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Rileggere Srebrenica: arte, testimonianza e trasmissione memoriale del genocidio

 La disperata situazione dei bambini presenti a Srebrenica nel 1993 (phPhilipp von Recklinghausen).

La disperata situazione dei bambini presenti a Srebrenica nel 1993 (ph. Philipp von Recklinghausen).

di Martina Di Falco 

Lo scorso anno si celebrava il trentesimo anniversario di quello che viene definito il peggior episodio di strage di massa in Europa dal secondo dopoguerra [1]; sono trascorsi tre decenni dal genocidio di Srebrenica: un momento storico segnato dalla più profonda efferatezza e disumanità. Dopo tre anni di combattimenti, iniziati nel momento in cui la Bosnia-Erzegovina si proclamò indipendente (1992), nei primi giorni del luglio 1995 l’esercito della Republika Srpska iniziò un’offensiva per conquistare l’enclave di Srebrenica e porla sotto il proprio controllo. In quel momento la città era sotto la protezione di un contingente di soldati nederlandesi delle Nazioni Unite, il Dutchbat. Thom Karremans, comandante del battaglione nederlandese, chiese ripetutamente l’intervento aereo della NATO. Le richieste furono inizialmente respinte o ritardate; soltanto nel pomeriggio dell’11 luglio vennero effettuati limitati attacchi contro alcune posizioni serbo-bosniache, senza riuscire a impedire la caduta dell’enclave.

Donne, anziani e bambini vennero espulsi con la forza e trasportati nei campi per rifugiati, nel territorio controllato dal governo bosniaco. Secondo il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, più di 7.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono sistematicamente uccisi dopo la conquista dell’enclave. Per il Centro memoriale di Srebrenica, le persone uccise in questo modo furono più di 8.000. I corpi vennero poi sepolti e occultati nelle fosse comuni (in molti casi furono più volte spostati, fatto che ha reso più complicato identificare le vittime) [2]. Due tribunali internazionali, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia e la Corte Internazionale di Giustizia, hanno stabilito che quei massacri furono un genocidio. 

fig-2Attraversare Srebrenica tra viaggio, memoria e rappresentazione

Dal 24 luglio al 3 agosto 2025 ho preso parte a un viaggio della memoria organizzato dalla Scuola di Studi Superiori Giacomo Leopardi di Macerata; grazie a questa esperienza ho avuto modo di ripercorrere i luoghi teatro degli avvenimenti storici fondativi della Bosnia-Erzegovina contemporanea, Paese caratterizzato da una complessa pluralità nazionale, religiosa e culturale, che porta su di sé il peso insostenibile di un genocidio recente e (ri)letto secondo percezioni divergenti, ma presente in ogni brandello della società attuale.

L’idea della Direttrice della Scuola, la Professoressa Carla Danani, era quella di dar vita a un laboratorio di condivisione, incontro e apprendimento partecipativo animato dalle persone che hanno vissuto e tuttora vivono Srebrenica. L’esperienza ha visto la presenza di alcuni accompagnatori che hanno permesso di sviscerare episodi centrali della storia contemporanea della Bosnia-Erzegovina e, più in generale, dei Balcani occidentali, oggi interessati da complessi processi di integrazione europea. Azra Nuhefendic [3], Claudia Zini [4], Ado Hasanović [5] e Roberta Biagiarelli [6], che ogni giorno si dedicano alla (ri)elaborazione storica e critica del genocidio di Srebrenica attraverso la propria arte (scrittura, fotografia, cinema e opera teatrale), ci hanno guidato alla scoperta dell’universo culturale bosniaco. Gli esiti conclusivi del viaggio sono stati, anzitutto, la realizzazione di un podcast di memoria collettiva [7], dal titolo “La Bosnia che non ti aspetti – Voci di viaggio tra memoria e bellezza”; e un cortometraggio avente l’obiettivo di trasformare l’eredità del conflitto in dialogo e l’elaborazione storica in tesoro universale e lascito di memoria, quest’ultima da intendersi non in quanto dato ma in quanto costruzione sociale collettiva (Halbwachs 1950) e culturale (Assmann 1992), esposta tanto alla trasmissione quanto all’oblio (Ricoeur 2000).

