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Il panorama religioso nella Libia contemporanea

Tripoli

Tripoli, celebrazione dei 40 anni di Gheddafi al potere (ph. Francesca Spinola)

di Francesca Spinola [*] 

Introduzione

Sono passati quasi quindici anni dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi [1], militare e politico morto a Sirte il 20 ottobre 2011 per mano dei ribelli che avevano aderito alla Primavera araba [2], movimento di protesta scoppiato sull’onda dello scontento popolare contro quei regimi corrotti e repressivi che dominavano il Nord Africa da decenni. La protesta partì da est, a Bengasi, per diffondersi a ovest, nella capitale Tripoli, il 17 febbraio, in quella che fu battezzata come la Giornata della collera [3].

La reazione del colonnello fu brutale con il tentativo di sopprimere le proteste sul nascere e l’uccisione arbitraria di centinaia di manifestanti, con il solo effetto di incendiare la rabbia della folla. Quasi subito Gheddafi perse il controllo di Bengasi e di altre città, ma invece di lasciare il potere come fecero i governanti dei Paesi vicini, accusò della rivolta poteri stranieri, trafficanti di droga e gruppi islamisti come al-Qā’eda [4], giurando che avrebbe trovato i responsabili andando a cercarli casa per casa. Da lì l’utilizzo di carri armati, soldati mercenari e attacchi aerei per radere al suolo le città dei ribelli.

La rivolta in Libia presto si trasformò da una ribellione pacifica a un’altra guerra africana che ad oggi, pur con grandi progressi verso la pacificazione e la ricostruzione, ancora non ha visto la parola fine. Con la morte di Gheddafi e la caduta del suo lungo regime si è aperta una fase nuova e delicata fatta di vecchi e nuovi antagonismi, di eccessi e debolezze, dove l’incognita delle forze islamiste e del ruolo dei differenti attori religiosi, la cui presenza nel campo degli insorti è stata spesso taciuta, sono solo alcuni dei problemi da affrontare. L’assenza di una società civile organizzata, dei partiti, di un’amministrazione centralizzata e l’enfatizzazione della tribù come unica istituzione ufficiale e riconosciuta della società, hanno poi contribuito a fare della Libia un Paese senza guida politica dove il cammino verso la ricostruzione, anche sotto la minaccia delle ingerenze dei Paesi confinanti e degli interessi economici e geopolitici di tante nazioni, seppur iniziato appare ancora irto di difficoltà.

Per l’Italia, in quanto Paese che si trova dall’altro lato del Mar Mediterraneo, terra di transito verso l’Europa di tanti migranti, e perché storicamente ed economicamente legata al Paese nordafricano, è importante conoscerne a fondo la realtà sociale, politica, culturale e soprattutto capire il ruolo che i vari soggetti del panorama religioso in Libia, finalmente liberi di esprimersi, possono avere in questa fase di transizione e rinascita della nazione.

In questo quadro, consci dell’importanza che l’appartenenza religiosa ha in Libia, in quanto Paese a larga maggioranza musulmana, si è qui scelto di dare una panoramica delle realtà religiose presenti nel territorio storicamente e del loro ruolo nella odierna fase di ricostruzione delle istituzioni politiche e sociali, in un momento di ritorno alla fiducia nel futuro da parte della popolazione.

Tripoli, Medina

Tripoli, Medina (ph. Francesca Spinola)

Una premessa storica

Gli ottomani furono i primi a fondare uno Stato nei territori della Tripolitania, Cirenaica e Fezzan che, uniti, sono oggi ciò che chiamiamo Libia. In quei territori le invasioni del settimo secolo erano servite ad arabizzare e rendere musulmane le popolazioni locali, ma non a creare un regime centralizzato per il potere che le tribù locali continuavano a mantenere sulla popolazione. Malgrado ciò dal 1551 fino al 1711 Tripoli fu governata dall’Impero Ottomano e nel 1711 Aḥmad Qāramānli, un ufficiale giannizzero, riuscì a prendere il potere e a fondare una dinastia che durò fino al 1835 [5]. I governanti ottomani riuscirono comunque a restare in Tripolitania e Cirenaica fino all’invasione italiana del 1911, per dare il campo al nuovo invasore nel 1912, ma non senza aver lasciato un segno nella popolazione locale.

Fu negli anni di dominazione ottomana che vanno dal 1835 al 1911 che i libici, amministratori della Tripolitania, intellettuali, capi tribù e villaggio, acquisirono un senso di appartenenza a una identità comune che li rendeva parte di una più vasta provincia di un universo ottomano, arabo e soprattutto musulmano. Anche la Cirenaica visse una fase di sviluppo sotto il dominio ottomano, soprattutto grazie alla loro cooperazione con la fratellanza appartenente al movimento della Senussia [6]. Questo era stato fondato nel 1837 da Muḥammad b.’Alī al-Sanūsī [7] (m.1859), nato in Algeria, ma educato a Fez e in Mecca. Al-Sanūsī, ispirato da correnti riformiste, dichiarò che era sua intenzione tornare ai precetti di base del Corano e degli aḥādīṯh e al diritto dei fedeli di fare ricorso al pensiero critico indipendente (iǧtiḥād) per dedurre i principi a cui un buon musulmano doveva ispirarsi. Questa missione spinse al-Sanūsī a recarsi in Cirenaica dove fondò una serie di zāwiya, ritiri spirituali Sufi, prima di morire nel 1859. Quei centri divennero poi scuole e luoghi intorno ai quali si svilupparono villaggi e il loro fiorire conferì alla confraternita una sorta di autorità anche politica, tanto che alla fine del secolo la rete formata dalla fratellanza senussa aveva dato vita a una vasta coalizione tribale a est, che si dimostrò in grado di resistere sia all’espansione francese che all’invasione italiana in Libia.

Nel 1911 tuttavia gli italiani occuparono il Paese e i leader senussi furono costretti in esilio. Nel 1934, con l’unione delle due province di Tripolitania e Cirenaica in un unico territorio sotto il dominio italiano, nasceva la Libia moderna. Gli italiani persero poi la Seconda Guerra Mondiale e la Libia finì sotto il controllo britannico e francese e le Nazioni Unite ne riconobbero l’indipendenza nel 1951, quando il capo senusso Sayyid Muḥammad Idrīs (re Idris) ne divenne sovrano e iniziò a governare il Paese con il riconoscimento dello status religioso della sua famiglia e grazie ai servizi resi per combattere l’invasore. Durante il suo regno cominciò a formarsi una generazione di giovani nazionalisti, studenti universitari ispirati dalle teorie del socialismo, tecnici e esperti del settore petrolifero e portuale, ufficiali militari che si opposero al governo senusso considerato corrotto e colluso con poteri stranieri. Costoro erano tutti ispirati da sentimenti panarabi [8].

Immagine di Gheddafi in città

Immagine autocelebrativa di Gheddafi in città (ph. Francesca Spinola)

L’avvento di Gheddafi e l’imposizione del suo pensiero

Nel 1969, un gruppo di Ufficiali Liberi libici che erano stati addestrati all’Accademia Militare di Baghdad e provenivano per lo più dalle tribù povere della Libia, presero il potere [9]. Come primo atto il gruppo di rivoltosi creò un organo direttivo, il Consiglio del comando della rivoluzione, composto di dodici membri, fra cui già emergeva la personalità di Muammar Gheddafi. Fu subito evidente dai primi atti politici di questo ente che esso rifletteva forti radici islamiche e sentimenti panarabi proprî del suo comandante.

