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Perché sono avvelenato dall’itanglese

testa-annamariaper l’italiano

di Olivier Durand

Prima di spiegare per quale motivo non amo l’itanglese è bene che mi presenti rapidamente, perché chi mediti i miei nome e cognome si dirà in automatico: “Eccolo là, il francesone spocchioso e sciovinista per motivi genetici”. Non me la prendo nemmeno, abbiamo tutti i nostri difetti.

Sono un ragazzo sessantenne, docente di lingua araba a La Sapienza, francofono incallito sin dalla nascita benché ormai italianizzato e titolare di cittadinanza italiana, vivo a Roma da quando avevo quattro anni. Ho una formazione da linguista, oltre che da arabista, ritengo in quanto tale di non parlare soltanto dei miei gusti linguistici personali. L’italiano non essendo la mia lingua, potrei anche benissimo fregarmene. Sono cresciuto comunista, quindi mi reputo del tutto scevro di nostalgie fasciste.

Sono il primo a dire okay, film, weekend, look, fast food e tant’altro, e sono ben contento che gli omosessuali abbiano diritto oggi a essere chiamati gay (che tra l’altro non sta per “gaio” ma è l’acronimo di Good As You “buono quanto te”) e non più con termini offensivi. Prestiti da altre lingue esistono in tutte le lingue del mondo, sono un segno positivo di apertura su “l’Altro”.

In Italia fu la dittatura fascista a vietare l’uso di parole straniere, e non rivendicherò mai il ripristino di un simile procedimento. Significa questo che un bravo antifascista deve fare incetta di prestiti, dall’inglese s’intende, per non essere sospettato di rimpianti destrorsi? Quello che pratico io lo chiamo ‘ecologia linguistica’, nel senso che la lingua ‒ e i dialetti ‒, per come la vedo, fanno parte dell’ambiente e pertanto hanno diritto allo stesso rispetto che tributiamo a mari, fiumi, foreste e paesaggi in generale.

Non pretendo “leggi”, né tantomeno “sanzioni” per chi preferisca esprimersi in itanglese. Siamo in democrazia e ognuno deve essere libero di parlare come meglio ritiene. Il linguaggio rientra nei fenomeni di moda: vanno, vengono, spariscono, ritornano, e soprattutto cambiano con il tempo. Ma esistono mode ridicole (come di recente il dilagante car* tutt*). La mia non è altro che una militanza che suggerisco ai tanti che la pensano come me. Infatti so bene di non essere l’unico, ma ci percepiamo come una minoranza indesiderata che fa meglio a tacere in quanto tacciata di “ridicola”.

11050228_847870195258721_1984930430922659272_nVedrei tuttavia di buon occhio qualche disposizione da parte del Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca (MIUR) da impartire alla Scuola e all’Accademia, e sarei felice di trovare nella mia posta elettronica inviti a “seminari in linea” anziché webinar (o perché non innovare anche noi con retinario, o se proprio ci teniamo webinario per webeti?) e a corsi sulla “riservatezza” invece di privacy.

Ora, la Francia spocchiosa è ben lungi dall’essere l’unico Paese occidentale a raccomandare (ma non certo rendere obbligatorio) l’uso di termini tradotti (cosa che la maggioranza dei francesi trova perfettamente normale): ordinateur “computer”, matériel “hardware”, logiciel “software”, balladeur “walkman”, centre d’appels “call centre”, souris (lett. “topo”) “mouse” ecc. Lo fanno anche gli altri Stati, occidentali e non. In Italia “si dice” password perché “Eh sì, ormai è entrato nell’uso, che ci vogliamo fare?”, e secondo non pochi è “intraducibile”!

Francese: mot de passe, spagnolo: contraseña, portoghese: senha, tedesco: Passwort, danese: adgangkode, polacco: hasło, arabo: كلمة السر, ebraico: סימסה, turco: şifre. Tutti fascisti e “ridicoli”?

Escludo le attività commerciali: se ritengono di guadagnare di più o di attirare più clienti con l’itanglese, niente da ridire, la mia censura abbassa le braccia. L’economia globale è tuttora basata sul commercio ed è ben risaputo che la maggioranza della popolazione bipede di questo Pianeta ama la moda.