Camminare per Srebrenica, sentire le voci di chi ha costruito la propria identità su un doloroso ricordo e vedere ancora i segni e i simboli di un Paese devastato, stringendo tra le mani il libro di Azra [8] o la telecamera di Ado, ha dato vita a interrogativi profondi e tutt’altro che pacificati: in che modo la memoria di un genocidio recente può essere trasmessa senza essere ridotta a rituale commemorativo, a retorica del trauma o a semplice dovere morale? Come si può dare forma a un futuro che non chieda l’oblio come condizione della convivenza, ma sappia invece confrontarsi con il dolore, con le responsabilità, con le asimmetrie del riconoscimento e con le diverse temporalità del lutto? E ancora: quali linguaggi – storici, artistici, testimoniali, politici – possono rendere dicibile ciò che continua a eccedere la narrazione pubblica, evitando tanto la neutralizzazione del conflitto quanto la sua riproduzione interminabile?

Provare a rispondere a questi interrogativi è, evidentemente, un compito complesso. Tuttavia, credo che proprio nel corso del viaggio in Bosnia-Erzegovina sia emersa con forza la possibilità di pensare la memoria non come un deposito immobile del passato, ma come un campo di tensioni, relazioni e pratiche attraverso cui il passato continua a interrogare il presente e a orientare, in forme non lineari, l’immaginazione del futuro. In questo senso, quanto vissuto merita ulteriore spazio di riflessione, anche attraverso le opere e le figure artistiche che hanno scelto di misurarsi con l’accaduto, non per fissarlo una volta per tutte, ma per restituirgli una dimensione sensibile, condivisibile e capace di oltrepassare la pura registrazione documentaria. 

Il cortometraggio nato dal viaggio e costruito a partire dalle interviste raccolte nel contesto bosniaco è tuttora in fase di elaborazione. Già dalle parole degli interlocutori emerge con chiarezza la pluralità delle posture memoriali che attraversano Srebrenica e, più in generale, la Bosnia-Erzegovina contemporanea. In un territorio in cui continuano a convivere interpretazioni, silenzi, ferite e forme divergenti di elaborazione degli eventi compresi tra il 1992 e il 1995, alcune testimonianze sembrano chiedere una sospensione del discorso traumatico: «Per favore, non chiamatelo genocidio e parliamo di altro, di come trascorre la vita qui a Srebrenica», ha chiesto uno degli intervistati. Altre voci, al contrario, rivendicano la necessità di continuare a nominare, raccontare e discutere quegli eventi, percependoli come nodi ancora aperti della storia bosniaca e come elementi imprescindibili di ogni possibile processo di riconoscimento, giustizia e ricomposizione collettiva.

 memoriale di Potočari. (ph. Manuela De Falco)

Memoriale di Potočari. (ph. Martina Di Falco)

La presenza dell’assenza: Potočari, arte partecipativa e rituali della memoria

Alle porte di Srebrenica si incontra il Memoriale di Potočari, con le stele delle vittime identificate e sepolte nel cimitero. Sul muro commemorativo sono ricordati gli 8.372 nomi delle vittime riconosciute del genocidio, mentre la ricerca e l’identificazione dei resti non sono ancora del tutto concluse. Vi regna un silenzio assordante, quasi a evocare un’attesa sospesa, rivolta anche a chi non ha ancora ricevuto degna sepoltura. Il museo prevede la visione di filmati di forte impatto sul massacro di Srebrenica e l’ingresso in uno dei luoghi in cui la violenza della storia bosniaca si è materialmente inscritta; sui muri restano ancora segni e tracce che rendono la visita un momento di profonda consapevolezza, di confronto con una parte della storia europea e della vulnerabilità umana ancora non pienamente elaborata.

Questo è anche il tema di uno dei documentari più intensi sul tema, Where Have You Been, con la regia di Mirko Pincelli [9], che ripercorre il ritorno a casa dell’artista bosniaco-americana Aida Šehović e del suo monumento partecipativo e nomade al genocidio di Srebrenica. Nel documentario, l’ultima tappa del monumento a Potočari riunisce i partecipanti nel gesto collettivo di riempire migliaia di piccole tazze da caffè in ceramica in memoria delle vittime. L’opera di Šehović rientra nella categoria dei cosiddetti counter-monuments: monumenti che rifiutano la fissità celebrativa e affidano la memoria a un gesto processuale, effimero e partecipato (Young 1992).

