Il pensiero femminista italiano è stato anche una pratica di trasformazione del mondo, in cui non sono mancati i richiami alla felicità personale e politica. Scrive Carla Lonzi: «Ho un momento di felicità non voglio neppure muovermi dalla sedia per paura che passi» (Taci, anzi parla. Diario di una femminista 1972-1977, 2024). Le fa eco Luisa Muraro quando afferma: «Non potrei stare in questo mondo se non potessi credere e sentire che talvolta si aprono dei passaggi per cui una qualche felicità riesce ad accadere. Riesce cioè a venire da non so dove e a inserirsi nelle nostre esistenze come anche nella Storia. So solo che per arrivare deve passare dall’interno di ciascun essere umano o forse di ogni vivente, anche gli animali e le piante e, chissà, le cose tutte. L’avvenimento della felicità può essere segreto ma può essere largamente condiviso e perfino pubblico, come la fine di una guerra con le campane che suonano a festa da tutti i campanili» (Non si può insegnare tutto, 2013).
Ecco perché andando, con le amiche Luisa e Rossella, alle Orestiadi di Gibellina per lo spettacolo Felicissima di Federica D’Amore, prodotto dal Centro Teatrale Meridionale e scritto dalla stessa protagonista con Totò Galati e Claudio Zappalà, siamo rimaste colpite, oltre che dal talento dell’autrice, dalla risonanza con i temi del femminismo, dall’attenzione alla sua storia in Sicilia e dal ponte tra storie passate e orizzonti di trasformazione futuri.
Da questi elementi nasce il mio incontro con Federica D’Amore, che ringrazio per questa conversazione.
Felicissima è un’operazione di metateatro che, da spettatrice, mi ha fatto vivere una scomposizione e ricomposizione in fieri dell’identità, sia personale sia storica e collettiva — grazie anche allo stile narrativo, ai filmati d’archivio e ai numerosi dispositivi di registrazione presenti in scena. Come è nato il progetto dello spettacolo, e il titolo, che riecheggia uno degli appellativi dati a Palermo e alla sua ricchezza multiforme?
«Comincio dal titolo che certamente è un omaggio alla mia città, Palermo, così definita da Pitrè nel suo periodo di massimo splendore, ma soprattutto nasce dalla volontà di attribuire un nome da supereroina alla protagonista della nostra ricerca, trasformando in superlativo il nome di Felicia Bartolotta Impastato. Lo spettacolo è metateatrale ma mi piace dire che è anche un esperimento cineteatrale. Felicissima era il nome perfetto per rappresentare il concetto di costruzione degli eroi che fa da filigrana all’intera riflessione drammaturgica. Come dico nello spettacolo: abbiamo bisogno degli eroi per tenere vive le lotte. A volte questi eroi vengono costruiti proprio a seconda di ciò di cui abbiamo bisogno e in questo il cinema e l’arte in generale, in quanto canalizzatori di storie, sono i catalizzatori, scusando il gioco di parole, che alimentano la trasformazione del reale, politicizzando le persone, creando cambiamenti sociali a volte anche epocali, evidenziando vicende che non avrebbero sufficiente risonanza. Gli eroi sono gli indizi di una traiettoria possibile, ma siamo noi a decidere dove poggiare i piedi su questa Terra. L’arte, il cinema, la cultura sono pericolosi perché veicolano le idee, come ci insegna Gramsci parlando di egemonia culturale, ed è per questo che oggi vengono impoveriti finanziariamente, è un’operazione di depotenziamento messa in atto dai poteri conservatori che da molti anni (praticamente da quando sono nata io, se penso all’Italia), detengono le redini del mondo. Il mainstream che ci viene proposto è fatto spesso da operazioni digeribili e innocue. Oggi, che eroi dobbiamo costruire?»
Lo spettacolo è dedicato a Felicia Bartolotta Impastato, ma intreccia la sua vicenda con tutte quelle forme di femminismo, a volte inconsapevoli, che cominciavano a nascere nei piccoli paesi, malgrado l’oppressione patriarcale radicata. È un taglio narrativo che ho particolarmente apprezzato perché dà spazio alla dimensione comunitaria più che alla narrazione della vicenda di un eroe o un’eroina solitari e che mi ha ricordato sotto questo aspetto Antigone nella magnifica messa in scena di Robert Carsen, quest’anno al Teatro Greco di Siracusa. Da autrice, da che punto di vista hai scelto di raccontare questo intreccio?
