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Il contributo dell’antropologia culturale alla conoscenza del fenomeno mafioso

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foto di Letizia Battaglia

di Anna Ziliotto

Il 15 agosto è morta Rita Borsellino. Aveva 73 anni, un passato da attivista politica e da europarlamentare. Ma tutti l’hanno conosciuta e apprezzata perché, assieme a Maria Falcone e ai numerosi familiari delle vittime di Cosa Nostra, ha trascorso la vita a promuovere una – la – cultura della legalità, una vera e propria contro-cultura finalizzata ad opporsi a qualcosa che prende il nome di mafia, dentro e fuori la Sicilia. Lo aveva già previsto il fratello Paolo nella – tristemente famosa – ultima lettera che scrisse all’alba del 19 luglio 1992, poche ore prima di essere ucciso:

«[…] sono un ottimista perché vedo che verso di essa [la criminalità mafiosa] i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni fino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta».

Se, nei primi decenni successivi all’Unità d’Italia, i cultori e gli esperti di “questioni” socio-economiche e politiche legate al Meridione si sono prodigati per testimoniare la complessità della mafia in Sicilia, in questi ultimi trent’anni magistrati, forze dell’ordine, vittime, gente comune, giovani sono riusciti a contrapporre ad essa anche una barriera culturale antitetica e antagonista, con uno slancio e un coraggio incontenibili soprattutto dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Giovanni Falcone e Leonardo Guarnotta, quei primi giudici del pool antimafia istituito nel 1984 – dopo l’omicidio di Rocco Chinnici il 29 luglio 1983 e l’arrivo a Palermo di Antonino Caponnetto –, hanno lasciato a tutti noi una preziosa eredità: unitamente alla consapevolezza che la mafia esiste, la conoscenza dei suoi meccanismi e un modo, efficace, per fronteggiarla. Hanno avuto, infatti, l’intuizione di indagarne il volto criminale proprio a partire da quella cultura che gli antropologi non considerano una entità astratta, ma fatta di persone, tenute insieme da una rete complessa di relazioni, con obiettivi comuni e un certo modo di vedere il mondo. Allo stesso tempo, il movimento culturale, opposto e contrastante, che si è scatenato in quegli anni ha distolto tutti noi dal «puzzo» dell’omertà e ci ha fatto «sentire la bellezza del fresco profumo di libertà» [1].

Questo saggio vuole provare a raccontare una volta di più cosa si intenda – e si sia inteso – per cultura mafiosa allo scopo, però, di riflettere sull’importanza che l’impiego di metodi e di competenze tipiche dell’antropologia culturale ha assunto per le investigazioni dell’antimafia e che potrebbe assumere per la conoscenza di tutti i fenomeni criminali.

Le manifestazioni della mafia: usi e costumi siciliani?

Nel 1989, durante il programma “Linea Diretta”, Enzo Biagi chiede a Lucianeddu – al secolo Luciano Leggio – che cosa sia secondo lui la mafia:

Leggio: «Senta… Io l’idea mia è stata sempre questa, che parlo sulla mia esperienza…»
Biagi: «Lei parla anche di Dio senza averlo mai incontrato…»
Leggio: «Certo. Ma della mia esperienza dandomi del mafioso sempre e continuamente, non credo che ho niente da rimproverarmi o da avere fatto male a chi che sia nella mia vita o da avere approfittato di una qualsiasi… Sfido chiunque a provarmi diversamente di quello che dico… Leggendo vari autori che hanno parlato su ‘sta parola mafia no mafia e rifacendomi al Pitrè che è uno dei grandi cultori delle lingue antiche siciliane, mafia doveva essere una parola di bellezza, come bellezza non solo fisica ma anche bellezza come spiritualità. Nel senso che vedendo una bella donna diciamo “com’è mafiosa ‘sta fimmena”, un bel cavallo “com’è mafioso ‘sto cavallo”, un bel cappotto “com’è mafioso ‘sto cappotto”, insomma è la parola, il significato, un complimento, un sinonimo di bellezza …. Io se è così…»
Biagi: «Se è così lei non si offende se dico “è mafioso Liggio”…»
Leggio: «Nooo, non mi offendo, non solo, semplicemente mi duole che credo non ho tutta quella ricchezza spirituale e fisica di esserlo un mafioso, insomma, di essere mafioso nel senso bello della parola».