Da questo esperimento emergono interrogativi dolorosi e irrisolti: che cosa significa “mai più” quando le responsabilità storiche restano oggetto di negazione, rimozione o mancato riconoscimento? In che modo l’arte, il gesto rituale e l’empatia possono contribuire non a colmare il vuoto lasciato da perdite e traumi incommensurabili, ma a renderlo condivisibile, pensabile e socialmente riconoscibile? [10]

Ciò che risulta particolarmente significativo, all’interno del documentario, è il ruolo assunto dal rituale collettivo del caffè nella costruzione di una memoria dell’attesa. La memoria viene vissuta e non semplicemente raccontata, scandita dal ritmo lento di vite spezzate e presenze mancanti. L’atto di preparare il caffè, profondamente radicato nella cultura bosniaca, diventa così un linguaggio simbolico attraverso cui elaborare, in forma condivisa, una frattura storica e affettiva ancora aperta.

Il ruolo dell’arte, del rito sociale e dell’abitare congiuntamente lo spazio permette l’emergere di quella che potremmo definire una “presenza dell’assenza”: la tazzina da caffè, oggetto quotidiano e occasione ordinaria di incontro, diviene qui dispositivo di rielaborazione collettiva, capace di mettere in relazione il passato traumatico, il presente della commemorazione e la possibilità di un futuro fondato sul riconoscimento. 

 le famiglie delle vittime di Srebrenica riunite attorno a migliaia di tazzine di caffè.(da Where Have You Been - FilmFreeway)

Le famiglie delle vittime di Srebrenica riunite attorno a migliaia di tazzine di caffè.(da Where Have You Been – FilmFreeway)

A come Srebrenica

Roberta Biagiarelli e la sua ricerca teatrale assumono un ruolo peculiare, difficilmente eludibile, quando si parla di Srebrenica. Nel suo spettacolo A come Srebrenica, nato ventotto anni fa, l’attrice e autrice ha ricostruito la dimensione più concreta e terrena del genocidio, restituendone non soltanto la portata storica, ma anche la densità umana, emotiva e testimoniale. Dopo aver attraversato quei luoghi e incontrato chi ne porta ancora le ferite, Biagiarelli afferma:

«Ho visto persone che non erano neanche più persone, donne che guardavano la videocassetta dove si mostrava l’esecuzione dei loro figli solo per poterli rivedere. Srebrenica è un luogo legato al turismo della morte che torna a vivere puntualmente ogni anno, a luglio, quando la gente ritorna in massa per le celebrazioni. Il resto dell’anno è un posto morto» [11] .

Una parte del suo monologo, che lei stessa definisce “testimonianza”, recita così:

«S come Sarajevo, non potevi non vederla. L’incrocio col tram fermo sui binari, lo spray sul muro “Welcome to hell”, le donne con la borsa della spesa che attraversano la strada correndo piegate su se stesse, la fila del pane, il viale dei cecchini, l’Holiday Inn, la strage del mercato. S come Sarajevo, non potevi non vederla.
Ma Srebrenica? Chi se la ricorda? Una piccola città della Bosnia Orientale, grande come uno spillo, dove per tre anni sono vissute assediate 40mila persone. Per tre anni. I sopravvissuti raccontano: per i primi undici mesi nessuno è venuto a chiederci niente, neanche un giornalista, né Croce Rossa, né Onu, né dalla Bosnia né dal mondo. Nessuno.
Oggi ci sono le testimonianze, le voci, i processi, tuttora in corso. Immagini? Poche. Allora io imparo un nuovo alfabeto: A come Srebrenica» [12].

Roberta Biagiarelli compie, attraverso il linguaggio scenico, un’importante operazione di restituzione pubblica. Il dramma di Srebrenica non viene semplicemente riportato sulla scena, ma rielaborato nella sua dimensione umana, corporea e relazionale. In questo senso, l’opera dell’autrice non si configura soltanto come contributo artistico, ma come pratica di testimonianza: uno spazio in cui il teatro diventa dispositivo di memoria, trasmissione e sensibilizzazione, capace di rendere percepibile ciò che rischierebbe altrimenti di restare confinato nella distanza della cronaca o dell’archivio.

fig-5I diari di mio padre di Ado Hasanović

I diari di mio padre [13], documentario diretto da Ado Hasanović, prende avvio nell’agosto del 1993, quando Bekir Hasanović scambia una moneta d’oro per una videocamera che diventerà lo strumento attraverso cui documentare la vita quotidiana a Srebrenica durante la guerra.

