arrivare all’intesa operativa. Insomma, l’evento riguardante Claudia Cardinale si è imposto per me come argomento di indagine. Così ho confrontato le notizie via via via raccolte con le letture dei libri, segnalati in nota, di cui Claudia Cardinale è autrice: ho ritrovato una storia personale che impatta quelli che ho definito i miei “interessi progressivi”.

Delle due opere autobiografiche, come detto nella menzione in nota, per assecondare la sua personalità è da meditare soprattutto la più antica, Io Claudia, tu Claudia, vero «“romanzo di una vita”, che apre ai segreti. È questo un libro che sorprende, nella contrastante definizione di donna fragile e smarrita… sempre determinata a non lasciarsi piegare», secondo la recensione, fatta alla notizia della morte, del sociologo Saro Trovato, recensore apprezzato presso l’editore Newton Compton [3]. Lo recupero, nella forma che il libro ha nella terza edizione [4]. Sorvolerò invece sul secondo libro: che, divenendo la scrittura più serena, di diverso registro, è sì di grande utilità per la critica cinematografica, in quanto libro «mosaico di ricordi e omaggi», ma non mette in luce gli incagli, i soprassalti, in cui l’autrice ci accompagna nella scoperta di sé.

Non è che il libro più antico non indichi del mondo del cinema temi, personaggi, aneddoti che ci introducono all’esperienza così intensa attraversata dalla Cardinale. Queste esperienze, però, sono incidentali, lungo gli incontri di una maturità che si consolida: che, comunque, tiene fermo, nell’interiorità, un codice morale, mentre, onorando la scala della sapienza dei “maestri del cinema”, attende a consolidare in sé esperienza e padronanza. Ma l’esordio ha molto di drammatico e di inquietante, ancora nello sguardo retrospettivo: è il tempo dell’innesco, per la carriera della Cardinale, quello di un avvio in cui il passo di marcia ha uno sbandamento grave, una gravidanza non voluta. La composizione del libro, lo stesso scorrimento dei titoli, rileva questo smarrimento, che resta un’esperienza inemendabile anche nel giudizio maturo. Resta dunque netta la differenza di contenuto e di ritmo nei primi capitoli, rispetto al percorso successivo, quando, cioè, l’interessata si concede di guardare il periodo antecedente e di dichiarare umilianti e amare le avventure trascorse: subite? o provocate? Il drammatico è aggravato dall’ambivalenza del passaggio.

La giovane Cardinale entra in modo spavaldo nelle occasioni che potrebbero portarla – come di fatto accade – alla ribalta dello spettacolo. L’atmosfera nel 1957 a Tunisi, così come nell’autobiografia risulta, è quella di euforia per il cinema, tra gli spettacoli: settore consistente di socialità, ma anche ambizione ampiamente avvertita di salto sociale. Tale risulta anche in cronache d’epoca – memorabile il “caso Montesi”, nel 1953, che coinvolse un intreccio di ambienti, dello spettacolo, della politica, dell’ansia di successo, e che tenne in sospeso l’intero Paese –. Del resto quella smania di cinema – toccasana di ricomposizione sociale, nelle sale affollate, dopo gli anni di oppressione e di lutti, ma anche inquietudine di salto sociale e di ambizione di buona cultura – è stata fissata anche in pellicole: come, nel 1951, Bellissima, di Luchino Visconti, da un soggetto di Cesare Zavattini, con gli straordinari risultati di Anna Magnani e Walter Chiari. Nel caso della giovane Cardinale, non si ha l’impressione di una ricerca cocciuta, né da parte sua né, tanto meno, della sua famiglia: comunque, però, praticata. Tra le domande che la lettura mi suscita, è anche quella se, in un successo così indiscutibile del cinema, non vi fossero gradazioni diverse, da un fronte all’altro: Cardinale tratteggia le esperienze pregresse, ma non il nome dell’eroico regista, René Vautier: annotando questo silenzio, mi sono domandata se l’inesperienza avesse condotto la giovane a ritenerne il livello morale, davvero alto, uno standard, tra i registi famosi. Comunque le occasioni di salire sulla ribalta capitavano, e la giovane vi entrò con successo, pur se quasi riottosa, quasi per sfida. Sono vicende confuse, queste in cui la giovane gioca al successo, all’avventura: un ribellismo contraddittorio che la fa imbattere nella violenza, tale la designazione, ma da cui tuttavia non si ritrae. Un nodo davvero contraddittorio, che l’autrice definisce, ma anche circoscrive, e sottrae alle possibili illazioni.

