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Antropologia e piccoli paesi. Incontri, problemi, esperienze

Alestrino

Balestrino (prov. Savona)

di Pietro Clemente  [*]

Coscienza di luogo

Mi interrogo spesso su cosa possa dare, traendolo dal suo repertorio, l’antropologia più sistematica e professionale a chi si impegna ad animare, col proprio lavoro e con  progetti relativi al territorio, un paese in calo demografico, produttivo, sociale. Sicuramente uno dei nodi sta nel concetto di ‘retroproiezione’, in quello di resilienza, nella attività  tesa ad  usare le diversità del passato per creare forme nuove di futuro. L’approccio dei territorialisti (urbanisti, geografi, geologi…) e le linee che sono state elaborate dalla Società dei Territorialisti/e , (http://www.societadeiterritorialisti.it/) e da Alberto Magnaghi (Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Torino, Bollati Boringhieri, 2000), è condividibile dagli antropologi che lavorano sul territorio a monitorare processi, produrre enpowerment, valorizzare patrimoni. Ma una parte dell’antropologia contemporanea privilegia l’attenzione ai grandi processi del potere, alla critica dello Stato, senza sentire il bisogno di guardare alla società civile, alle varietà delle forme locali della vita, ai processi che coinvolgono ‘localmente’ le generazioni, le produzioni di base, come quelle alimentari, la qualità delle relazioni sociali.

Come è stato per il marxismo, un approccio generalista ai grandi processi sociali, alle classi, o anche all’opposizione tra residenti e migranti, finisce per trascurare i territori concreti, per perdere le singole esperienze. In questo senso quel che Magnaghi ha teorizzato come un passaggio dalla coscienza di classe alla coscienza di luogo è una piccola rivoluzione conoscitiva. Il marxismo vedeva le forze produttive, le classi, ma non i luoghi, era focalizzato su una idea progressiva modernista di un territorio, tendenzialmente ‘normale’, indifferente, per il quale il Chianti,   la piana di Prato o il Gran Sasso non fanno differenza, l’isola o la collina vitata non stanno nel discorso, perchè al centro della teoria ci sono  i processi produttivi e non i luoghi della produzione. In questo il marxismo è stato parente stretto del suo nemico liberalismo. Entrambi hanno considerato lo sradicamento e la concentrazione dei fattori della produzione in grandi centri legati a facili servizi, un dato positivo e irreversibile.

Eppure lo sviluppo locale reale del capitalismo e di quello italiano in specifico è stato assolutamente più territorializzato di come veniva pensato. Fino al caso quasi estremo che si può trovare documentato nell’Ecomuseo Elva e Serra, nel biellese, dell’industria del ferro nata in montagna a Netro, nel biellese per la disponibilità di acqua e di forza lavoro, capace di progettare con le Officine Rubino un progetto di produzione automobilistica. O i casi studiati da Antonella Tarpino (Il paesaggio fragile,  Einaudi 2016)  della produzione di parrucche e di acciughe in montagna. Ma anche il mondo delle imprese, nate dal lavoro contadino e artigiano nelle regioni dell’Italia centrale, mostra come tutti gli aspetti fondamentali dell’impresa, anche quelli comunicativi e simbolici, siano territorializzati.

Giacomo Becattini  con un approccio (che lui definiva ‘marshaliano’) non marxista all’economico ci ha insegnato a guardare ai soggetti, alle loro esperienze, competenze, negli spazi locali (tra le ultime sue riflessioni vedi La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, Donzelli, 2015). Negli anni Ottanta del Novecento molte teorie di sociologia economica basate su fattori come la località, la competenza accumulata sul territorio, il distretto, le generazioni, lo sviluppo di piccole medie aziende spesso a base familiare nel quadro della cosiddetta ‘terza Italia’, ci hanno consentito di vedere meglio i processi che oggi ci interessano come antropologi impegnati sul territorio e nel caso specifico studiosi che cercano di cooperare all’esperienza della rete dei piccoli paesi. Quando i nostri studi si concentrano sui temi del potere e dello Stato, sulla identificazione di soggetti antagonisti (che cercano di sostituire il proletariato o i ‘dannati della terra’), finiscono per  trascurare la specificità della ricerca antropologica sul campo, che non è che un modo di dire ‘territorio’, e che qualche volta è proprio un campo: come nelle ricerche sugli immigrati che raccolgono i pomodori, o invece sulla biodiversità della comunità locale che promuove la lenticchia di Rascino a Fiamignano in provincia di Rieti, e cerca di farne un modo di resistere allo spopolamento.

Il mondo guardato dalle retrovie, dalle aree interne, dalle colline e montagne in gran parte abbandonate mi sembra indicare una nuova direzione anche per l’antropologia che si voglia impegnare in progetti di sviluppo diversi, alternativi. Quella di ‘porre il centro in periferia’, di guardare dai margini  i grandi processi, e di identificare qui nuovi soggetti di cambiamento. Il mondo della coscienza di luogo è un campo straordinario di lavoro per l’antropologia. È dal nesso tra luoghi e abitatori che si può immaginare una soggettività polifonica che non è impegnata in uno scontro frontale e mortale al centro del sistema, ma invece in un progressivo abbandono di quello scenario centralistico a favore di uno nuovo che ha al centro le periferie e rovescia quindi il modello economico e sociale centralista dei due rivali: ‘neoliberismo’ e ‘soggetto antagonista’, a favore del processo che chiamiamo ‘porre il centro in periferia’. Il contributo teorico e pratico dato da Clifford Geertz su questi temi nel suo Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del XX secolo (Il Mulino 1999), non è stato molto usato dagli antropologi, io vi trovo ancora il meglio del pensiero di una antropologia americana ricca di cultura critica della vecchia Europa, ma più resistente di essa alle ideologie e ai teoricismi, una antropologia  pragmatica e al tempo stesso ben dislocata nello spazio delle diverse storie e geografie del mondo. La sua riflessione sull’Indonesia, uno dei Paesi che aveva studiato di più, resta assolutamente un punto di riferimento anche per capire il Chianti e la Val Padana, ma va in direzione diversa da chi studia (combatte) lo Stato o l’Impero, concetti assai ipostatici.

