di Giuseppe Savagnone
Le lacrime di coccodrillo dei governi e dei media occidentali
Dopo quasi due anni dall’inizio dell’offensiva di Israele nella Striscia di Gaza, la maggior parte dei governi occidentali – finora fermissimi nel rifiuto di ascoltare le voci che venivano dalle università e dalle piazze in favore della Palestina – stanno finalmente cominciando a modificare la loro linea, se non altro ponendosi il problema di riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese, come aveva previsto la risoluzione dell’ONU del 1947.
Qualcuno – la Slovenia e la Germania – ha anche dichiarato che da ora in poi non fornirà più armi a Tel Aviv. Evidenziando, così, di averlo fatto fino ad ora, come stanno continuando a fare gli altri governi, malgrado le loro tardive, accorate denunce della catastrofe umanitaria di Gaza. Nessun accenno, però, ad eventuali sanzioni nei confronti di Israele, a fronte dei diciotto pacchetti varati dalla sola Europa contro la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina. Parole e gesti formali, in rotta di collisione con le scelte concrete.
La rappresentazione più estrema di questa divaricazione sono state le immagini di qualche giorno fa, in televisione, del ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che – dopo l’astensione dell’Italia in ben tre votazioni dell’ONU volte a fermare la guerra; dopo aver negato la solidarietà alla Corte Penale Internazionale, sanzionata da Trump per aver condannato i «crimini contro l’umanità» di Netaniahu; dopo il rifiuto di firmare, in sede europea, la sospensione degli accordi con Israele; dopo il blocco, da parte della maggioranza di governo, della mozione per fermare l’intesa militare con lo Stato ebraico, a cui l’Italia fornisce ancora armi; dopo aver concordato con la premier Meloni che sarebbe «prematuro» riconoscere lo Stato palestinese – attendeva all’aeroporto di Fiumicino alcuni bambini di Gaza feriti o mutilati dalle bombe (anche) di fabbricazione italiana, prendendosi senza battere ciglio i ringraziamenti delle loro povere famiglie, per sottolineare la vicinanza e lo straordinario impegno umanitario del governo di Roma.
Questo cambiamento, almeno ufficiale, della linea dei governi occidentali, con la sola eccezione degli Stati Uniti di Donald Trump, corrisponde a una mutata rappresentazione, da parte dai media e degli opinionisti più autorevoli, di quello che sta accadendo a Gaza. Ora anche stampa e televisione – anche qui con delle eccezioni (in Italia i sette noti quotidiani di destra si ostinano a denunziare le critiche a Israele come “antisemitismo”) – danno ampio spazio alle spaventose ricadute umane della offensiva militare israeliana nella Striscia e della drastica riduzione delle forniture di viveri, anche se danno l’impressione che si tratti di una svolta recente e non – com’è in realtà – del proseguimento di un massacro in corso da quasi due anni.
Anche il termine “genocidio”, fino a poco tempo fa considerato tabù, ha cominciato a circolare senza riserve, ricevendo tra l’altro una autorevolissima consacrazione da un intellettuale ebreo israeliano come David Grossmann, che recentemente ha dichiarato in un’intervista: «Per molti anni mi sono rifiutato di utilizzare quella parola. Ora però, dopo le immagini che ho visto, quello che ho letto e ciò che ho ascoltato da persone che sono state lì, non posso più trattenermi dall’usarla».
Non ci si può che rallegrare di questo cambiamento di rotta. Rimangono, tuttavia, alcuni interrogativi, sistematicamente rimossi e ignorati da stampa e opinione pubblica anche dopo questa “conversione ad U”. Come è potuto accadere che l’Occidente, la patria della democrazia e dei diritti umani, il custode del diritto internazionale, abbia potuto per quasi due anni essere testimone silenzioso – anzi ,con la sua attiva cooperazione, complice – di quello che sempre di più si rivela un genocidio? E che cosa comporta per la sua identità questo coinvolgimento in quello che la storica ebrea Anna Foa ha definito «il suicidio d’Israele»?