Claudia Cardinale e Franco Cristaldi

Claudia Cardinale e Franco Cristaldi

Mentre la Cardinale raccoglie opportunità che le giungono, del cui valore si rende conto solo parzialmente, ma che comunque convergono verso la professionalità riconosciuta – presto ne deterrà il monopolio Franco Cristaldi, tramite la sua casa di produzione, la Vides Cinematografica Italia – le accade l’accertamento della gravidanza in atto. Era una situazione a quei tempi ancora più grave di quanto ancora lo è: per la morale chiusa che imperversava, ma anche per le condizioni del diritto, essendo la ragazza minorenne, e prevedendo i codici, per casi del genere, pene gravissime. Eppure, la giovane fu ferma nel voler proseguire la gravidanza. Gli adulti intorno l’aiutarono, in questo: i suoi familiari le stettero accanto. Il regista, pure: tuttavia, secondo sue disposizioni, pur tutelando il nascituro, lo vincolò a una situazione falsa, in cui i nonni furono presentati come genitori. Le soluzioni di Cristaldi si limitarono alle apparenze, alla legalità formale, decidendo da sé, senza cercare la condivisione.

Ad un certo punto, pur in una strada di successi, la Cardinale misura quanto si sente sopraffatta, non consultata nemmeno nelle decisioni più gravi e personali, quelle dello stato civile suo e poi del figlio Patrick: il regista continuò a imporre soluzioni meramente formali, possibili in alcuni uffici statunitensi, sia per lo stato coniugale con cui si legava alla donna, sia per il cognome elargito al giovane. Nel 1967 intorno a questo paradossale modo di vivere scoppierà un vero scandalo pubblico, che colpirà l’attrice, intaccandone in modo grave, con la reputazione, l’“aura”, la presa su un pubblico che la idealizzava. Della suggestione esercitata, l’anno precedente avevano dato testimonianza le lettere dei fans pubblicate presso Longanesi, per cura di Giovanni Grazzini, critico cinematografico nonché presidente del SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani) [5]. La Cardinale cercò allora come svincolarsi dal patto – camicia di forza con Cristaldi e la Vides: un percorso non facile, in cui tra i posizionamenti delle imprese cinematografiche, di fatto solidali tra loro, non c’era più spazio per lei: «Io sono entrata nella “scuderia” Vides nel 1958 e ne sono uscita nel 1975» (ivi: 42). Il percorso indicato comprende anche gli anni di bufera e di ostilità dell’ambiente cinematografico, in cui il riferimento che dà forza diventa Pasquale Squitieri. Con lui stabilirà una relazione di tipo matrimoniale – «io, Pasquale, non l’ho mai sposato, ma è come se l’avessi fatto», dice la Cardinale (ivi: 153) – e si riproporrà la maternità come scelta. Nascerà infatti nel 1979 la figlia, pure chiamata Claudia, essendo l’attrice quarantenne e da poco avendo visto il figlio diventare padre della nipotina Lucille. Ma nella difficile transizione Claudia Cardinale è costretta a rompere gli schemi noti, legati a sudditanze rispetto ai monopòli, cercando risorse disponibili. E facendo appello alla sua identità più profonda, quindi valorizzando il percorso delle origini. Pure, afferma, nutre gratitudine per Cristaldi (ivi: 29).

giovanni-grazzini-a-cura-lettere-dei-fans-ac-cardinaleDavvero, è un’autobiografia sui generis, questa più antica di Claudia Cardinale, che, se aggiunge poco al riesame storico del panorama cinematografico, lungo le sue esperienze professionali [6], dà però chiavi interpretative della sua vita interiore, del suo mondo morale. Della sua vita, lungo i capisaldi cronologici, si incontrano temi, pensieri, immagini: un racconto che è quasi uno schedario per punti, non un percorso di circostanze.

