L’empatia
Si racconta che l’antropologa Margaret Mead abbia individuato in uno scheletro, rinvenuto in un sito archeologico e risalente ad alcune migliaia di anni fa, una testimonianza sulla solidarietà umana. Lo scheletro, infatti, mostrava un femore con i segni di una frattura successivamente guarita: un siffatto incidente, in quei tempi remoti, sarebbe stato fatale se qualcuno non si fosse preoccupato di accudire e nutrire la persona sfortunata per tutto il tempo necessario alla sua guarigione. Ed è appunto questa lunga assistenza che permette all’antropologa di affermare che l’empatia, la capacità cioè di identificarsi e di solidarizzare con l’altro, fa parte del corredo genetico della specie umana.
Probabilmente l’attribuzione dell’aneddoto alla Mead è inventata, ma a noi interessa il suo significato soggiacente che può essere considerato come il segno del passaggio dallo stato della ferinità a quello della civiltà.
Nella lunga storia dell’umanità, oltre alle discordie, alle guerre, alle sopraffazioni, ci sono stati altri innumerevoli esempi, tutti accertati, di fratellanza e di solidarietà individuale e collettiva; tra questi mi piace ricordare quello di Maria Lorenza Longo, una nobildonna di origine catalana che, dopo essere rimasta vedova, svolse un’intensa attività caritatevole, culminata nei primi anni del 1500 con la fondazione dell’Ospedale degli Incurabili a Napoli. Qui, oltre ad occuparsi di persone affette da malattie per le quali allora non c’erano rimedi, aveva anche aperto un reparto di maternità che applicava una regola del tutto straordinaria per quei tempi, come si può leggere sulla lapide fissata ad una parete dell’ingresso dell’ospedale, oggi diventato museo:
Qualsiasi donna
ricca o povera
patrizia o plebea
indigena o straniera
purché incinta
bussi
e le sarà aperto
M. L. Longo [1]
L’iniziativa della Longo si colloca su un piano di modernità democratica difficile da incontrare anche in questo secolo XXI in cui nazionalità, lingue parlate, religione e perfino gli indumenti indossati sono fattori di discriminazione. Le due testimonianze, infatti, riguardano, soprattutto la seconda, un comportamento esemplare senza il quale l’esistenza dell’umanità si sarebbe svolta in modi diversi, con la probabilità di non potersi differenziare dagli altri esseri viventi. Senza empatia e solidarietà, infatti, la vita comunitaria sarebbe stata molto difficile; anzi, possiamo ipotizzare che senza questi sentimenti non ci sarebbero stati tribù, villaggi, paesi, città. Se è vero, quindi, che l’empatia è un fattore importante per l’evoluzione umana, dobbiamo proprio esserle grati giacché per essa abbiamo ancora, nonostante tutti i prevedibili ostacoli e tutte le difficoltà, la speranza (o l’utopia) di costruire una convivenza universale civile e pacifica. Ed è ancora in obbedienza ad essa se nel corso dei secoli sono sorte associazioni di mutuo soccorso, come la Croce Rossa, le Misericordie che operano nei piccoli paesi, gli ospedali ecc., e soprattutto sono state emanate ed applicate quelle norme che, impedendo e limitando prepotenze ed egoismi, hanno permesso all’umanità di sopravvivere fino ad oggi.
Queste norme sono state promulgate sempre per la tutela e la difesa dei più deboli, come i bambini, le donne, gli anziani, i poveri e gli ammalati ma, avendone usufruito anche gli altri, sono state essenziali affinché l’umanità acquisisse una visione della vita meno aggressiva e violenta, tanto che il livello di civiltà raggiunto da una Nazione si misura proprio sulla presenza più o meno diffusa di attività umanitarie. Dopo gli ospedali, quindi, sono nate molte altre iniziative ispirate alla solidarietà sociale, sia nell’ambito della tutela della salute, sia nella diffusione dell’istruzione. Tutto ciò non sarebbe successo, tuttavia, senza le lotte di chi aveva questa coscienza solidaristica contro sistemi politici e sociali nei quali, invece, la vita è concepita come una forma di convivenza in cui dominano l’egoismo e l’esercizio del potere.
