
Miniatura del Codex Purpureus Rossanensis (VI secolo (© FamediSud / Museo Diocesano e del Codex di Rossano)
di Alessandro Notarianni
La Calabria è stata troppo spesso raccontata come margine d’Italia o periferia d’Europa. Nei grandi racconti della storia nazionale ed europea, la regione compare spesso sullo sfondo di vicende che hanno il loro centro altrove: a Roma, a Firenze, a Milano o nelle grandi capitali del continente.
Per lungo tempo una parte della storiografia e del dibattito pubblico ha raccontato la Calabria come un’estremità geografica, una terra isolata rimasta ai margini dei grandi processi storici, spesso descritta più per ciò che le mancava che per ciò che aveva custodito. Questa lettura coglie alcuni aspetti della storia moderna e contemporanea della regione, ma rischia di essere proiettata all’indietro fino a diventare una chiave interpretativa dell’intero passato calabrese.
Se osservata nella prospettiva del Mediterraneo antico, la storia della Calabria prende avvio in un mondo in cui il baricentro della civiltà si trova ancora a Oriente. Molto prima che Roma diventasse il principale centro politico del Mare Nostrum, la Mesopotamia, l’Egitto e l’Asia occidentale costituivano alcuni dei grandi poli della civiltà antica. Le coste della Calabria e dell’Italia meridionale occupavano una posizione all’interno di questo spazio di relazioni che univa stabilmente Europa, Asia e Africa.
Volgendo lo sguardo verso lo Ionio, verso la Grecia, verso Bisanzio, verso le sponde orientali e meridionali del Mediterraneo, è lì che molte tracce calabresi trovano il loro senso: nelle città della Magna Grecia, nei monasteri di rito greco, nelle chiese bizantine, nei manoscritti miniati, nelle comunità ebraiche e armene, nelle memorie lasciate anche dal contatto con il mondo islamico.
Questo breve saggio nasce dal tentativo di restituire alla Calabria una dimensione storica più ampia, meno chiusa dentro il racconto nazionale e meno dipendente da una prospettiva eurocentrica. La Calabria fu, per lunghi secoli, una porta sul Mediterraneo, un luogo in cui l’Oriente si manifestava come presenza concreta nella lingua, nell’arte, nella spiritualità e nella vita quotidiana. Attraverso monumenti, manufatti e reperti archeologici emerge l’immagine di una Calabria profondamente inserita nelle vicende del Mediterraneo, ben oltre i confini della futura nazione italiana.
A partire dall’VIII secolo a.C. le colonie greche si insediarono lungo le coste della Calabria e dell’Italia meridionale. Città come Sibari, Reggio, Crotone e Locri divennero importanti centri del Mediterraneo antico. A Crotone operarono Pitagora e Alcmeone, mentre Locri è legata alla tradizione legislativa di Zaleuco e ai celebri pinakes dedicati a Persefone. Sibari raggiunse una straordinaria prosperità economica e Reggio, affacciata sullo Stretto, occupò una posizione centrale tra Sicilia, Ionio e Tirreno. La stessa espressione Magna Grecia testimonia l’importanza attribuita dagli antichi a queste comunità.
Tuttavia, i rapporti che legavano la Calabria al Mediterraneo antico si estendevano ben oltre l’Egeo. Prima della fondazione delle città greche, simboli e oggetti legati all’universo religioso egizio erano già entrati nelle pratiche delle comunità autoctone della regione. Le prove di questo contatto precoce emergono dalle necropoli della prima età del ferro. A Torre Galli, nell’attuale provincia di Vibo Valentia, presso la costa tirrenica, gli scavi archeologici condotti da Paolo Orsi hanno portato alla luce una serie di scarabei databili tra la fine del X e l’inizio del IX secolo a.C. (Orsi, 1922: 1–45). Questi piccoli oggetti, deposti all’interno di sepolture indigene, rappresentano una delle più antiche testimonianze di manufatti egizi rinvenute nell’intera penisola italiana.