Del resto, il progetto della biografia era stato messo a punto accanto a una vera aiutante, Anna Maria Mori, una giornalista nota di «Repubblica», dopo conversazioni illuminanti [7]: una preparazione che certo aveva condotto alla selezione dei temi. In realtà l’aiutante non si manifesta nel corpo del libro, bensì in pagine a parte, con numerazione romana: pagine documentarie. Se ne trae che, in un anno, il 1995, di incontri, la puntualizzazione dei capitoli deve essere stata studiata, così da fare del libro un’opera rilevante. Una misura di quanto la frequentazione sia stata importante, direi, si rileva da un particolare: minimo e toccante. L’opera, infatti, ha una dedica: «Ai nostri figli – Patrick e Claudia – Francesca e Michele»: ora, i primi due sono i figli della Cardinale; gli altri, sono quelli della giornalista. Spie della guida competente che implicitamente si deve considerare sono le formule ricorrenti nell’esposizione: «E poi? E poi…Se c’è un film che non vorrei aver fatto? Molti…». Si individuano, per tale via, anche incisi che scoprono, al fondo, veri principi-guida, paragrafi della filosofia di vita che individuano la natura profonda dell’attrice-intellettuale: «Però l’ho detto: io non coltivo rimpianti. Non mi guardo molto indietro: quello che è passato è passato. Io guardo sempre avanti» [8].

“Meditazione in apparenza di biografia”: la vita come linea di atemporalità, in cui le avversità restano, ma nel ritmo di una vita, comunque pienamente attiva, si prestano ad essere vissute con sospensione, eventualmente riprofilate in altro momento, in un afflato ritmico che, proprio del cosmo, è diverso dai programmi umani. Suppongo che sia questo il nucleo dell’atteggiamento, direi meditazione o filosofia, nel concetto di “sabr”: come detto, quella “pazienza o resilienza”, che designa un valore nell’Africa islamica. Il sottofondo di questa atmosfera, ci si accorge, è il connettivo del libro: in definitiva piuttosto confessione che biografia. L’impressione, riflettendo, è quella di una vita-ragnatela, di cui qui si enumerano i punti di ancoraggio, tutti presenti, anche quelli momentaneamente devitalizzati. Ci si accorge, allora, che il piano del libro presenta luoghi specifici per la relazione soggetto-cosmo, per esempio il capitolo di esordio. Un capitolo anticipato, però dalle pagine della Prefazione, nell’edizione 2006. Abbiamo anticipato la presenza discreta dell’aiutante: affiora in queste pagine a sé stanti e senza firma. Lo stile, l’uso della prima persona, è come quello che nel corpo del libro caratterizza Claudia Cardinale; tuttavia vi si riconosce una biografia, e dunque una mano, diversa: sono certo quelle della giornalista, di cui si è detto, ovvero Anna Maria Mori. La coadiuvante, scrittrice, oltre che giornalista molto qualificata, non è personaggio casuale, perché in relazione con l’attrice da molti anni – già, adolescente, dopo una lettera inviata, aveva potuto intervistarla visitandola nella casa romana – [9], inoltre, aspetto importante, essa ha e coltiva basi interculturali: come istriana, ha fatto tema di vita la memoria difficile di molte comunità colpite e disperse nelle vicende della guerra e degli esodi.

Nelle brevi pagine, l’autrice spiega come ha cercato l’attrice, ammirata per il coraggio dimostrato nel rovescio della sorte, elencando gli episodi di vita su cui desiderava intervistarla, se poteva avvicinarla, e quali capitoli proponeva. È importante il chiarimento nel suo complesso. In particolare, in quanto aiuta il lettore a interpretare in modo corretto il titolo, riguardo ai pronomi che lo fissano, Io Claudia, tu Claudia: essi riguardano la stessa protagonista, come fosse allo specchio. Aiuta poi davvero l’esegesi complessiva, sapere che quel coraggio intravisto dalla giornalista nell’attrice, la Cardinale stessa lo ascrive alla mentalità dell’Africa, di cui si sente interprete. Una parola è cara, di riferimento, alla donna, che l’attribuisce non a sue elaborazioni, ma alla civiltà dell’Africa che le è intrinseca: ed è “mektoub”. Il termine va subito afferrato e memorizzato, per il lettore: affiancandolo a “sabr”, di cui si è detto. Alla fine della breve Prefazione, su questo termine la parola viene ceduta alla Cardinale: essa stessa sa che nel suo percorso c’è il “mektoub” dell’Africa, sua provenienza: è cioè il “lieto fine che tocca – in quanto destinato” a lei come ad ogni altro: si tratta di ciò che è stabilito, una certezza da cui lei «ha [nel testo: ho] tratto la sua [nel testo: mia] forza» (ivi: XII).