Con una piccola troupe improvvisata, Bekir cattura immagini che offrono un ritratto inatteso di una popolazione disorientata e ferita, ma ancora capace, anche nella disperazione, di mantenere un legame tenace con la realtà e una sorprendente forma di umorismo.

Ado, figlio di Bekir, si impegna a ricostruire la figura del padre a partire proprio da quei filmati e dalle pagine dei diari tenuti da Bekir, che Ado rilegge e interroga insieme alla madre Fatima. Il suo obiettivo è comprendere come il padre sia riuscito a sopravvivere alla Marcia della Morte e al genocidio di Srebrenica. Il documentario racconta così la storia di un padre e di un figlio che non hanno mai avuto davvero la possibilità di affrontare insieme ciò che hanno vissuto. La difficoltà di comunicazione emotiva tra loro viene esplorata attraverso tre fonti principali: le riprese realizzate dal regista, i materiali d’archivio degli anni Novanta raccolti dal padre in VHS e le parole dei diari, che tentano di restituire l’assurdità della guerra e l’esperienza traumatica che l’ha accompagnata.

L’indagine di Ado è cruda e intima: parla di una ferita familiare, ma al tempo stesso apre a una dimensione più ampia, collettiva e storica. I nomi dei caduti vengono elencati con uno scandire preciso, quasi a volerli sottrarre all’anonimato della morte e tenerli ancorati alla memoria. Il dramma di Srebrenica è ripercorso attraverso la povertà, la desolazione, la fame, ma anche attraverso i gesti minimi della sopravvivenza quotidiana. I diari di Bekir rappresentano così uno scorcio di disperazione umana, ma anche una traccia fragile di resistenza alla cancellazione.

L’alternanza tra la sofferenza dei corpi, la concitazione degli eventi e i ritmi lenti della vita quotidiana produce una forma di partecipazione profonda, in cui la storia collettiva passa attraverso la materia concreta delle relazioni familiari. Ado utilizza i diari del padre per costruire un dialogo intergenerazionale: eredita il trauma del non detto, ma prova anche a trasformarlo in parola, immagine e possibilità di riconoscimento.

Il documentario mette in scena una relazione complessa tra memoria diretta e postmemoria. Ado accede all’esperienza paterna della Marcia della morte e del genocidio soprattutto attraverso i filmati, i diari, i silenzi e le narrazioni familiari (cfr. Hirsch 1997, 2012). Il lavoro sulla memoria familiare consente così a padre e figlio di riconoscersi entro una lettura condivisa, per quanto dolorosa, del passato. Ado cerca di conoscere suo padre anche per comprendere se stesso in relazione a Srebrenica e a un’eredità storica difficile da sostenere. Attraverso il documentario, il trauma non viene risolto, ma diventa finalmente dicibile. «È come fosse ieri», si dice quasi al termine del film. E, in questo senso, ancora oggi, ieri continua ad abitare il presente. 

Roberta Bigiarelli e il suo teatro civile su Sebrenica

Roberta Bigiarelli e il suo teatro civile su Sebrenica

Riflessioni conclusive

Al termine di questo viaggio, una consapevolezza appare inevitabile: Srebrenica non appartiene soltanto al passato. È una presenza che continua ad attraversare il presente della Bosnia-Erzegovina, inscritta nei luoghi, nei racconti, nei silenzi e nelle opere di chi ancora oggi si confronta con quella ferita.

La memoria del genocidio vive attraverso forme differenti di rappresentazione, capaci di trasformare il dolore individuale in esperienza condivisa e interrogazione collettiva. Le tazzine di Aida Šehović, il teatro civile di Roberta Biagiarelli, i diari filmati di Bekir e la ricerca filiale e memoriale di Ado Hasanović mostrano come l’arte possa diventare uno spazio di elaborazione, dialogo e riconoscimento. Ognuna di queste esperienze restituisce un volto, una voce e una storia a coloro che il genocidio ha tentato di cancellare.

Camminando tra le stele bianche di Potočari, ciò che colpisce maggiormente è la percezione concreta dell’assenza. Dietro ogni nome vi è una vita interrotta, una famiglia spezzata, una storia rimasta sospesa. Fare memoria, dunque, non significa semplicemente ricordare ciò che è accaduto, ma assumersi la responsabilità di trasmetterlo, interrogarlo e rielaborarlo nel presente.