«La creazione del testo, che ho condiviso con Totò Galati e Claudio Zappalà (perché non si fidavano a farmelo scrivere da sola! cit.), è partita da una premessa: non volevamo costruire l’ennesimo monumento, piuttosto capire perché abbiamo bisogno dei monumenti, perché abbiamo bisogno degli eroi, e quanto è importante l’ispirazione come motore dei nostri progetti e delle nostre vite. In una vicenda già molto raccontata sia dal cinema che dalla televisione e dal teatro, ci siamo chiesti cosa potessimo aggiungere a questa storia. Ci siamo recati a Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, che dal 2005 è diventata una casa-museo, e al Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato gestito da Anna Puglisi e Umberto Santino, figure indispensabili per la demolizione dei depistaggi e la costruzione delle inchieste che hanno portato alla condanna di Gaetano Badalamenti. Abbiamo raccolto testimonianze e scoperto che del Circolo Musica e Cultura faceva parte anche un gruppo di dieci donne che avevano costituito il primo cerchio di autocoscienza femminista di Cinisi, in un luogo e in un tempo in cui la parola “femminista” non era nemmeno arrivata. Un’esperienza durata un anno e mezzo (dalla fondazione del circolo nel 1976 all’assassinio di Peppino Impastato il 9 maggio 1978) che fa pensare al femminismo che viene messo in atto dalle donne a volte quasi inconsapevolmente, come in un certo senso teorizza bell hooks. Abbiamo fatto con loro una tavola rotonda a cui hanno preso parte ricercatrici, attiviste di Casa Memoria, c’era anche Luisa Impastato, e abbiamo scoperto quanto la loro esperienza di resistenza fosse contemporanea: avevano intuito il concetto di intersezionalità, intrecciando la lotta alla mafia alla lotta al patriarcato, a partire dall’osservazione della propria condizione, e della somiglianza che intercorreva tra le proprie esperienze dentro e fuori casa. Era questo il punto di vista da cui dovevamo partire, un punto di vista inedito. Nei mesi della creazione del testo ho creato anche a Palermo un gruppo di autocoscienza femminile, basato sull’eredità di queste donne, volevo fare anche io esperienza di questa pratica per approssimarmi al loro punto di vista dall’interno. È stato sorprendente, perché noi che viviamo cinquant’anni dopo, nel futuro, e che abbiamo letto i libri e i manifesti femministi, uno spazio del genere, privo dello sguardo maschile, non ce lo prendiamo tanto spesso. Felicissime, eroine, sono dunque certamente anche le donne del gruppo femminile di Cinisi, perché gli eroi e le eroine che ci vengono consegnati dalla storia non sono quasi mai davvero così soli e sole, viene da pensare alle scorte dei giudici che finalmente in tempi recenti cominciano a trovare spazio e corpo nelle rappresentazioni della storia del nostro paese. Gli eroi sono importanti, ma a volte sono figure da cui tendiamo a prendere le distanze, perché sentiamo di non potere avere la stessa forza di chi, per esempio, muore da martire. E quindi ci spoliticizziamo, ci intorpidiamo, ci rendiamo irresponsabili credendo di non avere nessun impatto sulla storia. Sembra che oggi serva la patente per sposare alcune lotte e per gridarlo a gran voce, e spesso dietro la maschera della non competenza si nasconde la via più facile dell’irresponsabilità. Come se la giustizia umana avesse bisogno del brevetto per essere messa in pratica, a proposito di Antigone. Anche e soprattutto da questa impotenza diffusa nascono i malesseri, secondo me. E invece l’antimafia, la lotta femminista, puoi farla anche nella quotidianità, come Giovanni e Felicetta Impastato, che la sera gestiscono la pizzeria di famiglia e la mattina vanno nelle scuole di tutta Italia a costruire una memoria collettiva».
Carla Lonzi ha scritto nel suo Diario una frase che ho fatto mia e che mi ripeto di tanto in tanto: «Ho un momento di felicità, non voglio neppure muovermi dalla sedia per paura che passi». Quanto, secondo te, la felicità ha abitato le scoperte collettive degli anni Settanta, portando a vivere anche nei piccoli centri l’entusiasmo di sentirsi parte del cambiamento della storia?