Brallo di Pregola (ph. Vancheri)

Brallo di Pregola, prov. Pavia (ph. Vancheri)

Farsi indigeni del XXI secolo

Su  questi temi per me è importante il contributo che ha dato all’antropologia James Clifford sui processi del mondo globale ibridato, nel quale vari soggetti emarginati riprendono un loro protagonismo, e lo fanno (come succede anche nei nostri piccoli paesi) coniugando identità ed esperienze,  saperi e beni immateriali, diritti giuridici e rivendicazioni economiche e sociali, aspetti del passato (la tradizione intesa in senso dinamico) con bisogni nuovi che confluiscono in esiti creativi. Un modo nuovo di costruire quella alterità che Leopold Senghor chiamò ‘negritudine’ e che Franz Fanon introdusse dentro la sua dialettica del riconoscimento. Studiando movimenti, processi di valorizzazione di patrimoni e musei nelle aree native dell’America e dell’Oceania, James Clifford ha suggerito come sintesi del progetto di nuova identità (diversa, creativa, irriducibile all’universalismo individualista) il concetto di ‘farsi indigeni del XXI secolo’(Clifford, Returns. Becoming Indigenous in the Twenty-first Century, Harvard University Press, 2013).

È una idea basata anche su una lettura del dibattito antropologico più generale (che tiene conto di una parte del dibattito americano sul potere, sul marxismo, su Gramsci). Io l’ho trovata estremamente pertinente ai processi di rilancio delle culture popolari locali cui assistiamo in Italia da molti anni, ma anche – e forse in modo più specifico – a quell’insieme di pluralismo, modernità globalizzata, aderenza al territorio e alla sua memoria-esperienza, che vediamo in atto nella rete dei piccoli paesi.

L’antropologia ha per queste prospettive di ‘ri-uso’ dei saperi della diversità tante risorse, quelle più note sono già nel dibattito critico sull’economia, a partire dalle interpretazioni di Marcel Mauss dei processi di scambio in alcune società etnologiche. Il dibattito sul dono e le economie donative sono ormai parte del nostro patrimonio. Ma anche i temi della cultura materiale incorporata che, spesso nei tempi lunghi di un luogo, ha fatto da mediatrice tra uomini e natura entro spazi concreti, possono essere di grande aiuto a comprendere il senso di alcune tesi della ‘coscienza di luogo’ e degli accumuli storici di esperienza in spazi determinati, propri di quei mondi in parte ‘precapitalistici’,  nei quali saperi pratici, culture materiali e immateriali si sono definite nel tempo, in contesti di sfruttamento, ma anche con forti fisionomie  di culture locali produttrici di forme di vita riconoscibili per la loro diversità ‘locale’. Mondi che non sono stati mai del tutto estirpati dalle economie moderne e consentono di essere re-immessi nei processi di retro-innovazione.

L’esperienza dell’artigianato di qualità che traversa il mondo dei piccoli paesi è un esempio di questi repertori trasmissibili di cultura materiale che si fa patrimonio immateriale e diventa oggetto di salvaguardia e di trasferimento di competenza. Ad Armungia da anni vediamo un ciclo costruito di recente, in territori marginali, di produzione locale di lana, colori biologici fatti con essenze vegetali autoctone, tessitura a mano secondo pratiche lontane ma attualizzate, l’offerta agrituristica e gastronomica legata alla biodiversità. Processi locali, difficili, forse di nicchia, ma offerti anche al mondo e al mercato come possibilità della diversità  nel presente. Questi artigiani si stanno facendo indigeni del nostro nuovo tempo, del XXI secolo. Nella riflessione sul mondo contadino toscano del passato, basato sulla mezzadria e scomparso progressivamente negli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, ci siamo resi conto di quanti saperi del luogo sono stati rimossi nell’esodo, e come essi si siano spesso trasferiti a esperienze marginali (gli orti ai margini dei paesi e delle città) non dismettendo mai del tutto certe competenze alle quali hanno fatto ricorso anche negli anni ’70, quelle comunità di cittadini trapiantati che, in Toscana e altrove, hanno tentato per scelte ideali nuove agricolture e vite comunitarie.

Le pagine di Marx sul mondo dei saperi e delle pratiche produttive locali artigiane travolte dal capitalismo ‘con lacrime e sangue’, forse hanno prodotto anche qualche raccolta di tracce archeologiche di quel mondo da riusare nel presente. Ma forse sono temi che si possono estendere anche a forme di vita più radicalmente diverse, al rapporto con la natura studiato da Philippe Descola nell’area dell’Amazzonia, nella popolazione degli Achuar (Descola, Oltre natura e cultura, SEID, 2014). Non conosco bene quelle vicende, ma ho l’impressione che anche lì le comunità locali si facciano indigene del XXI secolo. Ma anche Pitrè, i repertori del folklore, le tematiche della magia, il mondo della festa riletti nella chiave della retro-innovazione sono risorse davvero interessanti per un mondo futuro ricco di ‘località’.