1È certo strano, se non imbarazzante, che queste parole siano state pronunciate proprio dal capo dei Corleonesi – la frangia armata di Cosa Nostra – prima di essere sostituito dal suo braccio destro, tale ‘zu Totò, all’anagrafe Salvatore Riina. Su una cosa, però, aveva ragione Leggio: il più importante folklorista, etnologo e studioso di tradizioni popolari siciliane di fine Ottocento, Giuseppe Pitrè, aveva ricondotto il concetto di “mafia” a quello di “bellezza” (Buttitta, 1971). Scriveva infatti nel secondo volume del suo Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano:

«Io son pago di affermare la esistenza della nostra voce [mafia] nel primo sessantennio di questo secolo in un rione di Palermo, il Borgo […]. E al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza nel suo genere. Una ragazza bellina, che apparisca a noi cosciente di esser tale, che sia ben assettata (zizza), e nell’insieme abbia un non so che di superiore e di elevato, ha della mafia, ed è mafiusa, mafiusedda. Una casetta di popolani ben messa, pulita, ordinata, e che piaccia, è una casa mafiusedda, ammafiata, come è anche ‘nticchiata. […] All’idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più: coscienza d’esser uomo, sicurtà d’animo e, in eccesso di questa, baldezza, ma non mai braveria in cattivo senso, non mai arroganza, non mai tracotanza» (1889: 289-290).

Riconoscendone le “nobili” origini, Pitré assegna alla mafia un posto tra gli usi e i costumi di Sicilia – accanto ai riti della nascita, al carnevale, alle nozze – intrecciando, così, inscindibilmente il significato di mentalità, di indole e di “cultura” siciliana a quello di organizzazione criminale. «Disgraziatamente», proseguiva Pitré, «dopo il 1860 le cose hanno mutato aspetto, e la voce mafiusu per molti non ha più il significato originario e primitivo» (1889: 290).

2La responsabilità era stata attribuita, in particolare, al successo ottenuto da I mafiusi de la Vicaria scritta da Giuseppe Rizzotto nel 1863, un’opera teatrale che aveva messo in scena le imprese di un gruppo di detenuti, rinchiusi nelle carceri palermitane della Vicaria, rispettati da tutti proprio perché considerati mafiusi. Entrata, così, «nella lingua parlata d’Italia, la voce mafia sta a dinotare uno stato di cose che avea altro nome (vi fu chi disse che non avea nome)» diventando – secondo Pitré erroneamente – sinonimo di brigantaggio, di camorra e di malandrinaggio, senza essere nessuna delle tre (1889: 291). Tuttavia, anche Pitré ha espresso dei dubbi sulla possibilità di definirla:

«Che cosa sia io non so dire; perché nel significato che questa parola è venuta oramai a prendere nel linguaggio officiale d’Italia è quasi impossibile il definirla. Si metta insieme e si confonda un po’ di sicurtà di animo, di baldanza, di braveria, di valentia, di prepotenza e si avrà qualche cosa che arieggia la mafia, senza però costituirla. La mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è un ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola la qualità di mafioso è stata applicata al ladro ed al malandrino, ciò è perché il non sempre colto pubblico non ha avuto tempo di ragionare sul valore della parola, né s’è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino il mafioso è semplicemente un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso; nel qual senso l’esser mafioso è necessario, anzi indispensabile» (1889: 292).

Negli anni successivi all’Unità d’Italia, quindi, la mafia viene sostanzialmente associata a una mentalità diffusa quanto “naturale”, perché dipendente da una storia di violenza e sottomissione della quale i Siciliani erano drammaticamente caduti vittime (Colajanni, 1900; La Spina, 2005). Era quello il motivo per cui avevano sviluppato un’indole fiera, un carattere sospettoso, diffidente, intollerante, irascibile, e un comportamento sprezzante della legge, dell’autorità, prepotente verso chiunque. Scriveva infatti Cesare Bruno ne La Sicilia e la mafia:

«La mafia è un sentimento che trova terreno adattissimo nell’indole stessa dei Siciliani, indole focosa e bollente, talora violenta e sdegnosa, che permette il subitaneo scatenarsi delle passioni e che fa sentire talvolta un incoercibile bisogno di vendetta e di sangue. Nel siciliano è un fortissimo ed altissimo sentimento dell’io, e questo sentimento si espande in un orgoglio, che dalla coscienza del proprio valore e del proprio ingegno, arriva alla stolta presunzione, ad una esagerata opinione della propria individualità, ad un amore sviscerato per la sua isola, per il suo comune, per la sua casa, per tutto ciò insomma che più da vicino riguarda il suo io, amore che arriva talvolta a fargli credere che nessuna città al mondo è più bella di quella ove egli è nato. Certo questi sentimenti, qualora ne fosse agevolato lo sviluppo con una sapiente educazione, potrebbero anche condurre alle più alte virtù civili; ma quando l’educazione è falsa o manca affatto, quando l’individualismo sorpassa di molto certi giusti limiti, questi sentimenti conducono a riprovevoli eccessi, fino alla violenza brutale, fino all’omicidio» (1900: 136).