Poco più a nord, sull’altra costa, ad Amendolara, l’alto Ionio cosentino ha restituito un ulteriore nucleo significativo di Aegyptiaca: amuleti e scarabei legati alla tradizione nilotica, in parte prodotti direttamente in Egitto e in parte giunti attraverso le reti commerciali di Fenici e Ciprioti. Nel contesto d’origine, lo scarabeo incarnava l’idea di protezione e rigenerazione; concetti che le comunità locali scelsero di accogliere e fare propri, inserendoli nei corredi funebri prima ancora di conoscere la piena egemonia culturale greca.
Torre Galli e Amendolara appartengono a contesti differenti della Calabria protostorica, separati da centinaia di chilometri e affacciati su mari diversi. La ricorrenza degli stessi oggetti in territori distinti della regione suggerisce che il loro valore simbolico fosse riconosciuto ben oltre l’ambito di una singola comunità locale.
A una fase molto più tarda appartiene la Stele di Horo sui coccodrilli, conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Crotone. Databile tra la fine della XXX dinastia e l’inizio dell’età tolemaica, raffigura il giovane dio mentre domina serpenti, scorpioni e coccodrilli e riporta nella regione un repertorio di immagini nato sulle rive del Nilo, condensando in una sola scena uno dei temi centrali della religiosità egizia: la protezione contro il pericolo e le forze del disordine (De Salvia, 1988: 127-131).
L’Egitto compare così come una presenza ricorrente nella Calabria antica: attraverso oggetti, rituali e forme del sacro che entrarono a far parte della vita dei popoli autoctoni. Si tratta di testimonianze appartenenti a periodi differenti, accomunate dal fatto di collocare la regione all’interno di una cornice culturale più vasta di quella restituita dal solo racconto della Magna Grecia, ma che comprendeva anche il Levante e la Valle del Nilo.
A partire dall’età ellenistica e poi con l’espansione di Roma, gli equilibri politici del Mediterraneo cambiarono profondamente. Le città greche dell’Italia meridionale furono integrate nel mondo romano e i principali centri decisionali si spostarono altrove. Questo comportò una trasformazione del ruolo che la Calabria occupava all’interno della storia del Mare Nostrum.
L’inserimento nel mondo romano non cancellò l’eredità greca della regione. La lingua, i culti e molte consuetudini continuarono a caratterizzare ampie aree della Calabria anche durante l’età imperiale. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, il legame con le sponde orientali del mare assunse nuove forme. Tra VI e XI secolo la Calabria divenne una delle principali regioni dell’Impero bizantino in Italia, conservando ancora a lungo il greco e sviluppando una cultura religiosa profondamente legata a Costantinopoli.
Tra gli elementi che più profondamente caratterizzarono la Calabria bizantina vi fu la presenza del monachesimo orientale. Tra tarda antichità e alto Medioevo, alcuni monaci giunsero in Calabria in seguito alle crisi che attraversarono l’Impero d’Oriente, tra cui le guerre, l’avanzata persiana, l’espansione araba nell’Asia Occidentale e nel Nord Africa, le controversie iconoclaste. Altri si spostarono dalla Sicilia quando l’isola entrò progressivamente nell’orbita islamica.
Le tradizioni monastiche giunte dall’Oriente cristiano trovarono in Calabria un terreno particolarmente favorevole. Accanto ai monasteri organizzati secondo il modello basiliano, si svilupparono esperienze eremitiche che richiamavano l’esempio dei Padri del deserto. Tra Rossano, il Mercurion, la valle dello Stilaro, Stilo, Brancaleone, le grotte e le cavità naturali dell’Aspromonte furono trasformate in luoghi di preghiera e di ritiro, lasciando un’impronta profonda nel paesaggio religioso della regione. Gli affreschi conservati in molte chiese rupestri restituiscono ancora oggi la densità di quel mondo. Figure di santi, del Pantocratore e della Vergine rivelano un immaginario religioso in continuo dialogo con Bisanzio. Personalità come San Nilo di Rossano, monaco e calligrafo di cultura greca, si mossero dentro una rete di monasteri e centri di trasmissione culturale che univa la Calabria bizantina alla Sicilia, alla Lucania, a Roma e al cristianesimo orientale.
