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Il glossario degli orrori del nuovo disordine mondiale. Affamare e annettere

Gaza

Gaza

di Enzo Pace 

Il nuovo disordine internazionale è come il vaso di Pandora:  una volta aperto, vomita fuori parole orribili che speravamo non sentire di nuovo. In un articolo precedente mi ero soffermato su deportazione e caccia all’uomo. Oggi mi concentrerò su affamare e annettere.

Usare la fame come arma in funzione di un piano di annichilimento del nemico per annettersi la terra dove abita e le risorse naturali che eventualmente essa custodisce in superficie o nel sottosuolo fa parte del repertorio delle guerre in corso. La fame non è solo un prodotto della guerra, ma può diventare un modo per colpire volutamente il nemico. Non pensiamo solo a Gaza, ma ricordiamoci anche di cosa è avvenuto a Mariupol, quando l’armata russa tra marzo e maggio del 2022 ha posto sotto assedio la città e ha deliberatamente tagliato tutte le fonti di approvvigionamento per la sussistenza. Nella fase più drammatica della guerra civile in Siria il governo di Bashar al-Asad ricorse nel marzo del 2014 all’affamamento di civili nel campo di rifugiati di Yarmouk a Damasco. Lo stesso è avvenuto in altre due guerre relativamente dimenticate: quella nello Yemen condotta dall’esercito saudita contro i ribelli sciiti yemeniti e l’altra nel Sud-Sudan.

A Gaza la militarizzazione della carestia e della fame fa parte di un lucido piano di espulsione della sua popolazione e dell’annessione definitiva della Striscia, già oggi per l’80% sotto il controllo ferreo dell’esercito israeliano. Non è un mistero per nessuno quale sia la soluzione finale per il popolo gazawi: dopo averlo costretto all’esodo da gran parte del territorio, distruggendo, case, ospedali, scuole, servizi sociali essenziali, è ora costretto a vivere in condizioni subumane in campi di fortuna, senza la possibilità di ricevere con continuità aiuti alimentari e sanitari. Creando condizioni di sofferenza a una enorme massa di persone, l’obiettivo è spingerle quanto più possibile a desiderare solo di andare altrove pur di sopravvivere. Resistere alle condizioni attuali diventa sempre più difficile.

Affamare per annettere definitivamente tutta Gaza è l’obiettivo dichiarato da vari esponenti del governo israeliano. L’obiettivo successivo potrebbe essere far patire anche ai palestinesi della Cisgiordania un trattamento simile, se è vero che il movimento dei coloni messianici si fa sempre più aggressivo, strappando terre per il pascolo, bruciando quel po’ di campi di grano e di alberi d’olivo di contadini palestinesi. Questo tipo di azioni di guerra e, in particolare, la fame – o la carestia volutamente indotta, checché ne dica l’inviato di Trump, Witkoff che ha azzardato dire che a Gaza non c’è fame, ma carestia (chissà cosa ha visto o gli hanno fatto vedere o ha volutamente fatto finta di non vedere?) – come arma di guerra è espressamente sancita nella Convenzione di Ginevra del 1977. Inoltre, affamare i civili è un crimine di guerra secondo il Trattato di Roma del 1998, cosa ribadita dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2018 (risoluzione 2417). A novembre del 2024, la Corte Penale Internazionale, istituita con il trattato di Roma del 1998 che ha sede a l’Aja, aveva emesso un mandato di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e il generale Yoav Gallant accusati di starvation as method of warfare.

Gaza (ph Khalil Kahlout/Flash90)

Gaza (ph Khalil Kahlout/Flash90)

Accanto al metodo di affamare per annettere, annichilendo il nemico, l’annessione può avvenire anche con il metodo divide et impera: invadere un territorio o per proteggere una minoranza etno-religiosa oppure per contrastare una parte della sua popolazione che rivendica una propria autonomia politica.

Nel teatro dell’assurdo che è diventato il Medio-Oriente, ci sono  due casi su cui vale la pena riflettere. Entrambi hanno a che fare con la martoriata Siria e, in parte, con il Libano sull’orlo del collasso economico e politico. In Siria, dopo la guerra civile e la guerra contro l’ISIS tra il 2012 e il 2020, il governo di Asad al-Bashar è caduto senza colpo ferire nel dicembre del 2024 a opera dei miliziani guidati da Ahmad al-Shaar. Mentre Bashar riparava a Mosca protetto da Putin, a Damasco prendeva il potere un ex-capo del movimento islamista Jabhat Fath al-Shams (Fronte per la vittoria della Siria), da lui fondato nel 2016, dopo essersi staccato da al-Qai’da, movimento poi confluito nel 2017 nel fronte di liberazione nazionale, Tahrir al-Shams. La sua storia di militante jihadista, iniziata nel 2003, finisce con la presa del potere a Damasco alla fine del 2024, anche se l’accreditamento finale come capo di governo avviene a Ryad con la stretta di mano fra al-Ashaar e Donald Trump il 14 maggio 2025.