Questi valori “tipici” della sicilianità non solo erano considerati compatibili con le caratteristiche della mafiosità ma, poiché vivevano di uno scambio reciproco, ne costituivano una sorta di codice condiviso. Tuttavia, anche sul finire dell’Ottocento vi sono stati dei tentativi di leggere la mafia alla luce dei fattori storici, economici e sociali che hanno afflitto il Meridione d’Italia senza cogliere tuttavia l’aspetto unitario che caratterizza la parte malvagia e criminale del fenomeno:

«Bisognerebbe aggiungere che essa [la mafia] non ha regole fisse, né gerarchia prestabilita, che ciò non pertanto s’insinua dappertutto, che è subìta con pazienza generale anche dagli onesti che per le tradizionali violenze e vendette la ritengono ancora potente ed invincibile, che essa ha gradazioni varie dalla marina alla montagna, e che infine il suo scopo, oltre l’illecito lucro e il farsi giustizia da sé, è quello di imporsi al debole, di collegarsi per resistere al più forte, di guardarsi quindi dal Governo osteggiandone gli atti, non apertamente, ma con una specie di forza d’inerzia e col sotterfugio» (Alongi, 1887: 66).

Omertà, furto (in particolare di bestiame), contrabbando, omicidio: erano queste le “manifestazioni” della mafia, quelle attività che le conferivano «l’impronta di una vasta e ben organizzata associazione di malfattori» (Alongi, 1887: 111). Si parla di “associazione”, è vero, ma perché era intesa come una «intrigata rete di relazioni e di soggezioni» (Cutrera, 1900: 52), dove il più forte vinceva sul più debole, e dove il più debole aveva bisogno del più forte per sopravvivere alle disgrazie della vita.

3Quindi, a fronte di un sistema che veniva interpretato perlopiù come un modo di essere, diffuso e in qualche modo “necessario”, il mafioso era visto come un uomo che acquisiva onore grazie al suo modo di comportarsi e che godeva «la fama di sapersi far meglio rispettare» (Bruno, 1900: 140). Egli «dà la direzione ai delitti, sa a chi convenga affidare certi mandanti, e, portando una crudele raffinatezza nella delinquenza, stabilisce se si debba subito e in modo sommario togliere di mezzo una persona che si opponga agli ordini della mafia» (Bruno, 1900: 141). Lo si riconosce perché usa un gergo e una gestualità particolare: «il solo muover degli occhi e delle labbra, mezza parola basta perché egli si faccia intendere, e possa andar sicuro della riparazione dell’offesa o, per lo meno, della rivincita» (Pitré, 1889: 293). Infatti egli può essere chiunque: un avvocato, un politico, un medico, un contadino, un pastore. Non è dall’aspetto o dagli abiti che lo si distingue, ma dall’atteggiamento e dalla maniera di agire:

«Il mafioso vero, il mafioso autentico […] veste senza alcuna pretensione, si mostra pieno di rispetto per tutti, è mellifluo nel parlare, umile negli atti, saluta con il servile e spagnolesco “baciamo le mani”, mostra di sopportare con rassegnazione gl’insulti che gli si fanno, e se viene a questione con qualcheduno a lui superiore per condizione sociale, mostrando la maggiore compunzione e protestando rispetto, finisce col dire: Voscenza (o vossia) avi ragghiuni! Alla prima occasione però fredda sul colpo colui che lo ha offeso!» (Bruno, 1900: 143-144).

È perciò un uomo d’onore perché sa farsi giustizia da sé. Il potere morale che egli esercita sugli altri gli consente di agire all’interno e dall’interno della società: perciò è difficile distinguere il mafioso (come uomo di “mafia”) dalla mafiosità (come mentalità). «Non deve […] credersi – ribadiva Antonino Cutrera – che tutti quelli che si rivolgono ai mafiosi, facciano parte di un’associazione più o meno segreta, come alcuni profani delle cose siciliane credono» (1900: 51).