La nascita del Servizio Sanitario Nazionale
Dopo un lungo tragitto storico, dal tempo della Maria Longo ad oggi, e sull’onda delle lotte sociali degli anni 1960-70, in Italia si fece strada l’idea di una riforma del sistema sanitario del tutto rivoluzionaria. Fu merito anche della ministra Tina Anselmi, importante rappresentante di quel cattolicesimo veneto aperto ai problemi sociali, quello di suggerire e realizzare una riforma che pose l’Italia all’avanguardia mondiale nel campo della sanità. Così il 23 dicembre del 1978 entrava in vigore la legge n. 883, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, un complesso di funzioni e di attività assistenziali, svolto dallo Stato con la collaborazione delle Regioni, delle Province, dai Comuni ed altri Enti specifici per garantire la tutela della salute di tutti i cittadini. Si trattava di una legge che realizzava, dopo trent’anni, quanto dettato dall’art. 32 della Costituzione e cioè riconoscere ed affermare che la salute è un diritto fondamentale e che la Repubblica garantisce l’accesso alle cure a tutti i cittadini, senza discriminazioni e a prescindere dalle loro condizioni economiche. Inoltre, avendo fatta propria la Dichiarazione di Alma Ata, sull’assistenza sanitaria primaria (1978), il Sistema italiano garantisce le cure anche alle persone di altre nazionalità che si trovino temporaneamente in Italia. L’assistenza e la cura devono essere, dunque, eque e universali.
Per poco più di un ventennio le vicende sanitarie italiane si sono svolte rispettando la nuova legge e con il totale gradimento da parte dei cittadini, nonostante la Riforma fosse nata con un difetto che nessuno si è mai preoccupato di eliminare, costituito dal divario socio-economico tra Sud e Nord, retaggio dell’Italia pre-risorgimentale, a lungo e inutilmente discusso come “questione meridionale”, che ha influito negativamente sugli scopi per cui era nata.
Nel Mezzogiorno, infatti, la situazione della salute pubblica marcava deficienze sia nelle strutture (pochi ospedali e quelli che c’erano spesso si presentavano inadeguati o addirittura fatiscenti) sia nelle specializzazioni mediche; ciò malgrado, nel corso degli anni successivi alla riforma, le Regioni meridionali si limitarono ad accomodare quello che c’era senza sentire il bisogno di mettersi alla pari con l’organizzazione sanitaria delle altre Regioni. Tale inerzia fu dovuta al disinteresse dei politici, più inclini a salvaguardare il potere personale che a spendersi per gli altri, e al fatto che, permettendo la legge di potersi curare in qualsiasi luogo della Penisola, coloro che ne avevano bisogno cominciarono a recarsi negli ospedali più attrezzati molto spesso ubicati nelle Regioni a nord di Roma. Col tempo, dato che la situazione nelle aree più povere o mal governate si aggravava sempre di più, i viaggi della salute diventarono dei veri e propri pellegrinaggi. Tutto ciò, comunque, non è stato sufficiente a smuovere le forze politiche e di governo che, davanti ad un così macroscopico problema, sono rimaste quasi del tutto inerti.
In certe zone del Sud, oltre al disinteresse politico, il degrado dei centri ospedalieri era (è) dovuto a pesanti infiltrazioni mafiose (triste fenomeno estesosi successivamente nelle altre regioni) di cui ho personale conoscenza per essere stato ospite per quasi un mese in un ospedale della Campania.
La sanità secondo camorra
Nella prima settimana di ricovero, mentre mi sottoponevo agli esami propedeutici all’intervento, ebbi modo di rendermi conto della situazione. Ebbi il primo impatto abbastanza preoccupante quando entrai per la prima volta nel bagno della camera assegnatami: il lavandino era fuori uso perché, essendosi intasato il tubo di scarico, era pieno di acqua sudicia; il wc non aveva il coperchio e non c’era il bidet; alle pareti non c’era un gancio o un chiodo dove appendere l’asciugamano o la giacca del pigiama. Chiesi al mio compagno di stanza se avesse di già riferito a qualcuno perché intervenissero a porre rimedio almeno al guasto idraulico. Non l’aveva fatto. Mi accorsi successivamente di come il comportamento dei pazienti fosse passivo, accettavano tutto come se così fosse voluto dal fato. Andai dall’infermiere caposala a chiedere delucidazioni; «Ah sì, è da due giorni che deve venire l’idraulico a riparare il guasto». Dal tono di voce compresi che era una bugia e soprattutto che aveva preso la mia richiesta di chiarimenti come un rimprovero alla sua scarsa capacità di dirigente. Comunque, quando fui dimesso, nel bagno era stato ripristinato solo l’uso del lavandino, il resto si trovava nella situazione di prima.