Ma siamo arrivati a soglie di assurdità. Se spiego che, visto le misure di confinamento, devo fare gli esami in linea, e per generare il collegamento declinare nome utente e parola d’ordine, molti non mi capiscono. Per essere compreso devo dire che per via del lockdown ho dovuto accedere online al link con user name e password. Scusatemi ma non so se ridere o piangere.

Sono anche scrittore in lingua italiana: quanto devo litigare con gli editori ‒ anzi gli “editor”, ossia i consulenti editoriali ‒ che senza nemmeno consultarmi mi correggono nebulizzatore in spray, tassì in taxi, o mi bocciano le parole che vanno oltre le cinquecento del lettore medio (che chiamo “mèdiocre”).

Trovo stomachevole quanto il ketchup sui maccheroni devolution, “decentramento istituzionale”,  newtown “piano di ricostruzione edile provvisoria”, ticket “tassa sulle prestazioni sanitarie”, austerity “austerità”, spending rewiew “tagli sulla spesa pubblica”, JOBS act (acronimo di Jumpstart Our Business Startups Act) “riforma del diritto del lavoro” ‒ spesso scritto Job’s act “atto di [un misterioso] Giobbe” ‒, per non parlare di un recovery fund “fondo di recuperi” di cui molti non capiscono neppure il significato. Eh, ma troppo lungo, in italiano! Allora viva la neologia e gli scorciamenti: decentramento, neocittà, sanitassa, austerità, tagli, e visto che DPCM non ci spaventa perché non RDL?

No, non si tratta di una “battaglia di retroguardia”, ma di un atteggiamento didattico condito da un indispensabile pizzico di autoironia. Mi dispiace, ma quest’itanglofilia strisciante e ormai proliferante è una sindrome, preoccupante, di depauperamento di una cultura italiana sempre più mèdiocre, e i tanti che difendono l’itanglese come necessario, inevitabile, ormai irrinunciabile mi fanno soltanto cagare. E ai tanti che mi riferiscono di aver tradotto un testo inglese di cento parole con centocinquanta italiane, mi rincresce, ma questo è il primo sintomo di chi non sa tradurre. La traduzione è un mestiere, che occorre imparare.

Quante volte sento dire che, eh sì, l’inglese è più “stringato” dell’italiano, ricorre a meno parole per dire le stesse cose… Che lingua agile e sciolta…! Facciamo un esempio. Salgo su un qualsiasi aeromobile di Alitalia, e mi siedo al posto assegnatomi. Sullo schienale della poltrona di fronte a me leggo la seguente scritta bilingue:

Life jacket under seat
Il giubbotto salvagente si trova sotto la propria poltrona

Ebbe’, sì… quattro parole inglesi contro nove italiane… bisogna riconoscere… in effetti… Qui ci vuole un excursus storico e linguistico. In base a direttive rivolte alla lotta contro l’analfabetismo, sin dagli inizi del Novecento gli Stati Uniti hanno deciso di ricorrere il meno possibile a segnali, preferendo loro ingiunzioni scritte. Laddove in Italia abbiamo un cartello circolare azzurro con una freccia bianca rivolta verso destra, in America troviamo la scritta “turn right”. Ora, turn right si legge e assimila in fretta. Ma un’indicazione più articolata, come Attenzione al pericolo di smottamenti improvvisi, tenersi rigorosamente sulla destra e moderare la velocità, può rivelarsi controproducente, in quanto l’automobilista intento a decriptare tutto con attenzione si distrae dalla guida e fa largamente in tempo a finire contro un palo o in fondo al burrone. Questo ha portato gli americani a “limare” quanto più possibile le segnalazioni, stradali o altre.

17265088_10158443467428125_9051768724695943094_nLife jacket under seat, letteralmente “salvagente sotto sedile”, non è inglese né letterario né colloquiale, che direbbero piuttosto the life jacket is under the seat, sette parole: sempre meno di nove… (Anche “gira a destra” sarebbe turn on the right). In Italia non siamo abituati a queste potature sintattiche. Bisogna spiegarci tutto. Del salvagente viene precisato che si tratta di un giubbotto salvagente, affinché qualcuno magari non immagini una ciambella con la papera. Si trova, nel senso che occorre cercarlo. Sotto la propria poltrona, altrimenti l’italiano lo va a prendere d’istinto sotto il sedile che ha davanti a sé. È così che, alcuni anni fa, apparve sulle portiere posteriori dei tassì italiani, in corrispondenza della maniglia, la scritta bilingue:

Chiudere piano
Close soft

All’attenzione di quei clienti zelanti che sbattono la portiera come se dovessero schiaffeggiare un ippopotamo. Ora, a parte il fatto che close soft in inglese significherebbe “chiudere con dolcezza”, o “delicatezza”, premura tutto sommato eccessiva nei confronti di una carrozzeria d’acciaio temprato, sulle portiere dei tassì britannici leggo:

 Please, do not bang the door

Con tanto di please, di virgola e di do not anziché don’t: questa volta, due a sei per l’italiano.