Africa, “sabr” – ovvero resilienza – “mektoub” – ovvero lieto fine che tocca –, cui si deve aggiungere il “mito del suo proprio nome”, sono i cunei insieme, che costituiscono il nucleo della forza interiore di Claudia Cardinale. Di tutto questo leggo, quasi contributo alla filosofia interculturale che attendo sia riconosciuta da chi è competente: non casualmente, di nuovo esplicata da una voce eccellente di donna. Personalmente, ma da osservatrice della storia, particolarmente italiana, piuttosto che da filosofa, da tempo ne vedo segni, che onoro in qualche pellegrinaggio esemplare, per esempio a Asolo, dove ritrovo Caterina Cornaro, ma anche Eleonora Duse [10]: una significativa figura storica e morale, quest’ultima, cui vedo appropriato accostare altre donne che hanno identificato particolari collocabili in modo collegato in più mondi, figure come Goliarda Sapienza, Natalia Ginzburg, e ora Claudia Cardinale.

Si capisce meglio il cosmo – resistenza che mira alla gioia, disponibilità e risorsa universale dunque – registrando come, in vario modo, compaia trasversalmente durante l’intero progetto. È dunque importante ritrovarne le parziali scansioni lungo il filo di una vita così densa e originale – una ragnatela amplissima di disposizioni, che risultano da ventiquattro capitoli, percepibili come tessere variegate –, evidenziando i particolari punti di ancoraggio. Devo però premettere che percepisco due parti nella storia di vita: una, standard, che propone un percorso d’insieme dal primo al quindicesimo capitolo, in cui incontriamo sia gli aspetti della vita privata – la famiglia d’origine, che risulta sempre vicina anche fisicamente, in una assistenza sollecita, quindi i compagni di vita, i figli, le esperienze in ambienti diversi, nei vari continenti – sia le realizzazioni filmiche principali, con un riferimento preciso all’originalità del lavoro registico all’epoca, nonché alla varietà degli incontri umani.

Altra vibrazione ha la rimeditazione di quella stessa vita, negli ultimi nove capitoli dei complessivi ventiquattro. Risalire dal baratro oscuro, per l’autrice, dopo lo scandalo che la colpì nel 1967, lo abbiamo detto, produce comunque un passo diverso, che, con vibrazioni specifiche, presenta una nuova piega nella composizione: una messa a fuoco più meditativa sulla ricezione, nell’individuo, delle atmosfere, della rispondenza morale dovuta al Paese, dell’impronta che ne ricevono i viventi.