La stanza, sempre aperta, aveva frequenti visite da parte di estranei: i quali entravano, deponevano un bigliettino in una cassetta appesa ad una parete e velocemente uscivano; quando andai a leggere cosa fossero, scoprii che si trattava di biglietti pubblicitari a favore di compagnie private che esercitavano servizi di ambulanza in tacita e non autorizzata concorrenza con quelli dell’ospedale. Tutte le mattine l’inserviente delle pulizie svuotava la cassettina, ma vi lasciava sempre il biglietto di una ditta, sempre la stessa, come verificai dopo, quella che probabilmente gli dava la mancia per eliminare la pubblicità dei concorrenti. Lo stesso inserviente, poi, arrivava con uno straccio umido che strofinava sul lungo davanzale interno della finestra: cominciava dall’ingresso, ma a metà davanzale si fermava, l’altra metà non veniva considerata; lo stesso trattamento a metà era riservato alla testiera del letto. Poi tornava con un bastone e uno straccio che passava sul pavimento, ma non su quella parte che rimane sotto il letto. Non gli ho visto mai portare con sé un secchio con l’acqua, la sua era una pulitura a secco. Andai di nuovo a protestare dal capo infermiere, il quale, la mattina dopo, appena vide arrivare l’inserviente, venne in camera a recitare una sceneggiata, assumendovi il ruolo di caporale: «Quando pulisci, lo devi fare bene! Il davanzale va pulito tutto, il pavimento si lava anche sotto il letto e si lava con acqua e sapone! Hai capito? Con acqua e sapone!». L’inserviente per tutta la durata del pistolotto rimase impassibile, come Buster Keaton, mentre nella stanza si diffondeva uno sgradevole odore di camorra. E tutto rimase come prima [2].
La causa maggiore del declino della sanità in Italia e dello svuotamento delle sue potenzialità e funzioni sta però in un fenomeno globale iniziatosi con la Thatcher e Reagan: in quel periodo si cominciava a dare seguito alla deregulation e a recitare il mantra “meno Stato e più privato” che con il governo di Berlusconi sarebbe diventato una regola applicata anche dai governanti successivi, pur se di orientamento politico diverso. Stavano, infatti, entrando in crisi profonda tutti i movimenti politici che si opponevano al sistema del libero mercato, non solo quelli di orientamento marxista, ma anche le socialdemocrazie, i laburisti, i liberali keynesiani. Così si misero in soffitta tutte le teorie politiche che avevano qualche occhio di riguardo per il cosiddetto welfare, e, al grido di “libero è bello!” si cominciarono a ridurre i finanziamenti pubblici diretti alla scuola, al sociale, alla sanità. A poco a poco gli ospedali furono ridimensionati (meno letti, meno specializzazioni mediche e chirurgiche) specie quelli situati in aree poco popolate; nel mentre si dava piena libertà all’iniziativa privata con la conseguente nascita di decine di cliniche, alcune ultra-specialistiche, che costituirono un ulteriore richiamo per coloro affetti da gravi malattie, ampliando così il fenomeno del pellegrinaggio dalle regioni del Sud a quelle del Nord. Gli ospedali diventarono aziende e in quanto tali la loro funzione cambiò: non più l’obiettivo della sanità pubblica, ma quello di chiudere i bilanci in pareggio, magari tagliando i cosiddetti “rami secchi”.