Tra le molte comunità che attraversarono la Calabria bizantina vi furono anche gli Armeni. Il loro arrivo si inserisce nelle strategie con cui l’Impero rafforzava le province di frontiera, trasferendo soldati, famiglie e comunità provenienti dalle regioni orientali nei territori più esposti. Gli Armeni giunsero nell’Italia meridionale in più momenti, soprattutto durante la riorganizzazione militare promossa da Niceforo Foca il Vecchio dopo la riconquista dei principali centri calabresi nella seconda metà del IX secolo (von Falkenhausen, 1978).
La memoria di questi insediamenti affiora ancora nella fascia meridionale della regione compresa tra Bruzzano, Brancaleone, Staiti e Ferruzzano Superiore, un’area che la tradizione locale continua a ricordare come Valle degli Armeni. I ruderi della Rocca Armena di Bruzzano, insieme alle testimonianze conservate nelle chiese rupestri dell’area, richiamano una presenza che lasciò tracce nella cultura religiosa del territorio. Alcuni motivi decorativi, tra cui particolari tipologie di croci e raffigurazioni di pavoni, sono stati accostati dagli studiosi a modelli diffusi nelle regioni caucasiche e armene dell’Impero.
Anche il culto dei santi conserva il ricordo di questo mondo orientale. I Quaranta Martiri di Sebaste, venerati dalla tradizione bizantina come soldati cristiani uccisi in Armenia Minore, erano ricordati nel territorio lametino; alla stessa città di Sebaste apparteneva San Biagio, uno dei santi più popolari della Calabria medievale, il cui culto rimase profondamente radicato nell’area di Sambiase. Attraverso queste testimonianze la presenza armena emerge come una delle componenti della Calabria bizantina, una regione nella quale convivevano tradizioni provenienti da diverse parti dell’Impero.
È all’interno di questo stesso orizzonte culturale che acquista significato uno dei più celebri tesori della regione: il Codex Purpureus Rossanensis. Conservato a Rossano e iscritto nel registro UNESCO, è uno dei più antichi e preziosi manoscritti miniati del Nuovo Testamento giunti fino a noi. Scritto in greco su pergamena purpurea con inchiostri d’oro e d’argento, fu realizzato nel VI secolo nell’area di Antiochia, in ambiente cristiano siro-palestinese. Uno dei simboli più importanti del patrimonio calabrese affonda dunque le proprie radici tra le comunità cristiane della Siria tardo-antica, un’area che rappresentava uno dei principali centri intellettuali, commerciali e artistici del Mediterraneo. Attraverso città come Antiochia, Edessa, Damasco, Palmira, Tiro e Beirut transitavano manoscritti, metalli preziosi, tessuti policromi e competenze manifatturiere raffinate.
Il Codex Purpureus condensa materialmente questo mondo: la pergamena purpurea richiama il prestigio dei tessuti imperiali; l’oro e l’argento della scrittura trasformano il testo evangelico in un oggetto di straordinario valore simbolico; le miniature rivelano una concezione del sacro in cui parola e materia concorrono alla costruzione di un’unica esperienza religiosa.
Inoltre, tra le eredità orientali più significative della Calabria medievale vi è quella della seta. Prima di diventare una delle grandi produzioni del Mezzogiorno, la seta fu per secoli un bene prezioso legato alle rotte che univano la Cina, l’Asia centrale, la Persia, la Siria, l’Egitto e il Mediterraneo. Secondo una tradizione riferita da Procopio di Cesarea, alcuni monaci provenienti dalle regioni orientali della Via della Seta introdussero nell’Impero le conoscenze necessarie alla bachicoltura, trasportando fino a Costantinopoli uova di bachi da seta.
![Menorah nel mosaico della sinagoga di Bova Marina (IV-VI secolo d.C.). [Visit Jewish Italy / Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia]](https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/wp-content/uploads/2026/06/Bova-Marina-Reggio-Calabria-Mosaico-raffigurante-una-menorah-nella-sinagoga-del-IV-VI-secolo-550x420-300x229.jpg)
Menorah nel mosaico della sinagoga di Bova Marina (IV-VI secolo d.C.). [Visit Jewish Italy / Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia]
La testimonianza di Procopio conserva probabilmente il ricordo di un evento storico reale: nel VI secolo Bisanzio riuscì ad avviare una produzione serica autonoma, sottraendo progressivamente questo bene strategico alla mediazione delle grandi reti commerciali asiatiche e persiane. Da Costantinopoli e dalle province orientali, la cultura serica si diffuse lungo le rotte bizantine e mediterranee. La Calabria e la Sicilia occuparono in questo processo una posizione decisiva.