A trent’anni dal genocidio, Srebrenica continua a interrogare l’Europa e la sua capacità di fare i conti con le proprie responsabilità storiche, politiche e morali. Le sue domande restano aperte: come si ricostruisce una comunità dopo la distruzione? Come si convive con un trauma che non riguarda solo chi lo ha vissuto direttamente, ma anche le generazioni successive? Come si riconosce la dignità di chi è stato privato perfino del diritto a una sepoltura?

Non esistono risposte semplici. Esiste però la possibilità di continuare a tornare criticamente su quegli eventi, non per chiuderli in una commemorazione rituale, ma per farne occasione di ascolto, responsabilità e riconoscimento. È in questo esercizio collettivo della memoria che risiede, forse, una delle forme ancora possibili di giustizia nei confronti delle vittime di Srebrenica.

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Bosnian War | Overview, Combatants, Death Toll, & War Crimes | Britannica
[2] Quello che successe a Srebrenica, 30 anni fa
[3] Scrittrice e giornalista originaria della Bosnia-Erzegovina naturalizzata italiana, collabora con il quotidiano Il Piccolo ed è corrispondente per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. Dal 1995 vive e lavora in Italia, a Trieste. Nel 2004 ha vinto il Premio Dario D’Angelo riservato ai giornalisti della carta stampata europei, non italiani.
[4] Storica dell’arte e curatrice italiana specializzata in arti visive che affrontano le conseguenze della guerra e della violenza. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso il Courtauld Institute of Art di Londra, dove ha analizzato l’impatto della guerra e del genocidio sulla produzione artistica contemporanea in Bosnia-Erzegovina. Negli ultimi dieci anni ha curato numerose mostre e progetti artistici, tra cui il Padiglione della Bosnia-Erzegovina alla Biennale di Venezia del 2019 e sette edizioni della Kuma International Summer School. È stata insignita dell’Ordine della Stella d’Italia. Oltre al suo lavoro curatoriale e didattico, Claudia è anche editrice e ricercatrice, avendo curato insieme ad altri Sarajevo Unfolding (Buybook, 2020) e Unsafe Goražde (Kuma International, 2022), oltre a ricoprire il ruolo di editrice di Sarajevo 1992-1996 (Kuma International, 2023). Nel 2023 è entrata a far parte del collettivo Radio Elsewheres.
[5] Regista e programmatore di festival bosniaco, membro dell’Accademia Europea del Cinema e dell’Associazione dei Registi della Bosnia-Erzegovina. Nel 2013 si è laureato in Regia Cinematografica presso l’Accademia del Cinema di Sarajevo. Ha inoltre frequentato il Master in Drammaturgia presso l’Accademia delle Arti dello Spettacolo di Sarajevo come studente ospite. Dal 2015 è direttore artistico del Festival del Cinema Mediterraneo Passaggi d’Autore – Intrecci Mediterranei a Sant’Antioco (Sardegna) e selezionatore di cortometraggi per diversi festival cinematografici europei. I suoi cortometraggi – The Angel of Srebrenica (2010), Mama (2013), Pink Elephant (2017), Nomophobia (2018) e Let There Be Colour (2020) – sono stati proiettati e premiati in numerosi festival cinematografici internazionali. Il suo primo lungometraggio documentario, My Father’s Diaries, prodotto da Palomar (Italia) e Mediawan (Francia), ha avuto la sua anteprima mondiale a Visions du Réel nel 2024.
[6] Attrice, autrice, documentarista. Nel 2002 fonda l’associazione “Babelia & C. progetti culturali” (www.babelia.org) dedicandosi con maggior slancio alla ricerca, produzione e interpretazione di temi sociali, storici e politici. È interprete tra gli altri dei seguenti spettacoli: A come Srebrenica (1998), Reportage Chernobyl (2004), Resistenti (2006), Il poema dei monti naviganti (2008). Produce i documentari: Souvenir Srebrenica (2006), La neve di giugno (2007), La Transumanza della Pace (2012). È esperta di Balcani con una particolare attenzione rivolta al genocidio di Srebrenica. Dal 2018 è ideatrice e curatrice del ciclo di incontri ‘Balcani d’Europa-lo Specchio di Noi’ e della rassegna ‘Vista sull’Europa’. Per BEE ha curato Shooting in Sarajevo.
