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Pensare la poesia agli orli della notte

copertia-agli-orli-della-nottedi Alberto Genovese 

Introducendo le Opere di Kierkegaard, Sergio Quinzio menziona e brevemente commenta alcune pagine degli Atti dell’amore nelle quali il filosofo danese considera 

«“l’atto di amore di ricordare un defunto” come il più disinteressato, il più libero, il più fedele. “In verità, se vuoi sapere cos’è l’amore in te e negli altri uomini, osserva come vi rapportate ad un morto”. È facile piangere la persona cara che ci è venuta a mancare da poco, perché è facile serbarne il ricordo. Ma poi “il caro ricordo di un defunto deve difendersi contro la realtà affinché le nuove impressioni che si susseguono a valanga non abbiano il potere di cancellare il ricordo […] ricorda il defunto e impara proprio da lui ad amare i viventi con disinteresse, fedeltà, libertà. Rispetto a un defunto tu hai la libertà e la misura con cui puoi provare te stesso”. Non ama i viventi chi non ama i morti; ma non si amano i defunti se non ci si rifiuta di abbandonarli; se non si crede che risorgeranno…» [1]. 

In ambito mondano la risurrezione non è quella del corpo ma della memoria, dove si ritrova ciò che è già stato senza che sia andato perduto. Il veni foras è nel potere della letteratura, Signora del tempo. La Recherche di Proust ne è l’esito più alto e la definitiva summa. Non occorre altra fede per crederlo che l’esercizio della lettura e della scrittura.

 Dell’ “atto di amore” auspicato da Kierkegaard e della prerogativa della parola (s’intende: quella scritta, poiché verba volant) dà esemplare illustrazione la silloge poetica di Stefania La Via, Agli orli della notte  (peQuod, Ancona, 2024).

Laureata in filologia romanza, insegnante, archivista, paleografa, fine e partecipe dicitrice di testi (presta la sua voce al “Servizio Libro Parlato Lions”), è esponente di spicco di un composito e spontaneista manipolo che nell’ultimo decennio ha tratto Trapani – la città in cui è nata e vive – da un lungo e accidioso silenzio culturale, segnando una stagione di autentica rinascita, tuttora in fieri.

Da questa, già succinta, nota biografica della nostra Autrice abbiamo omesso – per retorico paradosso – la sua vocazione poetica, che di tutte le altre sue qualità intellettuali è, dantescamente, «la prima radice». Dalle conferenze, dagli interventi, dai suoi scritti, dalle interviste rilasciate alle riviste letterarie e, infine, dalle letture pubbliche dei componimenti degli autori più amati, commentate con la chiarezza della studiosa, emerge una passione insieme lucida e cultuale per la poesia moderna e contemporanea.

E inavvertitamente accade (ma non sempre con esiti degni di durevole memoria; non è qui il nostro caso) che dalla lettura si passi alla scrittura in proprio. Fu nel 2021, anno ancora orribile, nell’obbligata intimità di quei mesi, che Stefania La Via, piuttosto che appendere per voto la sua cetra alle fronde di un salice, diede alle stampe un volume di versi che si intitolava Persistenze, e ne scrivemmo allora, convinti di trovarci dinanzi a un libro felicissimo [2], come davanti a un esordio, dopo il lungo silenzio poetico che aveva seguito alcune raccolte giovanili [3].

copertina-persistenzeLa pubblicazione di una nuova opera è sempre temuta dall’autore, chiamato a confermare il talento che gli è stato riconosciuto nel libro precedente e a convincere anche gli ultimi dubbiosi. Sa, l’autore, che i lettori coltiveranno l’attesa di ritrovare la felicità che procurò loro il libro precedente e che i critici saranno più severi prima di accoglierlo nell’ufficioso circolo dei nuovi scrittori. Ed è con questo spirito – di semplici lettori, poiché parliamo da lettori, non da critici – che ci siamo accinti alla lettura di Agli orli della notte, che a noi sembra diversamente riuscito e diversamente pregevole.

Diversamente: perché le due raccolte non si prestano a un confronto estetico-sinottico, tanto diversi sono i rispettivi soggetti, l’intensità espressiva e i mezzi stilistici richiesti da ciascuna di esse. Fioriti fra le macerie del Covid, i versi di Persistenze erano articolati in tre sezioni nelle quali apparivano anche altri temi, tenuti insieme dal misterioso “persistere” del tempo pur nella sua fuga.

Agli orli della notte è invece interamente dedicato a una giovane amica, Sabrina, «presenza che domina l’assenza, / così intenso il tuo passaggio breve / nel mondo, la tua orma / sul nostro cuore». Il testo è dunque fortemente unitario, come se le sessantuno liriche che lo compongono fossero un’unica, distesa elegia. E non è forse casuale che anche l’indice finale, nel riportare per ciascun componimento il primo verso, restituisca l’impressione di una continuità che attraversa l’intero libro: le liriche, infatti, sono volutamente prive di titolo, secondo una scelta che sottolinea la natura di ininterrotto canto o poema che l’Autrice ha inteso conferire alla raccolta.