La liberalizzazione nel settore della tutela della salute fece proliferare, oltre alle cliniche private, i laboratori di analisi di cui sono costretti ad usufruire coloro che non possono aspettare i tempi delle lunghe liste di prenotazioni del servizio pubblico, anche gli studi medici privati. In questo clima gli stessi medici ospedalieri vollero cambiare sistema: messo da parte il giuramento di Ippocrate, ritennero opportuno di liberarsi dagli obblighi della Riforma che impedivano loro di esercitare per conto proprio la professione, ottenendo così la possibilità di visitare i pazienti dentro l’ospedale (intra moenia) o fuori (extra moenia).
I vecchi “medici di famiglia”, inoltre, ottennero nuove norme di comportamento: cambiarono il titolo in Medici di medicina generale, si attrezzarono a visitare i pazienti soltanto nel proprio studio, facendosi aiutare da collaboratori amministrativi per gestire ricette ed altri documenti burocratici, non andarono più a visitare i malati a casa, anche in casi gravi: “Che venga qui” era la risposta; oppure, se aveva già chiuso lo studio dopo il termine dell’orario di servizio, “Rivolgetevi alla guardia medica”. Trasformati così i pazienti in clienti, quel vecchio poster, di origine americana, che spesso era affisso alle pareti degli ambulatori medici, quello in cui era rappresentato il dottore che si recava a piedi per strade di campagna con la valigetta professionale in mano a fare le visite a domicilio, scomparve per sempre. Il medico non era più la persona con cui confidarsi e dalla quale aspettarsi cure e soprattutto conforto, non era più il “missionario” ritratto in tanti racconti letterari: aveva perso tutta la carica dell’empatia. Chi, tra tutti i medici, aveva una specializzazione finì per aprire un ambulatorio e chiedere alti onorari e, non essendoci controlli, senza rilasciare ricevute.
A suggello di questi radicali cambiamenti, alla prima occasione di formazione di un nuovo governo, l’onorevole Rosy Bindi, ministra della sanità e coerente seguace di Tina Anselmi, fu sostituita al Ministero da un medico, barone universitario e ospedaliero (2000/2001), quello che durante un’estate molto calda, consigliava di portare le persone anziane nei supermercati in cui c’è l’aria condizionata. Il “berlusconismo” ormai dilagava.
Modifiche alla Costituzione
Negli anni successivi la situazione si è aggravata per un motivo preciso: la modifica del Titolo V della Costituzione e i suoi effetti sul Servizio sanitario. Il Titolo V della Carta, modificato dal Parlamento con una legge entrata in vigore l’8 nov. 2001, nella sua stesura originale regolava il rapporto tra la centralità dello Stato e l’autonomia delle regioni, cioè tra gli interventi legislativi pertinenti al governo nazionale e quelli di pertinenza delle Regioni; la riforma ha ribadito questo rapporto, ma per rabbonire ed evitare uno scontro con un movimento politico che nel suo programma prevedeva proposte anti-unitarie e addirittura minacciava la secessione delle Regioni del Nord, l’autonomia prevista dalla Costituzione fu ampliata fino a cedere una buona parte dei poteri dello Stato in settori piuttosto delicati come la sanità. Col senno di poi, questa modifica è da considerarsi un cedimento clamoroso delle forze politiche costituzionali a movimenti conservatori e scissionisti che si aggiunse all’accettazione acritica delle teorie economiche neo-liberiste. Due ferite profonde difficili da far rimarginare. Le conseguenze si sarebbero viste al tempo della pandemia del Covid, con le Regioni che, in possesso di maggiori poteri decisionali rispetto a prima, intralciavano e contestavano le disposizioni operative del Governo centrale.