Erano considerati “profani” quegli studiosi non autoctoni, non siciliani che, all’alba di un’Italia appena unificata – ma non certo unita –, si avvalevano dei discorsi sulla mafia per rendere ancora più evidenti le diversità fra un Nord pensato come civilizzato, avvantaggiato socialmente ed economicamente, e un Sud selvaggio, povero, dominato dalla delinquenza e dal brigantaggio. Uno di loro era di certo Cesare Lombroso, che sulla delinquenza nel Meridione aveva costruito la sua carriera. Egli riteneva che all’antropologo non potesse – e non dovesse – sfuggire quanto la mafia fosse una «associazione di mal fare», perché chi vi apparteneva era chiamato a seguire «le regole di quel codice, anonimo ma così terribilmente obbedito, dell’omertà», a mantenere «l’assoluto silenzio sui delitti che si vedono commettere dagli altri», a «prestarsi, all’occasione, con false testimonianze per farne sparire le tracce», ad «accordare protezione ai ricchi dietro denaro», a «sfidare la pubblica forza in qualunque tempo e luogo, quindi andare armato sempre di armi proibite, far duelli coi pretesti i più frivoli, e menar coltellate a tradimento», a «vendicarsi ad ogni costo delle offese ricevute, anche dalle persone più care. Chi manca, è dichiarato infame» (Lombroso, 1876: 178-179).

Tuttavia, perché la mafia venga considerata un sistema criminale organizzato bisognerà aspettare il maxiprocesso istruito a Palermo circa cent’anni più tardi.

4Il maxiprocesso dell’86 a Cosa Nostra

Sebbene, a seguito dell’Unità d’Italia, molti studiosi – alcuni dei quali sono stati citati nel precedente paragrafo – abbiano tentato di definirla e di tracciarne le origini, la mafia è diventa oggetto di dibattito interdisciplinare tra storici (Lupo 2004; 2007), psicologi (Lo Verso, 2002; Lo Verso, 2013; Lo Verso, Lo Coco, 2002; Fiore, 1997), sociologi (Santoro, 2007; Fiandaca, Costantino, 1994) e antropologi (Blok, 2000; Hess, 1973; Schneider and Schneider, 2009) soprattutto nel secondo dopoguerra, quando è emersa non solo come potere morale e sociale, ma anche come forza economica e politica. Proprio per la complessità che la caratterizza, infatti, la questione-mafia ha favorito numerosi punti di vista e diverse interpretazioni che, insieme, hanno concorso nel tempo sia a tentare di capirla sia a trovare soluzioni e strategie per affrontarla.

Tuttavia, da una prospettiva più specificamente criminologico-investigativa è stato invece il maxiprocesso, celebrato a Palermo tra il 10 febbraio 1986 e il 16 dicembre 1987, a decretare ufficialmente la sua esistenza come fenomeno criminale [2].

È vero: tutti gli imputati hanno dichiarato di «sconoscere» – per usare una famosa espressione di Pippo Calò, uomo d’onore di Porta Nuova e “cassiere” di Cosa Nostrala mafia. Ma quel maxiprocesso, smisurato e senza eguali nella storia d’Italia, non doveva condannare la mafia, bensì individuare cosa la rendesse illegale, criminale, nociva.

E proprio al maxiprocesso la mafia si è rivelata essere, senza alcun dubbio, una organizzazione unitaria e sistematica finalizzata a delinquere. Il suo nome è Cosa Nostra. «Our things in our family», come la definiva già nel 1962 Joe Valachi di fronte alla Commissione del Senato americano: una grande “famiglia”, alla quale appartengono molti uomini – e altrettante famiglie – che hanno interessi e finalità in comune.

Lo ha scritto altrettanto chiaramente il Giudice Borsellino nella sua ultima lettera:

«La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di “territorialità”. Essa è suddivisa in “famiglie”, collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, legittimamente, lo Stato. Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti ressembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato».

Fedeltà di sangue, terra e affari, questi sono i pilastri di Cosa Nostra, realizzati attraverso la violenza e il silenzio. Le sue regole, mai scritte, sono obbedienza, segretezza – sugli appartenenti a Cosa Nostra e sulle attività svolte –, rispetto e solidarietà nei confronti degli altri affiliati. Chi è mafioso non è più nuddu ammischiatu cu niente.