Ma davvero tutto è cominciato il 7 ottobre?
Per quanto riguarda la prima domanda, è evidente il totale distacco dalla realtà da parte del sistema d’informazione e della politica, che hanno costruito un castello di menzogne di cui buona parte dell’opinione pubblica – con alcune belle eccezioni (soprattutto dalle università e dalle piazze) – si è nutrita e, malgrado la recente svolta a livello emotivo, non si è ancora del tutto liberata.
È falso, per cominciare, che la guerra di Gaza sia iniziata con l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il governo israeliano ha fatto di tutto per far credere che questo sia stato l’evento fondamentale della storia e c’è riuscito, tacitando rabbiosamente il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, che, parlando al Consiglio di sicurezza all’indomani della strage, dopo averla condannata con chiarezza e fermezza, negava però che essa legittimasse l’azione punitiva indiscriminata, già in atto, contro il popolo palestinese.
Infatti, faceva notare Guterres, «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite».
Furibonda reazione dei media italiani, in linea con quella del governo israeliano. Può servire da esempio quella dei nostri due più diffusi quotidiani. «Repubblica», con un titolo di scatola in prima pagina, denunciava: «L’ONU attacca Israele. “Hamas ha le sue ragioni”» (frase, virgolettata, che in realtà il segretario dell’ONU non ha mai pronunziato). E uno dei nostri più autorevoli opinionisti, Paolo Mieli, sul «Corriere della Sera», in un editoriale significativamente intitolato «Il mondo alla rovescia», commentava indignato: «Il segretario generale Antonio Guterres, dopo parole di condanna all’attacco del 7 ottobre che potevano apparire insincere [??!!], ha ricondotto la responsabilità dell’accaduto a “cinquantasei anni di soffocante occupazione israeliana”. Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista».
E continuava osservando che in questo modo la tragedia degli «oltre mille abitanti di Israele sgozzati, bruciati vivi e in parte rapiti (…) ha dovuto cedere il passo al “genocidio” perpetrato contro la popolazione di Gaza cui allude il segretario dell’Onu», e definendo «impressionante» questo modo di guardare «il mondo alla rovescia». Su questa linea si sono mossi tutti gli altri più ascoltati opinionisti, da Giuliano Ferrara a Rampini, da Galli della Loggia a Ezio Mauro.
In realtà aveva ragione Guterres. Anche a prescindere dal merito, non è necessario essere storici di professione per rendersi conto che nel corso della storia non ci sono eventi che saltano fuori dal nulla. Ciò che accade ha sempre una causa. E dietro il terribile massacro del 7 ottobre 2023 c’è tutta una alternanza di violenze reciproche tra ebrei ed arabi, di cui esso è stato solo un episodio. Per quanto assolutamente ingiustificabile, la ferocia degli uomini di Hamas era una esplosione dell’odio covato dai palestinesi verso chi li aveva cacciati dalle loro terre e dalle loro case con una sistematica “pulizia etnica” già prima ancora della nascita dello Stato ebraico, il 14 maggio 1948.
Come ha ampiamente documentato, «utilizzando principalmente gli archivi militari israeliani», lo storico ebreo israeliano Ilan Pappé, nel suo libro La pulizia etnica della Palestina (a cura di L. Corbetta e A. Tradardi, Fazi, Roma 2008), tradotto in 15 lingue, fin dal marzo 1948 l’Haganà, la principale organizzazione armata clandestina sionista, guidata da Davide Ben Gurion (venerato dagli israeliani come “il padre della patria”) aveva elaborato e avviato un programma di sistematica espulsione dei residenti palestinesi.