L’odissea farmaceutica come effetto della modifica costituzionale
Ultimamente ho avuto ancora a che fare con la regione Campania, ma in una situazione quasi kafkiana. Uno specialista aveva prescritto un farmaco per curare la mia forte anemia. Il medico di base, residente in Toscana, mi invia la ricetta per il farmaco; vado in farmacia ma non mi danno il medicinale perché, mi dicono, non ce l’hanno. Mi reco in un’altra farmacia, ma con lo stesso risultato e con nessuno che mi spieghi il motivo del diniego; al quinto tentativo trovo una persona gentile la quale mi informa che il farmaco non è in quel momento in commercio. Intanto è passato quasi un mese; ritorno dallo specialista che mi prescrive un altro farmaco: questo è in commercio ma le farmacie non me lo danno, senza, al solito, fornire spiegazioni. Dopo qualche settimana riesco a trovare un farmacista che mi spiega il mistero: il farmaco è costoso e, dopo che hanno avuto l’autonomia per gestire la sanità secondo le logiche del bilancio in pareggio, le Regioni rimborsano i medicinali costosi prescritti ai soli pazienti là residenti, ma non a quelli di altre Regioni che temporaneamente ci vivono; pertanto, le farmacie della Regione non sono autorizzate a rilasciarli. La soluzione sta nell’acquisire il domicilio temporaneo nella città in cui si vive provvisoriamente e successivamente cambiare, in deroga, il medico di base. Tralascio dal raccontare le peripezie di circa due mesi per raggiungere le due mete. Finalmente mi danno il farmaco di cui ho bisogno. Con il Servizio sanitario effettivamente nazionale, ciò non sarebbe accaduto; si vede che oggi, con mentalità più elastica, si può violare senza problemi e impunemente il Titolo V della Costituzione.
Circa venti anni fa girava per le sale cinematografiche italiane il documentario Sicko di Michael Moore in cui si criticava aspramente il sistema sanitario degli Usa e si faceva l’elogio di quello italiano: l’autore del film aveva ragione, io stesso avevo sperimentato la differenza. Nel 1994 mi toccò accompagnare infatti una ventina di studenti per uno scambio culturale con una scuola del Maryland; la mattina di Pasqua un’alunna si sentì male, si dovette ricorrere ad un medico il quale, prima di visitare la ragazza, si accertò che fosse assicurata; dopo aver visto i documenti dell’assicurazione e la carta di credito e che tutto era in regola, eseguì la visita. Mi pare che siamo sulla strada buona per avere un servizio sanitario all’americana: se hai i soldi ti curano, altrimenti ti arrangi.
Se dal 1990 circa al 2020 la situazione sanitaria italiana è stata condizionata da politiche neo-liberiste che hanno privilegiato i gruppi finanziari a scapito degli investimenti nel campo del sociale, attualmente un altro pericolo è in agguato per depauperare ancora di più un settore molto importante in un momento drammatico per le economie domestiche. In tutta l’Europa, da qualche anno in qua, non si fa altro che parlare di difesa militare, di riarmo, di acquisti spropositati di armi. Purtroppo ci sono uomini di governo che pensano di risolvere i gravi problemi mondiali con le scorciatoie delle guerre più o meno locali; sembra che essi non sappiano che qualsiasi controversia può trovare la soluzione per mezzo del dialogo e della diplomazia; dobbiamo constatare che mai come oggi l’Europa e una buona parte del Mondo hanno avuto negli ultimi anni classi politiche dirigenti così miopi e così incapaci di gestire situazioni complesse.
Il risultato di questa politica imbarbarita è il mancato finanziamento necessario a tutti gli interventi per ottenere almeno un sufficiente livello di welfare. Oggi la sanità in Italia presenta un quadro piuttosto preoccupante, a cominciare dalla pesante riduzione della spesa per il personale dipendente che negli ultimi venti anni è passata dal 40 al 30%, a causa dei vincoli europei imposti nel 2005 alle manovre di finanza pubblica, facendo pagare così l’austerità solo alle classi meno abbienti anziché contrastare seriamente l’oscena evasione fiscale e rivedere il sistema tributario in senso equo e progressivo.
La spesa sanitaria nel 2025 è stata di 2,46 miliardi inferiore alle previsioni. Anche per il 2026 la stima è ribassata di 1,41 miliardi. Il rapporto tra fondo sanitario e Pil, dopo un lieve aumento nel 2026 del 6,15%, crollerà al 5,88% nel 2029. Per sostenere la spesa militare si diminuirà ancora quella della sanità pubblica: oggi il 62% degli aumenti della spesa militare è pagato con i finanziamenti destinati alla spesa sanitaria.
