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Entità mostruose e percorsi simbolici

copertinadi Pietro Li Causi

Siamo abituati a pensare, adattando anacronisticamente le nostre categorie a quelle di culture diverse dalla nostra, che la nozione di ‘mostro’ sia un universale antropologico atemporale. L’utile libro di Igor Baglioni, Echidna e i suoi discendenti. Studio sulle entità mostruose della Teogonia esiodea (Edizioni Quasar, Roma 2017), ci dimostra che non è così.

Come infatti si sostiene fin dal capitolo I del volume (Le entità mostruose della mitologia greca. Note introduttive), la nostra idea del mostruoso sarebbe piuttosto un prodotto storico, e trarrebbe origine, in particolare, dal latino monstrum, che indicava non soltanto creature o fenomeni dalla valenza ominosa, ma anche, nella sua accezione più estesa, un insieme di entità spaventose e pericolose caratterizzate da forme orribili e fuori dalla norma.

Per il resto, Baglioni rileva che nel mondo greco termini come teras, pelôr, kêtos, thêr associati comunemente a certe entità ibride e sovrannaturali del mito (Echidna, Tifone, Chimera, etc.), non possono essere sovrapposti alle categorie lontane dall’esperienza antica dell’Occidente contemporaneo, né individuano, in fondo, tipologie unitarie. Se infatti con teras si indicava qualsiasi anomalia che potesse essere intesa come ‘messaggio’ inviato dagli dèi ai mortali, pelôr rimandava alla dimensione del gigantismo e della prestanza fisica eccezionale che esseri come Tifone condividevano, peraltro, con le divinità olimpiche e con eroi omerici come Achille (cfr. Il. XXI: 527; XXII: 92), laddove invece kêtos era un termine con cui ci si riferiva a creature marine eccessivamente grandi e informi, mentre thêr era usato per sottolineare il comportamento ferino di determinati esseri, comuni e non.

La domanda cui Baglioni cerca di rispondere è dunque la seguente: come approcciarsi a quelle entità che noi definiremmo ‘mostruose’ della Teogonia di Esiodo – Tifone, Echidna e i di lei figli, Orto, Cerbero, Idra, Chimera, Sfinge e il leone di Nemea – a partire da categorie ‘emiche’? Il volume, in questo senso, è ricco di utili spunti metodologici e dà una risposta molto chiara. Innanzitutto, si sgombra il campo da tutte quelle letture ‘derivazioniste’ che – in nome di una presunta primazia del ‘razionalismo’ ellenico – hanno individuato la nascita di determinate rappresentazioni ‘mostruose’, teriomorfe e ‘irrazionali’ in aree culturali diverse da quella greca (come ad esempio il Vicino Oriente).  Nella prospettiva di Baglioni, per comprendere le terribili creature della Teogonia non conta tanto stabilire quale sia la loro origine, quanto piuttosto analizzare l’insieme delle rifunzionalizzazioni e dei percorsi simbolici che i singoli tratti del loro corpo attivano nel solco della mitopoiesi esiodea ed extra-esiodea.

Per inciso, Baglioni mostra anche come proprio la mitopoiesi esiodea tracci percorsi significativamente differenti rispetto a quelli di altre tradizioni rappresentative che si sono manifestate in seno al mondo greco. Esemplare, in tal senso, è il caso della cosmologica orfica, che ha invece dato una lettura in chiave positiva delle figure ibride e composite del mito, laddove il poeta di Ascra, invece, ne ha evidenziato i tratti minacciosi e perturbanti.

1Sulla scia degli studi di Paula Philippson (Origini e forme del mito greco, Torino 1949) e Carla Costa (La stirpe di Pontos, «Studi e Materiali di Storia delle Religioni» 39, 1968: 61-100), nel quadro proposto da Baglioni, ancor più della nozione di ‘mostruoso’, uno dei modelli che aiuta a comprendere le entità primordiali delle origini è quello della genealogia. I connotati ibridi e irregolari che connotano Tifone, Echidna, Ortos, Cerbero, Idra, Chimera, Sfinge e il leone nemeo non sono tanto pensati come ‘mostruosi’ in sé; sono piuttosto da intendere come un fascio di tratti identitari, una sorta di ‘codice genetico’ che viene ereditato dal capostipite della stirpe, Ponto, il dio del mare inteso come profondità pericolosa e minacciosa, e che viene trasmesso alla sua discendenza.

Alla luce di questa idea, le caratteristiche morfologiche delle differenti entità vengono analizzate nel dettaglio sezione dopo sezione. Subito dopo le note di metodo del capitolo I, di cui si è già parlato, si dedica il capitolo II ad Echidna, di cui si evidenziano i tratti femminili, ofiomorfi e ferini. In particolare, si sottolinea la caoticità dei comportamenti di questo essere nell’ambito del genos cui esso stesso appartiene: analogamente all’omonima echidna (in greco, la ‘vipera’), che, secondo una credenza che circolava nel mondo antico, uccideva il proprio compagno nell’atto di accoppiarsi con lui, per poi essere uccisa dai figli al momento del parto, l’Echidna del mito è portatrice di una sorta di ‘caos familiare’, diverso da quello del rettile di cui porta il nome nei connotati, ma non nella sostanza più profonda: la violenza, il disordine e la tendenza a ribaltare – anche per mezzo dell’incesto – quelli che dovrebbero essere i giusti rapporti parentali sono infatti i tratti salienti del suo comportamento.

