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L’ultimo sciacallaggio sui naufraghi dell’Utopia

da Illustrazione italiana, 1896

Soccorsi ai naufraghi del Piroscafo Utopia,  da un periodico inglese, 1891

di Gianni Palumbo 

Nell’infinita anagrafe dell’oblio istituzionale, la tragedia del Piroscafo Utopia, inabissatosi nella baia di Gibilterra la sera del 17 marzo 1891 con oltre ottocento emigranti italiani a bordo, ha occupato per oltre un secolo un posto a sé. Una pagina profondamente scomoda per le diplomazie dell’epoca, sepolta sotto spessi strati di silenzio politico tra Roma e Londra e per lungo tempo affidata a una storiografia distratta, fatta talvolta di documenti non verificati, narrazioni di seconda mano e fonti mai consultate.

Paradigmatico di questo lungo abbaglio metodologico è l’uso ricorrente e superficiale di una celebre fotografia d’epoca che ritrae un naufragio avvenuto in mare calmo e in pieno giorno, sistematicamente spacciata, in svariati articoli e pubblicazioni divulgative, per l’immagine dell’Utopia: un falso storico clamoroso, se appena si considera che la tragedia del piroscafo inglese si consumò nell’oscurità della sera, nel mezzo di una violentissima tempesta con mare in burrasca e raffiche di vento che resero difficoltose le operazioni di soccorso.

Per scardinare questa stratificazione di equivoci, correggere le storture di una vulgata consolidata ed estrarre finalmente dall’oblio l’identità, la storia e la dignità delle vittime, si è resa necessaria una complessa e capillare indagine decennale. Una ricerca sul campo condotta direttamente sulle fonti primarie e sui documenti originali custoditi negli archivi italiani, inglesi, spagnoli, gibilterrini e americani, confluita in diversi saggi specialistici sulla vicenda e, organicamente, nel volume L’Utopia tra le nebbie della memoria. Appunti di un naufragio del 2024. Esito di lavoro d’archivio basato sul riscontro puntuale, rigoroso e documentato che ha potuto restituire verità scientifica, rigore storico e giustizia umana a una delle più grandi e rimosse tragedie della nostra emigrazione meridionale.

Così la storia, quando la si interroga con pazienza sui documenti primari e sulle carte giudiziarie ha la spietata e talvolta drammatica abitudine di rivelare dettagli che superano di gran lunga la finzione drammaturgica.

Se l’incidente marittimo e il suo tragico bilancio raccontavano già in maniera plastica il dramma della traversata e la disperazione di chi cercava il riscatto economico nelle Americhe, un documento inedito rintracciato nell’Archivio di Stato di Napoli – datato 2 dicembre 1898 e consistente in una riservata relazione al Procuratore del Re firmata dal Sostituto Procuratore a seguito di un’inchiesta amministrativo-giudiziaria – disvela ora il capitolo più grottesco, cinico e doloroso dell’intero post-naufragio: il sistematico e prolungato sciacallaggio burocratico perpetrato all’interno delle stesse istituzioni dello Stato sulle spoglie materiali e sulle ultime sostanze delle vittime. 

getimageIl caveau della vergogna

Per comprendere appieno la portata etica e la gravità istituzionale di questa vicenda, occorre riavvolgere il nastro della memoria fino al maggio del 1891, all’indomani dei primi drammatici recuperi nella baia di Gibilterra (recuperi di corpi isolati in mare, che riemergevano un po’ alla volta, e recuperi di molti corpi nella stiva del piroscafo, diversi mesi dopo).

Dopo la dolorosa e pietosa operazione di recupero delle salme dalle acque spagnole e inglesi, e a seguito della distruzione per motivi igienico-sanitari dei 37 colli invasi dalla putrefazione avanzata, l’insieme delle carte personali, dei denari contanti e degli oggetti di valore rinvenuti sui 451 cadaveri recuperati, all’interno del relitto e sui banchi di sabbia della costa viene meticolosamente raccolto e spedito in Italia. Il Ministero di Grazia e Giustizia affida formalmente alla Procura Generale di Napoli, e per essa al Pretore del Mandamento Porto, coadiuvato dal Cancelliere Alfonso Molinaro, l’incarico di inventariare minuziosamente ogni singolo reperto e provvedere alla progressiva restituzione dei beni agli eredi legittimi dei naufraghi che si fosse riusciti a identificare.

Per un paio d’anni le operazioni di riscontro e restituzione procedono, seppur tra lentezze burocratiche e difficoltà di contatto con le famiglie rurali del Mezzogiorno. Ma a partire dal 1894 sulla vicenda cala un impenetrabile sipario di silenzio. Nel gennaio e nel maggio del 1894 la Procura Generale richiede al Pretore l’elenco dei depositi rimanenti in Pretura, per poter decidere la destinazione dei beni degli “ignoti”. Il Pretore risponde che il Cancelliere Molinaro sta compilando il registro (di cui nel 1898 verrà ritrovata solo una bozza incompiuta). Poi, il silenzio totale. La Procura Generale cessa ogni sollecito e il Cancelliere si guarda bene dal completare l’elenco. Un abbandono amministrativo bilaterale destinato a durare oltre quattro anni, durante i quali il deposito rimane alla mercé del Molinaro.