11In entrambe le parti, il punto iniziale, la scaturigine, se così si può dire, è l’ascolto delle vibrazioni – il “mito”, ho detto sopra – che all’autrice provoca il suo vero nome personale, che non è già Claudia, ma Claude. Del suo nome autentico parla una prima volta ad apertura di libro: «Un nome maschile, e per parecchio tempo sono stata un maschio, di nome e di fatto: ho rifiutato con violenza la femminilità» (ivi: 4). L’autrice identifica in questo nome particolare una ricezione di forza, di resistenza fisica: una vera risorsa, che a sua volta essa ha trasmesso al pubblico: «Eppure, memore delle sfide lanciate a me stessa quando ero poco più che bambina, ho continuato a comportarmi di conseguenza anche nel mio lavoro» (ivi: 160). Si potrebbe pensare che la rivendicazione del nome maschile sia mirata a segnalare la coscienza bisessuale di sé. Ma questa interpretazione non ha consistenza. Benché siano oggetti di osservazione, direi di studio, «le donne belle», che la Cardinale vuole forti, semplici, non vistosamente liftate, né in gara con gli e le adolescenti, illuse di ringiovanire, il suo orientamento sessuale è ben definito: «da un uomo, voglio che sia forte… Né ho mai fatto una fantasia sentimentale o erotica su una donna. Mentre mi è successo di essere stata oggetto di questo tipo di attenzioni da parte di alcune donne…» (ivi: 152). Il che, per altro, non ha che fare con il rispetto della diversa scelta di altri: ricordi di persone di diverse inclinazioni non mancano, con accenni pieni di rispetto. Vale di evidenziare, affine a questo tema, la riflessione che la Cardinale fa sul “desiderio maschile” (ivi: 35 ss): «E chissà poi se è davvero e solo desiderio, o non piuttosto voglia di conquista … personalmente, forse perché l’inizio per me è stato così bruciante, mi ha solo fatto diventare sempre più amara, diffidente, perfino crudele».

Tra condizionamenti asfissianti: questo è lo standard di disciplina cui deve attenersi l’attrice – ma potrebbe forse valere in generale, nel comparto, anche per gli attori uomini –. Di converso, la Cardinale guarda ai paesi, agli ambienti come civiltà, che, radicati nella memoria, rappresentano la sua esperienza, giudicata come risorsa universale. Gioca con la famosa canzone di Joséphine Baker, quando titola il cap. 21: «J’ai deux amours, anzi tre: “Mon pays, Paris…” e l’Italia». Qui ha gran peso l’Italia, di cui dice di aver mantenuto la cittadinanza, che considera l’approdo della scelta decisiva della sua vita: una sorpresa incontrare «una quantità incredibile di gente che si muoveva dappertutto, tutta insieme, e che parlava forte» (ivi: 199). Ma, come i genitori, che pure avevano forte radicamento in Sicilia e in Italia, era francofona. E Parigi ha finito per diventare la «città che la [mi] fa sentire bene» (ivi: 201). Tuttavia l’identificazione profonda, sentita e ragionata, è con l’Africa, come affiora nei momenti più vari della biografia: realtà-mito, tale che le costruisce addosso una corazza di resistenza in ogni latitudine invivibile, in ogni scenario impervio che la produzione cinematografica impone, e che, constata, suscita malesseri, o rivolte, nei compagni delle troupe: «Penso che mi abbiano aiutato a resistere le mie radici africane» (ivi: 129).

krog-terra-del-mio-sangueIl capitolo specifico che narra la relazione di Claudia Cardinale con il “suo paese” è il 18: Africa: amore mio. Ben lo tengono presente i figli, anche nelle relazioni quotidiane, quando, disegnando in automatico, per relax, lei delinea palme, case moresche, «l’oasi, le palme, la sabbia. E sopra lo spicchio di luna: l’Africa, la mia Africa…». Visse, ricorda l’attrice, anche l’odio per «loro (noi) italiani», arrivato con il fascismo e la guerra. Pure, «sono piccola cosa rispetto al resto, al cielo, al deserto, all’immensità» (ivi: 176). Leggo, e metto a fuoco l’importanza delle “stelle” per la Cardinale, poiché le ha proposte, l’ho detto, nel titolo della seconda autobiografia, quella serena, metafora per indicare gli incontri significativi. Associo altre immagini di stelle d’Africa, restituite da altri, scrittori e scrittrici, che ho letto come griot di esperienze che cercavo di afferrare. Ecco, mi affiorano le stelle di una terra della grande Africa, il Sudafrica simmetrico alla Tunisia, secondo una letterata contemporanea, Antjie Krog, che a suo tempo fu nota per aver seguito la Commissione per la Verità e la Riconciliazione [11]. Di lei ho cercato di leggere le poesie, tra mediazioni, dal suo afrikaner: «Io sono cresciuta ascoltando le stelle / e le stelle dicono “Tze! Tze!”».

