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L’architettura, la città e la libertà

New York

New York

di Alessandro Brandino 

Difficile quesito in un tempo caotico come l’attuale che tende, con accelerazioni sempre più frenetiche, a consumare tutto e superare idee in nome, spesso, di una concezione estetizzante del progresso inteso come superficiale sviluppo e superamento non meditato di acquisizioni determinate precedentemente. In questo contesto definire quale sia il ruolo dell’architettura e della città nel terzo millennio è arduo; ma non va disatteso considerando, anche, che le previsioni a livello planetario prefigurano una percentuale sempre maggiore di popolazione collocata in contesti urbani.

Ma ancor prima di provare a declinare concetti e indirizzi operativi credo che sia opportuno, prioritariamente, riflettere, sia pure brevemente, sul senso dell’azione del costruire riattualizzandone, laddove oramai sembra manifestarsi come sterile performance tecnica, il valore sacrale; il suo essere atto esistenziale e ontologico dell’uomo finalizzato alla definizione di un rapporto sinergico con il cosmo. Se lo si vuole considerare un limite, che ben venga perché solo così la libertà implicita nella creatività progettuale diviene autentica, in quanto responsabile.

L’architettura ha una dimensione universale che trae linfa dalla dimensione più intima e profonda della natura umana; non può essere risolta, come purtroppo spesso accade, in una ipertrofica e distorta concezione della tecnologia finalizzata, spesso alla sola ottimizzazione del profitto economico a discapito di valutazione di altro genere. È o dovrebbe essere, come la città che dalla relazione dei suoi segni dipende, un fenomeno tale da permettere allo sviluppo di orientarsi verso stadi di maggiore consapevolezza fertilizzati da un rinnovato umanesimo che concepisca l’uomo, nelle sue plurime esigenze materiali e spirituali, quale riferimento prioritario senza, tuttavia, considerarlo avulso dalla realtà universale in cui si trova ad operare. In questa concezione l’importanza, pertanto, dell’architettura e della città penso non vada disattesa o messa in discussione.

Doveroso partire da tale premessa ponendo l’attenzione, in maniera più pregnante e concreta, sulla capacità di indirizzare la dinamica futura della nostra società ancora su architettura e città, intese non solo come patrimonio storico, ma anche quali entità di valore comune, sociale, civile ed economico in cui ha preso dimora la libertà come rispetto di se stessi e degli altri. Le città, e le relative architetture, restano tuttora la sorgente primaria della creazione di prosperità, non solo materiale, e agiscono come centri di sviluppo sociale e culturale; sono strumento di convivenza, luoghi che, forzando a condividere la propria esperienza con gli altri, dovrebbero consentire di imparare a vivere assieme in una dimensione comune ovvero a convivere. E per far ciò, anche in relazione alle dinamiche e alla “liquidità” con la quale si trasformano i nostri territori, credo sia necessario superare desunti quadri concettuali in materia di architettura e urbanistica ristabilendo, prioritariamente, il valore e la qualità degli spazi urbani quali luoghi di benessere diffuso, che per essere tale dovrebbe appagare più che la vista gli altri sensi, come sostiene Franco La Cecla. Più in profondità quindi.

Roma

Roma

Bisogna implementare la loro rilevanza e funzione collettiva, stimolo a confronto e dialogo, strutturata su interventi architettonici non autoreferenziali e chiusi in sé stessi ma aperti alla contaminazione e caratterizzati da una forte responsabilità sociale. Interventi che indirizzino il comportamento umano verso interazione, scambio, confronto, ascolto, tolleranza e solidarietà rifulgendo dall’omologazione, specializzazione, isolamento e frammentazione.

Infatti, nella condizione attuale del vivere sembra avere prevalenza un tema comune e cioè quello della marginalità, della periferia anche in parti di città che fisicamente non sono. Basti pensare a fenomeni di sostituzione di popolazione, con persone più fragili, che alcuni centri storici vivono da anni o ancora alle gated community, modelli residenziali auto segregativi chiusi dentro recinti sorvegliati. E lì la libertà è negata.

In quest’ottica può essere prioritario riflettere su ciò che sembra essere secondario, trascurabile per un cambiamento che si avvii dal basso, dalla dimensione minima del vivere in cui prevale un senso di marginalità e emarginazione diffusa. Allora partire dall’architettura delle periferie, non solo fisiche, dalle zone in cui si manifestano stati di abbandono, di declassamento e reclusione della vita umana.

L’architettura della marginalità potrebbe essere un ambito di ricerca e confronto di esperienze diverse, indagandone la dimensione attraverso l’esplicitarsi di valori, significati e declinazioni eterogenee. Nell’intenderla, la marginalità, come campo di azione privilegiato ai fini di innescare dinamiche di rigenerazione e trasformazione, presupposto è quello di ribaltare la negatività di una condizione periferica a vantaggio di approcci innovativi in termini progettuali ed etici. Pertanto margine come sfida costante, resistenza all’uniformazione; osservatorio privilegiato da cui guardare fenomeni generali con quel distacco e distanza utili a definire orientamenti critici più penetrati e consapevoli verso fenomeni che se non interpretati possono assumere valenze assolutistiche e monolitiche.

