di Valeria Salanitro
Può esistere una società senza centri? Possono stare insieme e interagire degli individui senza che si evidenzino o si impongano certi luoghi speciali nell’area della loro convivenza? È concepibile una società come uno spazio uniforme, o non piuttosto essa coincide – e in senso non soltanto metaforico – con un territorio variegato, in cui emergono, se non altro, dei punti di riferimento? Si può descrivere compiutamente una società senza fare ricorso a una nozione come quella di centro? E in effetti quante sono le monografie etnografiche – si riferiscano a bande di cacciatori-raccoglitori o a società più articolate, quali sono raggruppate nelle categorie dei “domini” e degli “stati” – che impiegano il termine “centro”? [1].
«La nostra civiltà è in crisi: un mondo accenna ad andare in pezzi, un altro si annuncia» [2].
Quanto sia precaria e piuttosto frammentaria l’identità dell’attore sociale, lo si evince dalle notizie che ci giungono quotidianamente dai sistemi mediali, che fanno da corollario alla rappresentazione del reale. Nel mese in cui abbiamo assistito alle immagini degli “esodati” del Marocco giunti a Ceuta, al caso di cronaca che ha tenuto tutti con il fiato sospeso, relativo ad Abderrahim Fakir, l’uomo marocchino morto in via Italo Svevo nel quartiere Pilastro di Bologna, alle consequenziali disquisizioni circa la legittimità di accordi europei da emendare o le politiche migratorie inclusiviste di Paesi “altri”; un unico dato accomuna la linearità degli eventi: la peripateticità dell’in-dividuo, sia in quanto essere sociale, che in quanto cercatore di luoghi in cui far dimora. Ancora una volta: tempi, spazi, memorie, speranze, confini, sanciscono le sorti delle “comunità immaginate”.
E citare Anderson [3] è doveroso, poiché le trame narrative scardinate dal documentario Ampio appartamento in un palazzo di prestigio sono proprio quelle legate alla geografia della memoria, alla precarietà ontologica dell’attore post-moderno, alla vulnerabilità degli spazi urbani e dei molteplici processi di gentrificazione, che attraversano la metropoli di Palermo. Un “incontro di civiltà”, tra i meandri di un labirintico palazzo cinquecentesco allocato nel quartiere Albergheria, raccontato nell’opera cinematografica compiuta da Tito Puglielli e Tiziano Locci, il cui melting pot di culture prende voce attraverso le narrazioni eterodiegetiche degli inquilini intenti a praticare socialmente lo spazio domestico: artisti, artigiani, studenti, etc., che convivono, di fatto, con un microcosmo parallelo: quello animale. Anche i topi che: “si spostano ovunque”, insieme con i passeri, le blatte e i granchi, costituiscono l’ecosistema del sistema sociale/domestico, racchiuso tra le mura di un “palazzo storto”.
Il prestigioso edifico di epoca rinascimentale, in cui è ambientato il film, è il Palazzo Roccella, magnifico reperto urbano dominante il centro storico del capoluogo, adagiato lungo la via del Cassaro, in cui i dipinti baroccheggianti, che adornano le mura, convivono con le macchie di muffa, le ragnatele e le molteplici storture del Palazzo. Una su tutte, la scala che dà accesso agli appartamenti, successivamente impalcata, estremamente evocativa, frammentaria, metafora e, al contempo, fatto sociale, tramutatasi in ascensore, in cui scendono i vinti, i protagonisti che saranno sfrattati, e salgono gli acquirenti, pronti ad investire sugli ammodernamenti del rudere.
Il documentario, prodotto da Michele Cinque, Malou Visco Comandini, da Lazy Film, con il sostegno di Sicilia Film Commission. vincitore del Premio speciale della Giuria Giovane al festival Visions du Réel di Nyon e del Premio Biografilm festival 2026, attraverso la voce narrante dei registi, che sussurrano le amenità storte del Palazzo, immerge lo spettatore in un viaggio intriso di paesaggi e memorie, di questioni politiche e valenze simboliche, di resistenza al capitalismo sfrenato e a modelli turistici sempre più legati alla mercificazione degli spazi sociali e dei centri storici, anziché alla restaurazione di immobili portatori di anime e di identità plurali.
L’abitare come pratica sociale e la questione abitativa come fatto politico
Nell’era della cosiddetta post-verità, l’homme blasè di simmeliana memoria vive in un panotpicon universale i cui confini istituiti sanciscono linee di demarcazione e identità statiche. La questione abitativa legata all’identità sociale, agli spazi come prolungamenti dell’essere, è al centro del racconto del documentario: «quando è diventata casa? Quando ci siamo trasferiti o quando abbiamo impiegato i secchi per raccogliere le infiltrazioni dell’acqua piovana?». Cos’è che identifica un luogo come casa? La stanzialità, la convivialità? L’appartenenza ad un luogo? Cosa può definirsi “casa”? Una barca, una palafitta, un sacco a pelo, un marciapiede, un sottopassaggio, delle mura di un palazzo fatiscente?