[7] Disponibile al seguente link: Kuma Podcast – Kuma International.
[8] Il libro Le stelle che stanno giù ha rappresentato (insieme a Shooting in Sarajevo), il vademecum fondamentale del viaggio e si configura come una raccolta di cronache e racconti autobiografici che ripercorrono la storia della Jugoslavia e della Bosnia-Erzegovina attraverso le esperienze vissute dall’autrice e dagli incontri che l’hanno maggiormente segnata. Il filo conduttore è la guerra jugoslava degli anni Novanta e il titolo deriva da un’immagine evocativa: le luci della città viste dall’alto sembrano “stelle cadute dal cielo”. Dopo la guerra, però, quelle stesse colline sono punteggiate da cimiteri e lapidi bianche, simbolo delle vittime del conflitto.
[9] Pluripremiato regista di film di finzione e documentari, con una vasta esperienza nel fotogiornalismo in aree post-belliche. Ha girato e diretto documentari per l’Holocaust Memorial Day Trust, l’ONU e il Comitato Internazionale della Croce Rossa in Europa, Medio Oriente, Stati Uniti e Sud-Est asiatico. Ha girato e diretto il documentario Uspomene 677 (2011), in Bosnia, selezionato e candidato a un premio al Raindance Film Festival. Proiettato al Frontline Club, Uspomene 677 è rappresentato da Journeyman Pictures e distribuito in tutto il mondo. Il suo secondo documentario My words and I (Raindance Film Festival 2013) è uscito nelle sale cinematografiche in Italia. Ha prodotto e girato Fishermen’s conversation, partecipando a oltre 15 festival cinematografici internazionali. Nel 2014 ha diretto e girato la serie Ordinary Heroes in Bosnia, prodotta da PCRC, vincendo il primo premio UN Intercultural Award.
[10] CinemaItaliano.info – Tutto il nuovo cinema italiano lo trovi qui
[11]A come Srebrenica, il monologo che ha spiegato il genocidio a migliaia di spettatori
[12]“A come Srebrenica”. Un monologo-testimonianza di Roberta Biagiarelli • Meridiano 13
[13]I Diari di Mio Padre – Film (2024)
Riferimenti bibliografici
Assmann, Jan (1992), Das kulturelle Gedächtnis. Schrift, Erinnerung und politische Identität in frühen Hochkulturen, C.H. Beck, München.
Halbwachs, Maurice (1950), La mémoire collective, Presses Universitaires de France, Paris.
Hirsch, Marianne (1997), Family Frames: Photography, Narrative, and Postmemory, Harvard University Press, Cambridge (MA).
Hirsch, Marianne (2012), The Generation of Postmemory: Writing and Visual Culture After the Holocaust, Columbia University Press, New York.
Ricoeur, Paul (2000), La mémoire, l’histoire, l’oubli, Seuil, Paris.
Young, James E. (1992), The Counter-Monument: Memory against Itself in Germany Today, «Critical Inquiry», 18/2: 267-296.
Fonti e filmografia
Biagiarelli, Roberta (1998), A come Srebrenica, spettacolo-testimonianza, testo di R. Biagiarelli, S. Gonella e G. Giovannozzi, regia di S. Gonella [opera teatrale; debutto 1998].
Hasanović, Ado (2024), I diari di mio padre (My Father’s Diaries), documentario, Palomar (Italia) – Mediawan (Francia).
Pincelli, Mirko (2024), Where Have You Been, documentario, Pinch Media Film – ŠTO TE NEMA (Bosnia-Erzegovina – Stati Uniti – Italia – Serbia) [anteprima mondiale: 30° Sarajevo Film Festival, 2024].
Šehović, Aida (2006-2020), ŠTO TE NEMA, monumento partecipativo e nomade, Sarajevo et al. [opera d’arte pubblica; quindicesima e ultima iterazione presso il Memorial Center di Srebrenica-Potočari, 2020].

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Martina Di Falco, laureata con lode in Scienze politiche e relazioni internazionali presso Sapienza Università di Roma, dove frequenta il corso di laurea magistrale in Relazioni internazionali ed è allieva della Scuola superiore di studi avanzati, ha svolto un periodo di studio presso Sciences Po Lille e collabora con testate giornalistiche. È tirocinante presso l’Unità di analisi e ricerca della SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale. Vincitrice del Premio America Giovani e selezionata tra gli ISPI Next Young Talents, si interessa di diplomazia, cooperazione internazionale, memoria dei conflitti e pratiche di giustizia riparativa.

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