La Calabria bizantina, posta tra Oriente cristiano, Sicilia e penisola italiana, partecipò a questa circolazione di competenze e materie prime. Lo sviluppo della gelsibachicoltura e delle attività legate alla lavorazione della seta trasformò alcune aree della regione in importanti centri di produzione specializzata. Questo processo manifatturiero trovò il suo vertice urbano e commerciale nella città di Catanzaro. La città divenne uno dei principali centri serici dell’Italia meridionale, sviluppando una produzione specializzata che raggiunse i mercati del Mediterraneo.
La centralità delle attività seriche sopravvisse anche ai successivi mutamenti politici: in età normanna, ad esempio, numerosi documenti attestano la conferma alle mense arcivescovili dei diritti di decima sulle tintorie delle giudecche, segno della continuità e della redditività di queste attività. Nell’industria tessile, infatti, fu particolarmente significativo il ruolo della comunità ebraica. Le fonti attestano il coinvolgimento delle giudecche nelle diverse fasi della produzione serica, dalla filatura alla tintura, fino alla commercializzazione dei tessuti.
Le comunità ebraiche giunsero in Calabria in diverse fasi migratorie provenienti anche dal Vicino Oriente e trovarono nella regione un ambiente favorevole alle attività economiche e commerciali. Una testimonianza straordinaria di questa presenza è la sinagoga di Bova Marina, riportata alla luce nel 1985. L’edificio, databile alla tarda antichità, conserva un prezioso pavimento musivo decorato con simboli tradizionali dell’ebraismo, tra cui la menorah, lo shofar, il cedro, la palma e il nodo di Salomone. Le affinità stilistiche con i mosaici dell’area palestinese testimoniano legami con l’Oriente mediterraneo.
I documenti della Genizah del Cairo e le cronache ebraiche dell’Italia meridionale, come la Cronaca di Ahimaaz ben Paltiel, mostrano come le comunità ebraiche calabresi fossero pienamente inserite nella vita economica e culturale del Mezzogiorno medievale (Procopio, 2017: 142). La loro familiarità con lingue, sistemi giuridici e tradizioni differenti consentiva loro di muoversi con particolare efficacia tra l’Italia latina, il mondo bizantino e quello islamico, svolgendo funzioni di mediazione che andavano ben oltre il commercio. In questo senso le comunità ebraiche contribuirono a fare della Calabria uno dei luoghi in cui tradizioni diverse potevano incontrarsi, convivere e influenzarsi reciprocamente.
Tra IX e XI secolo, gli stessi spazi attraversati da mercanti e navigatori divennero anche teatro del confronto tra l’Impero bizantino e le potenze musulmane, che stavano ridefinendo gli equilibri del Mediterraneo e con cui le regioni dell’Italia meridionali avrebbero intrattenuto rapporti destinati a lasciare tracce profonde nel territorio e nella memoria storica.
Fino all’827 i rapporti tra Bisanzio e gli Aghlabidi dell’Ifriqiya, l’odierna Tunisia, erano regolati da una hudna, una tregua che garantiva un precario equilibrio tra le due potenze (Talbi, 1966). La situazione cambiò quando il comandante bizantino Eufemio si ribellò a Costantinopoli e cercò l’appoggio dell’emiro aghlabide. L’intervento militare inviato in suo sostegno diede avvio alla conquista islamica della Sicilia, trasformando una crisi interna all’Impero in una guerra che avrebbe cambiato il volto della Sicilia e dell’Italia meridionale per secoli.
Gli Aghlabidi, dinastia formalmente subordinata al califfato abbaside, ma ampiamente autonoma nelle proprie scelte politiche e militari, fecero della Sicilia il principale obiettivo della loro espansione verso nord (Vanoli, 2008). La conquista dell’isola fu un processo lungo, durato decenni, durante il quale il controllo bizantino arretrò progressivamente dalle regioni occidentali e meridionali verso le roccaforti dell’est.