Intanto le statistiche ci dicono che solo nell’anno 2024 in Italia quasi sei milioni di persone hanno dichiarato di aver rinunciato ad alcune prestazioni sanitarie; probabile che molte di esse non riguardassero patologie importanti, ma ciò non vuol dire che si debba attendere per mesi che si liberi un posto per sottoporsi ad una Tac, o addirittura per anni se si ha la necessità di un impegnativo intervento chirurgico. Ovviamente, chi ha la disponibilità finanziaria può sempre ricorrere al privato: in questo caso, pagando, si evitano le lunghissime attese e si usufruisce delle pratiche chirurgiche più moderne. A questo punto, però, non siamo più nel campo di una sanità equa e universale.
C’è comunque un problema piuttosto grave che non riguarda la disponibilità finanziaria delle persone ma il notevole degrado della sanità pubblica: molti reparti ospedalieri continuano ad essere chiusi tacitamente, se i macchinari si rompono o diventano obsoleti non ci sono i mezzi per rinnovarli; mancano gli infermieri, buona parte dei quali scappa dal SSN: negli ultimi quattro anni 42.713 infermieri si sono cancellati dall’albo, di cui 10.230 solo nel 2024. I medici, lo abbiamo visto, preferiscono avere rapporti minimi con le Aziende ospedaliere, per questioni di orario di lavoro, per lo stipendio o altro.
Buona parte delle strutture territoriali istituite per assistere e curare i cittadini in caso di bisogno non funzionano più, specie nelle zone meno popolate e nei piccoli centri; servirsi di strutture lontane dal proprio paese significa affrontare disagi e spese eccessive. La conseguenza, oltre alla rinuncia alle cure, è il ricorso improprio e spropositato al Pronto Soccorso.
Anche il servizio di medicina del territorio, una volta svolto dai medici di famiglia e dai medici condotti, si trova in affanno, perché mancano in Italia quasi seimila medici di medicina generale, mentre i bisogni clinico-assistenziali crescono per l’invecchiamento della popolazione: nel 2025 il 25% della popolazione superava i 65 anni di età; tra questi, gli affetti da due o tre malattie croniche erano più della metà.
La pandemia del Covid ebbe effetti devastanti: per quasi due anni, ad evitare contagi il Paese fu costretto a rallentare il suo ritmo produttivo e in qualche caso a fermarlo [3]. Per aiutare i Paesi a rimediare i danni e ad ammodernare e a rafforzare alcuni settori importanti, l’UE mise a disposizione degli Stati una consistente cifra da spendere per un Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR). All’Italia furono assegnati circa 247 miliardi di Euro. Già nel 2021 la Ragioneria centrale dello Stato aveva approntato il piano, dividendolo in sei settori. Uno di questi, destinato alla Salute, ebbe uno stanziamento di 18,5 miliardi con l’obiettivo di rafforzare la prevenzione e i servizi sanitari sul territorio, modernizzare e digitalizzare il sistema sanitario e garantire equità di accesso alle cure. Per quest’ultimo scopo si prevedeva l’istituzione delle Case di Comunità, una su 40/50 mila abitanti, per un totale di 1300 Case, e quella di 381 Ospedali di comunità per l’assistenza di prossimità e l’assistenza domiciliare al 10% degli ultrasessantenni; inoltre si prevedevano nuove Centrali Operative Territoriali per l’assistenza remota e più di 3000 nuove grandi attrezzature per diagnosi e cura.
Ad oggi la situazione è piuttosto confusa e per buona parte fallimentare. Delle 1715 Case di Comunità programmate soltanto 66 rispettano tutti i servizi obbligatori, inclusa la presenza di medici e infermieri, ovvero soltanto il 3,8% dell’obiettivo; dei 594 Ospedali di Comunità programmati, ne sono attivi solo 163, il 27%. Molto probabilmente, se non si rispettano i tempi previsti per la realizzazione del Piano, l’Italia sarà costretta a restituire le cifre non spese.
