di Rossana M. Salerno
Le città cambiano continuamente. Restaurano edifici, modificano quartieri, ridefiniscono funzioni urbane e trasformano il proprio paesaggio architettonico. Tuttavia, la loro identità non coincide mai esclusivamente con la materialità. Alcuni documentari si guardano quasi inconsapevolmente, altri si ascoltano anche con la memoria, questo è quello che mi è capitato durante la visione del film Ampio Appartamento in Palazzo di Pregio di Tiziano Locci e Tito Puglielli e che mi ha accompagnato, dall’inizio alla fine, una canzone di Lucio Dalla. I versi di Le rondini sembravano risuonare dentro ogni inquadratura, trasformando il racconto di un palazzo in una riflessione sul significato dell’abitare, del tornare o dell’andare ma soprattutto dell’appartenere.
La città è, prima di tutto, una costruzione sociale: un intreccio di relazioni, pratiche quotidiane, memorie condivise e significati che le comunità sedimentano nel tempo. È proprio questa prospettiva che emerge con forza dal film di Tiziano Locci e Tito Puglielli, un documentario che racconta molto più della vendita di un palazzo storico nel centro di Palermo in via Vittorio Emanuele 111. Racconta la fragilità dell’abitare contemporaneo e la tensione costante tra il valore economico dello spazio stesso e del suo valore umano.
Il presente contributo interpreta il documentario come un caso di studio sulla costruzione sociale dello spazio urbano, sostenendo che il valore di un luogo non risiede nella sua dimensione materiale, bensì nelle relazioni sociali che ne producono il significato. Il documentario viene assunto non come oggetto di critica cinematografica o una recensione interpretativa, ma come documento visuale. Le immagini, le testimonianze e le pratiche rappresentate sono interpretate secondo un approccio qualitativo della sociologia visuale e dell’etnografia urbana, considerando il film come un corpus narrativo attraverso cui osservare le modalità di costruzione sociale dello spazio.
Il palazzo, infatti, non viene presentato solo come un semplice edificio di pregio destinato alla riqualificazione. Esso appare piuttosto come un organismo sociale, costruito giorno dopo giorno dagli artisti, dagli artigiani, dagli studenti, dagli aristocratici decaduti e da tutte quelle esistenze che ne hanno fatto un luogo di vita. Seguendo Henri Lefebvre (1991), lo spazio non è il contenitore delle relazioni sociali, ma il loro prodotto. È la quotidianità dell’abitare a trasformare un edificio in un luogo e a conferirgli un’identità che nessun progetto architettonico può ricostruire artificialmente.
Un luogo non lo fa ciò che all’interno è contenuto. È fatto di energie, di ascolto, di amore, di paure, di attese, di riflessioni, di creazioni, di cura, di immaginazione, di dolori, di sentimenti, di desideri. Difatti esso non coincide con la sua funzione né con la qualità dei suoi arredi; esso prende forma attraverso il patrimonio immateriale che le persone costruiscono vivendo insieme. Le emozioni, le pratiche quotidiane, come prendere un caffè insieme tra dirimpettai.
Le relazioni costituiscono quel capitale simbolico che rende uno spazio riconoscibile e socialmente significativo, l’abitare infatti, non può essere ridotto al semplice occupare uno spazio fisico. Abitare significa costruire appartenenza.
Le fotografie alle pareti, gli oggetti d’uso quotidiano, i simboli religiosi e le tracce lasciate dagli abitanti non costituiscono semplici elementi decorativi, ma rappresentano l’espressione visibile di pratiche sociali sedimentate nel tempo. In questa prospettiva, Pierre Bourdieu (1980) osserva come le pratiche quotidiane, guidate dall’habitus, si inscrivano nello spazio materiale, trasformando gli ambienti domestici in luoghi nei quali si rendono riconoscibili identità, appartenenze e modi di vivere.