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Santo Stefano di Sessanio (prov. Aquila)

Villaggi

Gli antropologi studiano ‘villaggi’, i nostri piccoli paesi che cercano di tornare a vivere e crescere sono ‘villaggi’? Mi sono fatto un po’ le ossa con i ‘villaggi’ del nostro mondo periferico. Con gli stage di ricerca in Val Germanasca, Val di Sole, Appennino tra Toscana ed Emilia, Sardegna, le ricerche sul senese e nel grossetano. Con due ricerche più lunghe di gruppo: quella sulle Alpi e quella ad Armungia in provincia di Cagliari. Ho sempre lavorato  a uno studio a ‘spicchi’: l’economia, l’emigrazione, la socialità, la festa, l’abitare, etc… ed è sempre stato difficile ricostruire insiemi e modelli culturali, come facevano gli studiosi inglesi e americani che facevano ricerca nel Sud dell’Europa. Forse aveva ragione Clifford Geertz a dire che non si studia ‘il villaggio’ ma ‘nel villaggio’. Ma quella esperienza può essere usata, anche essa,  per farci ‘antropologi del XXI secolo’ e collaborare a chi si fa indigeno del XXI secolo.

Memoria e futuro si intrecciano nel mondo della progettualità locale di sviluppo, dove si incontrano economia, turismo, cultura. Di recente in una visita veloce all’associazione ‘Realtà virtuose’che opera a Padru nella Sardegna del nord est, e in specie nella frazione di Sa pedra bianca’ , mi sono reso conto di come anche in Sardegna la mia ‘coscienza di luogo’ abbia bisogno di un certo aggiornamento. Mai avevo immaginato dai miei studi una ‘Gallura’ così aspra, così complessa geograficamente, in cui sia le scommesse di chi l’ha abitata in passato sia di chi oggi la rianima devono affrontare lo stesso paesaggio e usarlo come risorsa, non come limite. I nostri repertori di antropologi, le nostre metodologie,  hanno molte chance di fronte a questi problemi.

In tutta la mia ricerca i paesi sono persone, storie, interviste, memorie che spesso traversano le generazioni e talora vengono chieste da figli o nipoti. Oggi questa nostra storia degli studi si arricchisce di competenze di mediazione: non dobbiamo per forza scrivere libri sui paesi, possiamo progettare insieme, riflettere sullo sviluppo, studiare forme di turismo, saperi e pratiche.  A questa dimensione in Italia si aggiunge una specificità ancora forte, legata al rapporto paesi-città, al nostro ‘storicismo’ , alle nostre storie ‘provinciali’, per cui Ernesto  De Martino, uomo di città,  si era fatto ‘indigeno’ della Lucania degli anni ’50 che aveva scelto come patria culturale, e Alberto Cirese, provinciale, si era dichiarato cittadino di più patrie culturali native e di elezione, dal Molise alla Sabina, dalla Sardegna al Messico. La coscienza di luogo è alle fondamenta della nostra antropologia. La dobbiamo ritrovare.

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Villa Saletta (prov. Pisa)

Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati è il titolo di un libro di Vito Teti,  sui paesi della Calabria (Donzelli,  2014). La scrittura antropologica di Vito Teti, a mio avviso, ci mette sulla strada giusta del farci indigeni del XXI secolo. Nella nostra storia antropologica il suo ‘senso dei luoghi’ ha nella memoria alcune pagine di De Martino, in specie questo commento alle poesie del lucano Albino Pierro (1959):

«(…) alla base della vita culturale del nostro tempo, sta l’esigenza di ricordare una “patria”e di mediare – attraverso la concretezza di questa esperienza – il proprio rapporto col “mondo”. Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali, occorre possedere un villaggio vivente nella memoriaa cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma, in voce universale (…)».

Ecco questa è un’altra linea verso il villaggio dell’antropologia italiana. Io la ho a mio modo segnalata in un saggio sui paesi (Clemente, Paese/paesi, in M. Isnenghi, I luoghi della memoria, Laterza, 1997), e la sento anche mia, ma la vedo innovata e praticata da Vito Teti in un modo nuovo. Se per De Martino il villaggio era ‘memoria’ che costruisce il senso umano del mondo, e contrasta la perdita dei sé stessi, in Vito Teti esso è vita quotidiana del presente, e si fa etnografia attraverso la testimonianza, sia autobiografica che legata a un continuo muoversi nello spazio regionale, tra paesi, feste, storie di abbandoni e di ritorni, di feste e di silenzi. È un po’, la sua, quella che ho cercato di immaginare come una antropologia della ‘partecipazione osservante’ che fonde autobiografia ed etnografia e le due potenze di queste due strumentazioni della conoscenza. Soggettività che si fa oggettiva, oggettività che si fa racconto personale. Etnografia e narrazione si imbricano moltiplicando le loro potenzialità di comunicare mondi e senso dei luoghi.

al Convegno di Pistoia

al Convegno di Pistoia

Restare paese, una pagina facebook 

C’è appena stato un convegno a Pistoia sui paesi: Da borghi abbandonati a borghi ritrovati. Io lo ho sintetizzato così nella pagina facebook che la rete dei piccoli paesi ha avviato con il nome ‘Restare paese’ :