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La Sfinge, Louvre, Parigi

Da rilevare, a tale proposito, l’accortezza metodologica di Baglioni, che nel mettere in luce i tratti ofiomorfici delle entità mostruose della Teogonia contesta la connessione, spesso automatica, che molti studiosi hanno operato con la loro natura ctonia. L’autore, infatti, avverte che per comprendere la reale portata simbolica di queste creature bisogna volta per volta distinguere le diverse tipologie di rettili cui si fa implicitamente riferimento, e comprendere i pezzi di ‘enciclopedia culturale’ che sono da essi attivati. Se infatti della vipera, associata a Echidna, si possono mettere in evidenza i tratti della violenza e del ribaltamento dei giusti comportamenti parentali, nel caso dell’hydros (il serpente d’acqua), associato all’Idra di Lerna, di cui si parla nella terza sezione del capitolo IV sono altri i tratti che vengono accesi; in particolare, l’acquaticità e la velenosità.

Il capitolo III è invece dedicato a Tifone, entità ofiomorfa e policefala caratterizzata da una ignea furia incontrollabile. Compagno di Echidna e rivale di Zeus sul fronte della regalità, i suoi tratti si presentano, sia pure in maniera caotica, nel suo stesso corpo ibrido e nella sua voce polifonica in cui risuonano il ruggito del leone, il muggito del toro, ma anche i guaiti del cucciolo di cane (skylla); guaiti che, secondo Baglioni, potrebbero implicitamente suggerire la remissività cui il ‘mostro’ sarà costretto dopo la sconfitta ad opera del re degli dèi olimpici, quando cioè sarà imposto al mondo un kosmos (ordine) che lo libererà dal caos di cui le divinità primigenie erano state portatrici.

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Eracle e Cerbero, British Museum

Il quarto e ultimo capitolo, infine, è dedicato ai figli di Echidna, ovvero – in ordine di nascita – Orto, Cerbero, Idra, Chimera, Sfinge e il leone di Nemea, i cui tratti e le cui storie vengono analizzati in maniera sistematica e approfondita. In queste pagine si mostra come ognuno dei discendenti della stirpe caotica riprenda ora la natura ‘ignea’ del padre, Tifone, ora le caratteristiche serpentesche e ‘pontiche’ della madre; caratteristiche che incarnano le diverse modalità dell’acosmico, del disordine minaccioso e, in definitiva, del negativo in sé.  Tali entità, del resto – questa una delle conclusioni cui Baglioni approda – «rappresentano mitopoieticamente la fase del kosmos precedente a quella attuale dove Zeus e le divinità olimpiche regnano incontrastate e, quindi, secondo la logica mitica che regola i meccanismi narrativi funzionali nella tradizione greca, per quanto simili, sono e devono essere comunque diverse, ibride e mostruose, non dotate di quella forma plastica e perfetta propria degli dèi».

Dall’altro lato, l’elemento anomico che caratterizza nello specifico queste entità non muore di fatto con loro, ma in qualche modo viene ereditato e, nel caso di Eracle con la pelle del leone di Nemea, perfino indossato dalle divinità olimpiche e dai loro stessi discendenti. Come rileva l’autore, infatti, «il passato acosmico confluisce nell’ordine attuale, costituendone il fondamento, così queste entità non scompaiono del tutto, ma vengono integrate in modalità diverse nel nuovo ordine o come attributi delle divinità». In altri termini, la ‘mostruosità’ delle origini è intesa, per certi versi, come un meccanismo – sia pure oscuro e carsico – di fondazione del reale.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
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Pietro Li Causi, dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina, assegnista e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo, dove ha insegnato Cultura latina e Lingua e letteratura latina. Attualmente insegna materie letterarie presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro” di Palermo e fa parte, in quanto responsabile di unità di ricerca, del network IRN Zoomathia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques-Antiquité-Moyen Âge). Autore di numerosi contributi sulla storia della letteratura e sull’antropologia del mondo antico, si è occupato di Aristotele, Plutarco, Ovidio, Plinio il Vecchio, Seneca, dell’etno-zoologia e della paradossografia dei Greci e dei Romani e di antropologia del dono nel mondo romano. Ha recentemente pubblicato Gli animali nel mondo antico (Il Mulino 2018) e ha curato, assieme a Roberto Pomelli, L’anima degli animali (Einaudi 2015). Per i tipi della Palumbo, ha pubblicato Sulle tracce del manticora (2003), Generare in comune (2008) e Il riconoscimento e il ricordo (2012).
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