Vorrei partire da un’immagine. Io non sono credente, non ho una storia religiosa alle spalle, ma ho una storia familiare, contadina. Mi torna spesso in mente una scena del paese d’origine di mio padre, in Abruzzo: le donne che entrano in chiesa, mentre gli uomini restano fuori, a chiacchierare sulla piazza o seduti al bar. Questa immagine mi ha sempre colpito, perché sembra rappresentare un certo tipo di socialità maschile.
Un’immagine che ho ritrovato anche in un libro di Franco La Cecla, Modi bruschi [1], in cui si parla proprio del modo in cui, nella cultura maschile tradizionale, si evita l’intimità, si nasconde la vulnerabilità, e si mantiene una certa distanza, anche da sé stessi. Entrare in chiesa, in quel contesto, mi appariva in contraddizione con quel modello di virilità: un modello che prevede durezza, ironia, distacco, e che spesso relega la fragilità a qualcosa da celare. Un modello che preferisce l’austerità, la battuta, il non coinvolgimento. La religiosità, dunque, mi era estranea, ma parlava di una capacità di mettere in gioco la propria vulnerabilità, le proprie emozioni (il dolore, la tristezza, l’amore…) che la socialità maschile occultava e precludeva. Una socialità segnata, ai miei occhi, da una grande miseria.
Perché parto da qui? Perché la storia del gruppo Maschile Plurale, un gruppo di uomini che ha provato a percorrere una strada di cambiamento, ha radici in esperienze molto diverse: uomini provenienti dal Movimento per la pace, dal mondo della sinistra politica, o anche da comunità cristiane di base, dal mondo valdese e protestante. Percorsi diversi che condividevano una domanda di senso: non solo un’etica del dover essere, la necessità di una coerenza tra i propri ideali e i riferimenti morali di uguaglianza e libertà con la forma delle proprie relazioni, ma un’interrogazione profonda sul proprio stare al mondo, sul rapporto tra pensiero e vita, tra teoria e biografia.
Ancora oggi è necessario interrogare le motivazioni con cui gli uomini possono intraprendere un percorso di cambiamento: solo per senso di colpa, per espiare una colpa storica del proprio genere? Per paternalistico impegno di protezione o volontaristica solidarietà con i soggetti più “deboli”? Spesso si rischia di cadere nell’autocommiserazione. Penso, ad esempio, a Francesco Piccolo, che dice: «gli uomini sono così, facciamo schifo». Ma questa autoironia rassegnata, apparentemente molto radicale nel distanziamento dalla mascolinità dominante, rischia di diventare autoassolutoria: “siamo fatti così, non posso farci nulla”. Allora mi chiedo: c’è spazio per un desiderio autentico di cambiamento, che non sia fondato solo sul senso di colpa o su un impegno volontaristico?
Lavorando molto nelle scuole, mi confronto con i ragazzi su questi temi e questo confronto mi conferma che non possiamo usare un linguaggio moralista o prescrittivo: “questo non si fa”, “questo non si dice”. Non serve una “predica”, il nostro discorso non deve prestare il fianco all’ipocrita insofferenza contro una presunta “dittatura del politicamente corretto”. Piuttosto, serve un linguaggio che destrutturi, che aiuti a vedere le regole invisibili della cultura patriarcale. Non dobbiamo dire cosa bisogna essere, ma domandare: cosa desideri essere? Qual è la qualità delle relazioni che desideri vivere?
Fare questo percorso significa anche mettere in discussione il potere maschile. Non solo rinunciarvi per senso del dovere, ma riconoscere che quel potere è diventato un vicolo cieco.
Pensiamo alla paternità: quando è costruita solo sull’autorità, sulla guida, produce distanza, freddezza, timore. Non vicinanza. Penso spesso all’immagine che usa lo storico della letteratura Alberto Asor Rosa: uomini come guerrieri in armatura, seduti attorno a un tavolo. Quell’armatura li protegge, ma allo stesso tempo li separa; li comprime e li imprigiona. Io, per esempio, mi sono rotto tre volte lo stesso braccio, col gesso il braccio era forte e resistente, quando toglievo il gesso, quel braccio era più debole, smagrito. Quella protezione lo aveva, sì, difeso, ma anche atrofizzato.

Miniatura in tempera e oro da un Libro d’Ore composto a Besançon, in Francia, nel 1450 circa (Fitzwilliam MS 69 folio 48r, The Nativity, Fitzwilliam Museum, Cambridge, Inghilterra)
Ecco perché è utile anche ripensare le immagini simboliche. Pensiamo alle rappresentazioni artistiche della “Sacra Famiglia”: la Madonna con il bambino, e Giuseppe sempre in disparte, fuori dalla relazione. Giuseppe che porta la legna, che accende il fuoco. Ma in una bella miniatura francese del 1400 è lui a prendersi cura del bambino, mentre Maria legge le Scritture. Un’immagine in cui la cura e l’autorevolezza spirituale si distribuiscono diversamente [2].