Dal Palazzo Comunale di Pistoia il convegno “Da borghi abbandonati a borghi ritrovati” (26-27 ottobre) ci ha lasciato una grande ricchezza di sollecitazioni. Un caleidoscopio di esperienze sia professionali che amatoriali, di conoscenza e di passione che ha traversato tutta l’Italia delle zone interne e montane, connettendo la storia drammatica dell’abbandono e la storia difficile del ritorno. C’erano geologi, architetti, ingegneri del paesaggio, giornalisti, divulgatori scientifici, agronomi, oltre che geografi, storici e antropologi. Davanti ai nostri pensieri scorreva la storia dell’Italia dal dopoguerra ad oggi, le scelte di sviluppo, quelle di perdita e di abbandono, le migrazioni in città e quelle oltreoceano. Se ne vedevano le tracce in tante foto di paesaggi trasformati, di relitti di case che oggi chiedono interpretazioni non più univoche. Non era il ‘progresso’ che chiedeva quell’esodo biblico, era forse un modello di sviluppo, di benessere, di società. Oggi questi studi ci aiutano a rivedere quelle scelte e a lavorare nella direzione dei ‘borghi ritrovati’. Filo conduttore l’esperienza e la testimonianza di Vito Teti per la Calabria: Vito ha praticato la ‘restanza’ come scelta di vita, e ci ha raccontato le lacerazioni della sua vita e di quelle di tanti, ma anche il valore dei luoghi, il senso di essi, la testimonianza che si fa antropologia e si fa a suo modo politica, scelta di futuro. Restare paese, porre il centro in periferia.

Il testo con cui abbiamo introdotto sulla pagina facebook ‘restare paese’  la rete dei piccoli paesi è questo:

Restare paese / È una parola d’ordine, un infinito che ha valore di imperativo, come dire: ‘restiamo paese!’. Un impegno pratico e etico. Anche un sogno e una utopia. Tanti paesi d’Italia si muovono in questa direzione, tra loro uguali nell’intento ma diversi nelle pratiche. Diversi perché diversi sono i paesi che lottano contro lo spopolamento e la disgregazione. Ci sono tanti modi di restare paese. In questa pagina confluiscono diversi piccoli paesi di varie parti d’Italia, dal Nord al Sud alle isole, in cui sono nate associazioni, cooperative, attività finalizzate al riabitare i luoghi delle zone interne, periferiche, alpine. Questi piccoli paesi – che chiamiamo ‘La rete dei piccoli paesi’ – si scambiano esperienze, informazioni, incoraggiamenti. Con questa pagina, alla quale potranno affacciarsi anche tanti altri piccoli paesi, cerchiamo di rendere più ampio il dialogo e il racconto di piccole esperienze plurali, che hanno l’ambizione di immaginare e costruire una Italia migliore che ponga al centro del suo futuro le sue retrovie, le sue comunità periferiche.

C’era stato un convegno a Siena Territori spezzati che è stato raccontato su queste pagine,  ci sarà un convegno a Reggio Calabria a novembre Un paese ci vuole che cercheremo di raccontare. Su Dialoghi mediterranei, dopo una prima sortita nel 2016 col mio scritto Casa Lussu. La casa della storia e delle storie , la rete di piccoli paesi è presente con molti interventi nella sezione della rivista che si chiama Il centro in periferia,  a partire dal n. 27 del settembre 2017, e questo numero ne rappresenta l’ottava uscita. Tutti i numeri sono consultabili on line. Un riferimento è oggi anche in toscananovecento.it  rivista on line dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, col titolo La rete dei piccoli paesi. Questo nostro piccolo mondo ha preso l’andamento non tanto di un movimento, o di un consorzio, ma di una alleanza tra studi e esperienze locali, finalizzata a scambi sia di esperienza che di riflessione di ‘orizzonte’. In questo sento il bisogno di chiedere agli antropologi italiani una presenza e un sostegno maggiori, fatti di attenzione e di studi. Una capacità di apertura alle esperienze locali, ma anche agli studi storici, a quelli urbanistici, alla geografia, alla geologia. I piccoli paesi impegnati in una idea di rinascita e in un modello di possibile futuro che vanno molto al di là della loro attuale rappresentatività numerica, che è pressoché ridicola e gli statistici non potrebbero nemmeno collocare dietro una virgola, non ci chiedono culture accademiche, ma incontri di esperienze di conoscenza orientati praticamente e plurali. Anche l’associazione SIMBDEA, impegnata nel mondo dei musei e del patrimonio, ha cercato di vedere nella rete dei piccoli paesi una occasione di vita della museografia locale, e – forse soprattutto – del patrimonio immateriale come grande e nuova risorsa, in cui ‘comunità patrimoniali’ si affacciano anche sulla scena internazionale. In cui gli antropologi praticano l’arte della mediazione e del dialogo.

Tutto è difficile nel mondo dei piccoli paesi. Già quando si propone la formula ‘restare paese’ ci si sente obiettare: ma come fa oggi un paese a restare paese ‘da solo’, senza risorse, reti reali, di servizi, economia di area? Sono temi attuali, sui quali riflette anche la ‘strategia delle aree interne’ del Ministero delle regioni. Ma sono temi strategici, cruciali, sui quali è difficile fare qualcosa senza che Stato e Regioni spostino più che risorse, condizioni di facilitazione per le famiglie, per le imprese, per le iniziative. Ma proprio per questo scambi di esperienze e riflessioni sul fare e sulle tendenze sono vitali perché senza il valore etico, simbolico, strategico sul piano del valore del territorio e della sua diversità, la resistenza è difficile e subisce oscillazioni e sconfitte anche morali. Oggi circolano tanti ‘manifesti’ dei piccoli comuni, o di loro sottogruppi, consorzi, aree tematiche. C’è un quadro di attenzione più largo che non quello delle pratiche reali. Al tema dei ‘manifesti’ vorrei dedicare una prossima puntata de Il centro in periferia. Con una attenzione comparativa e di scambio di esperienze e progetti.

