di Rosa Salvia
Se è vero, come sosteneva Archimede, che «ogni corpo immerso in un fluido è sottoposto a una spinta verticale dal basso verso l’alto uguale al peso del fluido che esso sposta», è proprio nella vita ordinaria, quella di tutti i giorni, che la nostra attitudine al galleggiamento emerge consentendoci di barcamenarci nelle diverse situazioni che si presentano; non nell’acqua, certo, ma tra bollette, impegni, scadenze, relazioni complicate, aspettative, imprevisti e quella fastidiosa sensazione che le ventiquattro ore di una giornata siano sempre troppo poche.
La vita quotidiana assomiglia più a una lunga traversata che a una tranquilla nuotata in piscina. Ci sono giornate in cui il mare è una tavola e basta lasciarsi cullare dalle onde, altre, invece, sembrano una gara di sopravvivenza in mezzo alla burrasca, dove ogni problema pesa come una zavorra e ogni soluzione sembra allontanarsi all’orizzonte.
Eppure, quasi senza accorgercene, galleggiamo. Lo facciamo ogni giorno. A volte con eleganza, altre con la grazia di chi cerca disperatamente di tenere fuori dall’acqua almeno il naso. Naturalmente ognuno ha il suo stile.
C’è chi si aggrappa a qualsiasi salvagente: una persona fidata, un buon libro, una tazza di caffè, l’ironia o la convinzione che “prima o poi passerà”. C’è chi nuota senza sosta, convinto che fermarsi significhi affondare.
C’è chi si sbraccia con energia olimpica anche quando basterebbe rallentare, e chi invece ha imparato che, qualche volta, il modo migliore per restare a galla è smettere di agitarsi e lasciarsi sostenere dall’acqua.
La verità è che non esiste un manuale universale del perfetto galleggiatore. Ognuno costruisce il proprio equilibrio con gli strumenti che possiede, spesso improvvisando.
Si impara strada facendo, sbagliando bracciata, cambiando rotta, chiedendo aiuto quando serve e, perché no, ridendo anche dei propri goffi tentativi di mantenere la testa fuori dall’acqua.
Il galleggiamento non è un talento riservato a pochi fortunati, è un’arte quotidiana, fatta di piccoli aggiustamenti, di resilienza, di leggerezza e di fiducia. E forse è proprio questa, più che la perfezione del nuoto, la nostra più grande e autentica capacità.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
_____________________________________________________________
Rosa Salvia, si laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Palermo nel 2004. Da sempre attratta dal linguaggio delle immagini, si avvicina alla fotografia in anni recenti, intraprendendo un percorso di ricerca personale e artistica. Dopo un iniziale interesse per la fotografia di paesaggio, la partecipazione ai workshop condotti da Carmelo Bongiorno, Letizia Battaglia e Antonio Manta segna una svolta significativa nel suo approccio, orientandola verso una dimensione più intima e sperimentale. La fotografia diventa così strumento di esplorazione interiore e mezzo privilegiato per indagare il proprio universo emotivo. Nel 2023, in seguito a un workshop di fotografia stenopeica guidato da Gianfranco Lunardo, si appassiona al linguaggio analogico. L’acquisto di una pinhole 366 f130 inaugura una nuova fase della sua ricerca visiva, incentrata sulla memoria dei luoghi e sulle narrazioni identitarie della Sicilia. Con le sue fotografie ha collaborato alla realizzazione dei libri Simeto il luogo che non c’è (2019), Sicilia, l’isola plurale (2022), Mito e sicilitudine (2023) e nel corso degli anni ha partecipato a varie mostre collettive. Il suo progetto fotografico “la terza immagine” è stato selezionato per l’edizione zero del Castiglion Fiorentino Photo Fest (2022), dal Fondo Malerba per la Fotografia per il FALL SHOW 2022 e per Scatti Mediterranei (2023). Il progetto “il posto delle fragole” è andato in mostra al Castiglion Fiorentino Photo Fest 2024. Il progetto stenopeico “Carusi” è stato presentato presso Palazzo Moncada (CL), Galleria Arvis (PA) e Galleria Le Gru (CT).
_____________________________________________________________



