In questo nuovo scenario la Calabria assunse un’importanza strategica fondamentale. Finché la Sicilia era rimasta bizantina, lo Stretto e le coste calabresi facevano parte di un medesimo sistema politico e militare. Con l’avanzata musulmana nell’isola, invece, la Calabria si trasformò nel principale avamposto imperiale del Sud Italia. Era una vera e propria linea di difesa esposta direttamente alla pressione proveniente dall’isola e dall’Africa settentrionale.
Per Costantinopoli difendere la regione significava impedire che l’espansione musulmana si prolungasse stabilmente nella penisola. La pressione islamica sulla Calabria prese forma soprattutto nei punti in cui il territorio offriva possibilità concrete di controllo. Lungo le coste e nei luoghi strategici della regione sorsero così presenze che, in alcuni casi, superarono la dimensione dell’incursione temporanea e assunsero una consistenza più stabile. Tra la metà del IX secolo e la riconquista bizantina guidata da Niceforo Foca il Vecchio nell’885-886, centri come Amantea, Tropea e Santa Severina rimasero per oltre trent’anni sotto il controllo musulmano, configurandosi come i principali nuclei della presenza islamica nella Calabria altomedievale (Loiacono, 2017: 382–393).
Amantea rappresenta il caso più significativo. Espugnata nell’846, l’antica Nepetia divenne una base musulmana di notevole importanza, proiettata sia verso il Tirreno sia verso la valle del Crati. Anche il nome della città conserva traccia di questa fase. Nelle fonti arabe medievali Amantea è registrata nelle forme Mantiya e al-Mantiya; gli studiosi hanno collegato questa denominazione alla radice araba che richiama l’idea di luogo alto, elevato, una reinterpretazione perfettamente coerente con la posizione dell’abitato, disposto sulla rupe che domina la costa tirrenica. Si tratta di un indizio della rilevanza assunta dalla città nel sistema politico e militare musulmano della Calabria altomedievale.
La posizione di Amantea permetteva di controllare i collegamenti tra la costa tirrenica, Cosenza e l’interno della Calabria settentrionale. Durante il dominio arabo, il centro fu rafforzato nella sua funzione militare: le fonti e gli studi moderni ricordano la ristrutturazione del castello, la presenza di una piccola flotta e il controllo esercitato sul territorio circostante.
Tra i reperti più significativi di questo periodo si ricorda un frammento marmoreo con iscrizioni in caratteri arabi, rinvenuto nell’area dell’attuale Palazzo delle Clarisse. Ad una fase molto più tarda appartiene una moneta islamica rinvenuta nell’area del castello e coniata a Bamiyan, nell’antico Khorasan, una vasta regione storica dell’Asia centrale compresa tra l’Iran orientale e l’Afghanistan (Tonghini, 1997: 203-230). Databile agli inizi del XIII secolo e riferibile al sovrano Ala al-Din Muhammad Khwarazm Shah, essa rappresenta una testimonianza unica nel Mezzogiorno d’Italia e restituisce la sorprendente ampiezza geografica degli orizzonti entro cui si muovevano uomini e oggetti del mondo islamico medievale. Pur affidata a testimonianze relativamente limitate, la fase islamica di Amantea continua così ad affiorare attraverso reperti, nomi di luogo e trasformazioni del paesaggio che ne conservano la memoria.
La conquista musulmana di Tropea, invece, avvenne intorno alla metà del IX secolo e accompagnò l’espansione araba lungo il Tirreno meridionale. Alcuni scavi hanno restituito in particolare materiali ceramici riconducibili ad ambiti produttivi e modelli islamici. Santa Severina controllava a sua volta un vasto territorio tra la costa ionica e l’altopiano silano. La sua importanza derivava dalla capacità di dominare le vie interne della Calabria centro-orientale, funzione che ne fece un punto di particolare interesse strategico. Le evidenze archeologiche e le trasformazioni delle strutture fortificate confermano il ruolo assunto dal centro in questa fase.