Forse l’interpretazione più alta dell’Africa, presso la Cardinale, tale da sublimarsi in ideale di vita, è nel capitolo 15, Uomini, titolo che in pratica vale, “Della socievolezza ideale”. Ecco alle pp. 154 ss: nel piacere di camminare per strada, può capitarle l’impulso di entrare in una chiesa: «…per ritrovare il silenzio, il silenzio della mia Africa mai dimenticata. E, facendo forse un’operazione blasfema, collegare i due silenzi: per me la religione è questo, Dio è questo. È silenzio, è contemplazione …».

Pure va segnalata l’ambiguità del titolo menzionato, Uomini. Sì, certo, il capitolo è generalizzante, ma il tiolo si presta a qualche momento di confusione, nelle pagine relative. In effetti la parola si presta a ambiguità. È accaduto con gli esiti linguistici delle lingue “nazionali”, che distinguono per sesso le comunità nell’Europa – non so nelle regioni oltre l’Europa. Certo nelle lingue classiche, finché supportate davvero dai parlanti come maggioranza, l’umano/-a sessuato/-a sono ben distinti dall’“umano” inclusivo degli uni e delle altre –. Il fatto è che ora questa parola marca, oltre che l’umanità in generale, anche il “sesso vincente”. Il che in questo capitolo offre qualche situazione, nella sua parte iniziale, direi proprio fino alle riflessioni della pag. 154, da ascrivere a questo significato.

Claudia Cardinale ridicolizza il fatto che la società del giornalismo incrementi presso i maschi ricette predeterminate sui “desiderata” che fanno canone, per l’attrazione che provano verso la donna: e questi rispondono «esattamente come per il gelato», con tanti particolari, però, ovviamente, anatomici. È, chiaramente, un momento di divertissement. La donna, però, sta al gioco – come nel “sabir” delle contrattazioni rapide e contingenti che avvenivano nel Mediterraneo. Accetta dunque la conclusione, che ha una sua validità, magari non assoluta; così a sua volta si concentra su caratteristiche fisiche apprezzate nell’uomo-maschio. Ma, via via, entra nei ricordi, da cui però esce per entrare nelle fantasie, e, subito dopo, sfocia nel complesso dei moti interiori che chiamerei “morale”. Cita la «bella commedia» di Natalia Ginzburg, Ti ho sposato per allegria, finché, superando le “ricette di ingredienti”, si ferma sul paradigma morale che ha maturato: «Già, cosa significa, per me, vita, vitalità… libertà di vivere?». Siamo alla pag. 153: dove l’elenco degli ingredienti che fanno il piacere attengono all’associazione “piacere-dovere”. Un paragrafo riguarda l’uomo-maschio. Lei desidera che sia sì collegato alla sua attività, ma soprattutto che non sia il «padrone … non sia (è) uno dal quale dipende tutto il suo (mio) lavoro». Così, l’occhio interiore finisce per esaminare la stessa autrice.

«Vita, vitalità, libertà di vivere» è il trittico morale che induce a aprire alla generalità, nel percorso riportato sopra. Un percorso che, dal sé, si fa filosofia. Lo completo, ripetendolo: l’Africa, è il silenzio, o mistero, che collega cielo e terra; “mektoub”, è il lieto fine che tocca a ciascuno, passando dal “sabr”, cioè la resilienza – auspicabile, se la collettività ha cura di ciascuno. Il mito del nome maschile – mi dico ora, con una mia intrusione – dovrebbe essere un escamotage provvisorio: per evidenziare la forza interiore che dà conferma alla resilienza. L’Africa, come esperienza lontana, ma non mai accantonata del tutto – e del resto rivisitata, secondo quello che in vari momenti dice la Cardinale – è indicata come ampio mondo di potenzialità morali: una situazione da tenere presente, mentre tanti potenti contemporanei sembrano indurre a non considerarla. La multiculturalità ha fautori e avversari. Una civiltà forse difficile.