I registi puntano molto sulla valenza politica di questo appartamento, cogliendo l’aspetto culturale e sociale dei processi identitari connessi a quei spazi urbani. In tutta la pellicola, il ricorso alla dimensione sociale del vivere negli spazi condivisi è evidenziato dalle routine quotidiane della convivialità tra i protagonisti. L’habitus di bourdieuana memoria [4], in quanto dispositivo strutturante incorporato, viene enucleato in ogni scena del film, ricorrendo alla dimensione simbolica e agli oggetti concreti, tra spazi vissuti e tempi plurali.
Parlare di abitare in un tempo conflittuale come questo è un atto di coraggio su cui riflettere. Ma quali sono le problematiche sollevate dal docufilm? La questione abitativa dei centri urbani, il degrado, il richiamo alle radici plurali, al turismo insostenibile, alle politiche immobiliari pervasive e alla resistenza degli inquilini, in lotta contro uno sfratto, che intima loro di piegarsi agli investitori. Le scene del film in cui i protagonisti si affacciano al balcone o piuttosto ammirano gli scorci del mare al porto e finanche gli scarti opulenti e degradati tra un appartamento e l’altro, rievocano un antropopoiesi di spazi sociali all’interno di quelli domestici. L’approccio post-essenzialista della narrazione filmica spiega come la costitutività del soggetto avvenga mediante l’oggetto: gli inquilini si identificano socialmente attraverso le relazioni domestiche e i luoghi dell’abitare.
Ma la natura politica della casa, così come rappresentata è altrettanto mostrata dai frame in cui si narra di Nazir, il protagonista di origini mediorientali, che vive nell’decadente opulenza del suo appartamento tra trappole per topi e ornamenti arabeggianti. Il personaggio desta interesse nello spettatore perché rappresenta l’emblema dell’incontro culturale di cui la pellicola narra, ma rievoca la funzione politica della casa anche attraverso il mondo queer, il tema del genere socialmente costruito, e la questione dell’omosessualità, come fattore di scardinamento rispetto all’ordine esterno precostituito. Un palazzo storto in cui convivono anime “diverse”: soggetti della convivialità e della dialogicità relazionale, mediata dal patrimonio materiale del domus: studenti, musicisti, programmatori, attori e, quindi, anche decostruttori politico-sociali.
Paesaggi esistenziali e sonori, tempi vissuti, spazi sociali
Le dinamiche relazionali di cui narrano le vicende dei protagonisti nel documentario si articolano su due livelli e molteplici dialettiche: una prima dimensione paesaggistico-esistenziale ed una temporo-vitale. I personaggi esplicano al meglio tempi esistenziali/tempi vissuti ancorati a paesaggi di memoria. Il tempo esistenziale dei protagonisti, del palazzo fatiscente intriso di storia, la quotidianità dei gesti e delle abitudini, si alternano ad un tempo patrimoniale (pubblico e privato). Assistiamo, dunque, al coattivo abbandono del palazzo e alla capitalizzazione del patrimonio storico del capoluogo siciliano. Un modello di città “senza volto” per citare i registi, sempre più dedito alla globalizzazione e alla standardizzazione di paradigmi di sviluppo urbanistici asettici e istituenti città metropolitane abitate da ceti sociali abbienti a scapito di residenti del centro storico. In questo senso, il film è un atto di denuncia rispetto a queste dinamiche legate all’ammodernamento di un vecchio palazzo, che vive tra le putie dello street food del centro storico di Palermo e il degrado legato allo sviluppismo capitalistico immobiliare.
Il vivere quotidiano dei personaggi, che trascorrono le giornate negli appartamenti, ci mostra attori sociali e tempi vissuti differenti e pure contestuali al tempo storico rappresentato dal palazzo, che analogamente alla città resiste e desiste alle intemperie. Una partita a carte, un bicchiere di vino, una coppia di conviventi che accolgono un uccellino, gli studenti che ammirano i paesaggi, il programmatore intento a chiamare i privati per cercare un nuovo appartamento, la memoria storico-fotografica mostrata da Nazir nel rivedere l’amore della sua vita in video o in foto, i topi che pur di cibarsi raggiungono la trappola, gli addetti al trasloco che si dilettano in rocambolesche pratiche di sollevamento merci, gli inquilini che lanciano dal balcone, anch’esso marcatore sociale, l’inutile e il superfluo, accatastandolo su di un materasso, la gente del Cassaro che passia durante il festino. Un’asincronia cronologica, che riporta simmetricamente i protagonisti in un unico tempo, quello dello sfratto, mediante l’intruso, che altera la stabilità e l’ordine delle cose: l’agente immobiliare. Ed ecco le dicotomie poste all’attenzione dello spettatore: tempo lineare/ tempo plurale, vissuti intrecciati, pluralità dell’essere, esser-ci nell’altro/con l’altro nel tempo domestico, cultura materiale: oggetti, quadri, ornamenti, simboli dell’opulenza, segni della povertà. Apparati di una cornice sociale mediata da spazi della memoria.