«Sposo la frase di Carla Lonzi, anche se io invece dalla sedia voglio alzarmi e capire sempre cosa c’è fuori dalla finestra, anche a costo di intristirmi! Per quanto riguarda gli anni 70, bisognerebbe chiederlo a chi li ha vissuti. Come dicevo prima, certamente sentirsi parte di un movimento collettivo significa sentire di avere uno scopo, e questo è uno dei capisaldi della felicità, è ciò che ti fa alzare la mattina dal letto, se penso al concetto giapponese dell’Ikigai. Gli anni 70 poi sono stati gli anni di un grande progresso scientifico: c’erano le prime fotografie di Marte scattate dalla sonda Viking 1, Steve Jobs fondava la Apple, c’era stato l’allunaggio e il Concorde, il primo volo commerciale transatlantico, squarciava i cieli. Eppure, in termini di diritti le donne venivano lasciate indietro: chi uccideva le donne finiva in carcere per 3 o massimo 7 anni grazie al delitto d’onore. Le donne dovevano sposare i loro stupratori per scagionarli dalle pene legali e anzi lo stupro era considerato un delitto contro la morale pubblica e non contro la persona, per questo bisognerà aspettare il 1996. Probabilmente io mi ponevo già domande sul mondo, ma il mondo non si poneva ancora abbastanza domande sulle donne. Il mondo è sempre stato fatto dagli uomini e per gli uomini e anche oggi il progresso scientifico è esponenziale mentre in termini di diritti – e non solo femminili – la forbice è sempre più ampia. Qual è quindi la nostra idea di progresso? Quel piccolo passo per un uomo era davvero un grande passo per tutta l’umanità?».
Nel corso dello spettacolo sottolinei come le storie aiutino a vivere, e come ci sia bisogno di raccontarle costruendole o tradendo, in parte, il mero racconto dei fatti. Come hai lavorato su questo confine tra verità storica e costruzione narrativa, in particolare raccontando la vicenda di Peppino Impastato?
«La figura di Peppino Impastato è esplosa nel mondo grazie al film I cento passi di Marco Tullio Giordana. Quel film ha il merito di essere l’esempio di come l’arte cambi la realtà, rendendo nota al mondo una storia che sarebbe rimasta sui binari di una ferrovia. Al contempo ci interessava raccontare l’uomo dietro l’eroe che il film ha narrato. Un uomo radicale, un uomo che metteva la lotta al primo posto su tutto il resto. Una figura indigeribile per i politici e per i mafiosi. Ma anche un ragazzo con le sue fragilità, le delusioni date dalla politica e dalla vita, lo sconforto e a volte la voglia di morire che emerge inevitabilmente da questo senso di impotenza. Da queste fasi di annichilimento ci passiamo tutti e tutte: più lotti per qualcosa e più stai male quando quella cosa non ti riesce, e con questo scoglio ci sbatti soprattutto quando hai trent’anni. Giuseppe è morto alla mia età, era comodo farlo passare per suicida, se si leggono i suoi scritti. Ma per fortuna e grazie all’ostinazione di chi non ha mai mollato, la giustizia e la verità hanno fatto il loro corso».
In Felicissima c’è c’è anche una riflessione sulla violenza a cui ci si abitua giorno dopo giorno, fino a non immaginare più una via di fuga. È un’attitudine che spesso viene attribuita ai siciliani ma nello spettacolo sembra parlare di qualcosa che va oltre la geografia, e riguarda la direzione verso cui si sta muovendo il mondo intero. È così che l’hai pensata anche tu, girando lo spettacolo?
«La violenza e l’omertà sono elementi che bisogna conoscere e riconoscere per non cadere nella trappola dell’impotenza appresa. Chi ha fatto esperienza di questa condizione sa che si finisce per vivere una totale dispercezione di valori, legami, certezze. È a tutti gli effetti una perdita di identità, e non capisco come sia possibile che ancora oggi chi fa violenza, anche solo violenza psicologica, resti impunito. La sua vita resta invariata e trova spazio indisturbato nella società, ma le sue vittime sono, per dirlo alla Felicia, guastate per sempre. Ed è increscioso che non siano stati attivati con urgenza dispositivi di contrasto anche a queste forme di violenza, e anzi quando vengono proposti (penso all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole) vengono demonizzati. O penso anche a chi subisce un’aggressione e all’iter che deve attraversare prima di essere creduta; quindi, o le viene sconsigliato o ci mette mesi o addirittura anni prima di denunciare. Se parliamo poi dei siciliani, questo è uno stereotipo che cerchiamo di scardinare nello spettacolo. La nostra storia è ricca di vicende di grande coraggio e resistenza civile all’oppressione coloniale e non solo, se pensiamo alla storia recente. Poi, mentre rispondo a questa intervista ho la fortuna di trovarmi al Festival di Avignone, ma la nostra Sicilia brucia, e sembra che ci siamo abituati a questa follia, un altro caso di impotenza appresa. Possiamo fare pressione sul nostro governo, ed è stato fatto, ma anche io come i miei conterranei mi sento impotente».
Nel tuo spettacolo è forte l’esigenza di partire da sé. Qual è il tuo rapporto con Palermo, in qualità di autrice e attrice? Hai nuovi progetti che riguardano la memoria della nostra isola?