Fra le prime decisioni prese dal neocostituito organo direttivo ci furono la proibizione di fumo e alcol, la chiusura di chiese e locali notturni, il sequestro delle banche straniere e l’imposizione della lingua araba come unica lingua ufficiale. Nella Costituzione che fu approvata quello stesso anno, già all’articolo 2, veniva decretato che l’Islam era la religione dello Stato. Questo iniziale forte attaccamento all’Islam da parte del Consiglio del Comando della Rivoluzione in generale, e di Muammar Gheddafi in particolare, è da ricondursi alla necessità di stabilire delle credenziali religiose valide, da contrapporre a quelle di re Idris, capo della confraternita senussita. Non a caso la prima operazione che fece Gheddafi non appena salito al potere fu quella di trovare una legittimazione fra le tribù del Paese che fosse almeno comparabile a quella del re deposto e mise al primo posto nel modello del nuovo Stato l’Islam. Il Corano diventò il libro fondamentale e la legge islamica, nelle sue forme più dure, uno strumento nelle mani del leader libico per terrorizzare eventuali oppositori del suo regime, particolarmente i simpatizzanti dei Fratelli Musulmani [10].

locandina-lentiniNel Libro Verde. La base sociale della Terza Teoria Universale (Libro Verde), il colonnello gettò le basi della sua visione di Islam. Il terzo volume del Libro Verde, in particolare, rappresentò il risultato dello scontro di Gheddafi con gli esperti religiosi, che ebbe il suo culmine nel luglio del 1978 quando, in un dibattito pubblico, il colonnello criticò il ruolo degli aḥādīṯh, la tradizione giuridica legata agli atti e alle parole del profeta, e cercò di dimostrare che il Corano era l’unica fonte di autorità per i musulmani. La libera interpretazione, l’iǧtiḥad, sostenne Gheddafi, era prerogativa di ogni credente e il Libro Verde era fondato sull’Islam [11]. Da queste misure sarebbe poi derivato il legame fra alcuni gruppi di oppositori del colonnello e l’ortodossia islamica, tanto più che il qāīd, come si faceva chiamare Gheddafi, esortò le masse a confiscare le moschee.

Il primo elemento che Gheddafi assunse come base su cui costruire i propri ragionamenti fu dunque l’Islam. A suo giudizio, il Corano conteneva tutte le indicazioni necessarie alla costruzione di una convivenza civile giusta e ordinata. Da questo punto di vista, l’approccio del colonnello non sembra essere stato molto diverso da quello dell’ideologo riformista egiziano Sayyd Qutb [12] o da quello del grande āyatollāh iraniano, Rūḥollāh Khomeynī [13]. Le differenze, in particolare rispetto agli integralisti islamici, tuttavia, sono non meno importanti delle affinità. In primo luogo, il leader libico non ha mai demolito il mito di Ǧamāl ‘Abd al-Nāsir Ḥusaīn (Nasser), né rinnegato la giustizia delle sue scelte, piuttosto avrebbe voluto essere l’erede del grande presidente egiziano e riuscire là dove Nasser aveva fallito. La lotta contro il sionismo, invece, per Gheddafi diventò una specie di missione. Ancora più cara gli era l’idea dell’unità di tutti gli arabi, da aggregare in una battaglia comune contro gli Stati Uniti e le altre potenze imperialiste [14].

Gheddafi, pertanto, pur ispirandosi al Corano, non fu per nulla interessato alla tradizione e la violò senza problemi ogni volta che gli sembrò obsoleta o superata. Nel 1978, si arrivò allo scontro aperto tra il governo rivoluzionario e i predicatori-giuristi, gli ‘ulamā’, che guidavano le riunioni di preghiera nelle moschee. Gheddafi, infatti, non solo voleva nazionalizzare i beni delle istituzioni religiose, ma si opponeva anche a numerosi aspetti della tradizione, a cominciare dal ruolo sociale che essa attribuiva alle donne. Procedendo con estrema coerenza e rifiutando senza alcun problema la normativa fissata dai giuristi, il governo introdusse varie norme a garanzia e tutela delle donne sposate o ripudiate, e arrivò ad aprire loro le porte dell’Accademia militare. Nel medesimo tempo, per mantenere alta la sua immagine di leader veramente rivoluzionario, Gheddafi cambiò nome alla Libia, che assunse la denominazione ufficiale di ǧumḥūrīya, espressione che significa “Stato delle masse”. L’intera economia, di fatto, passò sotto il controllo dello Stato che cercò soprattutto di potenziare l’agricoltura.

Nel regime instaurato da Gheddafi, la libertà in tutti i suoi aspetti, di associazione, di stampa, di azione in campo economico, culturale o sportivo venne completamente soffocata e spenta. Negli anni ‘80, in un contesto di nazionalizzazione dei beni, la proprietà religiosa fu abolita e l’opposizione degli ‘ulamā’ tacitata da Gheddafi con l’accusa di interpretare male il Corano [15]. Il rapido peggioramento della situazione economica dagli anni ‘80 in poi provocò malumore e malcontento. Gheddafi si rese presto conto del fatto che gli integralisti islamici avrebbero potuto trarre grandi vantaggi dal nuovo scenario. Negli stessi anni nella vicina Algeria, proprio la miseria e la disoccupazione avevano provocato una serie di proteste e di sommosse, sfociate poi, dal 1992, in una violentissima guerra civile. Per tutti gli anni ‘90 Gheddafi fu uno dei più intransigenti avversari dei Fratelli musulmani e in generale, dell’estremismo politico musulmano. Nei primi dieci anni del nuovo secolo, infine, la posizione di Gheddafi sembrò tornare più sicura che mai e il principale segno di questa apparente stabilità fu la stipula di vari accordi con l’Italia, che finalmente chiuse i conti morali e materiali con il proprio passato coloniale [16]. I problemi economici e sociali interni, tuttavia, in Libia erano tutt’altro che assenti.

Immagine autocelebrativa di Gheddafi in città

Immagine autocelebrativa di Gheddafi in città (ph. Francesca Spinola)

I libici alle soglie del nuovo millennio

La popolazione libica negli ultimi decenni del Novecento ha visto una crescita a tassi elevatissimi, mentre l’economia nazionale, a esclusione delle rendite petrolifere, ha avuto poco da offrire e mentre si registrava una cronica carenza di abitazioni popolari, il 30% delle donne e dei giovani nel 2010 era disoccupato e sul piano politico diventava sempre più difficile per il regime addossare i problemi della popolazione a cause esterne. Il malessere esploso in Nord Africa nel 2011 ha poi fatto scivolare anche la Libia nella spirale di una violenta guerra civile, nel corso della quale l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha duramente criticato Gheddafi per le violenze compiute nel tentativo di riprendere il controllo della situazione e autorizzato Francia, Gran Bretagna e Italia ad appoggiare militarmente gli avversari del colonnello con azioni di bombardamento aereo. I ribelli hanno infine conquistato Tripoli e catturato Gheddafi, sommariamente giustiziato senza processo il 20 ottobre 2011 [17].

Da allora sono stati anni di lotte fratricide, fino a che è arrivato il tempo di ricostruire una nazione, delle istituzioni, una nuova giustizia sociale e politica. Dopo vari tentativi diplomatici di riportare la pace nel Paese e dopo la firma il 20 ottobre del 2020 di un cessate il fuoco fra le due principali fazioni, il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, appoggiato dalle Nazioni Unite e l’Esercito Nazionale Libico del Generale Ḥalīfa Haftār a Bengasi, a metà marzo del 2021 si è insediato nella capitale un nuovo governo di unità nazionale, guidato da ‘Abdul Ḥamīd Dbeībeh, nato sotto l’egida dell’Onu. Questo governo gode del sostegno delle istituzioni di Tripoli e del Parlamento che aveva sede nella zona orientale del Paese. Per la prima volta in molti anni, i libici hanno un esecutivo unitario ma il mandato di Dbeībeh è scaduto da circa due anni e la promessa di portare il Paese a nuove elezioni non è stata mantenuta e sono state sempre rimandate.

Tripoli, la Medina

Tripoli, la Medina (ph. Francesca Spinola)

Il panorama musulmano in Libia

Fratellanza Musulmana, fondamentalismo islamico e Salafismo sono attualmente in Libia i tre filoni religiosi principali che non appaiono nettamente separati l’uno dall’altro, quanto piuttosto suggeriscono la presenza di un complesso sistema di sovrapposizioni. È da notare come questa appartenenza non necessariamente definisca anche una appartenenza politica ad un determinato gruppo o milizia, in quanto le esperienze personali e gli interessi locali appaiono essere predominanti in questo tipo di scelte. Nella sua totalità la composizione religiosa della società appare oggi formata principalmente da Fratelli Musulmani, gruppi islamisti, Sufi, Salafiti, madani wasati e takfiri (di cui parleremo più avanti), ma è interessante anche fare un passo indietro e guardare brevemente alla storia del panorama religioso in Libia.

Storicamente la stragrande maggioranza dei libici ha sempre aderito al movimento sunnita e in particolare ha seguito la scuola giuridica dei Malikiti, la Mālikiyya [18], ma non sarebbe possibile capire in cosa credono esattamente e tantomeno interpretare alcuni eventi storici che riguardano questo Paese del Nord Africa, senza considerare il movimento revivalista della Senussia, un ordine religioso di tipo neo-Sufi fondato da Muḥammad b. ‘Alī al-Sanūsī (1787-1859) [19].