Il docufilm Ampio appartamento in un palazzo di prestigio, rievoca, anche mediante il titolo, il destino cui va incontro il centro storico, nonché le anime che lo abitano. Analizziamo nel dettaglio una dialettica in particolare che si coglie nella narrazione: le storture del palazzo/la bellezza del vecchio. Impianti fatiscenti, scale dissestate e impalcate, vetri rotti, microcosmo animale che fa da collante e, ancora, uccellini, ratti, granchi, etc.; a cui corrisponde la bellezza delle epoche trascorse, del vecchio, del centro storico. Un cosmo nel caos parallelo in cui culture, esperienze, comunità e relazioni si incontrano e si incastrano perfettamente come pezzi di puzzle.
Sono gli spazi sociali riconfigurati come dispositivi identitari, relazionali, iperluoghi, spazi portatori di efficacia simbolico-politico-identitaria. Contrapposti a quelli che Marc Augé definisce Non-luoghi [5]: «spazi fisici o digitali di transito, transitori e standardizzati, privi di identità, storia e relazioni sociali».
Nello specifico il documentario etnografico investiga la dimensione materiale e culturale dell’abitare, con particolare riferimento ai luoghi del vivere e alle corrispettive relazioni istituite: il pianerottolo/dirimpettaio; le finestre sul cavapedio, le tegole dei tetti, i balconi aggregativi/ disgregativi adibiti ai traslochi, nonché agli sguardi sociali e riconfigurativi di identità frammentariamente “monadiche”, in cui dimensione pubblica e privata del sé e degli spazi danno voce a quella “Città senza volto”.
Ma il volto sfregiato di questa città in divenire, che si affaccia sul mare e diviene centro di popolazioni stratificate socialmente, presenta molteplicità di paesaggi urbani e umani: la distesa marina, il porto, orizzonte/confini, “spioncino” della porta d’ingresso, acquirenti intenti nella perlustrazione del palazzo storico, che diverrà contemporaneo (antico/moderno).
La pellicola pone l’accento anche sui paesaggi sonori, che rappresentano per antonomasia la città di Palermo, il mercato e il centro storico: il vocio del vicinato, le navi che salpano, i gatti che miagolano, i tonfi rumorosi di quei mobili che affondano sul marciapiede, gli uccellini che cinguettano, gli scorci sonori della vita quotidiana e del tempo rituale lungo le strade gremite in festa.
La densità etnografica attraversata dagli sguardi attenti dei registi è attestata dall’idea di un edificio come metafora della comunità plurale (cena condivisa) come molteplici dicotomie interconnesse e reciproche: dentro/fuori, interno/esterno, socialità/distanza, memoria/essenza delle mura domestiche, tempi rituali/tempi sociali; addii/speranze; etc.
L’epilogo del documentario è affidato al tempo della separazione dallo spazio domestico, con l’incipiente arrivo degli acquirenti, pronti a bonificare in ossequio alla rivoluzione sviluppista, e la scena finale è davvero esemplare, poiché il giovane inquilino, che ci aveva mostrato il suo sguardo intento ad affacciarsi alla finestra, solleva una mattonella del terrazzino e lascia un biglietto al prossimo visitatore in cerca di identità frammentarie accolte, con dovizia, dalle mure di un palazzo tutto storto, dominante una città senza volto.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Remotti. F. – P. Scarduelli- U. Fabietti, Centri, ritualità potere. Significati antropologici dello spazio, Il Mulino, Bologna, 1989:11-44.
[2] E. de Martino, Naturalismo e storicismo nell’etnologia, Laterza, Bari 1941: 12.
[3] B. Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Prefazione di M. D’Eramo, Laterza, Roma-Bari, 2018.
[4] P. Bourdieu, Per una teoria della pratica, Raffaello Cortina, Milano, 2003.
[5] M. Augé, I Non luoghi, Eléuthera, Milano, 2024.
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Valeria Salanitro, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze della Comunicazione Pubblica, d’Impresa e Pubblicità (curriculum Comunicazione Sociale e Istituzionale), presso l’Università degli Studi di Palermo; nonché un diploma in Politica Internazionale (ISPI) e uno in Studi Europei (I. Me.SI.). Ricercatrice indipendente, redattrice e autrice di molteplici contributi inerenti la Politica estera, le Scienze Umane e i Gender Studies. Ha collaborato con diversi Istituti e testate giornalistiche. Il suo ambito di ricerca verte sui Visual and Culture Studies e sulla Sociologia dei fenomeni Politici; si occupa di immagini declinate in senso plurale, nonché dell’uso politico delle medesime nel contesto internazionale. Tra le sue pubblicazioni scientifiche annoveriamo: La rappresentazione mediatica dello Stato Islamico, edito da Aracne 2022 e Immagini di genere. Donne, potere e violenza politica in Afghanistan, Aracne 2023.
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