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Il prezzo del pregio

da Appartamento in palazzo pregiato

da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli

di Nuccio Zicari 

Il titolo scelto da Tiziano Locci e Tito Puglielli ha il sapore amaro di una beffa. Suona come il classico incipit di un annuncio immobiliare algoritmico, di quelli pensati per attirare capitali stranieri o turisti facoltosi. Ma dietro la promessa di quel “palazzo di pregio” non c’è il sogno di una casa, c’è lo spettro della gentrificazione che divora l’anima delle nostre città. Per tale motivo si configura come un perfetto oggetto di studio sociologico. Adottando una prospettiva che richiama le teorie sulla città di Saskia Sassen [1] e Zygmunt Bauman [2], i registi non si limitano a filmare uno sfratto collettivo, ma mettono a nudo i meccanismi con cui il capitalismo globale decostruisce e ricompatta lo spazio urbano, trasformandolo da valore d’uso (luogo di vita e relazioni) a valore di scambio (asset finanziario).

 da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli


da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli

Un microcosmo che svanisce

Il documentario sceglie come perfetto palcoscenico Palazzo Roccella a Palermo, un gigante del ‘500 decadente, bellissimo, storto ma vivo. Per anni questo edificio ha ospitato una comunità eterogenea: artigiani che tramandavano mestieri antichi, studenti fuori sede, artisti in cerca di spazio e persino gli ultimi eredi di una nobiltà ormai priva di mezzi. Un ecosistema sociale fragile ma solidale, basato su affitti accessibili e spazi condivisi. Vite in comune.

Prima dell’arrivo dei capitali, Palazzo Roccella a Palermo rappresenta ciò che il sociologo Ferdinand Tönnies definiva Gemeinschaft [3] (comunità): un micro-sistema sociale fondato su legami di vicinato, solidarietà informale e interazione diretta. L’eterogeneità degli abitanti – l’artigiano, lo studente, l’artista, il nobile decaduto – non genera conflitto, ma una forma di resilienza urbana e mutuo soccorso.

La convivenza in spazi condivisi e non regolati da logiche di mercato rigide permette la sopravvivenza di un capitale umano, sociale e culturale spontaneo. Il palazzo non è una semplice somma di appartamenti, ma un bene comune autogestito dal basso.

La forza dei registi sta nel non idealizzare questa realtà, ma nel mostrarne la vibrante autenticità. Quando la speculazione bussa alla porta sotto forma di una cordata di investitori, il film si trasforma nel cronometro di un’estinzione annunciata, temuta, attesa.

da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli

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La violenza silenziosa del cantiere

Ampio appartamento in palazzo di pregio evita i toni del comizio politico o dello scontro frontale. La violenza che racconta è silenziosa, burocratica, geometrica. È la violenza delle raccomandate che non rinnovano i contratti, dei rendering digitali impeccabili che sostituiscono i muri scrostati dal tempo, e infine del rumore dei martelli pneumatici.

“Il cantiere”, dal titolo originario, diventa una metafora architettonica: l’edificio viene sventrato, ripulito dalla sua storia e standardizzato per diventare un non-luogo a uso e consumo del turismo mordi-e-fuggi o di una classe benestante che quel quartiere lo vivrà solo nei weekend. I registi sono bravissimi a inquadrare gli sguardi smarriti degli inquilini storici mentre caricano scatoloni, contrapponendoli alla fredda precisione degli agenti immobiliari in giacca e cravatta.

Il film documenta con spietata precisione le fasi classiche della gentrification [4], teorizzata per la prima volta dalla sociologa Ruth Glass. Il processo non inizia con i muratori, ma con gli esploratori urbani. Palazzo Roccella attrae inizialmente artisti e studenti per i suoi costi bassi e il suo fascino autentico. Tuttavia, come spesso accade nelle dinamiche di mercificazione della cultura, questa stessa autenticità viene intercettata dalle cordate di investitori immobiliari. Il “degrado” e “l’estetica decadente” vengono ribattezzati “vintage” e “pregio” nei rendering delle agenzie. Il capitale economico colonizza il capitale culturale: la classe sociale che ha reso appetibile quel luogo viene sistematicamente espulsa per fare spazio a una nuova classe globale di consumatori (turisti, professionisti ad alto reddito) che consumano lo spazio senza abitarlo realmente.

 da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli


da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli

La violenza strutturale della Turistificazione

La sociologia urbana contemporanea parla spesso di turistificazione come nuova forma di estrattivismo. Il turismo di massa non è più una risorsa economica distribuita, ma un’industria pesante che estrae valore dai centri storici impoverendone il tessuto sociale.