Lo spazio abitato diviene così una forma di linguaggio sociale: ogni oggetto, ogni disposizione, ogni simbolo racconta una storia collettiva e contribuisce a costruire quel patrimonio invisibile che rende un luogo unico e irripetibile. Nel documentario, le pareti decorate, le immagini sacre accanto a fotografie familiari, gli arredi consumati dall’uso e i piccoli segni della quotidianità non descrivono soltanto chi vi abitava, ma testimoniano la relazione profonda tra gli individui e lo spazio che hanno contribuito a produrre.
Il documentario restituisce con grande sensibilità questa dimensione relazionale dello spazio. Gli appartamenti che progressivamente si svuotano non rappresentano soltanto la conclusione di alcune esperienze abitative, ma la dissoluzione di una trama sociale costruita nel corso degli anni. Maurice Halbwachs (1950) ci ricorda che la memoria è sempre collettiva: gli individui ricordano attraverso i gruppi e attraverso i luoghi che quei gruppi hanno contribuito a costruire. Quando una comunità scompare, non vengono meno soltanto delle presenze fisiche, ma si interrompe una continuità simbolica che aveva trasformato quello spazio in un archivio vivente di esperienze condivise: difatti, si nota che alcune riprese ripercorrono dei momenti di convivialità tra tutti gli inquilini del palazzo come se fossero una grande famiglia riuniti in una giornata di festa.
Il concetto di casa supera la dimensione privata per assumere un valore eminentemente sociale. La casa non coincide più con la proprietà, ma con la possibilità di sentirsi accolti. Lo spazio perde la propria funzione esclusiva e si trasforma in un bene comune, accessibile anche a chi normalmente resta ai margini della città. È una visione che richiama direttamente il diritto alla città elaborato da Lefebvre (1968), secondo cui gli spazi urbani dovrebbero essere luoghi di partecipazione, riconoscimento e inclusione, prima ancora che oggetti di valorizzazione economica.
Il palazzo sembra avere una identità propria rispetto alla stratificazione delle vite che lo hanno attraversato. Le emozioni, gli incontri, le amicizie, i conflitti e perfino i silenzi costituiscono un patrimonio immateriale che nessun restauro architettonico può sostituire. Le pietre spazzate via, abbattute e lacerate possono essere recuperate; le relazioni, invece, richiedono tempo, fiducia e continuità.
Il documentario suggerisce inoltre una riflessione critica sulla trasformazione degli spazi pubblici nelle società contemporanee, rappresentando una critica implicita alla progressiva commercializzazione dell’esperienza urbana. Nelle città contemporanee la permanenza negli spazi comuni è sempre più mediata dal consumo: ci si incontra in un bar, si sosta in un centro commerciale, si occupa uno spazio a condizione di acquistare qualcosa. Si transita, non si abita. La proposta di uno spazio aperto, gratuito e accogliente restituisce invece centralità alla socialità, alla lentezza e alla gratuità delle relazioni. In questo senso il luogo diventa una forma di resistenza culturale rispetto alle logiche mercantili che tendono a trasformare ogni esperienza urbana in occasione di consumo.
Il suono della fisarmonica, triste, lento sembrerebbe quasi esprimere il bisogno di ricostruire forme di socialità autentica in una società caratterizzata dall’individualizzazione, dall’accelerazione dei ritmi di vita e dalla crescente frammentazione dei legami. Richard Sennett (2018) osserva come la qualità della vita urbana dipenda dalla possibilità di costruire relazioni spontanee e spazi di incontro non esclusivamente funzionali. La semplicità evocata nelle inquadrature non evoca quindi un ritorno nostalgico al passato, ma una proposta di cittadinanza fondata sulla reciprocità, sul riconoscimento sullo scambio.
La rigenerazione urbana assume un significato profondamente diverso da quello abitualmente proposto dalle politiche di recupero edilizio. Rigenerare non significa soltanto restaurare un edificio o aumentarne il valore immobiliare. Significa prendersi cura delle relazioni che rendono quel luogo vivo. Cura, delicatezza e gentilezza diventano così pratiche sociali capaci di produrre spazio, costruire comunità e preservarne così la memoria collettiva.