Cominciò anche questo, a sua volta, come «una rappresaglia contro gli attacchi palestinesi del febbraio del 1947», ma assunse subito una dimensione ben più ampia, il cui senso era espresso nella formula: «I palestinesi devono andarsene». «Ci vollero sei mesi per portare a termine la missione. Quando questa fu compiuta, più di metà della popolazione palestinese originaria, quasi 800.000 persone, era stata sradicata, 531 villaggi erano stati distrutti e 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti».
«Questa vicenda (…) è stata da allora sistematicamente negata». «La storiografia israeliana parlava di “trasferimento volontario”». Ma i documenti dicono ben altro. I metodi per “convincere” i palestinesi a lasciare i loro villaggi erano «intimidazioni su vasta scala; assedio e bombardamento di villaggi e centri abitati; incendi di case, proprietà e beni; espulsioni; demolizioni; e infine collocazione di mine tra le macerie per impedire agli abitanti espulsi di fare ritorno». È quella che ancora oggi i palestinesi – costretti ad accamparsi in campi profughi molti dei quali sono nella Striscia di Gaza – , chiamano la Nakba, “la catastrofe”.
La vicenda fu complicata dalla guerra scatenata dai Paesi arabi circostanti contro il neonato Stato ebraico. Un altro tentativo di depistaggio per spiegare la Nakba, esonerando Israele dalle sue responsabilità, parla di una fuga volontaria degli abitanti dai combattimenti. Ma i fatti sono ben diversi.
Citando un altro noto storico ebreo israeliano, Benny Morris, Anna Foa (storica ebrea anche lei), riferisce che in una prima fase, «ancor prima della proclamazione dello Stato, fra il dicembre 1947 e l’aprile 1948, circa 75.000 palestinesi delle classi medie e superiori avrebbero lasciato la Palestina, pensando di farvi ritorno a breve. Nella seconda fase, in cui l’esodo riguardò i palestinesi delle zone di guerra, gli espulsi furono fra 200 e 300.000, alcuni cacciati dall’esercito, altri fuggiti spontaneamente. Nella terza fase fu l’esercito israeliano a spingere circa 300.000 palestinesi ad abbandonare le loro case, nella volontà di ridurre al massimo la presenza palestinese».
Anche a non accettare la cifra di 700.000 esuli, fornita da molti, siamo comunque a diverse centinaia di migliaia di persone espulse con la forza da Israele, i cui figli vedono nello Stato ebraico un prevaricatore violento, da ripagare con la stessa moneta. Questo non rende certo accettabile la violenza di Hamas del 7 ottobre, e neppure la sua fanatica negazione del diritto di esistere di Israele, ma fa capire la storia.
Un fondamentalismo ebraico
Per non parlare deli insediamenti illegali in Cisgiordania – sempre più frequenti, fino ad oggi, a partire dalla strepitosa vittoria israeliana nella guerra dei Sei giorni, nel 1967 –, realizzati con la cacciata violenta degli abitanti, in totale violazione della risoluzione dell’ONU che assegnava quelle terre al futuro Stato palestinese, e nella totale indifferenza del governo di Tel Aviv e dei suoi alleati occidentali alle condanne dell’ONU stessa. Proprio alla vigilia del 7 ottobre ne era stato varato un altro.
Un capitolo particolarmente delicato, per la sua portata anche religiosa, è stato quello dello status di Gerusalemme, che l’ONU prevedeva fosse – come luogo santo di tutte e tre le grandi religioni abramitiche – una città internazionale, e che invece Israele, nel 1980, ha proclamato unilateralmente sua capitale, con una decisione che ancora una volta l’ONU ha dichiarato illegittima, e che ha avuto il riconoscimento di pochi governi, tra cui però gli Stati Uniti che, durante il primo mandato di Donald Trump, hanno trasferito là la loro ambasciata.