tchicaya-u-tamsi-jetais-nu-au-premier-baiser-de-ma-mereQui ne è stata leva, nel lungo colloquio con Claudia Cardinale, la coadiuvante Anna Maria Mori. Uno dei tratti del personale intervento della giornalista, di cui avverte i lettori, sono le citazioni di autori noti, per lo più di lingua francese, come sottotitolo in ciascuno dei capitoli. Ne viene un arricchimento, un anello tra Claudia Cardinale e quegli autori. La vita e la morale esplorate presso l’attrice hanno l’analogo, in soluzione poetica, presso autori noti, che già si sono pronunciati per l’interculturalità. Ne viene un immagazzinamento di voci, che, adeguatamente curato e sviluppato, potrebbe diventare il pendant, nell’elaborazione poetica, dei capitoli culturali attraversati dall’attrice. O contribuirebbe a travisarne la carica? Considero infatti che questi richiami introduttivi si sostengono quasi esclusivamente su letterati uomini – che, l’abbiamo detto, hanno un loro mondo, non generalizzabile. 

Uno degli autori più ricorrenti, e in particolare quello che introduce il capitolo 15, Uomini, è – lo scrivo nella grafia qui usata – Tchicaya U Tam’si-Nubia [12]. L’autore non mi è del tutto sconosciuto: ne ho fatto letture meditate. Certo i due versi qui citati, tratti da «Notes de veille» in La veste d’Intérieur si intonano a quei gradi di conoscenza osservati nell’attrice, che nel capitolo abbiamo commentato. Ecco come i versi sono riportati, quasi sottotitolo, come detto: «Avrei voluto la bocca al posto / del cuore e viceversa». Una dialettica serrata, tra l’“io” che si difende e l’“io” che si propone nel gruppo: certo, per trovare nel gruppo adeguato riconoscimento. È un processo giusto, ma non è in atto, nella storia “occidentale”; né, si racconta, nelle altre comunità culturali riconoscibili. Alle donne Claudia Cardinale, prescindendo dal prendere sé stessa come esempio, dedica questo riconoscimento: «La forza delle donne che mi affascina è anche, e soprattutto, la forza del loro pensiero». 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note
[1] Claudia Cardinale, nata alla Goletta nel 1938, è morta il 23 settembre 2025, a 87 anni, nella sua casa a Nemours, presso Parigi. I libri autobiografici, in ordine cronologico: Io Claudia, tu Claudia (con la giornalista Anna Maria Mori), Frassinelli – Gruppo Mondadori, 1995; Les étoiles de ma vie (en collaboration avec Danièle Georget), Paris, Michel Lafon, 2005, tr. in it: Le stelle della mia vita, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 2006. Per “stelle”, Cardinale intende gli incontri significativi, illuminanti.
[2] https://iicparigi.esteri.it/fr/news/dall_istituto/2025/10/in-memoria-di-claudia-cardinale/
[3] , in  https://libreriamo.it/libri/claudia-cardinale-2-libri-autobiografici/
[4] La terza edizione è del 2006. Qui la quarta di copertina elenca sette libri di Anna Maria Mori: è, vedremo, la giornalista coadiuvante. È citata anche nella pagina posteriore al titolo, come traduttrice «dei testi francesi citati»
[5] Sull’isolamento in cui si trovò allora la Cardinale, si veda: Cristina Jandelli, Claudia Cardinale, sfidanzata d’Italia, in Stelle di mezzo secolo: divismo e rappresentazione della sessualità nel cinema italiano (1948 – 1978), a cura di Laura Busetta e Federico Vitella, in «Schermi. Storie e culture del cinema e dei media in Italia», Anno IV, n. 8, luglio-dicembre 2020: 119-132. Più generale, si veda lo studio su Claudia Cardinale in: Cristina Jandelli, Tre studi su Claudia Cardinale, Venezia, Marsilio, 2022.
[6] Su questa materia, c’è però un’importante appendice: Paolo Mereghetti, Filmografia: 235-269. Qui, le schede di 97 film, con il riferimento cronologico delle proiezioni, dal1956 al 2005.
[7] Cfr <https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Maria_Mori
[8] Questa citazione è a p. 113. Le precedenti, a p. 112 – 113.