L’ordine della Senussia, basato su una rete di logge, si è diffuso dalle oasi nel deserto della Tripolitania al Sudan. Con sede centrale in al-Ǧaġhbūb (Giarabub), nel deserto libico orientale, un punto strategico sulle rotte delle carovane per diffondere il suo credo e fare proseliti, il movimento voleva creare una organizzazione politico-religiosa in grado di contrastare la penetrazione italiana e di trasformare la Libia in un regno guidato da un discendente del suo fondatore, Re Idris. La Senussia, in quanto movimento di revivalismo islamico, è riuscita a animare nella popolazione libica uno zelo religioso notevole, galvanizzata dall’attacco dell’invasore straniero, l’Italia, che ha prodotto un senso di unità da cui è nato il nazionalismo libico.

Storicamente le migrazioni arabe nella regione sono iniziate con l’ascesa dell’Islam nel VII secolo [20]. Le prime incursioni arabe furono essenzialmente militari. Tuttavia, gli studiosi in seguito suggerirono che anche questi movimenti non fossero invasioni ma lente migrazioni di popoli arabi avvenuti nel corso di diversi secoli. Migrazione o invasione che sia, la Libia, come parte del Nord Africa, è stata invasa dalla tribù dei Banū Hilāl [21] e dei Banū Sulayman, di cui i primi si insediarono prevalentemente in Tripolitania, mentre i secondi in Cirenaica. Questo portò importanti migrazioni di tribù nomadi dall’Arabia orientale alla Libia. Furono particolarmente queste popolazioni dell’est ad accelerare il processo di arabizzazione della Libia e di diffusione dell’Islam dando l’avvio a una fusione fra etnie e culture diverse, tanto che solo piccole sacche di berberi hanno resistito fino ai nostri giorni [22].

Ancora oggi è possibile affermare che la maggior parte dei libici si identifica come Malikita, la forma sunnita dell’Islam della Libia [23]. Questo non include gli Āmāzīġ o Tāwārīẖ [24], i berberi per lo più Ibaditi [25], presenti soprattutto nelle aree del Ǧebel Nafūsa, che seguono l’Ibāḍi madhhāb come scuola di giurisprudenza [26]. I libici, tuttavia, non gravitano in orbite religiose strettamente e nettamente divise. La maggioranza non segue solo un leader religioso o una scuola di pensiero; inoltre, soprattutto nelle aree tribali, i libici sono stati diffidenti dall’abbracciare ideologie che ignoravano le loro tradizioni e la loro cultura tribale. Di conseguenza, le ideologie e i gruppi islamici che hanno radici e legami stranieri e sono intolleranti verso altre opinioni non piacciono molto ai libici.

Il Salafismo [27] più estremo, ad esempio, generalmente non ha una forte risonanza specialmente nelle comunità tribali concentrate geograficamente, perché gli anziani e i capi delle tribù hanno ancora l’autorità di espellere coloro che minacciano la coesione sociale. Va meglio nelle aree urbane meno tribali e più emarginate, come Derna. Al contrario, il Salafismo quietista, conosciuto anche come Madkhali, arrivato dall’Arabia Saudita ai tempi di Gheddafi, ha messo radici in città come Tripoli e Misurata [28]. Un’ulteriore sfumatura è la tensione tra i movimenti islamisti moderni e le unità di identità tradizionali come la tribù. Ciò è particolarmente vero per i Fratelli Musulmani, il cui rapporto con la tribù è sempre stato problematico. I Fratelli Musulmani in Libia vedono la tribù come un ostacolo al loro monopolio del potere, mentre tentano di controllare la coscienza pubblica, soprattutto quella delle giovani generazioni. Questa tensione ha fatto arrestare il progresso dei Fratelli Musulmani in Libia, soprattutto nelle città a predominanza tribale o beduina.

Il Sufismo è invece fortemente radicato nella cultura popolare, ma i libici in realtà si identificano maggiormente con il sufismo Shar’i [29], la sobria scuola ortodossa in contrapposizione alla sua controparte mistica, che ha influenzato i centri libici di cultura religiosa tradizionale e gli ordini sufi. Tutti gli orientamenti infine sembrano abbracciare il concetto di wasatismo [30] come giusto e moderato. Ma sarà utile fare una descrizione di ciascuno dei menzionati movimenti religiosi, prima di arrivare alle conclusioni.

Vista del minareto della Moschea Dargut Pacha (XVI secolo) nel cuore della Medina di Tripoli, Libia. (ph. Massimiliano Rapanelli)

Vista del minareto della Moschea Dargut Pacha (XVI secolo) nel cuore della Medina di Tripoli  (ph. Massimiliano Rapanelli)

I Fratelli Musulmani

I Fratelli Musulmani in Libia storicamente hanno incontrato difficoltà a inserirsi propriamente nel peculiare tessuto sociale locale, rimanendo inascoltati dai più, in quanto i libici già mostravano sin dal loro inizio quella sorta di diffidenza nei confronti di pensatori, ideologie e gruppi stranieri che conserveranno anche in seguito. Con l’avvento di Gheddafi le cose non migliorarono per il movimento in quanto, con l’affermarsi della particolare forma di Stato voluta dal dittatore libico e da lui descritta nel suo Libro Verde, non veniva lasciato alcuno spazio ad attività o organizzazioni che non facessero capo a lui stesso o a qualche membro della sua famiglia, includendo in questo bando dalla vita pubblica anche tutti i movimenti religiosi. Questo ebbe l’effetto, almeno sul Movimento dei Fratelli Musulmani, di impedirgli di affermarsi attraverso quella tipica combinazione di lavoro politico e religioso che lo aveva caratterizzato in Egitto e che secondo il fondatore stesso del movimento doveva servire a islamizzare la società dal basso [31].

La repressione in seguito esercitata dal regime di Gheddafi contro ogni forma di organizzazione islamista o di associazionismo di alcun tipo ebbe il suo culmine nel 1973, quando ci fu una tornata di arresti e i membri del Movimento dei Fratelli Musulmani dovettero scegliere fra lasciare il Paese o abbandonare ogni attività di propaganda e inchinarsi al sostegno della sola idea di Islam imposta dal leader libico. Questa repressione portò allo smantellamento del Movimento in Libia [32]. I Fratelli Musulmani, o quello che ne restava, non si arresero e dall’esterno, specialmente da Inghilterra e Stati Uniti, nel corso degli anni ‘80 e ‘90, lavorarono più o meno segretamente organizzando alcuni campi per studenti e lavorando in totale discrezione con gli Imām di alcune moschee, per mantenere una presenza in Libia [33]. La repressione di Gheddafi contro i Fratelli Musulmani e ogni altro movimento islamista portò molti membri di questa realtà a finire in carcere, specialmente in quello di Abū Salīm a Tripoli o ad essere eliminati in esecuzioni pubbliche. La propaganda di Gheddafi contro il Movimento della Fratellanza Musulmana in Libia fu così continuativa e dura che fece di loro il gruppo più odiato non solo dalla sua famiglia e da tutto il suo entourage, nei suoi 42 anni di regime, ma arrivò anche ad ottenere l’effetto di renderlo un movimento poco conosciuto e guardato con diffidenza dalla popolazione.

Nel periodo post Primavera araba e rivolta del febbraio 2011 invece, un altro elemento, secondo alcuni analisti [34], ha giocato a sfavore del Movimento dei Fratelli Musulmani ed è stato il loro essere rientrati nel programma detto di “Riforma e pentimento” [35] fortemente voluto da uno dei figli di Gheddafi, Seīf, che portò alla liberazione nel 2010, di molti detenuti politici, e di quegli appartenenti a gruppi considerati islamisti che il leader libico aveva fatto arrestare nel corso del suo lungo regnare sul Paese, a patto che accettassero di ritirarsi per sempre dalla vita politica attiva in Libia. In questo modo i Fratelli Musulmani sono stati accomunati a membri di differenti gruppi, anche estremisti, con il risultato di essere considerati alla stregua di movimenti che farebbero qualsiasi cosa pur di arrivare al potere. Agli occhi dei libici, d’altro canto, il Movimento si era già svelato nella sua natura, non più di opposizione al governo vigente ma addirittura di sostenitore, pur di restare in essere, quando nel 2005 boicottò la prima conferenza dell’opposizione che si svolse a Londra, la Libyan pan-opposition Conference. Da lì il Movimento sembrò aver perso tutta la sua credibilità nel Paese [36].