Berceto

Berceto (prov. Pavia)

Editoriale, in senso proprio

Gli editoriali de Il centro in periferia diventano spesso tutt’altra cosa. Anche per lunghezza. Ma qui la funzione più propria di un editoriale ‘viene a cadenza’, perché dalle cose appena accennate è ovvio evocare  il caso di Riace, un comune al centro dell’attenzione, che è ricordato in queste pagine con due interventi ‘dalla frontiera’ (Cordova, Malgeri), e per quanto questa vicenda sia di per sé emblematica, e quel tipo di modello di sviluppo locale sia di grande interesse, è anche evidente che la scelta di sviluppo locale fatta a Riace è tutto sommato circoscritta, non è diventata ‘virale’, se no non avrebbe le difficoltà terribili che vive. Esse sono accentuate dallo scenario politico mutato, che lo trasformano in un caso di ‘resistenza’ in senso stretto, un punto in cui non si può perdere terreno, perché se no tutta la società civile aperta alla accoglienza rischia di essere travolta.

Nello scenario nazionale dei piccoli paesi l’accoglienza è una scelta ancora poco rilevante. Nella nostra rete c’è un caso importante e rilevante a Monticchiello, ma non tanto di più. Su quel tipo di approccio cerca di operare invece la Rete dei piccoli comuni del Welcome che nasce in area campana, in un contesto in cui ha un ruolo la Caritas, e che sceglie come nesso centrale per lo sviluppo quello della accoglienza, dell’asilo e del riconoscimento. È un modello che dovremmo studiare per averne maggiore consapevolezza, magari provare a incontrarlo e a favorire scambi. In questo numero è presente anche un testo di Vito Teti che accompagna la sua riflessione sugli scritti di Corrado Alvaro, in un dialogo tra antropologia e letteratura davvero vivo e attuale. Forse il caso calabrese, grazie al lavoro di Teti sul territorio, e anche sui social, è quello meno isolato e più ricco di forme, anche se poco sostenuto  dagli enti pubblici. Nelle pagine di Teti si coglie la profondità dei territori e delle loro storie, perché il presente dei piccoli paesi è un pezzo di storia lunga dell’Italia e non si può farlo diventare solo un caso di congiuntura.

Ci sono poi due testi che in modo diverso connettono coscienza di luogo con narrazione di esperienze; nello scritto di Letizia Bindi e di Katia Ballacchino su Ripalimosani, un paese del Molise incorporato nella città, che mantiene la sua memoria e cerca di ‘restare paese’, è il racconto di come nasce, nel dialogo, un tipo di antropologia collaborativa che costruisce le mappe culturali dei luoghi: mappe di esperienza, memoria, sapere, patrimonio immateriale, che spesso –  perdendo la dimensione della socialità – si cancellano. Qui è il racconto dell’antropologia sul luogo ad essere in scena. Nel testo di Maria Molinari su Berceto invece c’è una narrazione vissuta e vivida della fine dell’estate in un paese di montagna, un rito di passaggio che avviene il 29 agosto e che divide la ‘restanza’ dalla partenza con una narrazione soggettiva forte, che trasforma in un sentimento e in racconto  un fenomeno assai diffuso. Infine un resoconto di viaggio ad Aliano, il paese del confino di Carlo Levi (il testo è di Cinzia Costa), in cui il percorso si incontra sia con un paese simbolo della nostra storia (anche antropologica) dei paesi, ma anche dentro di esso in un evento altrettanto simbolico, un festival, che diventa il cuore della resistenza locale, che si chiama La luna e i calanchi e che ha come riferimento Franco Arminio, scrittore e poeta,  e la sua ‘paesologia’, il modo poetico di esprimere il vissuto dell’abbandono e della ‘restanza’.

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Soriano Calabro

Altre storie di incontri

Mi voglio agganciare alla nota sul festival La luna e i calanchi, per presentare infine in Appendice [*] due testi di altro tipo, che ho chiesto per la sezione di Dialoghi, con l’idea di avere una sorta di panoramica su ciò che si muove nel mondo dei piccoli paesi; sono recensioni , notiziari più che articoli, o note di esperienza di convegni: uno in Piemonte (Salvatore, Barberis) e uno in Calabria (Enia). L’incontro degli ecomusei del gusto in provincia di Cuneo ha con la rete dei piccoli paesi un forte nesso, perché da un lato gli ecomusei dell’Italia del Nord sono nati per lo più come luoghi presidio delle ‘risorse’ (delle storie, delle tradizioni, dei saperi) e  delle culture materiali e immateriali delle genti delle Alpi, dall’altro alcuni ecomusei sono letteralmente ‘piccoli paesi’ che si sono fatti ecomuseo per puntare a una linea di sviluppo. Una linea seria e ben governata di attenzione verso il cibo, la diversità, la qualità dell’offerta resta una chiave di un mercato diverso che abbia al centro le zone interne, e che caratterizzi una offerta turistica leggera non invasiva, che tenda a farsi seconda cittadinanza.