[9] Alle pp. XLIII – XLVII, precedendo il testo, la coadiuvante ricorda l’episodio in una lettera: «Roma-Parigi, novembre ’93 – dicembre ’94, “Carissima Claudia”.
[10] La visita a Asolo, il luogo del Veneto in provincia di Treviso, nel mio punto di vista, vale per Caterina Cornaro (1454 – 1510), cfr <https://it.wikipedia.org/wiki/Caterina_Corner>. Come ultima «regina di Cipro», consegna a Venezia l’eredità dei soggetti guerrieri delle crociate. Come donna di cultura, lascia a Cipro attrezzature per cercare di non disperdere le opere in greco antico e medievale, innestandovi le opere in greco contemporaneo: il pellegrinaggio dei Greci a Asolo è significativo; di fatto, un ponte essenziale nella storia del Mediterraneo. Anche, matrice da valorizzare per il processo che ha unificato la lingua italiana. Come signora rinascimentale, ospita qui dotte conversazioni. Da qui il qualificarsi di Pietro Bembo, a partire dagli «Asolani», come patrocinante della lingua italiana. Qui ha voluto la sepoltura Eleonora Duse, morta a Pittsburgh. cfr «https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/eleonora-duse». Siamo nel XX secolo: sono allora una folla le donne che, operando in ogni settore, danno specifiche caratteristiche ai campi del sapere e alla storia in generale. Se ne auspica l’attenzione.
[11] Antjie Krog, Terra del mio sangue. Prefazione di Walter Veltroni, Roma, Nutrimenti, 2006.
[12] Le date della vita: 1931 – 1988. Proveniva dall’Africa equatoriale francese: <https: //fr.wikipedia.org/wiki/Tchicaya_U_Tam%27si>. Ha lasciato un’opera imponente, di poesia, di teatro, di prosa, che viene ora studiata e organizzata. Parla delle figure familiari, con relazioni molto diverse da come praticate in “Occidente”, la raccolta poetica (I delle Opere complete): Tchicaya U Tam’si, J’étais nu pour le premier baiser de ma mère, Paris, Éditions Gallimard, 2013. 
Riferimenti bibliografici 
Cardinale, Claudia, Io Claudia, tu Claudia (con la giornalista Anna Maria Mori), Frassinelli – Gruppo Mondadori, 2006 (1995¹)
Cardinale, Claudia, Le stelle della mia vita, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 2006 (tr di: Les étoiles de ma vie (en collaboration avec Danièle Georget), Paris, Michel Lafon, 2005)
Grazzini, Giovanni (a cura di), Cara Claudia (Lettere dei fans alla Cardinale), Milano, Longanesi & C., 1966
Jandelli, Cristina, Claudia Cardinale, sfidanzata d’Italia, in Stelle di mezzo secolo: divismo e rappresentazione della sessualità nel cinema italiano (1948 – 1978), a cura di Laura Busetta e  Jandelli, Cristina, Tre studi su Claudia Cardinale, Venezia, Marsilio, 2022
Krog, Antjie, Terra del mio sangue. Prefazione di Walter Veltroni, Roma, Nutrimenti, 2006
Federico Vitella, in «Schermi. Storie e culture del cinema e dei media in Italia», Anno IV, n. 8, luglio-dicembre2020: 119-132
Mereghetti, Paolo, Filmografia, in Claudia Cardinale, Io Claudia, tu Claudia, cit,: 235-269
U Tam’si, Tchicaya J’étais nu pour le premier baiser de ma mère, Paris, Éditions Gallimard, 2013. 
Sitografia
Cornaro, Caterina, <https://it.wikipedia.org/wiki/Caterina_Corner>
Duse, Eleonora, <https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/eleonora-duse>
Mori, Anna Maria, <https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Maria_Mori>
U Tam’si, Tchicaya, <https: //fr.wikipedia.org/wiki/Tchicaya_U_Tam%27si>
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Franca Bellucci, laureata in Lettere e in Storia, è dottore di ricerca in Filologia. Fra le pubblicazioni di ambito storico, si segnalano Donne e ceti fra romanticismo toscano e italiano (Pisa, 2008); La Grecia plurale del Risorgimento (1821 – 1915) (Pisa, 2012), nonché i numerosi articoli editi su riviste specializzate. Ha anche pubblicato raccolte di poesia: Bildungsroman. Professione insegnante (2002); Sodalizi. Axion to astikon. Due opere (2007); Libertà conferma estrema (2011).
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