Sono pertanto almeno tre i fattori che hanno caratterizzato non solo la storia della presenza dei Fratelli Musulmani in Libia nella sua concretezza, ma anche la sua percezione da parte dei libici. Primo fra tutti il costante lavoro di demonizzazione del movimento portato avanti per 42 anni da Muammar Gheddafi e che è riuscito ad instillare un pensiero negativo verso di loro nella maggioranza della popolazione. Secondo, l’inutile tentativo di affermarsi attraverso un lavoro che si è dimostrato poco produttivo, in alcune moschee del Paese. Terzo, l’aver voluto entrare a far parte del programma riabilitativo del figlio di Gheddafi, visto con estremo sospetto e anche amarezza da molti degli oppositori storici al regime del colonnello libico. Questi tre elementi sembrano in qualche modo caratterizzare l’immagine dei Fratelli Musulmani in Libia ancora oggi [37].

Come per tutte le realtà politiche o religiose presenti in Libia prima della Primavera araba, anche per i Fratelli Musulmani lo spartiacque fu il 2011 e la rivoluzione che ne seguì. Dopo lo scoppio della Primavera araba nel 2011 il movimento dei Fratelli Musulmani, o quel che ne restava in Libia, dovette decidere come reagire e da quale parte schierarsi. La scelta inizialmente fu per sostenere i ribelli e dare le spalle al contestato regime, anche se non rientrava nell’indole del movimento che si diceva pacifista e aperto a un riformismo dal basso e graduale. Questa mossa, sostenuta da figure di spicco come ‘Ali al-Ṣālabī e Yūsuf al-Qaraḍāwī [38] fece sì che il movimento, da marginalizzato e represso, uscisse allo scoperto conquistandosi un ruolo attivo nella scena politica del paese.

Nonostante la cattiva nomea dovuta alla propaganda di Gheddafi prima e ad alcune scelte del movimento stesso poi, la capacità dei Fratelli Musulmani Libici di convogliare aiuti umanitari nel Paese dall’Egitto, grazie ai suoi legami con il Movimento dei Fratelli Musulmani globale e l’apporto dato alla rivolta contro il regime, con i sermoni nelle moschee e pur in assenza di qualsiasi altro tipo di organizzazione della società civile, fece guadagnare loro credibilità. D’altro canto, il generale rifiuto dei Fratelli Musulmani libici di unirsi ai gruppi armati, tranne per qualche caso isolato, diede spazio ad altri movimenti islamisti e anche al sempre più predominante movimento dei Salafiti, che invece aveva imbracciato le armi e guadagnato proseliti a livello delle comunità locali.

La presenza Salafita cresceva nelle milizie che si formavano durante la rivoluzione e che, pur non essendo ancora accomunate da una ideologia, combattevano per la comune causa di abbattere il regime di Gheddafi. In questo quadro, mentre da una parte avanzava l’idea che i gruppi islamisti si fossero uniti alle milizie non solo per abbattere il regime, ma anche per affermare in seguito la loro supremazia, dall’altra i Fratelli Musulmani Libici potevano contare sul loro network di supporto a livello internazionale e in particolare ricevere aiuti dall’Egitto, ma anche dal Qatar [39].

Medina di Tripoli (ph. Massimiliano Rapanelli)

Medina di Tripoli (ph. Massimiliano Rapanelli)

Quando le forze ribelli cominciarono a porsi il problema di una rappresentanza politica che potesse gestire i territori liberati, ma anche i rapporti con la comunità internazionale, queste formarono a marzo 2011 il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT). Anche in questa occasione il Movimento della Fratellanza Musulmana dovette però scontrarsi con una realtà locale che ancora li vedeva con sospetto. Il Consiglio venne quindi formato con un numero di rappresentanti giudicati di orientamento più liberale rispetto ai Fratelli Musulmani, che pur rimanendo ai margini di questo organo, comunque, vi riuscirono ad entrare [40].

Nella scalata verso il riconoscimento di un ruolo politico nel Paese i Fratelli Musulmani, nel marzo del 2012, formarono un partito politico, il Partito Giustizia e Costituzione (PGC), sul modello egiziano di non essere un partito totalmente dei Fratelli Musulmani, ma aperto a movimenti simili, in vista delle elezioni politiche che si sarebbero poi tenute nel luglio del 2012, le prime in Libia dal lontano 1965. Il risultato di queste elezioni non si avvicinò neanche lontanamente a quello sperato dal Movimento dei Fratelli Musulmani Libici che auspicavano di ottenere un 60 per cento delle preferenze, dimostrando la mancanza di supporto popolare di cui continuavano a soffrire. Essendo però ormai lontani i tempi in cui l’associazionismo era vietato dal regime di Gheddafi, i Fratelli Musulmani Libici si iscrissero nell’elenco delle organizzazioni non governative nell’agosto del 2012, per cominciare a farsi conoscere a livello delle comunità locali [41]. Come ampiamente riportato nella stampa locale nel post elezioni del 2012, subito emerse come la retorica della campagna elettorale dei Fratelli Musulmani, per cui votare per loro avrebbe significato votare per l’unico partito con una natura veramente islamica, non fosse ben vista dai libici che non si riconoscevano nell’identità dei Fratelli Musulmani, pur volendo votare per un partito con identità islamica [42].

Ad avere la meglio alle urne fu invece l’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN), partito nuovo, fondato dal primo ministro ad interim di allora, Maḥmūd Ǧibrīl, che raggruppava un numero di associazioni e anime della società civile che si identificavano come non islamiste, ma anche altre realtà o individui che si definivano islamiste [43], pertanto i Fratelli Musulmani si videro sconfitti non solo sul loro programma politico, che non era percepito come l’unico con una natura islamica, ma anche da altri partiti islamici.

A una decina di anni da quelle elezioni del 2012 il movimento non sembrava essere ancora riuscito ad affermarsi nel Paese e la peculiarità per gli analisti è data dal fatto che la Libia, pur essendo un Paese conservatore e essenzialmente sunnita, non si sia mai riconosciuta in un movimento come quello dei Fratelli Musulmani, per definizione sunnita e conservatore. Ad oggi, il Movimento dei Fratelli Musulmani in Libia, per diverse ragioni, sembra pertanto non essere ancora riuscito a trovare quel terreno fertile per arrivare a presentarsi come l’avanguardia islamica che sperava di diventare.

Medina di Tripoli (ph. Massimiliano Rapanelli)

Medina di Tripoli (ph. Massimiliano Rapanelli)

I gruppi islamisti

La storia dei gruppi jihadisti in Libia inizia nei primi anni ‘80 quando presero avvio i primi tentativi di spodestare Gheddafi con la forza e il risultato fu una dura opposizione del regime che portò nel giro di vent’anni all’incarcerazione dei membri di quei movimenti. Molti di loro vennero poi rilasciati, soprattutto dal carcere di Abū Salīm a Tripoli, nell’ambito di un progetto di riabilitazione sociale [44] e come culmine di un lungo percorso di rieducazione voluto fortemente da Seīf Gheddafi, figlio del leader libico, nel 2010 [45].

Il più grande gruppo jihadista fino a marzo 2011 è stato il Gruppo dei Combattenti Islamici Libici (LIFG) i cui membri hanno tentato in diverse occasioni negli anni ‘80 e ‘90 di rovesciare Gheddafi con la forza. Nel 2004, la maggior parte dei suoi membri era in prigione, ma come già esposto in precedenza molti di loro sono stati rilasciati dal carcere nel marzo 2010. Il LIFG ha poi preso parte alla rivoluzione del febbraio 2011 svolgendo un ruolo importante nella lotta contro il regime, anche perché in quel momento il movimento aveva una ricchezza di competenze paramilitari da offrire ai meno organizzati rivoluzionari libici. Il gruppo islamico ha poi cambiato il nome in Libyan Islamic Movement for Change (LIMC). Subito dopo il cambio di nome, tuttavia, il LIMC è stato sciolto. Il movimento era stato fondato da ‘Abd al-Ḥakīm Belḥāǧ, capo del Consiglio Militare Libico, una alleanza di milizie che occupò Tripoli nell’agosto del 2011. Da quel movimento nasceranno due partiti politici che prenderanno parte alle elezioni del 2012.