Il nome di battaglia del nuovo leader siriano è stato sino a qualche mese fa Abū Muhammad al-Jawlani: la sua famiglia era originaria delle alture del Golan. Quest’ultimo riferimento geografico è utile per ricordare che, oltre a Gaza e la Cisgiordania, c’è un altro lembo di territorio che sin dal 1973 (guerra dello Yom Kippur) lo Stato d’Israele considera ormai acquisito e annesso. La zona di monti e di altipiani del Golan è per Israele importante non solo per ragioni di sicurezza militare, ma anche perché insiste su un’area ricca di acqua (lago di Tibereide) e di sorgenti. Dal 1973 a oggi i governi israeliani hanno volutamente  lasciato che si moltiplicassero gli insediamenti. Oggi essi sono abitati da quasi 23.000 coloni e pochi giorni or sono la Knesset ha approvato un piano che prevede il loro raddoppio nei prossimi anni. Nel 1981 il Parlamento israeliano dichiarò che il territorio del Golan era parte integrante dello Stato. Donald Trump nel 2019 riconobbe l’annessione in contrasto con le ripetute censure dell’ONU che la considera illegale. Ma questa è una storia nota.

Ciò che è interessante osservare è il metodo di proteggere qualcuno (non israeliano) per ampliare i confini dell’annessione. Israele dal 1973 controlla ormai quasi i due terzi delle Alture. Alla caduta di Bashar nel ’24, l’esercito israeliano era già penetrato per dieci chilometri nel territorio siriano, oltre i confini della zona cuscinetto tra Israele e Siria, spingendosi sino a 25 chilometri dall’aeroporto internazionale di Damasco. L’operazione era stata preceduta dall’invito alla popolazione dei villaggi circostanti di evacuare la zona.

Nel febbraio 2025, il premier Netanyahu ha richiesto al governo siriano la completa smilitarizzazione della parte sud della Siria, tra le città di Dar’a e Suwayda. In quest’ultima e nei dintorni vive una folta comunità di drusi, circa cinquecentomila dei settecentomila complessivamente che abitano in altri centri e villaggi in Siria. Nel luglio scorso (tra il 13 e il 16) sono entrati a Suwayda un migliaio di miliziani drusi provenienti da Israele, dove risiedono circa 150.000 persone appartenenti a questa storica comunità esoterica (di lontana matrice sciita ismailita, nata in Egitto nell’XI secolo) che si sono uniti ai loro confratelli in rivolta contro il governo siriano, accusato di discriminazioni e persecuzioni della loro minoranza.

Gaza (ph. Abdalhkem Abu Riash / Anadolu via AFP)

Gaza (ph. Abdalhkem Abu Riash / Anadolu via AFP)

Si dà il caso che i drusi israeliani siano leali cittadini d’Israele, prestino servizio militare nel suo esercito e, storicamente, sono acerrimi avversari dei musulmani sia in Libano sia in Siria. Le notizie sulle presunte discriminazioni sono scarse, ma, in ogni caso, è apparso spropositato il combinato intervento militare delle milizie druse sostenute dall’esercito israeliano. L’impressione è che si tratti di un’operazione ben più complessa: Israele si erge a protettrice dei drusi perché l’obiettivo finale è estendere i confini del territorio del Golan da annettere, in vista del sogno che molti coltivano all’interno del blocco politico al potere della grande Israele dal fiume al mar Mediterraneo.

Del resto, gli organismi internazionali non hanno mosso un dito nei confronti del governo turco che presidia dal 2018 militarmente una fascia di territorio nel nord-est della Siria, di trenta chilometri, con il pretesto di combattere contro l’ISIS, ma in realtà per controllare l’area siriana dove vivono i curdi. Ironia della storia: le due operazioni lanciate da Tayyep Erdoğan sono state chiamate Ramoscello di Ulivo (2018) e Primavera di Pace (2019). Nell’attuale nuovo disordine internazionale anche parole nobili e immagini rassicuranti diventano orribili. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025

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Enzo Pace, è stato professore ordinario di sociologia e sociologia delle religioni all’Università di Padova. Directeur d’études invité all’EHESS (Parigi), è stato Presidente dell’International Society for the Sociology of Religion (ISSR). Ha istituito e diretto il Master sugli studi sull’islam europeo e ha tenuto il corso Islam and Human Rights all’European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation.  Ha tenuto corsi nell’ambito del programma Erasmus Teaching Staff Mobility presso le Università di Eskishehir (Turchia) (2010 e 2012), Porto (2009), Complutense di Madrid (2008), Jagiellonia di Cracovia (2007). Collabora con le riviste Archives de Sciences Sociales des Religions, Social Compass, Socijalna Ekologija, Horizontes Antropologicos, Religiologiques e Religioni & Società. Co-editor della Annual review of the Socioklogy of Religion, edito dalla Brill, Leiden-Boston, è autore di numerosi studi. Tra le recenti pubblicazioni si segnalano: Cristianesimo extra-large (EDB, 2018) e Introduzione alla sociologia delle religioni (Carocci, 2021, nuova edizione); Religioni in guerra (Castelvecchi, 2024).

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