«Sì, ho cercato di rintracciare dei pezzi della mia infanzia che si legassero alla storia della famiglia Impastato. Ma soprattutto l’obiettivo era disancorare Felicia dai suoi ruoli di madre e moglie, cercando la ragazza, la sua autonomia e i suoi sogni d’amore, cercando le affinità tra la storia di una donna vissuta nella Sicilia di quegli anni e la storia di una donna che vive nella Sicilia di oggi. Il patriarcato che ha oppresso Felicia e le donne della sua generazione è un patriarcato che va oltre le mura domestiche. E anche oggi un’oppressione interiorizzata agisce su di noi e attraverso noi, in contesti sociali e virtuali, rendendosi illeggibile, mascherando la violenza con la banalità. E in questo senso lo spettacolo è un dialogo impossibile tra due generazioni di donne unite dalla stessa ferita politica. Le istanze femministe dell’epoca si intrecciano con le istanze dei femminismi contemporanei, dal diritto all’aborto alla condivisione del lavoro di cura con i padri, facendo di cinquant’anni di lotta un continuum storico. La scelta del tema non è casuale: Cinisi, Partinico, Salemi, Gibellina e Palermo, sono i territori della nostra quotidianità, intrisi di una memoria collettiva che costituisce il DNA della nostra comunità. L’eco della storia millenaria della nostra regione continua a lasciare tracce che vengono da un passato recentissimo. Amo la mia città, al contempo cerco una crescita personale e professionale anche fuori dall’isola – e dalla penisola in verità! – e l’alternanza dei luoghi che abito e delle lingue che ho imparato a parlare è per me un modo per alimentare la mia curiosità vorace, ma anche per guardare la realtà dalla giusta distanza, oltre che una forma di evasione dalla frustrazione e dalla stagnazione. Per il momento ci sono dei progetti per la televisione di cui non posso dire molto. Il progetto principale è far vivere Felicissima il più a lungo possibile e portarlo in tutti quei luoghi disposti ad accoglierlo, cosa che ormai in Italia è difficile perché l’obsolescenza degli spettacoli è programmata sistemicamente dal sistema di finanziamento della cultura. Mi sto muovendo per portarlo anche in Francia, un paese che frequento da anni avendo lavorato come attrice e responsabile della distribuzione e della comunicazione per quattro anni consecutivi al Festival di Avignone».
Federica D’Amore nel corso di questo dialogo sottolinea la potenza della narrazione e ancor di più di una narrazione condivisa per cambiare il nostro sguardo sul mondo. Non si tratta di parlare di eroi o eroine ma di osservare cosa si muove loro intorno, quante figure invisibili contribuiscono a tessere le fila di una comunità che può dare vita a un cambiamento.
Hannah Arendt in Sulla rivoluzione parla di “felicità pubblica” (public happiness) come un’esperienza soggettiva e intersoggettiva legata all’esercizio della libertà politica. L’agire politico è dunque in se stesso portatore di felicità nella misura in cui traspone la singola esistenza in una dimensione plurale. In conclusione de Le origini del totalitarismo, la filosofa di Hannover scrive: «Per la conferma della mia identità io dipendo interamente dagli altri; ed è la grande grazia della compagnia che rifà del solitario “un tutto intero”, salvandolo dal dialogo della riflessione in cui si rimane sempre equivoci, e ridandogli l’identità che gli consente di parlare con l’unica voce di una persona non scambiabile» (Arendt, 2004: 653). Il desiderio di partecipazione, di scoperta della propria identità non scambiabile proprio perché in relazione, allontana dal rischio di alienarci e ritrovarci come la rana della celebre poesia di Emily Dickinson che ripete le sue parole a un pantano che immagina sia lì per ammirarla.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Ivana Margarese, fondatrice e direttrice editoriale della rivista Morel, voci dall’isola. Ha conseguito un dottorato in Studi culturali e un postdoc in Cinema documentario presso l’Università Elte di Budapest. È stata docente a contratto di Teoria della letteratura all’Università degli Studi di Palermo. Ha curato Ti racconto una cosa di me (Edizioni di passaggio 2012), I miti allo specchio (Mimesis 2022) e Tra amiche (Les Flâneurs, 2023) e ha pubblicato racconti in diverse antologie. Su Anna Maria Ortese ha scritto Il tempo è un altro. Colloqui con Anna Maria Ortese (Iacobelli 2025) e Contar le stelle. Anna Maria Ortese e la scuola (Animamundi, 2026). Fa parte della Società italiana delle letterate e collabora con le riviste Leggendaria e Letterate Magazine.
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