Un altro gruppo jihadista in Libia è stato l’Anṣār al-Šharī’a bi-Lībīyā che controllava il territorio a Bengasi e parti di Derna. Il gruppo ha cercato di fornire servizi locali, come riparare strade e aiutare con il mantenimento della sicurezza, ma è anche noto per aver distrutto i santuari sufi , tant’è che è stato designato come organizzazione terroristica dalle Nazioni Unite. Si pensa che questo gruppo sia dietro l’attacco al complesso diplomatico statunitense a Bengasi avvenuto nel 2012 e che ha provocato la morte di quattro americani, tra cui l’ambasciatore J. Christopher Stevens. Il leader del gruppo, Muḥammad al-Zahāwi, sarebbe morto nel gennaio 2015 a causa delle ferite riportate in uno scontro dell’ottobre 2014 con le forze governative libiche. Verso la fine del 2014 le milizie a Derna formarono un consiglio chiamato Derna Muǧāhidīn Šhurā per implementare la sharia nella società e per combattere contro lo Stato islamico. Altri se ne formarono a Bengasi e ad Agedabia [46].

Va infine menzionato il cosiddetto Takfirismo (da takfīr) [47]. Le credenze takfiri sono state portate in Libia negli anni ‘90 da combattenti di gruppi jihadisti internazionali che in seguito hanno generato al-Qā’eda e lo Stato islamico a Derna in Libia. I jihadisti takfiri giustificano l’uso della violenza per difendere sé stessi, la propria casa, la terra o lo Stato. I takfiri, considerati un sottoinsieme del jihadismo, rivendicano il diritto di designare coloro che non praticano l’Islam secondo l’interpretazione takfiri come kāfir (infedeli, miscredenti o apostati). I takfiri quindi si sentono giustificati nell’ucciderli, anche se farlo non ha alcun fondamento reale nella giurisprudenza islamica o nel discorso teologico. I seguaci del Takfirismo hanno stabilito una loro base a Derna, facendone una roccaforte di opposizione al regime di Gheddafi e, nel 2011, hanno dichiarato la città un emirato islamico fedele ad al-Qā’eda. I gruppi takfiri includono l’Anṣār al-Šharī’a Derna ed ex membri del LIFG.

Poco meno di un anno dopo, dal caos generato con lo scoppio della Primavera araba e poi della guerra civile in Libia, gruppi jihadisti di stampo salafita come l’Isis, al-Qā’ida e versioni locali di questi estremisti, hanno cercato di approfittare della situazione per prendere potere e spazio all’interno del tessuto sociale. Lo Stato Islamico ha quindi sviluppato la sua presenza in Libia sfruttando il caos post-Gheddafi e impedendo ai militanti nordafricani di trasferirsi in Siria e Iraq, costruendo così la sua rete. Lo Stato Islamico vedeva la Libia come una potenziale seconda provincia del suo califfato e una regione in cui poter accedere ad armi e rifornimenti. La Libia ha anche fornito all’ISIS un’utile distrazione dalla pressione occidentale in Iraq e Siria e un mezzo attraverso il quale espandere la rete del gruppo in Nord Africa. La presenza dell’ISIS ha anche alienato la maggior parte dei potenziali alleati a causa dell’approccio settario del gruppo, ad altri gruppi islamisti.

Lungo le mura del castello Rosso di Tripoli  IMG 3718 Donna che cammina lungo le mura del castello Rosso di Tripoli, Libia

Lungo le mura del castello Rosso di Tripoli (ph. Massimiliano Rapanelli)

Lo Stato Islamico è stato cacciato dalle roccaforti costiere da una combinazione di attacchi aerei occidentali e milizie locali. Il gruppo non ha mai ottenuto il controllo delle entrate petrolifere e ha dirottato fondi e risorse per sostenere una rivolta islamista nella penisola del Sinai, lasciando la sua rete in Libia a corto di fondi. Già nel 2016 aveva perso tutte le sue postazioni, tranne qualche posizione nel lontano sud del Paese, colpito da attacchi militari combinati della Nato, degli Stati del Golfo e di milizie locali. I suoi combattenti rimasti fuggirono nel sud e l’ISIS si ridusse a estrarre entrate dal commercio trans-sahariano, dal contrabbando di persone e dal traffico di droga [48]. . Questa sconfitta, secondo gli esperti, non deve far abbassare l’allerta perché, dato il caos in cui versa il Paese, c’è terreno fertile per il rifiorire di nuovi gruppi.

La storia recente della Libia insegna che il tumulto religioso seguito alla caduta del regime, è già stato capace di creare vuoti che sono stati successivamente riempiti prima da al-Qā’eda (AQ) e poi dall’ISIS. Malgrado questi gruppi siano stati sconfitti quel che ne rimane cerca ancora di finanziarsi con attività criminali legate al traffico di esseri umani, di droga e altre attività illegali fra il deserto del Sahara e le coste libiche. L’instabilità politica, malgrado gli ultimi sviluppi verso una pacificazione, è senza dubbio fucina per reclutare nuove leve e, finché la situazione non si sarà del tutto stabilizzata, il pericolo del risorgere di alcuni di questi gruppi resta purtroppo molto elevato.

 Anche l’islamismo radicale ha avuto a lungo un posto speciale in Libia dove il già citato movimento della Senussia ha portato un certo grado di revivalismo religioso e ha contribuito a fondere la religione con il nazionalismo. Questa fusione ha creato un ambiente in cui i movimenti ispirati alla Senussia hanno sviluppato reali differenze ideologiche e pratiche rispetto ai movimenti salafiti contemporanei, dove i “militanti” attraversano facilmente questo divario, unendosi al gruppo che sembra loro nella posizione migliore per raggiungere i propri obiettivi personali. In effetti, l’islamismo radicale in una forma o nell’altra, alleato del nazionalismo libico, non sembra destinato a scomparire tanto facilmente. Finché rimane l’islamismo radicale, per molti studiosi il rischio di una rinascita da parte di AQ o ISIS è reale, specialmente quando entrambi i gruppi possono sfruttare le lamentele reali e i problemi derivanti da una governance debole. La creazione di un governo efficace appare quindi come la priorità in un cammino verso l’eliminazione del rischio di radicalizzazione dell’Islam [49].

vista del minareto della Moschea di Gorji dalla Bab al-Menshia a Tripoli, Libia.

Vista del minareto della Moschea di Gorji dalla Bab al-Menshia a Tripoli (ph. Massimiliano Rapanelli)

Il Sufismo

Fondamentalmente tollerante, il sufismo ha una lunga storia in Libia. L’ordine sufita più influente è quello della Senussia, fondato nel diciottesimo secolo dall’Imām Muḥammad b. ‘Alī al-Sanūsī [50] della confraternita mistica riformata islamica della Sesussia, nel 1837. Egli predicò il ritorno a quella che dal suo punto di vista era l’ortodossia musulmana. Anche in Libia come in Algeria, può dirsi che se l’Impero Ottomano aveva fornito i rudimenti di un sistema statale, il Sufismo aveva dato le basi organizzative a una popolazione prevalentemente nomade e beduina. Soprattutto nella Cirenaica del XIX secolo il Sufismo rappresentava l’eredità del movimento Senussita che aveva usato il suo potere per organizzare i commerci sulle vie delle carovane, per resistere ai colonizzatori e per creare una monarchia in Libia dopo la Seconda Guerra Mondiale [51].

La maggioranza dei libici ad oggi sembrano identificare il sufismo come uno dei principali orientamenti religiosi in Libia. Alcuni lo collegano alla storia del movimento Senussita. Altri hanno identificato i leader religiosi che fanno parte della Lega libica degli ‘ulemā’ come aventi tendenze sufi. Ciò detto è da sottolineare come il sufismo non sia associato a nessun particolare partito politico in Libia, tuttavia, alcuni leader religiosi di tendenza sufi che sono stati coinvolti nella politica sono visti sotto una luce positiva [52].

L’introduzione del Sufismo in Libia ha radici più profonde della Senussia stessa e il Paese è disseminato ancora oggi da siti che hanno per i sufi una importanza storica. Il sufismo, a detta di molti libici, è ciò di cui ha bisogno la Libia di oggi per trovare una nuova realtà di riconciliazione e pace, come si legge nel report sul settore religioso in Libia:

«Rafforzare il sufismo in Libia, e facilitare e supportare i suoi leader, si rifletterà positivamente nella società perché il sufismo si basa sulla tolleranza e l’ascetismo e sul rifiuto della violenza e dell’omicidio. Ai sufi non piace approfittare del potere e delle posizioni, ed è ciò di cui la società libica ha bisogno oggi» [53].

Di certo il sufismo può ben dirsi ancora oggi una forza dinamica in tutto il Nord-Africa dove la Shādhiliyya è la confraternita più popolare [54].