E va rilevato, a questo riguardo, che, per quanto ci sia stato possibile accertare, consultando repertori e fonti disponibili in rete, non sembra esistere, nel canone sia pure provvisorio della letteratura italiana contemporanea, una raccolta poetica interamente dedicata alla scomparsa di una persona cara come suo unico e costante soggetto. Una singolarità che rivela una trafittura dell’esistenza, una ferita permanente, un’irrimediabile zoppia dello sguardo sul reale, finché il lutto non trovi nel libro che lo custodisce e insieme lo celebra la propria elaborazione e la propria simbolica sepoltura.   

Leggendo Persistenze, l’opera precedente, ci sembra di poter affermare che La Via sia in prevalenza una poetessa della «oggettualità» in senso «estetico»: lo sguardo si posa su un oggetto, dal quale l’Autrice trae le proprie metafore, che divengono a loro volta veicoli sognanti dell’essere della cosa, di ciò che ne oltrepassa la semplice presenza per interrogare il perché del suo esserci e della sua funzione, il significato che la trascenda. Un processo che rimane inavvertito nella maggioranza dei poeti che vi ricorrono.

Ne Agli orli della notte – e qui cogliamo la differenza rispetto a Persistenze – gli oggetti retrocedono da messaggeri ispiratori di senso a cause seconde dinanzi alla memoria, che senza altro ausilio che le sue stesse orme e le sue visioni, va alla ricerca degli attimi in cui sostare. Veglia sul sonno dell’assente, si ostina a non voltargli le spalle, procrastina l’addio.

Poesia dopo poesia, la raccolta si va componendo come i grani di un rosario tenuti insieme dal filo delle parole: preghiere sussurrate dall’Autrice genuflessa sui gradini del tempo. Il grande merito degli Orli è di saperci restituire lo struggimento della perdita come una simbolica inumazione di colei che scrive insieme con l’amica discesa nel paese delle ombre, entrambe avvolte nello stesso sudario dei ricordi. L’amica scomparsa ha perduto la parola, l’amica che resta parlerà anche per lei, «per la dolce legge di una metempsicosi propria dell’amore», come scrisse Balzac in un celebre passo de Il giglio nella valle.

137473170«E non diciamo che [l’uomo] non sente, perché si sente nel pensiero: i sentimenti sono pensieri in commozione» [4]. Così Miguel de Unamuno, che nella stessa occasione aggiungeva: «I veri pensatori sono i poeti» [5]. Questo testo di Stefania La Via ha principalmente (e ancor più dell’opera che l’ha preceduta, per effetto della naturale e sorvegliata maturazione della sua arte) il pregio di essere “pensato”, non con gli strumenti del pensiero, ma con quelli della poesia, evitando al tempo stesso di incorrere nella sovrabbondanza del sentimento, dalla quale metteva in guardia Kierkegaard: «il peccato di poetare invece di essere» [6], quando cioè si scivola, per eccesso di commozione, dall’esistenza alla sua rappresentazione. La retorica può divenire, infatti, il prezzo che il sentimento estorce ai poeti mediocri: l’esperienza del vissuto si sofferma sullo “stato estetico”, diviene sublimazione e non si innalza al senso del tragico, che non è per definizione dei tombeaux – i componimenti poetici dedicati alla memoria dei morti –, ma appartiene a tutte le espressioni della vita. In Agli orli della notte la poesia e il dolore stillano spontaneamente dal pensiero, che invisibilmente li conduce (perché la parola senza il pensiero è sempre cieca), e non pagano il pegno dell’inchiostro lacrimoso. Queste, a nostro avviso, le magistrali qualità della raccolta.

Ma non vorremmo essere noi sovrabbondanti di teoria se non ci accingessimo, a questo punto, a una minima antologia personale dei versi che più ci hanno colpito per nettezza, rastremazione, verità e necessità. A pagina 22 compaiono almeno due pensieri che strutturano la raccolta: che l’amore non è più forte della morte, come invece vorrebbe una vulgata rielaborazione del Cantico dei Cantici («Forte come la morte è l’amore», Ct 8,6). La poetessa ne inverte, con un senso realisticamente tragico, la direzione: è la forza della morte a piegare l’amore: «[…] nella vita / accadono cose che l’amore / non può impedire né aggiustare […]»; e che insieme alle persone care noi seppelliamo e piangiamo quella parte di noi che era in loro: «[…] piangiamo te ma anche noi, / come eravamo […]». Aveva dunque ragione Unamuno nell’affermare che i poeti sono autentici pensatori. Non c’è concetto filosofico più efficace di questi due semplici versi sull’ineluttabilità della fine, e della morte che ci sta accanto già nelle morti degli altri.   