Gli studenti che non sanno il francese (lasciamo stare il tedesco) non soltanto non lo sanno ma sono ben determinati a non saperlo mai. Ora, in Russia, Cina, Giappone, Corea non accettano l’inglese come esperanto (chiamiamolo a questo punto esperanglo): o ti impari russo, cinese, giapponese, coreano o te ne torni a casa. In Francia, poi, provate a ordinare in inglese in un negozio o ristorante, vedrete le male parole.

Appartengo come già detto alla comunità di italiani di origine straniera: tra di noi parliamo in varie lingue, anche italiano, ovviamente, e assistiamo al proliferare dell’itanglofilia tra incomprensioni e sonore sghignazzate, perché il fenomeno è caricaturale e a momenti avvilente.

Ma l’inglese è più “pragmatico”, sento spesso affermare: si fa prima a dire jetlag e feedback che “mal di fuso” e “ritorno d’informazione”. Allora proponiamo fusopatia e un semplice ritorno risemantizzato (che peraltro sento in bocca alla mia salumiera a proposito dei commenti dei clienti su dati prodotti). Per stalking esiste uno splendido assillo, e quanto al computer ormai inestirpabile, in Svizzera lo chiamano ordinatore. Volere è potere.

Esistono anche parole italiane oggi in totale disuso che potrebbero essere riattualizzate, come stazzone (maschile o femminile, stessa etimologia di stazione), che si riferiva alla bottega (e spesso abitazione) dell’artigiano dell’argilla, per workshop. Lo ha fatto l’arabo in diversi casi: nella lingua standard attuale l’automobile e il treno sono chiamati sayyāra e qiṭār, che oggi significano soltanto questo, ma in antico arabo erano il “dromedario da corsa” e la “carovana di montagna” con i dromedari in cordata come vagoni.

Usare l’aureolante itanglese, che per molti italiani viene vissuto come un non problema, viene sbandierato come “più moderno”. Ora la domanda è: chi è più moderno, chi opta per aggrapparsi a un’altra lingua, o chi affronta la modernità adeguandovi la propria? “Modernizzarsi” significa rinunciare alla propria identità culturale? Così pare di capire, e con buona pace dei francesi snob e spocchiosi.

Quanti sanno che l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo, e che l’insegnamento dell’italiano all’estero è oggi una carriera professionale in pieno sviluppo per i laureati in lingue? Devo andare a Londra, Washington o Melbourne per insegnare che computer, lockdown e call centre in italiano si dicono computer, lockdown e call centre?

Ma concludiamo con una sana filosofia napoletana: ce la ricordiamo la canzone Tu vuò fa l’americano di Renato Carosone, del 1956? Allora, che cosa stigmatizzava, quella canzone? La persona che, a torto o a ragione, si sente provinciale, e cerca di rimediare a tale condizione assumendo una serie di comportamenti vari ‒ whisky and soda e rock and roll… ‒, con tuttavia il risultato che così facendo non fa altro che accentuare il proprio aspetto provinciale. Moralità della favola: Sient’a me, chi t’o fa fà?

Io milito! Chi mi ama mi segua. Nei tre giorni scorsi ho causato diverse fissità dello sguardo dichiarando di aver preso una tachipirina da 1000 prima di recarmi al vaccinòdromo (scippato al francese vaccinodrôme) per il richiamo dell’astrazeneca. Mi rifiuto di dire all’hub, pronunciato ab(be).

Faccio ridere? Benissimo, un professore che non sa far ridere ogni tanto non sarà mai un buon professore.

Dialoghi Mediterranei, n. 50, luglio 2021

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Olivier Durand, nativo di Copenaghen, è professore associato di Dialettologia araba al Dipartimento di Studi Orientali della Sapienza di Roma. È autore di diversi studi e di opere narrative. Il suo ultimo romanzo, che tratta anche di linguistica, è Le vie del Signore (La Caravella edizioni, 2020).

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