di Salvina Chetta
«Su svegli, immaginazione! Non mi vorrete mica diventar ragionevoli! Pensate che per noi non c’è pericoli, e vigliacco chi ragiona! Perbacco, ora che vien la sera, il regno nostro!». (Luigi Pirandello, I giganti della montagna)
L’albero di Giuda in aprile, la camelia che riposa, il cedro del Libano, i miei cani, il convolvolo nella crepa dell’asfalto, l’imbrunire, cosa te ne fai dell’imbrunire? Del riccio di un filo d’erba, di tua madre che riposa, nel giorno del suo compleanno di un lume acceso davanti all’icona della Madonna del latte? Che te ne fai delle geometrie di un guscio di lumaca, dell’agonia di una foglia? Delle cose che non sono urgenti?
Inneres Auge, l’occhio interiore ci permette di guardare oltre le apparenze: c’è una linea verticale che ci spinge verso lo spirito, che dal profondo dell’uomo si eleva fino a mondi lontanissimi, grazie a questa siamo in grado di rintracciare magie e miracoli, l’arte, la poesia, «(…) i sogni, la musica, la preghiera, l’amore… tutto l’infinito che è negli uomini»[1]: grazie a questa comunichiamo la gioia di essere vivi.
Il libro di Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte [2], «è un viaggio tra mistici, filosofi, artisti e il loro spostarsi tra il terreno e l’ultraterreno nel processo creativo» (ivi: 6). La creatività, sosteniamo anche noi con Brondi, è da sempre «una cosa spirituale, un cortocircuito nell’epoca del materialismo» (ivi: 4). È decisivo, però, nell’arte il punto di partenza: «se parti dal mercato arrivi al mercato, se parti dalla società arrivi alla società», scrive Emilio Isgrò [3]. E se parti dallo spirito arrivi allo spirito, aggiungiamo. L’iconografo di Piana degli Albanesi che nella sua piccola bottega d’artigiano prega e dipinge arriva altissimo. È questione di lavoro interiore, perseveranza nella preghiera, meditazione camminata; abnegazione del pellegrino russo. Insistere. Si tratta di custodire un fuoco o bruciare la casa, per dirla con Eugenio Barba: «cercare la vita in un mondo di cartapesta; far zampillare la verità in un mondo di travestimenti, conquistare la sincerità in un mondo di finzioni; fare dell’educazione dell’attore (ma vale anche per chi pratica altre forme d’arte) il cammino verso l’integrità di un essere umano nuovo» [4].
Cesare Zavattini parte su due piedi da Milano a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia, per mangiare il pane del suo paese e si addormenta in un letto di briciole.
George Harrison canta il mantra Hare Krishna per venti ore, in viaggio dalla Francia al Portogallo.
Adele Corradi dà lezioni di Latino all’alba di ogni mattina al ragazzo di Barbiana Michele Gesualdi, poi entrambi vanno a lavorare.
Antonia Pozzi ha amato fino alla morte.
Sulla mia scrivania c’è l’icona di Santa Teresa che tiene un carteggio con scritto «Dio rifiuta chi non persevera».
In Albania un oceano di manifestanti difende, dalla cementificazione e dalle speculazioni immobiliari dei potenti, un vasto lembo di terra che comprende l’isola di Sazan e l’area protetta di Vjosa-Narta, paradiso di fenicotteri e pellicani, primo parco fluviale dell’Europa, punto strategico del Mediterraneo, venduto dal governo albanese di Edi Rama a Ivanka Trump e suo marito Jared Kushner.
Sul monte il Signore arriva per Abramo pronto al sacrificio del figlio Isacco, sali la montagna e vedi.
L’attrice palermitana Rori Quattrocchi a 83 anni riceve il David di Donatello e lo tiene in casa tra le erbe aromatiche. Il film è Gioia Mia di Margherita Spampinato, delicato e dimesso come un fiore di campo, come i versi di Rocco Brindisi, come questi versi da Inverno: «Il fiato della luna era quello di un bambino che dorme / e si prendeva quasi mezzo cielo / Dio sognava di essere un passero nella tagliola / il sangue suo, più bello della neve» [5]. Gli attori del film sono tutti bambini e vecchie signore, gli improduttivi del paese Italia, gli unici rimasti a parlarci di tenerezza in un mondo in cui «abbiamo introiettato così tanto il modello delle macchine che crediamo di poter e dover funzionare allo stesso modo. Essere produttivi in maniera costante, indipendentemente dal fatto che sia notte o giorno, estate o inverno, che abbiamo appena avuto un lutto o una grande gioia» [6] in questo mondo di produci consuma crepa, ci salvano l’arte e una luce, quella giallo uovo di un film.
Ci parla pure Gioia mia, come le pagine di Brondi, di una noia necessaria, la noia di chi cresce in una di quelle città di provincia dell’Emilia paranoica, dove sembra che non accada mai nulla; nei paesi siciliani dell’entroterra, condannati alla morte lenta (per decreto di ministro) è uguale. Nei nostri paesi da un coro di scialli neri abbiamo imparato a tenere in gola il lutto, la mancanza, la perdita e ne abbiamo fatto opere di landart, sudario, Cretto di Burri, bambino dietro la tendina di una finestra in una foto di Melo Minnella. Sono felice di essere triste. In un mondo esagitato c’è «una noia da proteggere, da provocare e rivendicare, da celebrare»[7]; «gloria a Dio per il tempo morto» [8].