E come non riconoscere, in un verso di pagina 24, la potenza di un aforisma capace di trasmutare la fissità di sei parole nella profondità del compito della poesia (ma della letteratura in generale): fare virtù scrittoria della necessità di ciò che il tempo ci sottrae: «[…] Tu sei poesia perché sei assenza […]»! Ci è lecito dire che Proust avrebbe assentito?

2560888046852_0_0_424_0_75Un’altra perla, un’altra luce troviamo nei due versi iniziali di pagina 31: «Se dico il tuo nome / tu ritorni, viva. […]». Qui si condensa un tema che aduna antropologia, magia, sacralità: la potenza evocativa del nome che sottrae il singolo alla folla, ne individua la divina singolarità, lacera il velo che divide le ombre dai corpi, chiama e convoca. L’abbiamo detto all’inizio: la mimesi della forza terrifica del veni foras è l’atto d’amore della letteratura per i morti, la loro laica resurrezione nella rievocazione poetica.

Certo, non ipotizziamo che la poetessa abbia seguito quel complesso itinerario al quale abbiamo succintamente accennato: esso è possibile solo ex post, nell’esegesi del lettore curioso. Ex ante, è il talento e l’ineffabile intuizione degli autori a muovere la penna, con un fulmineo viaggio a ritroso nell’inconscio collettivo, di cui gli scrittori e i poeti sono più di altri depositari.

Del perché del titolo della silloge, che coniuga due lemmi – gli orli: confine naturale di un abisso, gesto di una mano che ordisce un abito là dove sfiorerà la terra; la notte: evocatrice del buio arcano della morte, o forse speranza della luce – la poetessa dà conto a libro inoltrato.

A pagina 44: «[…] sei le domande sospese / agli orli della notte, / perfette nell’incompiutezza / della non risposta […]». Con un ossimoro, i due termini diventano figure dell’incomprensibile: come può l’incompiutezza essere in sé perfetta, se non in quanto perfetta assenza – sostanza biografica della morte –, congiunta all’incompiutezza delle millenarie domande sulla morte stessa?

E poi, a pagina 68, il titolo si disvela e si compendia in versi studiatissimi e di efficace bellezza: «[…] Dagli orli della notte / ci si può lasciare scivolare / lenti / nell’abisso / o tenendosi aggrappati / risalire / da deserti di silenzio e nostalgia / costruire gradini, riscoprire / il senso dello spazio, dei colori / emergere a nuove albe, darsi / pace […]».

Dall’alba dei tempi, quando l’umanità cominciò a seppellire i suoi morti, apprese l’inevitabile compito di non dimenticare la morte, di portarla nell’animo, di sentirne sfiorare gli orli a ogni passo e, a ogni passo, voltandosi indietro, ricominciare comunque a vivere, come per un dovere e un istinto insopprimibile.    

E lasciamo volentieri ai lettori di questa silloge il piacere di scoprire altre bellezze fra quelle che qui abbiamo proposto. Crediamo che questa nuova raccolta di Stefania La Via confermi la felicità delle sue qualità poetiche e ne mostri una maturazione che autorizza a seguirne con interesse il cammino. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Note
[1] Sergio Quinzio, «Kierkegaard, il cristiano moderno», in Søeren Kiergegaard, Opere, vol. I, a cura di Cornelio Fabro, Piemme, Casale Monferrato, 1996: XIX.
[2]https://tuttatoscanalibri.com/2023/11/18/stefania-la-via-persistenze-parole-memorie-frammenti-margana-edizioni/
[3] Fuori tema. Canti del silenzio, Fashion Graphic, 1998; e-mail, scritto a quattro mani con Renzo Porcelli, La Quadreria del Lotto, 2002; La fragilità difficile. Storia di un amore e altri versi, Libroitaliano World, 2004.
[4] Miguel de Unamuno, «Última lección de cátedra» (1934), in Obras completas, vol. VII: 1085: «Y no digamos que no siente, porque se siente en pensamiento – los sentimientos son pensamientos en conmoción».
[5] Ibid., «Los genuinos pensadores son los poetas».
[6] S. Kierkegaard, «La malattia mortale», in Opere, cit., vol. III: 87. Il rischio che la letteratura si arresti alla riuscita «estetica» e non pervenga all’essenza del tragico viene richiamato in molte pagine del filosofo danese.

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Alberto Genovese, nato a Trapani, dove vive, è laureato in Filosofia. Ha collaborato con la casa editrice “Novecento” di Palermo, per la quale è stato co-curatore della prima edizione italiana (1989) del Nachsommer (Tarda estate) di Adalbert Stifter. Come scrittore ha esordito nel 2022 con la casa editrice Manni (L’alternativa del cavaliere), segnalato nell’edizione 2019 del Premio Calvino, e finalista alla VI edizione del Premio letterario “Città di Erice” (2024). Collabora per le recensioni di libri con “tuttatoscanalibri” e “Azioni Parallele”.

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