L’incontro dei musei calabresi è invece per noi rilevante perché Soriano Calabro, che si è proposto come un polo della rete dei piccoli paesi, sta puntando ai musei (su questo anche una riflessione recente di Vito Teti sulla quale torneremo nel prossimo numero) come fattore di sviluppo locale,  e il tentativo di mettere in rete tutti i musei calabresi, e di farli dialogare con le nuove problematiche dei paesaggi culturali, dei musei come memoria e come presidio del territorio, confluisce nel mondo dei piccoli paesi in modo significativo.

Dialoghi Mediterranei, n.34, novembre 2018
[*] APPENDICE
Valle Grana.

Convegno in Valle Grana

Appunti da un convegno sugli ecomusei di Barbara Barberis e Eliana Salvatore
Lavoro in rete, territorio, condivisione, fatica, ascolto, consuetudine: sono queste le parole chiave che hanno caratterizzato il convegno “Ecomusei del gusto” che si è tenuto su iniziativa dell’Ecomuseo Terra del Castelmagno sabato 20 e domenica 21 ottobre 2018 in valle Grana tra San Pietro Monterosso, Pradleves e Castelmagno. I comuni sono Castelmagno, Monterosso Grana e Pradleves. A San Pietro di Monterosso è l’Associazione che prende il nome di Cevitou che in occitano vuol dire civetta, e che è sede dell’ecomuseo – Associazione a San Pietro.
Il convegno ha permesso ai vari ecomusei invitati di raccontare storia, criticità e prospettive delle loro realtà: protagonisti alcuni ecomusei del cuneese come l’Ecomuseo della Segale di Valdieri e l’Ecomuseo della pastorizia di Pietraporzio ma anche realtà extraprovinciali all’avanguardia come l’Ecomuseo delle Acque del Gemonese (Friuli Venezia Giulia) e l’Ecomuseo del Biellese.
Alla proiezione in anteprima del documentario sul Castelmagno realizzato dal videomaker Andrea Fantino nell’ambito del progetto dell’associazione Noau | officina culturale Saperi e sapori in valle Grana è seguito il confronto sulle tematiche “Musei ed ecomusei: reti e internazionalizzazione e stagionatura come valore aggiunto al prodotto”.
Il primo tavolo di lavoro ha dato vita a riflessioni e considerazioni intorno alla possibilità di affinare e stagionare i prodotti caseari sfruttando il patrimonio minerario con una conclusione calata sul contesto vallivo che ha ospitato l’evento, dal momento che l’esperienza che intende fare l’ecomuseo del Castelmagno è quella di recuperare e rifunzionalizzare un non-luogo quale è oggi una miniera abbandonata a Pradleves (paesino delle terre del Castelmagno) per farne un luogo vivace e produttivo di stagionatura del formaggio Castelmagno e altro. Si è poi svolto un confronto guidato volto a far emergere le criticità comuni ad ogni realtà territoriale nell’ottica di intessere una rete strategica che abbia la volontà di cooperare per fondere la cultura con il prodotto.
 Il convegno, inserito all’interno del calendario ufficiale dell’Anno Europeo della Cultura, è stato organizzato dall’associazione Noau | officina culturale e ha coinvolto in un crescendo di coinvolgimento, un “voler fare insieme” che raramente si sperimenta musei, istituzioni, associazioni, produttori e strutture ricettive. Anche l’Associazione Simbdea che ha aderito al convegno è intervenuta con questo documento:
«Da tempo SIMBDEA (Società Italiana per la Museografia e il Patrimonio Demo Etno Antropologico), opera in un campo che va dalla professionalità delle competenze DEA nei settori dello Stato, del museo e del patrimonio, ai temi del patrimonio immateriale e dell’apertura al paesaggio e al territorio. In questi ambiti Simbdea  sente la necessità di avere un dialogo di lavoro e di scambio con  vari settori del patrimonio che non hanno in passato avuto una forte comunicazione tra loro. Condividiamo i progetti dell’ICOM  e siamo stati ben lieti di assecondare e condividere la realizzazione della carta di Siena 2.0 con il nuovo ruolo dei musei nel territorio, abbiamo convenzioni e collaborazioni con l’Ecomuseo del Casentino (in Toscana, Poppi AR), del Casilino (Lazio), l’Ecomuseo Urbano di Milano, partecipiamo alle iniziative delle Società di Antropologia Culturale e di Antropologia applicata. Da tempo seguiamo in Italia le proposte di candidatura Unesco sul Patrimonio Culturale Immateriale (Unesco 2003) e operiamo nel quadro della Convenzione di Faro 2005.  Ma in effetti sentiamo il bisogno di una sinergia più sistematica, di una condivisione di problematiche di lavoro e di ricerca. Il mondo degli ecomusei è nato in Italia sulla base di leggi che ne definivano la distinzione dal campo dei musei, un dato che in sé non favorisce la collaborazione e crea confini. Tuttavia nella pratica, e nel lavoro sul territorio, questi confini vengono superati. Quando nell’incontro dello scorso settembre 2017 in Piemonte nel comune di Rittana – Borgata  Paraloup nel cuneese –  nato da un dialogo tra Fondazione Revelli, Simbdea e rete dei piccoli paesi – abbiamo  incontrato alcuni ecomusei,  è stato evidente che tra essi e le associazioni che operano nei piccoli paesi ci sono condizioni esplicite di fratellanza e obiettivi comuni pur in contesti diversi.  Da qui il desiderio di Simbdea e della rete di fare un incontro di approfondimento sul terreno dei musei della montagna cuneese, in particolare nel dialogo con gli ecomusei che hanno una attività produttiva legata all’agricoltura e all’allevamento e quindi condividono con i piccoli paesi i problemi dello sviluppo locale e della biodiversità, l’uso del museo per una missione di sviluppo locale. L’obiettivo è quello di favorire oltre ai convegni anche le visite sul territorio dove i problemi, le scelte, le esperienze si comprendono e si apprendono meglio.  Questo incontro per vari motivi è stato rinviato alla primavera-estate del 2019. Nel ringraziarvi dell’invito al vostro convegno sui musei del gusto, e nel salutarvi  e augurarvi buon lavoro, ci piace ricordare che la ricerca antropologica ha dato un contributo importante agli studi sulla montagna e che dal libro sulla Val Germanasca del  1994 agli studi di PP. Viazzo e dei suoi allievi, di P. Sibilla e dei suoi allievi, in effetti il mondo montano è entrato nel campo conoscitivo culturale e sociale e antropologico in modo forte. Vi segnaliamo che abbiamo rapporti positivi e collaborativi con la rivista Dislivelli, la Società dei Territorialisti che sta preparando un convegno sulla montagna, e con i  progetti di Alpfoodways (AFW) così vicini ai temi da voi affrontati. Nel lavoro di Simbdea gli aspetti di analisi del territorio, delle trasformazioni, delle prospettive di nuovo sviluppo che recupera saperi tradizionali sono importanti per dare orientamento alla politica culturale e professionale. Ma forse più di altre prospettive quella che in questo momento ci connette di più e crea una sorta di comunità orizzontale tra musei, ecomusei, associazioni locali di vario tipo, è quella di usare la Convenzione di Faro del 2005 per creare una prospettiva nuova di gestione del patrimonio che venga dal basso e dalle comunità. Su tutti i nostri fronti ci sono iniziative in questo senso, ed anche la nascita di un settore dedicato alle ‘cooperative di comunità’ in ambito sindacale ne è una conferma. Riteniamo che anche le tematiche del gusto che voi affrontate siano un elemento di importante prospettiva comune, perché dietro un nome oggi di grandissimo prestigio, e fin troppo inflazionato, la gastronomia italiana, consentono di coniugare i temi del patrimonio immateriale, dei saperi, dello sviluppo e di ancorarli al movimento di restituzione alle zone interne (montane, in crisi demografica, deboli) di un ruolo di riferimento, se non di guida, di una Italia migliore. Vediamo possibilità di collaborazione e prospettive comuni e contiamo di incontrarvi quanto prima»
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Cosenza, Museo dei Brettii e degli Enotri