Tripoli, Moschea di Gurgi

Tripoli, Moschea di Gurgi

I Salafiti

Considerati i due rami principali del Salafismo [55], il “quietista” e il “jihadista”, in Libia si ritrovano entrambe le correnti. Il salafismo, nel suo filone “quietista”, noto anche come salafismo “Mudkhali”, è arrivato in Libia portato da alcuni studiosi islamici durante l’era di Gheddafi. Generalmente apolitici, i salafiti quietisti rimasero lontani dalla politica fino alla guerra del Golfo nel 1990-1991. A quel punto, si differenziarono per quanto riguarda la garanzia e la richiesta di assistenza straniera e l’alleanza con i non musulmani. In risposta, un gruppo scissionista guidato da un etiope di nome Muḥammad Amān b. ‘Alī al-Ǧāmī si è formato nel 1991. Alcuni studenti libici della šhārī’a che avevano studiato sotto il discepolo di al-Ǧāmī, Rabī b.Hādī al-Madẖalī in Arabia Saudita, tornarono a casa portando la sua dottrina e il movimento si è diffuso anche grazie a canali TV satellitari, Internet e social media [56]. I seguaci di al-Ǧāmī formarono un gruppo informale per difendere la sentenza religiosa (fatwā) per cercare assistenza straniera, dall’ente religioso ufficiale dell’Arabia Saudita (Dār al-Iftā′) [57]. Da allora, il gruppo è stato associato alla difesa di regimi autoritari e non ha mai chiesto la jihād contro di loro.

Quando arrivarono in Libia negli anni ‘90, in un primo momento furono visti con sospetto, ma non appena Gheddafi realizzò che si trattava di salafiti che rifiutavano il dissenso politico, allora il regime li lasciò crescere e prendere la guida di diverse moschee già esistenti, oltre che di costruirne di nuove, dove venivano predicati sermoni che arrivavano direttamente dall’Arabia Saudita. Convinto di poterli continuare ad usare in modo strumentale per i suoi interessi, Gheddafi continuò a lasciare loro mano libera soprattutto come elemento di contrasto alla crescita dell’influenza dei movimenti jihadisti, alimentati dai veterani di ritorno dalle guerre in Afghanistan e Iraq, ma anche contro la crescita dei Fratelli Musulmani e del loro islamismo politico. Poi negli anni 2000 il figlio di Gheddafi, Sā’adī, cominciò a seguire questa corrente fino a diventarne un vero e proprio sostenitore, tanto che i suoi seguaci presero il nome di Ǧamā’at Sā’adī  (il gruppo di Sā’adī) fino all’inizio della rivoluzione del 2011 quando, Rabī b. Hādī e Mohammed al-Madẖalī, entrambi affiliati al figlio di Gheddafi, Sā’adī, hanno chiesto ai libici di restare a casa durante la rivolta contro Gheddafi e per questo hanno preso il soprannome di “gruppo degli stai a casa” [58].

Tripoli, la Medina (phh. Mariella Liverani)

Tripoli, la Medina (phh. Mariella Liverani)

Al contrario, il Salafismo jihadista, il secondo ramo del movimento salafita, è arrivato in Libia attraverso il Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), già citato movimento, istituito nel 1990 al confine tra Afghanistan e Pakistan da ribelli in esilio che cercavano di rovesciare il regime di Gheddafi. I suoi membri hanno combattuto insieme ai jihadisti in Afghanistan e hanno formato legami con il movimento jihadista internazionale che in seguito ha generato al-Qā’eda [59].

Per quanto riguarda il Salafismo politico, questa è una tendenza emergente all’interno del movimento a livello globale. In Libia, i principali salafiti politici includono ex membri del LIFG e diversi ‘ulemā’ islamici. La presenza di questa terza corrente di salafiti è da sottolineare in Libia dove è formata da un gruppo di persone che non si definiscono né estremisti né quietisti e che sembrano ancora non avere una chiara agenda politica [60]. La loro presenza nel Paese è cresciuta molto dal 2014. A Tripoli sono parte dei principali gruppi armati che hanno collaborato con il Governo di Accordo Nazionale e a est sono una importante componente dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) e anche se non sono direttamente coinvolti in politica, costituiscono una importante lobby che spinge per dare più importanza alla religione nella vita pubblica, fino a volere l’applicazione della Šharī’a in tutte le realtà della vita e a vederla riflessa negli articoli di una eventuale futura Costituzione. In tempi più recenti, in concomitanza con l’escalation di ostilità in Libia avvenuta nel 2019, questa corrente di salafiti ha visto crescere i suoi seguaci anche all’interno delle istituzioni e delle forze di sicurezza [61].

Nel 2011, al momento dello scoppio della rivoluzione, ci si aspettava che i salafiti jihadisti si sarebbero immediatamente schierati contro il regime, ma quello che avvenne non fu esattamente predicibile. Alcuni ex appartenenti ai LIFG, che avevano dichiarato di aver rifiutato la lotta armata e la violenza, si unirono ai ribelli, mentre i salafiti quietisti agirono in modi meno chiari, anche perché i loro leader religiosi e ideologici, in particolare lo stesso Šaīẖ Rabī al-Madẖalī lanciò fatāwā contrastanti con il risultato che i salafiti quietisti si divisero fra coloro che scelsero di non partecipare alle rivolte e coloro che invece vi presero parte attivamente [62].

Fra il 2011 e il 2013, caduto ormai il regime di Gheddafi, con l’inizio della transizione politica, i Salafiti intravidero delle opportunità di partecipazione nella fase di ricostruzione di nuove istituzioni politiche, religiose e anche nel settore della sicurezza. Da lì emerse una nuova forma di Salafismo portato avanti specialmente da ex membri dei LIFG che per il ruolo attivo avuto nelle prime fasi della rivolta armata, si sentivano legittimati ad assumere ruoli pubblici nel settore della sicurezza e in quello militare [63].

Anche nel settore della politica, ex membri dei LIFG cominciarono a farsi avanti fondando partiti o presentandosi come candidati alle elezioni del 2012, ma non senza sollevare il dissenso di una buona parte dei salafiti che rifiutano, per loro stessa ideologia, l’idea di democrazia e ogni tipo di elezione libera, in quanto la legge per loro è solo quella di Dio e i partiti politici portano solo caos. Questa posizione in particolare è quella di ‘Anṣār al-Šharī’a nella Libia orientale, che ha guadagnato popolarità specialmente nelle città di Bengasi, Derna e Agedabia.

Tripoli, Panorama  (ph. Massimiliano Rapanelli)

Tripoli, Panorama (ph. Massimiliano Rapanelli)

Quest’ultimo gruppo di salafiti nella città di Tripoli cominciava ad essere numeroso soprattutto nei quartieri più popolari come Sūq al-Ǧuma’, dove i giovani salafiti crearono gruppi di vigilantes per la sicurezza della popolazione, ma anche per controllare i loro usi e costumi e condannare il consumo di droghe o alcol, guadagnando così consensi fra la popolazione locale, anche se dall’altra parte alcune pratiche estreme, come il distruggere le tombe o i luoghi di culto sufi, non li mettevano in buona luce.

La parabola del Salafismo politico arriva nel 2014 quando il Paese era chiaramente già diviso in due blocchi contrastanti, i gruppi islamisti e i loro sostenitori e la coalizione madanī (civile) [64]. In questo quadro, se da una parte il salafismo politico aveva tratto qualche vantaggio dal suo iniziale impegno in alcune istituzioni a livello nazionale, dall’altra, nell’est del Paese e specialmente a Bengasi, il generale Khalīfa Ḥaftar stava lanciando una vasta azione militare, dal nome “Operazione dignità”, contro qualsiasi gruppo e movimento di matrice islamista. In risposta, ex membri dei LIFG e altri esponenti di movimenti islamisti diedero vita all’operazione “Alba libica” durante l’estate del 2014, con l’appoggio di una figura chiave, il Gran Mufti Ṣādiq al-Ġarīani [65], a capo della nuova istituzione religiosa Dar al-Ifta’. Il coinvolgimento in questa operazione di membri del salafismo politico e il loro uso strumentale di istituzioni statali e religiose contribuì a diffondere fra la gente comune la percezione che costoro, più che concorrere alla pacificazione del Paese, stessero contribuendo alla ulteriore sua divisione [66].