Il meccanismo di affiliazione è rigoroso: come spiegò più volte don Masino Buscetta – il “boss dei due mondi” e reggente della famiglia di Porta Nuova a Palermo – per appartenere a Cosa Nostra e diventare uomo d’onore una persona deve essere «avvicinata», «sperimentata» e infine «combinata», ossia ammessa all’interno di una specifica famiglia che controlla un determinato rione o paese. Una volta che è dentro, potrà uscirne solo da morto.

5La mafia estorce denaro – il pizzo – e finge protezione. Usa violenza e intimidazione in cambio di pace (Arlacchi, 2007; Catanzaro, 1988; Gambetta, 1992; Paoli, 2000). Questo è il potere che esercita sul territorio, assolvendo a una sorta di funzione sociale e rendendosi competitiva con lo Stato, proprio laddove è considerato assente. Il maxiprocesso ha, infatti, accertato come la mafia in Sicilia si sia comportata come uno Stato nello Stato, insinuandosi e infiltrandosi all’interno dei comuni e degli uffici pubblici, gestendo gli appalti, creando reti di relazioni con il mondo dell’imprenditorialità, della sanità e della politica, offrendo “favori” in cambio di obblighi. Chi si è opposto a questo sistema – lo Stato, gli uomini dello Stato, le vittime innocenti – è caduto morto ammazzato.

La mafia esercita così il controllo sistematico su chiunque sia dentro o fuori dell’organizzazione e si consolida nel tempo. Per continuare ad esistere, infatti, non è in grado solo di insinuarsi nella società, ma di avvalersi della società stessa per i suoi scopi, spingendola all’omertà e al consenso, al silenzio e alla negazione, alimentandosi di alleanze e connivenze (Dalla Chiesa, 2014). Già Cutrera nel 1900 scriveva come la gente onesta fosse costretta a diventare omertosa «per non vedersi esposta a guai, a ingiurie e ad altre noie. Offesa, preferisce tacere; testimone di qualsiasi circostanza che posssa interessare la giustizia, fa tutto il possibile perché non venga citata a deporre; chiamata a dichiarare quello che sa si mostra reticente, e qualche volta, suo malgrado, magari smentisce» (1900: 33). E lo ribadisce anche Marcelle Padovani nel documentario I nemici della mafia quando, intervistando alcuni palermitani e chiedendo spiegazioni sull’omertà, uno di loro risponde:

«[…] qua siamo in uno stato si può dire di guerra qui a Palermo […] vede uno qui deve avere paura […] di sera non si può uscire di casa […]. Ascolti questa qui: io mi ritiro a casa in autobus, abito in una certa via, scendo dall’autobus io e un altro commerciante, era buio verso le sette e mezza. Tutti assieme quattro, uno col fucile davanti a me, l’altro con le pistole, ben ben bum, e un altro che scippava, è andato dalla moglie di questo qui e ci ha levato la borsa, il marito ha capito che ci aveva dato qualche coltellata e comincia a sparare, pum pam, io in mezzo lì e insomma, grazie a dio, sono scappato. Dopo un po’ avanti, siccome io suono la fisarmonica e suono ai battesimi, feste e tutte queste cose qui… e in quel battesimo c’era proprio quello che era davanti a me col fucile. Chiuso. La polizia mi ha interrogato a me, dice lei li ha conosciuti? Dico guardi signore, col buio che era, spaventato, come si fa a conoscere, a conoscere al buio una persona … e dopo è nato questo invito… e e mi hanno dato di più di quanto io ci avrei chiesto, come soldi insomma».
Padovani «In che senso?»
«Perché ha fatto l’omertà… perché io non ho parlato, […] se si diceva sì riconosco quello davanti a me sì è quello là, io mi avrei bello e comprato la cassa da morto».

Buona parte dell’opinione pubblica siciliana – almeno fino agli anni ’80 del ‘900 – riteneva quindi possibile e “naturale” convivere con la mafia: se non faceva troppo scruscio, poteva anche essere tollerata. Però al maxiprocesso quella mafia è diventata visibile, tangibile, concreta e ha indossato le vesti di circa 300 imputati, rinchiusi nelle gabbie di sicurezza, a piede libero, agli arresti domiciliari o latitanti. Della mafia, infatti, hanno cominciato a parlare– e ad essere creduti – i testimoni, i collaboratori di giustizia, coloro che l’avevano vissuta e ne avevano preso parte.