 Musei e paesaggio culturale di Matteo Enia
 A Cosenza lo scorso 23 ottobre si è tenuto, organizzato dal Museo dei Brettii e degli Enotri di Cosenza, un convegno di museografia intitolato “Museo e paesaggio Culturale”, promosso da alcune associazioni museali (AMEI, DIAGONAL, FAI Calabria, SIMBDEA Calabria), da una Rete Museale territoriale (comuni di Ricadi, Soriano, Zungri) e infine dal Comune di Cosenza e la Regione Calabria, l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, progetto “Ceilings. Musei in Rete”.
L’incontro ha rappresentato la terza tappa di un progetto più articolato che le associazioni proponenti hanno elaborato con l’obiettivo di indagare le peculiarità, le caratteristiche, le criticità in particolare dei Musei territoriali calabresi (civici, ecclesiastici e privati) che hanno un ruolo strategico per la conservazione della tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale locale  nel quale operano.
Due altre iniziative hanno preceduto questo incontro: la prima “Musei e Territorio”, si è tenuta  a Ricadi (VV) il 7 maggio 2018, con lo scopo di sensibilizzare e informare amministratori, professionisti e operatori museali sulla necessità di definire il progetto culturale dei Musei e di identificare le tappe del percorso di sviluppo e di miglioramento dei servizi offerti. La seconda aveva come tema  “La Macchina Museale tra Conservazione e Valorizzazione”, si è tenuta a Reggio Calabria ed ha trattato il tema della governance dei Beni Culturali a seguito dell’entrata in vigore del decreto Franceschini e le sue ricadute a livello regionale. Ha anche indagato il rapporto tra Musei, paesaggio e piccoli borghi e il ruolo dei Musei come uno degli strumenti per una rigenerazione dei borghi che parta da una conoscenza attiva del proprio patrimonio culturale.
Questa terza tappa del progetto  ha affrontato la problematica del rapporto esistente tra i Musei e il Paesaggio Culturale di cui essi sono parte integrante, nel più ampio quadro generale delle Convenzioni europee (Faro e Carta di Siena). Le dichiarazioni codificate nella “Convenzione di Faro”, determinano una nuova concezione della tutela e della valorizzazione dei beni culturali (di ogni tipo), che, a sua volta inevitabilmente modifica anche quella di museo, con una serie di problematicità sulla loro possibile attuazione e sul ruolo gestore delle comunità.
Nel convegno in questione, come negli altri, uno spazio particolare è stato dedicato ai piccoli musei civici, privati ed ecclesiastici, presenti e operanti sul territorio calabrese, grazie  agli interventi di alcuni direttori: Rosario Chimirri, per il Museo di Monterosso Calabro (VV), Andrea Filocamo per il Piccolo Museo San Paolo di Reggio Calabria, Anna Cipparrone (direttrice del Museo virtuale Cosenza Itinera). Tutti hanno ribadito l’importanza di questa istituzione come presidio della memoria della comunità-territorio e come struttura tesa alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio culturale.
Alcune relazioni hanno mostrato come manca ancora un quadro complessivo sulla presenza dei musei locali (Anna Jacovino della Soprintendenza ABAP delle provincie di Catanzaro Cosenza e Crotone) e  la necessità che la Regione Calabria aggiorni il censimento dei musei che data ormai giugno 2011.
Ha concluso la giornata una tavola rotonda dal titolo “Il patrimonio culturale tra Musei locali e Museo regionale”, moderata da Gianfranco Molteni (SIMBDEA) che ha evidenziato alcune difficoltà normative, contenute nella legge Franceschini, che limitano l’azione coordinata tra i diversi enti che si occupano dei musei. La cesura tra paesaggio culturale (ambito delle Soprintendenze) e collezioni museali (settore specifico  dei Poli museali) porta in una direzione del tutto opposta rispetto alla Convenzione di Faro e alla Carta di Siena ed ha inoltre come propaggine l’assegnazione di depositi alle Soprintendenze invece che al Polo. In questa situazione in cui la normativa appare incerta non è sufficiente la buona volontà dei direttori e dei Soprintendenti, ma è necessaria forse da parte del ministero una riconsiderazione alla luce dell’esperienza prodotta in questi anni delle problematicità irrisolte dalla riforma Franceschini.