Una città non perde la propria identità quando cambiano i suoi edifici. Le città, per loro natura, sono organismi dinamici e il mutamento è parte consustanziale della loro storia. Ciò che mette realmente in crisi la loro identità è la perdita delle comunità che attribuiscono significato ai luoghi, agli spazi condivisi. Ognuno di questo custodisce un patrimonio invisibile composto da relazioni, affetti, pratiche quotidiane, narrazioni condivise e memorie collettive. È questo patrimonio a trasformare un edificio in una casa, una strada in un quartiere e una città in una comunità.
Ampio Appartamento in Palazzo di Pregio ci ricorda che il vero patrimonio urbano non coincide esclusivamente con l’architettura. Esso vive nelle persone che vi abitano, nelle relazioni che costruiscono e nelle memorie che continuano a generare. Le pietre raccontano il passaggio dell’umanità e forse una parte della storia; sono gli esseri umani, però, a renderle segni e simboli di luoghi di appartenenza. È proprio in questa trama invisibile di legami, cura e riconoscimento che si custodisce la forma più autentica del patrimonio urbano e il fondamento stesso della vita collettiva.
Viene spontaneo interrogarsi se si potesse “attraversare” ancora una volta la soglia di quel palazzo, percorrerne gli scaloni, aprire quelle porte e ritrovare i volti di chi lo abitava. Non per verificare se il restauro sia riuscito o se gli affreschi abbiano ritrovato il loro splendore, ma per sapere che cosa ne è stato delle vite che avevano trasformato quell’edificio in una comunità. Chiedersi dove sono oggi, se hanno trovato un altro luogo capace di accoglierli oppure, insieme alle loro case, hanno perduto anche quella rete di relazioni che dava senso al loro abitare.
La vera trasformazione urbana, infatti, non riguarda mai soltanto gli edifici. Essa attraversa le biografie, modifica le appartenenze, interrompe abitudini, disperde reti di vicinato e costringe le persone a ricostruire altrove il proprio mondo sociale. Per questo motivo, conoscere il destino degli abitanti significherebbe comprendere fino in fondo gli effetti di quella trasformazione che il documentario ci mostra soltanto nel momento del passaggio.
E poi ci sono loro: le rondini.
Sembrano un dettaglio marginale, quasi un elemento di sfondo, eppure finiscono per diventare una delle immagini più potenti di questo racconto. Le rondini ritornano ogni anno negli stessi luoghi, seguendo una memoria che attraversa il tempo. Per questo nasce spontanea una domanda: sono tornate anche dopo la trasformazione del palazzo? Hanno ritrovato i loro nidi oppure hanno cercato altrove un luogo in cui fermarsi?
Forse questa domanda parla anche di noi. Le rondini diventano la metafora di tutte quelle presenze – umane e non umane – che riconoscono un luogo come casa perché vi hanno costruito memoria e appartenenza. Se persino loro non trovassero più lo spazio in cui tornare, significherebbe che la trasformazione non ha modificato soltanto un edificio, ma l’intero ecosistema di vita che lo abitava. Forse, comprendere il destino delle rondini significa comprendere anche il destino delle città contemporanee: non chiedersi soltanto cosa rimanga degli edifici, ma chi continua a riconoscerli come casa.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Riferimenti bibliografici
Bourdieu, P. (1980). Le sens pratique. Les Éditions de Minuit.
Halbwachs, M. (1997). La memoria collettiva. Unicopli. (Opera originale pubblicata nel 1950).
Lefebvre, H. (1968). Le droit à la ville. Anthropos.
Lefebvre, H. (1991). The Production of Space. Blackwell.
Sennett, R. (2018). Building and Dwelling: Ethics for the City. Farrar, Straus and Giroux.
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Rossana M. Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.
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