Quello che preoccupa è però la situazione nazionale a metà del 2026, alla fine del quale scade il termine ultimo per il completamento del Piano: e a questo punto è difficile fare previsioni perché, secondo il più recente resoconto, su 781 Case almeno parzialmente funzionanti, 532 si concentrano soltanto in cinque regioni: Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Toscana, Veneto. Altre cinque (Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Sardegna e valle d’Aosta) si trovano vicine al completamento, mentre le restanti regioni sono ancora molto lontane dagli obiettivi prefissati, se non addirittura alla partenza: in particolare Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Sicilia e le Province Autonome di Trento e Bolzano. Anche per quanto riguarda gli Ospedali di comunità siamo di fronte ad un mezzo fallimento perché quelli dichiarati attivi sembrano essere meno di 200 sui 594 programmati. La loro diffusione a livello nazionale ricalca grosso modo la situazione relativa alle CdC: buona parte di quelli funzionanti si trovano nelle regioni settentrionali. Le cosiddette voci di corridoio, però, hanno fatto sapere recentemente che poco prima del termine entro cui ultimare i progetti, l’obiettivo relativo agli Ospedali sia stato raggiunto in qualche modo. Senza che lo storico divario tra le Regioni meridionali e quelle del Nord sia diminuito, con l’augurio che l’ufficiale rapporto finale non ne segnali un peggioramento.
C’è ancora un ultimo ma non meno importante problema per le Case di Comunità: per farle funzionare occorre assumere nuovo personale medico e paramedico. Ma l’incapacità e l’insipienza, che da qualche anno a questa parte caratterizzano il governo centrale, hanno provocato un altro inconveniente: per ovviare alla mancanza dei fondi per assumere i medici necessari a coprire le esigenze delle CdC, l’attuale ministro aveva approntato una legge che avrebbe permesso di utilizzare a tempo parziale i medici di medicina generale: ma questi, col motivo di essere già ampiamente occupati a seguire i 1500 pazienti assegnati a ciascuno di loro, si sono rifiutati; il ministro, dopo aver ritirato la legge, ne ha proposto una nuova con la quale, modificando il loro rapporto di lavoro con il SSN, gli operatori sanitari avrebbero potuto garantire sei ore a settimana di assistenza nelle CdC. Ovviamente cambiando il rapporto di lavoro si sarebbe cambiata anche la struttura dello stipendio dovuto. Anche questa proposta, tuttavia, ha trovato l’opposizione dei medici, arroccatisi sulla difesa dei privilegi ottenuti quando la sanità è stata affidata alle autonomie regionali; cosicché, comportandosi da forza corporativa, essi si sono dimostrati indifferenti all’inefficienza dell’attuale servizio sanitario e alla necessità di riqualificarlo e quindi anche ai bisogni dei cittadini. Ovviamente, senza la benedizione di Ippocrate.
Per circa venti anni tutti, i partiti di governo e di opposizione, i sindacati dei lavoratori e, purtroppo, la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, hanno accettato che giorno dopo giorno il servizio sanitario si degradasse fino a cancellare quasi del tutto le funzioni, le iniziative e le attività che l’avevano all’inizio collocato a livelli di alta qualità diffusa sconosciuti in molti Paesi del mondo. Prendendo coscienza del malessere creatosi presso la popolazione, e grazie alla spinta dei progetti del PNRR, qualche dirigente del SSN e qualche personalità politica hanno cominciato ad accorgersi delle pecche e del mal funzionamento del sistema.
I primi a capire che si stava sprofondando verso il fallimento sono stati i medici e i dirigenti degli ospedali pubblici, perché il fenomeno del pellegrinaggio da Sud a Nord ha provocato un affollamento insostenibile delle strutture ospedaliere di molte città, con relativi problemi a livello di bilanci [4]. Così, nel 2024, oltre 150 associazioni si sono unite nell’appello “Non possiamo restare in silenzio. La società civile per la sanità pubblica”. Questo documento ha smosso le acque e ha fatto sì che si avviasse un lavoro di approfondimento su quei temi che più minacciano i diritti delle persone. E finalmente anche il sindacato, dopo tanto silenzio e tanta inerzia, ha cominciato a ragionare sul da fare per evitare la crisi: la CGIL ha organizzato un Forum per il diritto alla salute in cui si sono confrontati decine di esperti che hanno elaborato alcune proposte per superare la fase della denuncia e preparare una proposta di legge di iniziativa popolare per il rilancio del SSN. Come dire: dopo che i buoi sono scappati si chiudono le stalle. Capisco che il vecchio proverbio popolare può essere come una battuta un po’ sciocca, ma è davvero paradossale il fatto che dopo aver conquistato un servizio di grande civiltà lo abbiamo perso a poco a poco per amore del dio denaro e del profitto e per incuria e stolida indifferenza. Adesso tocca rimboccarci le maniche e lottare per riconquistare ciò che stupidamente ci siamo lasciati sottrarre, senza sapere se riusciremo a ottenere tutto come prima.