Alla discussione hanno partecipato: la direttrice del polo museale della Calabria, Angela Acordon, la direttrice del Polo Museale della Basilicata, Marta Ragozzino, la già soprintendente per la Città metropolitana di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, Anna Maria Guiducci, la direttrice del museo civico cosentino dei Bretti e degli Enotri, Maria Cerzoso, la direttrice del Polo museale di Soriano Calabro (VV), Maria Teresa Iannelli, la presidente dell’AMEI, Domenica Primerano e il restauratore, Giuseppe Mantella. Tutti hanno concordato sulla necessità di una maggiore collaborazione  complessiva tra i vari tipi di musei (statali, privati e di Enti locali) e di una presenza più attiva della Regione Calabria per poter superare le difficoltà normative ed economiche della attuale situazione. Questa collaborazione, pur nei limiti delle rispettive competenze, potrebbe permettere risultati positivi sul piano della tutela e conservazione; potrebbe, ad esempio, favorire la realizzazione dei “laboratori di restauro comuni” (materiali lignei, tessuti, materiale cartaceo,ecc.) oppure, con la collaborazione delle Soprintendenze e dell’ICCD, sviluppare un piano di catalogazione del Patrimonio culturale.
È stata ribadita, inoltre, la necessità dell’avvio di una rete solidale tra Stato, Regione, Associazioni, Musei, in grado di agevolare le comunità locali, che fondano il loro sviluppo economico e sociale anche sull’istituzione museale, purché questo avvenga all’interno di un chiaro e complementare rapporto con i musei maggiori allo scopo di conseguire alcuni obiettivi gestionali e culturali (sicurezza delle sedi, didattica, scientificità degli allestimenti, promozione del territorio e del paesaggio ecc.) che definiscono le peculiarità dell’istituzione museale. A questa rete, accanto allo Stato (Poli museali e Soprintendenze territoriali), alla Regione Calabria e ai Comuni interessati, si propongono di partecipare, con ruolo e spirito di servizio, anche le associazioni che nella loro mission sono collegate o all’attività di tutela e di valorizzazione del territorio, del patrimonio culturale e del paesaggio o direttamente all’ambito museale per fungere da supporto, se richiesto, all’attività dei Musei sia a livello di documentazione (inventariazione, catalogazione) che di valorizzazione (didattica, iniziative), nel rispetto dei reciproci ruoli e spazi. È emersa l’assoluta necessità di portare avanti un progetto comune tra tutte le parti in causa ed evitare frammentazioni che renderebbero più difficile il già complicato compito progetto.
Durante i lavori il rappresentante dell’assessore regionale, dott. Salvatore Bullotta ha comunicato l’istituzione della giornata dei musei della Regione Calabria che avrà luogo il 24 novembre 2018 e a cui sono invitati a partecipare tutti i musei presenti sul territorio calabrese, statali, civici, ecclesiastici e privati. Questa giornata è intesa come momento di aggregazione tra tutte le strutture museali presenti sul territorio che promuoveranno attività volte all’apertura  delle collezioni museali alle loro comunità di riferimento, proponendo inoltre un programma di informazioni sui loro futuri programmi per coinvolgere maggiormente le popolazioni.
Nella stessa giornata in cui si svolgeva il convegno è giunta la notizia di un intervento del Direttore Generale del Ministero per risolvere un contenzioso in territorio calabrese tra Museo Nazionale (il museo archeologico nazionale di Reggio Calabria) e Museo “statale locale” (museo di Locri), rivendicando entrambi diritti su alcuni reperti archeologici ritrovati nella necropoli di Canale nel territorio dell’antica Locri Epizephiri: La decisione di esporre i reperti custoditi nei magazzini del museo archeologico nazionale di Reggio Calabria nel nuovo museo di Locri, ci pare che vada nel segno di una giusta considerazione dei musei territoriali e sia di  auspicio per una collaborazione fattiva tra i musei, piccoli e grandi.
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Pietro Clemente, professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); direttore della rivista LARES, membro della redazione di Antropologia Museale, collabora con la  Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014).

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