Al contrario i salafiti quietisti non presero parte attiva nella coalizione preferendo un profilo basso, anche nei ranghi delle forze di sicurezza dove stavano ampliando la loro presenza e pubblicizzando il loro lavoro a livello di strada, soprattutto a Tripoli, contro droga, alcol e malcostume. La strategia dei quietisti a Bengasi fu invece diversa, e il fatto di aver supportato l’Operazione Dignità gli fece guadagnare più visibilità e la possibilità di organizzarsi meglio e ottenere un ruolo importante nel panorama delle istituzioni religiose locali. Il periodo fra il 2014 e il 2016 si dimostra pertanto importante per i salafiti sia a est che a ovest.

Nel complesso la strategia dei salafiti quietisti sia a ovest che a est, caratterizzata dal basso profilo a livello di istituzioni, ma da un uso mirato della forza per mantenere l’ordine e da una generale obbedienza a priori al potere, ha portato il movimento a rafforzare la sua presenza e la sua capacità militare, ma non ha convinto la popolazione sulla loro natura “a-politica” [67]. Partiti come seguaci di una dottrina sunnita ultraconservatrice nata in Arabia Saudita negli anni ‘90, i salafiti Mudkhali, hanno quindi recentemente guadagnato terreno in Libia, specialmente nell’ambito delle milizie, dei gruppi armati e di certe istituzioni religiose.

In tempi più recenti, in concomitanza con l’escalation di ostilità in Libia avvenuta nel 2019, gli esperti si sono domandati sul ruolo svolto dai Salafiti quietisti nel Paese. Secondo studi sul territorio, negli ultimi anni questa corrente di salafiti ha visto crescere i suoi seguaci, anche all’interno delle istituzioni e delle forze di sicurezza [68]. Il fatto che preoccupa oggi è che pur avendo aiutato a combattere l’Isis e a ristabilire la sicurezza in alcune aree della Libia, la loro crescita numerica e la loro avanzata sono viste da alcuni come una minaccia al processo di pacificazione che ha intrapreso il martoriato Paese, proprio a causa delle loro metodologie poco tolleranti e della loro agenda politica ritenuta poco democratica [69].

Il wasatismo madani

Questo movimento appare come tipicamente libico e non facente riferimento a qualche specifica scuola o orientamento di pensiero musulmano, ma solo a un concetto di nazione e gruppo di persone [70]. In Libia il movimento Madanī vuole stabilire uno Stato civile non necessariamente governato dalla legge islamica. Questo movimento è stato spesso associato alla figura di Maḥmūd Ǧibrīl e quello che veniva chiamato come il “suo” partito l’Alleanza delle Forze nazionali (NFA), ma il movimento madani è da considerarsi un più vasto movimento di tipo liberale [71].

Tripoli, Panorma del porto (ph. Massimiliano Rapanelli)

Tripoli, Panorama del porto (ph. Massimiliano Rapanelli)

Conclusioni

In conclusione, possiamo affermare con le parole del professore Youssef Mohammad Sawani che la Libia è stata, è e sarà uno Stato islamico. La Costituzione del 1951 d’altro canto affermava che l’Islam era la “religione dello Stato”. Il regime di Gheddafi ha poi proclamato la legge islamica come la fonte principale di tutta la legislazione e oggi la Libia è una società islamica omogenea con quasi il 100% della popolazione musulmana sunnita che, conservatrice di vedute e di natura religiosa, ha mostrato sin da subito scarso interesse per un’alternativa islamista alla rivoluzione non ideologica del 17 febbraio [72].

I fatti degli ultimi anni fanno inoltre pensare che nel suo complesso sia improbabile che l’opinione pubblica in Libia abbracci il messaggio di gruppi fondamentalisti islamici o jihadisti o accolga quella corrente del salafismo più estremo che ha guadagnato importanza in altre parti del mondo islamico. Appare dunque chiaro che il nodo della questione riguardante il futuro della Libia, ma non solo, il futuro di molti Paesi a maggioranza musulmana, si giochi sulla coesistenza fra religione e politica. Sono passati anni dallo scoppio dei movimenti rivoluzionari che hanno incendiato il Nord Africa e parte del mondo arabo e alcuni sono ancora in svolgimento. In Europa e in America quell’ondata di ribellione è stata chiamata “Primavera araba”, qualcosa di straordinario, che ha rotto con un sistema, quello che vedeva l’impossibilità di superare lo status quo di regimi dispotici e ha cercato di costruirne uno nuovo, con risultati diversi a seconda del Paese coinvolto.

Per la Libia è ancora poco chiaro quale sarà il ruolo della religione nella costruzione di un nuovo sistema statale, tanto più se si pensa che il costante lavoro di annientamento di qualsiasi forma di apparato istituzionale da parte di Gheddafi per più di quarant’anni ha lasciato un Paese diviso in tribù, famiglie, milizie e vere e proprie città-stato, roccaforti di interessi e poteri locali. Resta pertanto una domanda aperta che riguarda il ruolo svolto dalla religione, non solo in Libia ma in tutti i Paesi coinvolti nella Primavera araba, ruolo da molti studiosi considerato poco chiaro, come sottolinea Carole Hillebrande:

«Da molto tempo in Medio Oriente i programmi politici sono formulati in termini religiosi. Che le nuove entità politiche, che infine emergeranno in Egitto, Tunisia, Libia, Siria, Yemen, Iraq e altri Paesi oggi in subbuglio, optino a favore dei cosiddetti governi islamici, resta da vedere, e un simile esito non sarebbe visto come positivo nel resto del mondo odierno, secolare, in cui da tempo vige una separazione tra religione e Stato. Se la giustizia e la libertà da regimi dispotici potranno essere conquistate dalle popolazioni del mondo arabo e se la libertà di parola e una propria forma di democrazia “autoctona” potranno essere acquisite allora potranno fiorire sistemi (…) in cui un governo secolare guida la società e le religioni, di ogni genere, diventano questione di scelta per i singoli cittadini all’interno dello Stato» [73].

Alla Libia, in questa delicata fase di rinascita e costruzione, resta da augurare che la religione non si trasformi in un ennesimo ostacolo alla formazione di una nazione pacifica e fiorente, nell’antico dilemma se l’Islam debba restare una questione spirituale personale o piuttosto governare la vita pubblica in tutti i suoi molteplici aspetti. A questo proposito è diffusa la convinzione che, specialmente in Nord Africa, ci siano parecchie ambiguità nell’uso dell’Islam come strumento di identità politica per motivi storici, etnici, organizzativi e di cultura popolare:

L’Islam è un elemento sia delle ideologie statali che delle utopie rivoluzionarie. È il mezzo condiviso «del discorso politico fondato sull’ambiguità della cultura di massa in cui le identità statali, etniche, nazionali e islamiche sono fuse in modo imperfetto» [74].