Fornendo nomi, indicando luoghi, spiegando comportamenti, attività e delitti, i pentiti hanno aperto una finestra sul mondo di Cosa Nostra, sui meccanismi che la costituiscono, sulle logiche che la governano, sul sistema che le consente di esistere. Lo dirà chiaramente il Giudice Falcone nel libro Cose di Cosa Nostra:

«Conoscevo Cosa Nostra nelle sue grandi linee. Ero in grado di capire Buscetta e quindi pronto a interrogarlo. Prima di lui, non avevo – non avevamo – che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti» (1991: 41).

«Senza un metodo», scriveva Falcone, «non si capisce niente» (1991: 42).

6Il “metodo” Falcone

«Il fenomeno mafioso – dichiarò Tommaso Buscetta al maxiprocesso – non è comune… non è il brigatismo, non è la solita criminalità, perché la solita criminalità la polizia se ne intende, la combatte bene. Il fenomeno mafioso è qualcosa di più importante della criminalità. È la criminalità più l’intelligenza, e più l’omertà [corsivo mio], è una cosa ben diversa».

E aveva ragione Buscetta. Per comprendere la mafia è necessario entrare dentro la cultura che le ha consentito di nascere, di espandersi e di realizzare tutte quelle attività illecite che le vengono attribuite. Solo esplorando quali siano quei valori che vengono condivisi da chi è mafioso e da chi non lo è si può capire come l’organizzazione criminale riesca a nascondersi all’interno della società e ad assumerne le fattezze.

Il potere mafioso, infatti, si fonda su una accurata e profonda strumentalizzazione dei codici culturali: li utilizza per sottomettere, per ottenere consenso, per giustificare il proprio intervento. Allo stesso tempo, però, forgia comportamenti e gesti, struttura, identità e modi di concepire se stessi (Santoro, 2007; Rosati, 2014). Come ha sottolineato bene Luigi Maria Lombardi Satriani,

«il mafioso non avverte la mafia come fenomeno entificabile, caratterizzabile in maniera precisa, in quanto essa costituisce tutto il suo orizzonte esistenziale e culturale; essendo nella mafia, parte di essa, la mafia è in lui, è lui stesso, è la sua vita, come quella dei suoi amici, per cui egli non si ritrova nella obiettivazione esterna che ne viene data» (1979: 95).

Perciò, per comprendere a fondo la mafia non basta individuare le singole responsabilità individuali, ma è utile guardarla in prospettiva, contestualizzarla, svelarne logiche e finalità e disarticolarne la struttura. Lo sottolinea bene la legge n. 646/82 conosciuta come “Legge Rognoni-La Torre” – voluta a seguito dell’omicidio dell’onorevole Pio La Torre il 30 aprile 1982 e del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 3 settembre dello stesso anno – che ha introdotto il 416-bis, l’articolo del codice penale che sancisce come reato l’associazione a delinquere di tipo mafioso.

7L’associazione è mafiosa – dispone l’articolo – quando coloro che ne fanno parte si avvalgono dell’intimidazione, della condizione di assoggettamento e dell’omertà che ne deriva per commettere delitti e attività illecite. La mafia, quindi, non è solo un legame fra affiliati finalizzato alla commissione di reati, ma include anche le conseguenze di quel mal fare, ovvero la sottomissione morale e materiale, e il silenzio. Come aveva sottolineato il “pentito” Buscetta, la mafia è “criminalità” (reato) più “intelligenza” (un sistema logico e funzionale) più omertà (la connivenza).

Attraverso l’istruzione del maxiprocesso e le sue battaglie dentro e fuori i tribunali, il Giudice Falcone – e assieme a lui le attività investigative dell’antimafia – ha insegnato non solo a capire la mafia, ma come arrivare a capirla. Il metodo che ha scelto per comprenderne i meccanismi criminali è la cultura.

Diceva il Giudice Falcone:

«Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti “intimistici”, del tipo “conversazione accanto al caminetto”. Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni. […] La domanda da porsi dovrebbe essere un’altra: perché questi uomini d’onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti perché sono sicuri che non li inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico, e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano di me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono. Sono nato nello stesso quartiere di molti di loro. Conosco a fondo l’anima siciliana. Da una inflessione di voce, da una strizzatina d’occhi capisco molto più che da lunghi discorsi. […] Io ho cercato di immedesimarmi nel loro dramma umano e prima di passare agli interrogatori veri e propri, mi sono sforzato sempre di comprendere i problemi personali di ognuno e di collocarli in un contesto preciso» (1991: 67-68).