A monte di tutto ciò sta una visione di origine religiosa che, grazie alla crescente influenza delle frange ebraiche ortodosse e ultraortodosse, ha preso sempre più piede, ma che già il 7 gennaio 1937 Ben Gurion enunciava, contestando il concetto di “Mandato britannico per la Palestina”, istituito dopo la Prima guerra mondiale: «A nome degli ebrei, dico che la Bibbia è il nostro Mandato, la Bibbia che è stata scritta da noi, nella nostra lingua, in ebraico, proprio in questo Paese. Questo è il nostro Mandato. Il nostro diritto è antico quanto il popolo ebraico».
Ben Gurion non era un ebreo religioso, ma la Bibbia era il suo punto di riferimento e in particolare considerava il libro di Giosuè il modello storico per la conquista della Terra da parte del popolo ebraico. Oggi personaggi come i ministri Ben Gwir e Smotrich sono alla testa di un movimento di ortodossi e ultraortodossi che rivendicano il possesso della Palestina in nome del conferimento al popolo ebreo di questa terra da parte di Dio, tremila anni fa.
Essi estrapolano dalla Bibbia i testi – in particolare quelli del Deuteronomio e di Giosuè – che, in un contesto culturale e storico del tutto diverso, giustificavano l’uso della violenza per l’eliminazione degli abitanti dell’antica Palestina, interpretandolo addirittura come un comando divino (il cosiddetto cherem).
Abituati a collegare il fondamentalismo all’islam, l’Occidente ha stentato molto a rendersi conto che ce n’era uno ebraico che, come tutti i fondamentalismi, si basa sulla lettera del testo ritenuto sacro, senza guardarne il più ampio contesto, per alimentare il proprio fanatismo.
Aggressori e aggrediti
Il dogma che tutto sia cominciato per l’arbitrario attacco del 7 ottobre, oltre a nascondere il significato di ciò che stava accadendo, ha accreditato la netta contrapposizione tra “aggressori” e “aggrediti”, su cui si è retta tutta la retorica di formule come «Israele ha il diritto di difendersi» e «Non si possono mettere Israele e Hamas (identificato con i palestinesi) sullo stesso piano».
L’aggredito, in questa logica, può permettersi di tutto. Esemplare la risposta data dal portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, poco dopo l’inizio della crisi di Gaza, al giornalista che chiedeva se valesse anche nei confronti dell’offensiva dell’Idf in Palestina il commento che la presidente Ursula von der Leyen aveva fatto, un anno prima, quando aveva definito crimini di guerra e atti di terrore gli attacchi russi a infrastrutture civili ucraine e il taglio di acqua, elettricità e riscaldamento ai civili. Mamer gli ha replicato che quel commento «è stato fatto in un contesto molto specifico, dove c’è stato un attacco non provocato da parte di un Paese, per di più membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, contro un vicino pacifico». Israele, invece, in quanto “aggredito”, non rientrava nella condanna.
Non è mancata, in nome di questa tesi, un’aspra reazione da parte di rappresentanti della diaspora ebraica e della destra politica italiana, alla posizione della Chiesa cattolica. Come la dura Nota in cui, all’inizio di dicembre del 2023, il Consiglio dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia accusava Bergoglio di aver fatto seguire al suo incontro con i parenti degli ostaggi rapiti da Hamas quello con i parenti di palestinesi prigionieri in Israele e di avere «pubblicamente accusato entrambe le parti di terrorismo». Col risultato, diceva la Nota, che, «in nome di una supposta imparzialità, si mettono sullo stesso piano aggressore e aggredito».
Critica ripresa dalla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, che si è rivolta a papa Francesco chiedendogli di «non mettere tutti sullo stesso piano», perché «l’equidistanza e l’equivicinanza non aiutano a cogliere il vero problema».
Contro l’espressione “terrorismo” usata da Francesco nel gennaio 2024, parlando delle bombe sui civili della Striscia, è intervenuto, con un comunicato, anche l’American Jewish Commettee, che lo ha accusato di non fare alcuna distinzione tra gli atti di «violenza intenzionale» del 7 ottobre da parte di Hamas e le vittime involontarie che si verificano purtroppo in una «guerra giusta».