Tutto questo mi porta a dire che, come maschio, bianco, eterosessuale, non posso occuparmi dei “diritti degli altri” solo in nome di un mero atto di altruismo. Devo anche interrogarmi su quanto le forme di oppressione abbiano disciplinato me, abbiano imprigionato e impoverito la mia esperienza, le mie relazioni. Il disprezzo verso la femminilità, l’omofobia, sono stati meccanismi che hanno educato me a essere uomo. A non piangere, a non “fare la femminuccia”, a non essere “una checca”. Questi comandi parlano della mia libertà, non solo della loro sofferenza.
Un altro punto riguarda l’autonomia maschile come mito. L’ideale dell’uomo autosufficiente, razionale, emancipato dal corpo e dalle emozioni, è centrale nella costruzione del patriarcato. Ma è anche fondamento del cittadino neoliberale, che amministra se stesso come un capitale. La crisi di questo modello economico ha generato anche una crisi maschile, perché veniva a mancare l’ideale su cui molti uomini hanno costruito la propria identità: “mi sono fatto da solo”, “basto a me stesso”, sono un uomo perché sono io a “portare i soldi a casa”.
Questa crisi genera diverse risposte. Alcune pericolose: il vittimismo maschile, il revanscismo che dice “il femminismo ci odia”. Oppure la nostalgia dell’“autorità perduta del padre”, come sostiene molta vulgata psicanalitica diffusa dai media. Ma c’è anche una terza possibilità: non negare la crisi ma riconoscere che il patriarcato non è più in grado di rispondere alla domanda di senso degli uomini. E questa è una buona notizia: ci costringe a cercare altri riferimenti.
La filosofa Laura Bazzicalupo parla della “visione paranoica” del soggetto in crisi [3]: un fenomeno che riguarda la dimensione individuale ma che può essere utilizzata per interpretare fenomeni sociali più ampi. Quando vengono a mancare categorie simboliche per dare senso a ciò che accade, per “pensare” la propria sofferenza, il proprio smarrimento, la rappresentazione di un complotto risponde alla perdita di senso che affrontiamo. E allora sentiamo dire: “i padri separati sono discriminati”, “le minoranze sessuali vogliono sottometterci”. Queste reazioni a un’insicurezza simbolica, alla mancanza di nuovi strumenti per interpretare la realtà, generano spesso una forma di vittimismo aggressivo che contraddistingue le reazioni maschili al cambiamento.
Infine, vorrei dire qualcosa sul desiderio. I movimenti subalterni hanno spesso risposto alla discriminazione con una forma di autovalorizzazione: “Black is beautiful”, “Donna è bello”, “Orgoglio omosessuale”. Ma io, come maschio eterosessuale, non posso affermare un “orgoglio etero” né posso lanciare lo slogan “Fratello, io ti credo”.
Questa impossibilità è un’occasione. Mi costringe a non fidarmi ciecamente del mio desiderio. Perché il desiderio stesso è stato colonizzato: dal patriarcato, dalla cultura del dominio, dalla pornografia, dalla rappresentazione del corpo femminile come oggetto. Judith Butler [4] parla di opacità del soggetto: non siamo mai completamente trasparenti a noi stessi. Non possiamo trovare il cambiamento solo dentro di noi, ma dobbiamo costruirlo nella relazione, nella critica continua al nostro posizionamento, nella messa in discussione della nostra identità.
Un percorso di cambiamento maschile deve fare i conti col potere e con il ruolo del maschile come istituzione. Ma oltre questa assunzione di responsabilità deve fondarsi sull’attraversamento dell’esperienza maschile come parzialità. E scommettere su una diversa rappresentazione del cambiamento in corso: vivere relazioni con donne libere, autorevoli, desideranti non è una perdita, ma un arricchimento. Non mi serve la legge del padre per limitare e governare i miei impulsi, mi serve l’esperienza dell’altra, della relazione, del confronto per fare un’altra esperienza del mio corpo e del mio desiderio.
La parzialità, lungi dall’essere un limite, può aprire un varco verso una vita più piena, più libera, più nostra.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] F. La Cecla, Modi bruschi. Per un’antropologia del maschio, Eleuthera, Milano 2021.
[2] Miniatura in tempera e oro da un Libro d’Ore composto a Besançon, in Francia, nel 1450 circa (Fitzwilliam MS 69 folio 48r, The Nativity, Fitzwilliam Museum, Cambridge, Inghilterra).
[3] L. Bazzicalupo, Il cerchio della paranoia politica. Possibili linee di frattura, “Societamutamentopolitica”, vol. 3, n. 6, 2012: 47-62.
[4] J. Butler, Giving an Account of Oneself, Fordham University Press, New York 2005; trad. it. Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano 2006.
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Stefano Ciccone, è tra i promotori di Maschile Plurale, una rete di uomini impegnata da oltre trent’anni nel contrasto della violenza maschile contro le donne e nella messa in discussione di ruoli e modelli di genere stereotipati. Ha pubblicato Essere maschi, tra potere e libertà (2009) e Maschi in crisi? Oltre la frustrazione e il rancore (2019). È membro del comitato scientifico della Fondazione Giulia Cecchettin; componente del board scientifico della rivista “About Gender” e partecipa, in rappresentanza di Maschile Plurale, al Tavolo per il piano nazionale antiviolenza presso il Dipartimento Pari Opportunità del Consiglio dei Ministri.
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