A leggere la proposta della CGIL qualche dubbio viene, perché, mentre si può essere d’accordo sulla denuncia delle deficienze e delle disfunzioni del servizio, delle speculazioni operate nell’esercizio delle attività farmaceutiche e ospedaliere, non si può accettare l’assenza di qualsiasi autocritica da parte del sindacato per non aver svolto, per anni, il proprio ruolo di difensore di chi lavora e paga le tasse alla fonte, né si può perdonare il fatto di non aver accusato se non vagamente quelle leggi di mercato che sono state la causa principale di questa situazione drammatica. La salute, specie se è quella degli altri, non si vende.
Occorre adesso riprendere in mano la Costituzione, dando risposte concrete ai cittadini per restituire loro la fiducia nelle istituzioni pubbliche, battersi per ripristinare quel sistema che faceva della sanità e della cura una funzione sociale universale e solidale. Non è un problema che si risolve facilmente e in breve tempo, ma si può fare, se si vuole; anzi, si deve fare: basta destinare diversamente le risorse, impedire l’evasione fiscale, rivedere il sistema tributario in senso equo e progressivo, alla luce del dettato costituzionale. Se dobbiamo fare la guerra, facciamola a chi, per speculazione, sta distruggendo il Pianeta, facciamola ai mali che attentano al nostro fragile corpo: rendiamo nobile la nostra natura, così come ci suggerisce Leopardi nella Ginestra.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] Avvertenza: Il testo seguente è volutamente privo di note bibliografiche pur essendo stata consultata una grande varietà di documenti, da quelli prodotti da gruppi di medici ad articoli di riviste culturali e politiche alle pubblicazioni apparse su siti web. Poche notizie ho ricavato da fonti ufficiali come quelle del Ministero della Sanità e quello del PNRR, piuttosto restii a fornire informazioni sullo stato attuale del SSN.
Note
[1] Maria Llorença Requenses Llong, italianizzata in Maria Lorenza Longo (1463-1539), moglie di un cancelliere della corte di Ferdinando II d’Aragona, fondò tra l’altro l’ordine delle Orsoline Cappuccine. La sua opera, come dimostra la lapide, oltre che dalla carità fu inspirata da una visione quasi anticipatrice di un moderno femminismo.
[2] Circa un anno dopo dal mio ricovero, il Consiglio di Amministrazione di quell’ospedale fu sciolto per infiltrazione” (sarebbe meglio dire “alluvione”) mafiosa.
[3] In un simile frangente drammatico fu perfino ovvio che presso la pubblica opinione si diffondesse quella paura che genera sgomento, che produce incubi e fantasmi, che rende incapaci di razionalizzare, tanto da non accettare i provvedimenti presi dal governo per contenere il contagio. Addirittura, quando fu pronto il vaccino, molti si rifiutarono di assumerlo, creando, con l’aiuto di quei gruppi politici pronti a cogliere ogni occasione per creare turbamento, un movimento di opinione, quello dei no-vax, oggi ancora vivo e purtroppo rivalutato dall’attuale governo. Ricordiamoci che quello era il periodo in cui si cercò di far credere che i rifiuti della combustione dei motori degli aerei a reazione fossero scie chimiche che, cadendo a terra, diffondessero veleni e virus per far morire la gente.
[4] Sintomi di questa situazione possono essere considerate le mie vicissitudini per ottenere i farmaci costosi di cui avevo bisogno.
_____________________________________________________________
Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadino, Lo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003. Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.
_____________________________________________________________