Particolarmente rilevante fu anche il caso di Reggio. Affacciata sullo Stretto, la città costituiva il principale centro bizantino della Calabria meridionale e la sua posizione ne faceva una sede amministrativa, militare e commerciale di primo piano, esposta però alla pressione proveniente dall’isola ormai entrata nell’orbita islamica. L’attacco condotto da Abū l-ʿAbbās tra il 900 e il 901 segnò uno dei momenti più difficili per la presenza bizantina nell’area. Reggio fu conquistata e le fortezze circostanti accettarono di versare tributi ai vincitori. Tra i beni ricordati dalle fonti compare anche una notevole quantità di grano, dettaglio che restituisce l’immagine di un territorio fertile e strategicamente importante per l’approvvigionamento delle regioni vicine.
La riconquista bizantina della seconda metà del IX secolo riportò la città sotto il controllo imperiale, ma non interruppe i rapporti che da tempo univano Reggio e la Sicilia. Questa continuità emerge con particolare evidenza dalla circolazione del tarì (Castrizio, 2008: 571–577), la moneta aurea nata nella Sicilia islamica e destinata a diventare una presenza abituale nella Calabria bizantina. A partire dall’XI secolo il tarì compare con regolarità nei documenti dei monasteri greci e della Chiesa metropolitana di Reggio, utilizzato per registrare affitti, compravendite, patrimoni e operazioni della vita economica quotidiana.
In una regione che continuava a riconoscersi nell’orizzonte politico di Bisanzio, una parte significativa delle attività economiche veniva dunque espressa attraverso una moneta proveniente dal mondo arabo-siculo. La sua diffusione riflette il peso assunto dai rapporti con la Sicilia e offre una misura concreta dell’intreccio che continuava a legare le due sponde dello Stretto. Le merci di quel periodo restituiscono il profilo concreto di questi rapporti: legname e pece, indispensabili alla cantieristica e alla navigazione, insieme a vino, miele, prodotti agricoli e schiavi, circolavano dalle coste calabresi verso i mercati mediterranei; in senso opposto arrivavano ceramiche, manufatti e beni di pregio provenienti dalle aree islamiche.
La Calabria guardava strutturalmente verso i mercati finanziari del Mediterraneo arabo, metabolizzandone i sistemi di computo ben prima dell’arrivo dei Normanni, i quali ereditarono e mantennero queste medesime pratiche monetarie rielaborandole all’interno del nuovo assetto politico ed ecclesiastico.
A Reggio, la presenza musulmana continuò a lasciare tracce anche dopo la fine delle conquiste (von Falkenhausen, 1991: 249–270). Nel X secolo le fonti arabe ricordano la costruzione di una moschea nel centro della città, con un accordo che garantiva ai musulmani la possibilità di accedervi. Alla stessa realtà rimanda il ritrovamento di una tomba islamica infantile all’interno della cinta muraria, testimonianza di una presenza che apparteneva alla vita quotidiana della città e non soltanto alle vicende militari.
Qualche generazione più tardi, negli scritti attribuiti a Luca di Bova, vescovo greco attivo tra XI e XII secolo, compaiono ancora gli Agareni, il nome con cui la tradizione cristiana medievale indicava Arabi e musulmani. I riferimenti ai loro costumi e alla loro presenza nella provincia metropolitana di Reggio attestano l’esistenza di comunità islamiche nella regione anche diversi decenni dopo la fine del dominio musulmano.
La centralità della Calabria in questo scenario emerge anche dalle fonti arabe. Ibn al-Athīr, grande storico arabo-musulmano legato all’ambiente di Mosul, ricordò la battaglia combattuta nel 982 tra l’imperatore Ottone II e le forze musulmane siciliane presso Capo Colonna, nell’area crotonese (Amari, 1883). Si trattò di uno scontro in cui si misuravano le ambizioni dell’Impero occidentale, la presenza bizantina nell’Italia meridionale e la forza militare degli emirati islamici di Sicilia. Attraverso queste fonti, valorizzate già nell’Ottocento da Michele Amari, la Calabria medievale esce da una lettura esclusivamente latina o peninsulare e riacquista la propria dimensione euro-mediterranea.
Le tracce di questa complessa stratificazione storica emergono con particolare evidenza nella Cattolica di Stilo (Cuteri, 2010). All’interno della piccola chiesa bizantina, edificata tra X e XI secolo secondo i modelli architettonici del mondo greco-orientale, una delle colonne conserva un insieme di iscrizioni che appartengono a tradizioni religiose differenti. Accanto a una croce accompagnata da lettere greche, interpretata come un riferimento al versetto 27 del Salmo 118 (117 nella numerazione dei Settanta): «Il Signore è Dio ed è apparso a noi», compaiono infatti due iscrizioni arabe: la Shahāda, la professione di fede islamica e una formula di lode a Dio.