Il cantiere descritto nel documentario è il simbolo visivo di questa violenza strutturale. Non ci sono “cattivi” visibili nel film; gli investitori sono entità giuridiche astratte, i flussi di denaro sono digitali. La violenza si manifesta nella burocrazia delle scadenze contrattuali, nell’impossibilità per gli inquilini di competere con i prezzi del mercato globale e nella conseguente frammentazione dei loro network di supporto sociale. La cacciata degli abitanti storici produce alienazione e isolamento, spingendo le fasce più deboli verso le periferie e privandole del diritto alla città (il “droit à la ville” [5] di Henri Lefebvre).

 da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli


da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli

Dallo Spazio al “Non-Luogo”: La Standardizzazione Globale

Un punto nodale dell’analisi sociologica del documentario riguarda la trasformazione fisica dell’edificio. Locci e Puglielli mostrano la transizione dall’identità storica alla standardizzazione estetica. I lavori di ristrutturazione operano una vera e propria epurazione sociale e architettonica.

La rimozione delle tracce del passato risponde alle logiche della McDonaldizzazione [6] della società teorizzata da George Ritzer: gli appartamenti devono diventare prevedibili, puliti, geometricamente perfetti e privi di conflitti storici o sociali. Diventano, per dirla con Marc Augé, dei non-luoghi [7]: spazi di transito identici a quelli che si potrebbero trovare a Londra, Parigi o Tokyo, svuotati di qualsiasi specificità antropologica locale.

 da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli


da Ampio appartamento in palazzo di pregio di Locci e Puglielli

Conclusioni

I registi riescono a trasformare una storia locale – quella di Palermo, città che sta vivendo una mutazione silenziosa, rapidissima e dolorosa – in una parabola universale. Potremmo essere a Lisbona, a Barcellona, a Bologna o a Venezia: le dinamiche sono identiche. Ampio appartamento in palazzo di pregio è un’opera fondamentale perché rifiuta la narrazione consolatoria della rigenerazione urbana. Ci ricorda che rigenerare i muri cacciando le persone non è urbanistica, è finanza applicata al cemento.

Fissando sulla pellicola l’ultimo respiro di Palazzo Roccella, Locci e Puglielli compiono un atto di documentazione sociologica urgente: consegnano alla memoria collettiva l’archeologia di una socialità che rischia di scomparire sotto i colpi di martello della standardizzazione globale. Un saggio visivo imprescindibile sulle mutazioni della città contemporanea.

Il documentario non si limita a denunciare, ma interroga lo spettatore. Qual è il vero valore di una città? La pulizia formale e il profitto di un palazzo ristrutturato, o il tessuto umano che lo abita?

Un’opera potente, girata con una sensibilità d’altri tempi e un montaggio serrato che stringe il cuore. I due registi ci regalano un film fondamentale per capire il presente, un manifesto poetico e politico contro la mercificazione degli spazi vitali.

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Sassen, Saskia (1991), La città globale, Ed. Utet 
[2] Bauman, Zygmunt (2000), Modernità liquida, Ed. Laterza 
[3] Tönnies, Ferdinand (2011), Comunità e società, Ed. Laterza 
[4] Glass, Ruth (1964), London: Aspects of Change, Ed. MacGibbon & Kee 
[5] Lefebvre, Henri (1968), Il diritto alla città, Ed. Ombre Corte 
[6] Ritzer, George (1993), Il mondo alla McDonald’s, Ed. Il Mulino
 [7] Augé, Marc (1992), Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Ed. Elèuthera. 

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Nuccio Zicari, fin da principio manifesta la sua poliedricità di interessi associando gli studi medici a quelli artistici. Agli esordi si dedica alle arti figurative, dal disegno alla pittura, ma in seguito il suo incontro con la fotografia fa sì che questa diventi il suo strumento di comunicazione più congeniale. Da autodidatta studia meticolosamente la storia dell’arte e della fotografia, frequenta a Milano corsi presso la Fondazione Internazionale per la Fotografia FORMA, la Nuova Accademia di Belle Arti NABA, l’Accademia di Fotografia JOHN KAVERDASH e la LEICA Akademie. Il suo principale interesse è l’aspetto documentario, antropologico, sociale e umanitario della fotografia, sia nel racconto di storie che nei progetti a lungo termine di interesse collettivo. Nel 2017 e 2018 i suoi lavori HUMANITY WITHOUT BORDERS ed SS-115, frutto di anni di reportage sull’immigrazione nel Mediterraneo, sono inseriti all’interno della “Italian Collection”, piattaforma che celebra ogni anno le più importanti storie fotografiche degli autori italiani. I suoi lavori sono stati esposti in Italia e all’estero e pubblicati su riviste nazionali, internazionali e su testi universitari. Dal 2019 scrive articoli per riviste di approfondimento culturale.

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