E Cotrone ne I Giganti della Montagna: «Qua si vive di questo. Privi di tutto, ma con tutto il tempo per noi: ricchezza indecifrabile, ebullizione di chimere» [9].
Fermarsi, annoiarsi, non fare nulla e restare in ascolto.
Franco Battiato si fermava per vedere il tramonto ovunque fosse, a Catania o a Milano e Mario Rigoni Stern si alzava prestissimo per vedere l’alba in montagna: «avete mai assistito a un’alba sulle montagne? Salire nella montagna quando è ancora buio e aspettare il sorgere del sole è uno spettacolo che nessun altro mezzo creato dall’uomo vi può dare. Ad un certo momento, prima che il sole esca dall’orizzonte c’è un fremito, non è l’aria che si è mossa, è un qualche cosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria stessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle e, per conto mio, è proprio il brivido della creazione che il sole ci porta ogni mattina» [10].
Essere corpi riceventi.
Due sono i luoghi dove più di tutti mi è sacro l’imbrunire: la montagna di Busambra e Poggioreale Vecchio nel Belice. Immaginate un paese senza le persone visto da una strada provinciale farsi pietra tra le pietre al calare del sole: non si accendono le luci delle case, le croci blu delle chiese, quelle al neon dei bar della piazza. Solo è la lotta all’ultimo sangue tra pietra e cielo e cielo e pietra e così si fa sera. È in questa luce da fotografia, carta da zucchero e rosa, che incontro mio padre. È per me la luce del duende, la forza sconosciuta che anima la creazione, di cui ci parla Brondi: inquietudine che si fa prosa, immagine, poesia, canzone, fotografia.
«L’artista dovrebbe passare molto tempo vicino alle cascate» [11].
Fermarsi, annoiarsi, fare viaggi di tre chilometri per portare meglio l’attenzione su tutti i miracoli che ci circondano.
I piccioni hanno deposto le uova nel balcone della stanza da letto. Puntuali come ogni anno, figli dei figli dei primi che nacquero nello stesso posto. Continuano a covare anche in mia presenza, mi dispiace disturbarli, ma ho anche un regno vegetale di succulente da curare.
Meravigliarsi per un nido di piccioni. Chandra Candiani ha scritto un libro sull’esercizio della meraviglia, un libro pieno di animali, dove leggo sulla “mettā” del Buddismo Theravada, la benevolenza, la capacità di benedire tutti e tutto, animali e alberi compresi, chi ci piace e chi non ci piace, chi ci salva e chi ci opprime: «che tu possa stare bene e essere contento, che tu possa vivere protetto, che tu possa vivere con facilità» [12].
E infine ringraziare.
«Ringraziare desidero per l’anima, perché se scende dal suo gradino la terra muore» [13].
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Cfr. Luigi Pirandello, I Giganti della montagna, Mondadori, Milano 1961 vol X: 436
[2] Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, Einaudi, Torino 2026
[3] Emilio Isgrò, Intelligente ma non troppo, Morcelliana, Brescia 2024: 148.
[4] Eugenio Barba, Bruciare la casa. Origini di un regista, ubulibri, Milano 2009: 44.
[5] Rocco Brindisi, Cariénn’ li nir’ da li ccaggie, San Marco dei Giustiniani, Genova 1990: 27 (traduzione dal lucano dello stesso Brindisi).
[6] Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, op. cit.: 18
[7] Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, op. cit.: 24.
[8] Nicola Grato, “Gloria” in Nome di sole e vento, Mezzojuso 2013: 34.
[9] Luigi Pirandello, I Giganti della montagna, op. cit.: 441
[10] Parole di Mario Rigoni Stern tratte dal filmato reperibile all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=ZoHxOZbM58A
[11] Vasco Brondi, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, op. cit.: 26
[12] Chandra Candiani, Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano, Einaudi, Torino 2021: 33
[13] Mariangela Gualtieri, Bello mondo, Einaudi, Torino 2024.
Riferimenti bibliografici e cinematografici
Paolo Cognetti, L’Antonia, Ponte alle Grazie, Milano 2021
Paolo Cognetti, docufilm Fiore mio, Nexo Digital 2025
Adele Corradi, Non so se don Lorenzo, Feltrinelli, Milano 2017
Adalberto Mainardi (a cura), Racconti di un pellegrino russo, Qiqajon, Magnano (BI) 2025
Melo Minnella, Francesco Gallo, Photographia. Sicilia in volti e luoghi, Mazzotta, Milano 1986
Margherita Spampinato, film Gioia mia, Fandango 2025
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Salvina Chetta, vive a Mezzojuso (PA). Si è laureata in Lettere moderne ed è insegnante di Sostegno nella scuola primaria. Ha fatto parte della Compagnia del Teatro del Baglio di Villafrati (PA). È appassionata di fotografia e ha pubblicato alcuni saggi sull’emigrazione siciliana in Tunisia. Per la rivista “Nuova Busambra” ha curato la rubrica “Nìvura simenza” sulle scritture popolari.
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