Una guerra giusta?
Ma è proprio vero che una guerra è resa comunque “giusta” solo perché si è nella posizione degli aggrediti? A parte l’infondatezza di questa premessa nel caso della crisi di Gaza – abbiamo visto che è impossibile stabilire chi, fra israeliani ed arabi, è l’aggressore e chi l’aggredito, e che anzi molti elementi farebbero propendere per una maggiore responsabilità de primi –, anche chi viene attaccato non può reagire colpendo indiscriminatamente i civili dell’altra parte. Altrimenti dovremmo ammettere la legittimità degli orrori delle foibe, che furono una risposta dei partigiani jugoslavi all’invasione italiana del 1941.
La pretesa giustificazione degli inevitabili “danni collaterali”, dovuti al fatto che Hamas avrebbe usato ospedali, moschee, abitazioni civili, come “scudo” per i suoi armati, si scontra con l’evidenza che, se si lanciano più di 85.000 tonnellate di esplosivo, come è stato fatto a Gaza, su un territorio grande poco più di metà della città di Madrid, abitato da 2 milioni e mezzo di persone, la morte dei civili non è un “danno collaterale”, ma un massacro prevedibile e deliberato.
E su questa linea si è mosso sempre più esplicitamente l’esercito israeliano negli ultimi mesi. A questo proposito il quotidiano di Gerusalemme «Haartez» già a metà dello scorso aprile scriveva: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta (…). Ciò che accade non è guerra, ma attacco sfrenato contro persone che non sono coinvolte in questa guerra».
Questi massacri indiscriminati, di uomini, donne, bambini – nella Striscia ne sono stati uccisi più di 60.000, su due milioni e mezzo di persone, a fronte dei 13.000 civili, su 40 milioni di abitanti, della guerra in Ucraina –, insieme all’embargo che ha ridotto allo stremo la popolazione, hanno fatto parlare alcuni osservatori di un ritorno ai metodi nazisti, e di un nuovo Olocausto, questa volta consumato ai danni dei palestinesi da parte delle vittime di cento anni fa.
Questo paragone coi nazisti è condannato a gran voce dalla destra come un esempio eclatante di antisemitismo. In realtà esso era stato fatto dal filosofo ebreo Yeshayahu Leibowitz, detto «la coscienza di Israele» e vincitore nel 1993 del prestigioso Premio Israele (da lui rifiutato). Come scrive Anna Foa, «Leibowitz negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in “giudeo-nazisti”».
La paralisi dell’Occidente
Di tutto questo l’Occidente non solo non si è reso conto fin dall’inizio – con le belle eccezioni a cui prima accennavo –, ma stenta anche adesso a prendere atto, come evidenzia la sua perdurante incapacità di trarre le conseguenze operative – politiche, militari, economiche – da ciò che ha davanti agli occhi. Le immagini strazianti che quotidianamente milioni di persone vedono sui loro teleschermi rischiano di restare un tragico spettacolo, doloroso, ma pur sempre uno spettacolo.
Come purtroppo – e non solo in questo caso – è nella logica dello schermo, che è ormai, su televisioni, computer, tablet, cellulari, è il nostro mezzo per comunicare con il mondo intero, ma anche un diaframma (ci si fa “schermo” con le mani per proteggersi), una difesa, che consente una informazione senza personale coinvolgimento e senza partecipazione. Che, nel caso di Gaza, permette a milioni di spettatori di mangiare tranquillamente a tavola mentre assistono alla ressa di migliaia di disperati per un pugno di farina.
La cecità prima, e ora la paralisi, dei governi occidentali davanti al genocidio di Gaza, non nette in discussione, in realtà, solo le loro classi dirigenti. Si tratta di democrazie in cui il popolo ha molti modi di condizionare chi gestisce il potere. Se questo non è avvenuto, per quasi due anni, e continua a non avvenire – in Italia, per esempio, i sondaggi confermano senza la minima flessione il consenso popolare a un governo che è tra i maggiori responsabili di quanto è accaduto ed accade –, non si possono solo accusare premier e ministri.
