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Creare è “una cosa spirituale”

978880627271higdi Giuseppina Biondo 

Credo di aver letto Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Einaudi, 2026) di Vasco Brondi perché stavo e sto cercando qualcosa di indefinibile e concreto. Qualcosa che mi parlasse in merito al momento creativo e all’atto spirituale che implica la creazione stessa, a quel disequilibrio-equilibrio intimo e necessario alla scrittura, all’arte, alla vita. A tutto ciò che muta e che produce destabilizzazione e rinascita. La curiosità di leggere, poi, un cantautore italiano amatissimo, che mi parlasse di argomenti come questi e collegati tra loro, è stata tanto alta da essere definitiva.

Adatto a chi si domanda, a chi rinnova il proprio pensiero attraverso gli interrogativi, a chi crea, a chi cerca sempre qualcosa; scandito al tempo di quattro pagine per capitolo – ritmico come un metronomo o come fossero ripetizioni di un mantra –, il saggio di Brondi conduce, attraverso un viaggio spazio-temporale, a mete meravigliose, per citare una sua canzone del 2024.

Una sequela di storie, di personaggi – cantanti, poeti, romanzieri, filosofi ecc. – compongono l’opera, snocciolandosi come grani di un rosario. E ciò avviene con equilibrio, con armonia di collegamenti tematici e aneddotici. Sulla copertina della collana Vele, si legge: 

Attraverso la creatività è possibile guardarsi dentro e attorno, contattare il cielo, attirare i fulmini. In una società materialista è l’unica forza che ci permette di stare in contatto con magie e miracoli: l’incredibile spettacolo delle cose immaginate che diventano reali. Questo è un viaggio tra i processi creativi e le esperienze di artisti e mistici, tra terreno e ultraterreno. 

Il contatto con la natura e il richiamo ad essa divengono prerogativa per «sentire le leggi dell’universo anche nel bel mezzo delle metropoli»: 

Prima delle registrazioni dell’ultimo disco ero un po’ spento, avevo qualche canzone buona ma non ero del tutto convinto. […] La prima cosa che ci è stata chiara era che la montagna e la natura selvaggia rimettevano noi e quello che stavamo facendo nella giusta proporzione: tutto fragile, minuscolo, tranquillamente insignificante. Milano, gli uffici stampa, le case discografiche e le pressioni che potevano provenire da lì erano luci lontanissime che vedevamo a fatica e solo di notte. 

La lingua del nostro autore è semplice, scorrevole, eppure mai semplificata o scarnificata. La lettura incalza, priva com’è di artificiosità, ma diretta e narrativa. D’altra parte Brondi stesso affronta nel saggio l’importanza della semplicità: 

Provavo a metterci tutte le parole, anche a martellate. Avevo un quaderno o un file Word pieno di appunti, frasi che evocavano immagini, e ciascuna mi sembrava strabiliante. Non sapevo quali scegliere e le usavo tutte, ma l’intensità invece di aumentare si spegneva. Bisognava essere semplici. Eliminare l’inutile per far emergere solo l’essenziale, lo stretto indispensabile.

Rendere semplice è un lavoro ulteriore, artigianale e trascendentale, una battaglia interiore per non strafare e per sparire. 

img_7552-e1776441112763Chiude il capitolo sulla semplicità citando lo scrittore americano Jack Kerouac, il quale «parlava schietto»: 

Presto troverò le parole giuste, e saranno semplici. 

Qui si potrebbe aprire un varco sulla poesia contemporanea, che spesso finisce per essere erroneamente sminuita dalla critica quando raggiunge toni e temi semplici, vicini al grande pubblico.

Per sottolineare che nulla è irrilevante, il cantautore ferrarese cita il fotografo Luigi Ghirri, il quale scriveva:

Il mio rispetto per le cose irrilevanti sta assumendo proporzioni gigantesche.

Brondi evidenzia anche la necessità della noia, centellinata nella nostra quotidianità o quasi impossibile da riscoprire oggi così come siamo affetti dall’ansia sociale di essere tagliati fuori, la cosiddetta FOMO: 

Una noia da proteggere, da provocare, da rivendicare, da celebrare. «Non a Berlino, […] a Carpi». Non l’intrattenimento costante e la paura di perdersi qualcosa, ma i pomeriggi infiniti e la noia che, come scriveva Benjamin, «è la soglia verso grandi imprese». 

Per la nostra creatività è importante la noia, tanto quanto la ripetizione e lo stancarsi: 

Ripetere, o meglio, insistere. Scrivere ogni giorno come una forma di preghiera, oppure esercitarsi sfiorando la maniacalità. […] Insistere fino all’inverosimile è una pratica ascetica, creativa e spirituale.

[…] Un incantesimo in cui l’Io sparisce nella ripetizione. 

La stessa cosa faceva Grotowski, che iniziava a lavorare ai suoi spettacoli teatrali solo quando gli attori erano sfiniti, dopo ore di training fisico. A quel punto non avevano più energia per sostenere le proprie difese inconsce ed erano aperti. […] Grotowski diceva che quando sono stanchi anche i corpi diventano sinceri. 

Per ultimo vorrei soffermarmi sul tema del sacrificio. Vasco Brondi scrive: 

L’arte è un meccanismo riassuntivo, si tratta di farsi da parte e metterci solo l’indispensabile. Una canzone può racchiudere in tre minuti l’aria di un decennio, lo spazio di una tela un’intera guerra, centocinquanta pagine tre secoli di storia famigliare. In questo spietato atto di sintesi, la prima cosa a essere falciata via è l’ego di chi crea. Le cose importanti sono tutte al di sotto o al di sopra dell’ego. Al di là di quello che l’autore vuole o non vuole, gli piace o non gli piace.

[…] Sacrificium significa «rendere sacro». 

Vasco Brondi

Vasco Brondi

E a conferma cita il poeta, ambientalista, saggista statunitense Gary Snyder: 

[…] la prima cosa cui rinunciare e di cui liberarsi è l’ego. Gli antichi filosofi vedici dicevano che agli dèi piacciono i sacrifici ma che, tra tutti i sacrifici, quello maggiormente apprezzato è il nostro ego. 

Vasco Brondi con Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte nutre la nostra parte interiore. Attraversare questo libro vi farà bene. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026 

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Giuseppina Biondo, (Mazara del Vallo, 1990), laureata in Filologia moderna presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi su Italo Calvino e la poesia contemporanea, insegna alle scuole superiori ed è autrice di libri di racconti e in versi. Dal 2014 organizza incontri letterari denominati #Recitationes e nel 2018 ha fondato e diretto «Il Raccoglitore». La sua produzione poetica comprende: Come si salva un poeta? (Libridine, 2016), La contadina (Puntoacapo Editrice, 2020) con prefazione di Giuseppe Conte, Quarantine (La vita felice, 2021) con prefazione di Gerardo Masuccio, Lingua di mezzo (Interno Libri, 2023) e Complemento di relazione (Interno Libri, 2026). Sue poesie sono uscite su Nuovi Argomenti, Atelier, Interno Poesia, La Bottega di Poesia de «La Repubblica»; e con traduzione in spagnolo a cura del Centro Cultural Tina Modotti.

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