In questo senso plurime le direzioni su cui poter lavorare. In un sintetico elenco: 

- consapevolezza della condizione di marginalità. Partire dal definire, anche storicamente, tale situazione è passo ineludibile per intraprendere qualsivoglia direzione. L’identità, tuttavia, è da valutare in termini dinamici come modello di adattamento permanente in cui al pari di un implicito senso di appartenenza si dipana un sincretico senso pluralista ovvero una predisposizione ad essere inclusivi e rappresentativi dell’altro da sé;

- partecipazione. Da intendersi quale strumento democratico per attuare dinamiche condivise in cui il cittadino possa sentirsi “uomo” e non massa; è chiave essenziale di affermazione culturale e sociale, spazio di azione dove si condensano le differenze in progetti comuni che permettono di superare le differenze e creano nuove forme di incontro e di azione per un’architettura che rafforza i legami sociali esaltando l’impegno concreto dell’architetto. Strategica, infatti, appare la partecipazione del cittadino/abitante in tutte le fasi di prefigurazione del territorio attraverso l’introduzione di nuove categorie analitiche mirate a riconoscere gli attuali modi di usare la città.

- more with less/frugalità. Ovvero architettura dell’ipoconsumo intesa quale rinnovato impegno etico in un tutt’uno con una processualità aperta che pretende nel progetto il continuo riesame di tutti i dati di volta in volta emergenti per accordare, senza spreco alcuno, forma e funzione attuando una cooperazione con ambiente nelle sue molteplici valenze;

- innovazione responsabile. A fronte di una tecnocrazia omologante dominata, al pari di altre sfere dell’agire umano, dall’imperativo economico; tecnologia da un altro punto di vista, pertanto, potente strumento, se saputo utilizzare nella sua estrinsecazione, per attuare habitat non solo ecologicamente orientati ma anche socialmente sostenibili. Così, come cardine imprescindibile per orientare positivamente le trasformazioni delle città, si potrebbe puntare sull’introduzione di nuove intelligenze urbane, ovvero di nuove tecnologie in grado di incidere sul risparmio energetico, sulla qualità dell’ambiente, sul sistema dei trasporti, ecc;

- vivere la dimensione “meticcia” dell’attuale società post moderna partendo da presupposti di accoglienza e dialogo in cui l’architettura possa essere tassello imprescindibile per orientare nuove sensibilità verso una rinnovata coesione sociale sviluppata, in un dibattito tra sociologi, antropologi, pianificatori e architetti. 

Double exposure of buildings hologram over cityscape background. Concept of smart city.In sostanza città e architetture resilienti, intendendo tale caratteristica quale attitudine a reagire e adattarsi alle degenerazioni negative del sistema implementando metodi flessibili che puntino alla rigenerazione urbana per il miglioramento della qualità dei nostri ambienti. Una visione strategica e complessiva dello sviluppo del territorio, infatti, dovrebbe essere incardinata sul principio del riuso dell’esistente, attraverso la riconversione ecologica e sostenibile di parti significative dell’organismo urbano nel suo complesso stando attenti a mitigare l’aggressione di nuovo suolo periurbano e agricolo con il quale si deve ristabilire un equilibrio organico segnato da un ambivalente rapporto biunivoco in cui l’una non può fare a meno dell’altro e viceversa.

E questi fondamentali ripensamenti di politica insediativa e architettonica, non certamente esaustivi, devono essere declinati in una prospettiva multilaterale dove possono avere voce specificità eterogenee, declinandosi in tal modo un autentico senso di libertà. Ciò significa la messa in atto di un approccio pluriorientato dal quale far emergere le tematiche alla base di una nuova idea di città da attuarsi attraverso interventi definiti partendo anche da una scala architettonica, ma all’interno di una visione strategica complessiva dello sviluppo del territorio, come, ad esempio, l’implementazione del mix funzionale degli spazi urbani; l’apparizione di nuove centralità in un modello che valorizzi densità, diversità e complessità, o ancora la qualificazione del verde e degli spazi pubblici quali elementi connettivi il tessuto urbano e l’attuazione di una mobilità sostenibile da implementare attraverso modalità diversificate che definiscano anche una concezione permeabile della città. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2026 

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Alessandro Brandino, insegnante di Storia dell’arte e Dottore di ricerca in Storia dell’Architettura e Conservazione dei beni architettonici, è docente a contratto presso l’Accademia delle Belle Arti di Siracusa. Ha svolto attività di ricerca in progetti di ateneo e interuniversitari su temi di architettura contemporanea. Ha pubblicato su riviste e volumi collettanei ed è autore di uno studio su Le stazioni ferroviarie di Messina e del libro, con A. I. Lima, Antonio Gaudì e la Casa Milà Barcellona.

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