C’è un diffuso approccio culturale che ha determinato questa incapacità, di ieri e di oggi, di “vedere” e di prendere sul serio la realtà di quello che – almeno nella coscienza occidentale – costituisce il più drammatico evento storico dopo l’Olocausto. E le stesse scelte dei governi possono essere certo interpretate in base a criteri politici ed economici, ma risentono sicuramente di quell’approccio, che accomuna governanti e governati.
Forse, da questo punto di vista, la crisi di Gaza può essere considerata la più chiara manifestazione, a livello geopolitico, del trionfo del nichilismo nel mondo occidentale. Dove con questo termine – come ha mostrato Umberto Galimberti nel suo noto libro di qualche anno fa, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani – non stiamo parlando di una teoria circoscritta alla formulazione che ne ha dato, ormai più di un secolo fa, il suo fondatore, Friedrich Nietzsche, ma di un clima che, nelle nostre società evolute ed opulente, sta dietro il frenetico attivismo e il consumismo che le caratterizza, dando origine a forme di profondo disagio in coloro che le abitano, soprattutto nei giovani.
Si tratta di una perdita del rapporto con la realtà – della natura, degli altri, di Dio – che impedisce di percepirla come un limite costitutivo della nostra identità umana, fondamentale per riconoscerci ed essere noi stessi. È nella logica di questa fuga dalla realtà che si spiega il dominio incontrastato di una informazione autoreferenziale, ormai dichiaratamente fondata sulla post-verità, dove il confine tra l’essere e l’apparire viene cancellato e le notizie non sono valutabili in termini di “vero” e di “falso”, ma contano in base alla loro capacità di imporsi nell’opinione pubblica.
È grazie a questo contesto, in cui, come ha scritto profeticamente Nietzsche, «il mondo vero è diventato favola», che si sono potute imporre gli slogan che hanno legittimato il massacro di Gaza. Ed è grazie ad esso che personaggi come Trump e Netaniahu, che del rifiuto del limite fanno la loro bandiera, hanno potuto proporre e perseguire il progetto di deportare un popolo, se non di distruggerlo, per costruire un resort turistico di lusso, senza essere sommersi da una sommossa generale della coscienza dell’Occidente.
Così, il massimo che i governanti più illuminati delle nostre democrazie riescono a immaginare – di fronte a un Olocausto in corso sotto i loro occhi – è qualche mossa diplomatica ancora ben poco impegnativa e in ultima istanza inutile (che senso ha riconoscere lo Stato palestinese, se si assiste inerti ai continui insediamenti che lo stanno rendendo impossibile?). Quando non si limitano, come nel caso di quelli italiani, ad accogliere (davanti alle telecamere) i bambini martoriati dalla guerra che loro non hanno mai cercato di fermare.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Giuseppe Savagnone, dal 1990 al 2019 è stato direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, di cui oggi cura il sito «www.tuttavia.eu, pubblicandovi settimanalmente un editoriale nella rubrica “Chiaroscuri”. Scrive per quotidiani e periodici e collabora con «Tv2000», «Radio in Blu», «Radio Vaticana» e «Radiospazionoi». Nel 2010 ha ricevuto il premio «Rocco Chinnici» per l’impegno nella lotta contro la mafia. Tra le sue pubblicazioni, Quel che resta dell’uomo. È davvero possibile un nuovo umanesimo?, Cittadella Editrice, Assisi 2015; Il gender spiegato a un marziano, Edizioni Dehoniane, Bologna 2016; Cercatori di senso. I giovani e la fede in un percorso di libertà, Edizioni Dehoniane, Bologna 2018, Il miracolo e il disincanto. La provvidenza alla prova, Edizioni Dehoniane, Bologna 2021.
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