Scoperte e studiate da Francesco Cuteri, queste iscrizioni hanno alimentato diverse interpretazioni. Secondo una prima ipotesi (Cuteri, 1997: 74 ss.; cfr. anche Cuteri, 2010), la colonna sarebbe stata reimpiegata e avrebbe quindi raggiunto la Cattolica con le scritte già incise. Altri studiosi hanno invece suggerito che l’edificio possa aver conosciuto, in una fase della sua storia, un utilizzo come luogo di preghiera musulmano. È stata inoltre avanzata la possibilità che le iscrizioni siano riconducibili alla presenza di comunità arabe cristiane attestate nell’Italia meridionale medievale. Nessuna di queste ipotesi ha trovato finora una conferma definitiva.
Resta però il dato materiale: nella stessa colonna convivono una croce greca, un versetto cristiano e la professione di fede islamica. Più che fornire una risposta univoca, la pietra conserva la memoria di vicende che la documentazione scritta permette soltanto di intravedere.
Tra IX e XI secolo la Calabria occupò una posizione particolare all’interno del Mediterraneo (Gabrieli e Scerrato, 1979; Scerrato, 1984). Provincia dell’Impero bizantino affacciata sullo Stretto, rivolta verso la Sicilia, la Grecia e le regioni orientali dell’Impero, la regione fu coinvolta nelle trasformazioni che interessarono il Mezzogiorno e il Mediterraneo centrale. La dimensione militare della frontiera si intrecciò con la circolazione di persone, con le politiche di popolamento promosse da Bisanzio e con la presenza di comunità differenti per origine, lingua e tradizione religiosa. Da questo intreccio prese forma una società complessa, nella quale il confronto tra mondi diversi costituì un elemento ordinario dell’esperienza storica.
La storia della Calabria medievale si colloca all’interno di uno spazio che univa stabilmente le sponde del Mediterraneo. Tra IX e XI secolo la regione partecipò alle trasformazioni che interessavano il mondo bizantino, l’Italia meridionale e le società islamiche affacciate sul mare comune. Le vicende militari, le migrazioni promosse dall’Impero, la presenza di comunità provenienti da aree diverse, la circolazione di uomini, oggetti e conoscenze contribuirono a plasmare una realtà nella quale appartenenze differenti convivevano all’interno di un medesimo quadro storico.
Chiese e monasteri di tradizione greca, manoscritti siriaci, insediamenti monastici, reperti islamici, tracce della presenza ebraica e documenti legati alle comunità armene compongono un patrimonio che rinvia a rapporti sviluppatisi nel corso dei secoli tra Calabria, Oriente bizantino, Levante, Nord Africa e Sicilia. Ciascuno di questi elementi acquista pieno significato soltanto se inserito in una prospettiva più ampia, capace di cogliere la regione nel suo contesto mediterraneo.
La storia della Calabria e del Mezzogiorno medievale esige una lettura euro-mediterranea capace di superare i rigidi confini della narrazione nazionale, superando quelle interpretazioni elaborate a partire dagli assetti politici ed economici dell’età contemporanea, che hanno spesso proiettato sul passato categorie nate in contesti molto più recenti e finito per rappresentare il Mezzogiorno come una realtà marginale anche per epoche nelle quali occupava una posizione centrale nei rapporti tra le diverse sponde del Mediterraneo.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Riferimenti bibliografici
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Alessandro Notarianni, nato e cresciuto a Lamezia Terme, in Calabria, con un profondo interesse per le lingue, le culture e le connessioni tra i popoli del Mediterraneo. Laureato con lode in Lingue e Culture Straniere presso l’Università degli Studi Roma Tre, conseguendo una Laurea Magistrale con votazione di 110 e lode. Durante il suo percorso universitario ha partecipato al programma Erasmus presso l’Université Savoie Mont Blanc di Chambéry, in Francia, vivendo e studiando in un ambiente internazionale e multiculturale a stretto contatto con studenti provenienti da diversi Paesi del mondo.
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