Dialoghi Mediterranei, n. 73, maggio 2025 
Note
[1] Arturo Varvelli, “Gheddafi, Muammar (al-Qadhdhāfī, Mu῾ammar)”, Enciclopedia Treccani on line, https://www.treccani.it/enciclopedia/muammar-gheddafi_(Enciclopedia-Italiana)/ . Consultato il 2 agosto 2021.
[2] “Primavera araba”, Enciclopedia Treccani on line, https://www.treccani.it/enciclopedia/primavera-araba. Consultato il 29 agosto 2021.
[3] Michela Mercuri, “A dieci anni dalla rivolta libica”, Atlante Enciclopedia Treccani on line https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Dieci_anni_rivolta_libica.html. Consultato il 4-08-2021.
[4] Carole Hillebrand, Islam, una nuova introduzione storica, Einaudi, Torino, 2016: 277.
[5] Ira M. Lapidus, A History of Islamic Societies, Third Edition Cambridge University Press, Cambridge 2014: 646.
[6] J.-L. Triaud, “Sanūsiyya”, Encyclopedia of Islam, II (1997), (v 9 San – Sze – 24).
[7] J.-L. Triaud, “al-Sanūsī Muḥammad b. ‘Alī”, Encyclopedia of Islam, II (1995), (v9 San- Sze- 22).
[8] “Pan-Arabism was a call to overcome pluralism and worldly interests. It was a secular version of Islam because, in the minds of many people, Arab nationalism and Islam could not be differentiated” in Lapidus, A History of Islamic Society, (584).
[9] Lapidus, A History of Islamic Societies, 2014: 646 – 648.
[10] Mattia Toaldo, “Dalla monarchia alla Jamahiriya”, in K. Mezran – A. Varvelli, Libia: fine o rinascita di una nazione? Donzelli editore, Roma, 2012.
[11] John Wright, Libya. A modern history, Croom Helm, Londra, 1982: 197-198.
[12] Carole Hillebrand, Islam, una nuova introduzione storica, Einaudi, Torino, 2016:273.
[13] Hillebrand, Islam, una nuova introduzione storica, 2016:260.
[14] Lisa Anderson, The state and social transformation in Tunisia and Libya, 1830 – 1980, Princeton University Press, Princeton,1986: 266.
[15] Mattia Toaldo, “Dalla monarchia alla Jamahiriya”, in K. Mezran – A. Varvelli Libia: fine o rinascita di una nazione?, Donzelli editore, 2012: 21-38.
[16] Arturo Varvelli, “Italia e Libia. Storia di un rapporto privilegiato”, in K. Mezran – A. Varvelli Libia: fine o rinascita di una nazione?, Donzelli editore, 2012: 126-130.
[17] Lapidus, A History of Islamic Societies, 2014: 648.
[18] N. Cottart, “Mālikiyya” Encyclopedia of Islam, II (1991) (v 6 Mahk-Mid – 278).
[19] J.-L. Triaud, “Sanūsiyya”, Encyclopedia of Islam, II (1997) (v 9 San – Sze – 24).
[20] Lapidus, A History of Islamic Societies, 2014: 646.
[21] H. R. Idris, “Hīlal” Encyclopedia of Islam, II (1986) (v 3 H- Iram – 385).
[22] Mattia Toaldo, “Dalla monarchia alla Jamahiriya”, in K. Mezran – A. Varvelli Libia: fine o rinascita di una nazione? Donzelli editore, Roma, 2012.
[23] Palwasha L. Kakar – Zahra Langhi, Libya’s religious sector and peacebuilding efforts, United States Institute for Peace. Peacework n. 124. Washington, 2017.
[24] “Berbers” Encyclopedia of Islam, II (1997) (v 9 San – Sze – 24).
[25] “Ibaditi” Enciclopedia Treccani online, https://www.treccani.it/enciclopedia/ibaditi/.
[26] Palwasha L. Kakar – Zahra Langhi, Libya’s religious sector and peacebuilding efforts, United States Institute for Peace. Peacework n. 124. Washington, 2017: 25.
[27] W. Ende, “Salafiyya” Encyclopedia of Islam, II (1986) (v 8 Ned- Sam – 900).
[28] Mario Savina, Libia: la diffusione dei Madkhali Salafis, OSMED – Osservatorio sul Mediterraneo, 24-07-2020, https://www.osmed.it/2020/07/24/libia-la-diffusione-dei-madkhali-salafis/, consultato il 10-08-2021.
[29] Kakar – Langhi – Libya’s religious sector, 2017: 21.
[30] Muhammad Haniff Hassan “Wasatijjah”,– in Counter Terrorist Trends and Analyses, Vol. 6 N. 2 – 2014:24-30.
[31] Inga Kristina Trauthig, Gaining legitimacy in post-Qaddafi Libya: analysing attempts of the Muslim Brotherhood, Societies 2019, 9 – MDPI, Basel, Switxerland, 2019.
[32] Alison Pargeter, Return to the shadows – The Muslim Brotherhood and an-nahda since the Arab Spring, Saqi Books, London, 2016: 121-122
[33] Ashour, Libya’s Muslim Brotherhood – Ronen, Qadhafi and Militant Islamism – nota 41-42 in “Ghosts of the Past”: 10.
[34] Karim Mezran, Conspiracism in and around Libya, The International Spectator, Vol. 51, 2016: 117.
[35] Trauthig, Gaining legitimacy in post-Qaddafi Libya, 2019: 5-7.
[36] Inga Kristina Trauthig, Ghosts of the past: The Muslim Brotherhood and its struggle for legitimacy in post-Qaddafi Libya, International Centre for the Study of Radicalization, King’s College London, London, 2018: 11-13.
[37] Mattia Toaldo and Mary Fitzgerald, A quick guide to Libya’s Main Players, European Council on Foreign Relations, 2016, https://ecfr.eu/special/mapping_libya_conflict/. Consultato il 01-09-2021.
[38] “The modern transformation: Muslim peoples from the nineteenth to the twenty-first centuries” in Lapidus, A History of Islamic Societies, 2014: 837.
[39] Trauthig, Ghosts of the past, London, 2018: 15-17.
[40] Pargeter, Return to the shadows, 2016: 136.
[41] Mary Fitzgerald, “Finding their place”, 204, in Peter Cole e Brian McQuinn, The Libyan revolution and its aftermath, Oxford University Press, 2016.
[42] Trauthing, Ghosts of the past, London, 2018: 27.
[43] Jason Pack e Haley Cook “The July 2012 Libyan election and the origin of post-Qadhafi appeasement”, Middle East Journal, Vol. 69 n.2, 2015.
[44] Vedi nota 41: 13.
[45] L’autore di questa tesi era presente alla cerimonia di rilascio nel carcere di Abū Salīm come corrispondete dell’Agenzia di stampa Ansa.
[46] Kakar – Langhi – Libya’s religious sector: 16-18.
[47] J.O. Hunwick “Takfir” Encyclopedia of Islam, II (V 10 T_U):122.
[48] Azeem Ibrahim, Rise and fall? The Rise and Fall of Isis in Libya, US Army War College, Strategic Studies Institute, August 2020: 5-6.
[49] Azeem Ibrahim, Rise and fall? 2020: 45-64.
[50] Vedi nota 26:.10.
[51] Ira M. Lapidus, A History of Islamic Society, Third Edition Cambridge University Press, Cambridge 2014: 649.
[52] Kakar – Langhi – Libya’s religious sector:(21-22).
[53] Kakar – Langhi – Libya’s religious sector, (23).
[54] Hillebrand, Islam una nuova introduzione storica, 2016: 246.
[55] “Salafiyya” Encyclopedia of Islam, II (v 8 San – Sze – 901-909).
[56] Kakar – Langhi, Libya’s religious sector, (11).
[57] Kakar – Langhi, Libya’s religious sector, (27).
[58] Addressing the rise of Libya’s Madkhali-Salafis – International Crisis Group – Middle East and North Africa Report N 200 – 25-04-2019: 5.
[59] Kakar – Langhi, Libya’s religious sector, (12).
[60] Virginie Collombier, Fiona Barsoum, To engage or not to engage? 2019: 14.
[61] Addressing the rise of Libya’s Madkhali-Salafis – International Crisis Group – (6).
[62] Collombier, Barsoum, To engage or not to engage? 2019: 6.
[63] Peter Cole, Umar Khan, “The fall of Tripoli”, Part 2 in Peter Cole and Brian McQuinn The Libyan Revolution and its aftermath, Hurst and Company, 2015: 89-104.
[64] Per madanī si intende la corrente civile, concentrata intorno al blocco politico dell’Alleanza delle Forze Nazionali, diffidente nei confronti dell’Islam politico proposto da Fratelli Musulmani e più concilianti verso alcune figure in precedenza coinvolte con il regime di Gheddafi.
[65] Vedi nota 23: 9.
[66] Collombier, Barsoum, To engage or not to engage? Libyan Salafis and state institutions (10)
[67] Collombier, Barsoum, To engage or not to engage? Libyan Salafis and state institutions (14).
[68] Virginie Collombier, Fiona Barsoum, To engage or not to engage? Libyan Salafis and state institutions – Norwegian Institute of International Affairs, Hyres Studies, 2019.
[69] Addressing the rise of Libya’s Madkhali-Salafis – International Crisis Group – Middle East and North Africa Report n. 200, Brussels, 25-04-2019: 23-31).
[70] Kakar – Langhi, Libya’s religious sector, (23).
[71] Kakar – Langhi, Libya’s religious sector, (23-24).
[72] Youssef M. Sawani, Post-Qadhafi Libya: interactive dynamics and the political future, Contemporary Arab Affairs, vol. 5, nr. 1 (2012): 2-3, 5-7, 17-18.
[73] Carole Hillebrand, Islam, una nuova introduzione storica, Einaudi, Torino, 2016: 327.
[74] Lapidus, A History of Islamic Society: 651.
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Francesca Spinola, è stata corrispondente dell’Ansa da Tripoli in Libia negli anni compresi fra il 2008 e il 2012 potendo constatare di persona la caduta del regime di Muhammar Gheddafi. È autrice di un saggio dal titolo Il Ghibli in arrivo: istantanee dalla Libia sull’orlo della Rivoluzione (Ed Albatros, 2012).

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