Questo “modo” di capire la mafia dovrebbe diventare un modello analitico sia per chi si occupa di diritto e di crimine, sia per chi si occupa di antropologia e di comportamenti culturali. L’antropologia culturale, proprio per la sua capacità interpretativa, per i suoi metodi di analisi (l’osservazione, l’etnografia, la ricerca sul campo), per l’interdisciplinarietà che sta alla base delle sue competenze non solo ha molto da apprendere dagli studi giuridici e dalle scienze penali, ma a sua volta dovrebbe essere interrogata, presa in considerazione e introdotta sistematicamente nello studio dei fenomeni criminali.

8Diceva Falcone che «per cercare di ricostruire determinate vicende bisogna cercare di comprendere le dinamiche interne di queste vicende e, per far questo, bisogna cercare di pensare come gli altri avrebbero potuto comportarsi in determinate situazioni»[3]. E questo vale per qualsiasi tipo di attività.

Il suo metodo, infatti, ha rivelato quanto anche la mafia, come tutte le condotte criminali, sia un fatto umano – non un fenomeno marginale, non un’emergenza – e quanto l’analisi dei fattori culturali che la determinano sia fondamentale per capirla in profondità. Solo attraverso una analisi rigorosa del contesto nel quale le persone vivono e si muovono è possibile comprendere i significati delle loro azioni e dotarsi di strumenti adatti ed efficaci ad affrontarle.

Ecco che coinvolgere l’antropologia culturale, così come ha fatto in qualche modo il metodo Falcone, consente di svelare come tutti i fenomeni criminali siano carichi di significati, siano indicativi di modi di fare, siano traccia di reti di relazioni.

In un confronto avvenuto nel 1993, Tommaso Buscetta arriverà a dire alla Corte e a Totò Riina, colpevole di avergli sterminato la famiglia: «Un Presidente di Corte d’Assise circa vent’anni fa mi disse […]: “La mafia finirà quando un mafioso parlerà”. Riina non sono più solo io che parlo, adesso è una marea di gente che parla. La mafia è finita. Non nel senso generale, perché la mafia si riproduce come un cancro disgraziatamente, ma già una buona cosa si è fatta».

La mafia, è vero, è «come la mala erba che, lasciata a sé stessa, invade e distrugge un campo» (Cutrera, 1900: 193) ma, se si vuole combatterla efficacemente, bisogna cominciare a «pensare che ci rassomiglia» (Falcone, 1991: 83), che in quanto cultura può essere sconfitta da una cultura ugualmente forte e contraria, forte della memoria accumulata con tante battaglie e contraria alla illegalità (Dalla Chiesa, 2010).

Dialoghi Mediterranei, n. 24, novembre 2018
Note
[1] Sono alcune parole pronunciate da Paolo Borsellino in ricordo di Giovanni Falcone durante la commemorazione organizzata nella Parrocchia di S. Ernesto a Palermo il 23 giugno 1992.

[2] Il riferimento è al primo grado di giudizio. La sentenza, invece, della Corte di Cassazione è arrivata il 30 gennaio 1992.
[3] Le dichiarazioni citate sono tratte dal documentario a cura di Marcelle Padovani e Claude Goretta I nemici della mafia.
Riferimenti bibliografici
G. Alongi, La maffia nei suoi fattori e nelle sue manifestazioni. Studio sulle classi pericolose della Sicilia, Fratelli Bocca Editori, Torino, 1887.
P. Arlacchi, La mafia imprenditrice. Dalla Calabria al centro dell’inferno, Il Saggiatore, Milano, 2007.
A. Blok, La mafia di un villaggio siciliano, 1860-1960. Imprenditori, contadini, violenti, Einaudi, Torino, 2000.
C. Bruno, La Sicilia e la Mafia, Ermanno Loescher e Co., Roma, 1900.
A. Buttitta, Ideologie e Folklore, Flaccovio, Palermo, 1971.
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Anna Ziliotto, ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Antropologiche presso l’Università degli Studi di Torino e la Laurea Magistrale in Antropologia, Etnologia ed Etnolinguistica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con il massimo dei voti e la lode. I suoi ambiti di ricerca comprendono l’antropologia del crimine, della morte e del suicidio e le scienze comportamentali.
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