Bisogna attendere la notte del 4 novembre 1898 perché questo velo di omertà e indolenza venga improvvisamente squarciato, scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora. Il Cancelliere Alfonso Molinaro muore, ma poche ore prima di spirare confessa in extremis al figlio Giuseppe una verità altamente ingombrante: dai depositi giudiziari affidati alla sua personale custodia d’ufficio mancava una cifra considerevole, oltre mille lire dell’epoca. Preso dal panico e schiacciato dal peso della rivelazione, due giorni dopo la morte del padre l’alunno di cancelleria Giuseppe Molinaro si presenta dai superiori subentranti, confessa la malversazione paterna e consegna una serie di plichi, valori e carte d’ufficio che il vecchio Cancelliere teneva occultate nella propria abitazione come potenziale “risorsa difensiva” nell’eventualità di un’improvvisa ispezione.

L’immediato sopralluogo condotto dal Sostituto Procuratore del Re nei locali del Mandamento Porto di Napoli restituisce una scena d’ordine e conservazione a dir poco spaventosa, un vero e proprio incubo burocratico che il magistrato mette nero su bianco con crudo realismo:

«Recatomi nella Sala dei Reperti, che è tenuta in un disordine ed un marciume spaventevole; ivi, su di una cassa situata nel mezzo della sala, trovasi i tre sacchi, i due pacchi e la piccola cassetta descritti nell’inventario. Così i pacchi come i sacchi e la cassetta erano aperti, e contenevano molti pacchetti simili a quelli consegnati dall’alunno Molinari…».

I sacchi di tela, i pacchi e la cassetta contenenti i miserabili e sacri tesori dei contadini campani, lucani, molisani, abruzzesi, pugliesi, calabresi e siciliani affondati a Gibilterra giacevano da anni abbandonati all’umidità e alla polvere sopra una cassa marcita al centro della stanza, squarciati, aperti e sistematicamente depredati da chi avrebbe dovuto custodirli in nome della legge.

illustrazione-italiana-5-aprile-1891La contabilità del sacrilegio

I capillari riscontri incrociati eseguiti dal magistrato inquirente tra gli inventari consolari del 1891 e il contenuto effettivo dei plichi superstiti portano alla luce la traccia di una costante, fredda e chirurgica manomissione. Il Cancelliere Molinaro non aveva rubato alla rinfusa, spinto da un impulso momentaneo: aveva attinto sapientemente, e a più riprese, dai pacchetti contrassegnati dai numeri d’inventario riferiti alle salme dei naufraghi non identificati o a quelle i cui parenti, sopraffatti dalla distanza, dalla miseria nera, dal lutto o dal profondo analfabetismo dell’epoca, non avevano avuto la forza, i mezzi o le informazioni necessarie per avanzare una formale istanza di restituzione.

Lo specchietto riassuntivo inserito nella relazione d’inchiesta del 2 dicembre 1898 è un monumento all’empietà contabile:

  • Pacco n. 41: da £ 1.255,90 inventariate originariamente, ne vengono rinvenute soltanto £ 500,00. Somma sottratta: £ 755,90.
  • Pacco n. 106: da £ 36,00 inventariate, ne resta appena £ 1,00. Somma sottratta: £ 35,00.
  • Pacchi n. 107, 108, 244: completamente prosciugati e svuotati di ogni singolo centesimo di lira contenuto.
  • Pacchi n. 167 e 224: vistosamente manomessi, con amanti uscite e sottrazioni rispettivamente di £ 20,00 e £ 50,00.

In totale, la bellezza di 1.175,90 lire dell’epoca era stata sistematicamente sottratta da un vecchio e fino ad allora stimato funzionario dello Stato. Una cifra di enorme valore d’acquisto per il finire del XIX secolo, basti pensare che lo stipendio mensile di un lavoratore specializzato o di un impiegato si aggirava attorno alle poche decine di lire, sottratta da un uomo di legge che aveva lucidamente intuito come nessuno, in quell’Italia distratta e classista, avrebbe mai chiesto conto dei soldi e degli spiccioli appartenuti a dei morti senza nome. 

11L’antropologia dei preziosi “poveri”

Ciò che rende la relazione del 2 dicembre 1898 un documento d’inestimabile valore non è soltanto la fredda e circostanziata cronaca di un reato di peculato, ma la minuta, quasi ossessiva elencazione di tutto ciò che sopravvisse al furto e che rimase giacente nella cassa marcita della Pretura. Oltre alle somme sottratte, l’ispezione rinviene 2.473,00 lire in biglietti di banca, monete d’oro e d’argento, a cui si aggiungevano fiorini austro-ungarici, marchi tedeschi, un dollaro americano, piccole monete bronzee e una sterminata e commovente quantità di minutaglie d’oreficeria e monili personali.

Leggere le voci analitiche di quell’inventario giudiziario equivale a compiere un’ispezione dolorosa e al tempo stesso rivelatrice nell’intimità quotidiana e nella devozione delle famiglie rurali del Mezzogiorno d’Italia in partenza per le Americhe:

  • Pacco 1: «4 orecchini d’oro – crocetta argento»
    • Pacco 17: «Broloque, tre orecchini, due anelli d’oro»
    • Pacco 166: «2 orecchini e collana coralli»
    • Pacco 239: «Orologio a catena d’argento»
    • Pacco 6 (2° inventario): «Collana di corallo ed oro».

Il magistrato estensore della nota, nell’esaminare questa marea di ciondoli, fedi e catenine, si lascia persino scappare una considerazione venata di un sottile e tipico pregiudizio classista dell’epoca, annotando nel verbale che gli oggetti preziosi rinvenuti sui corpi sono «quasi tutti di lavorazione napoletana e di quel titolo basso che ha fatto così triste nomea alla nostra industria d’oreficeria».

Ma proprio in quel giudizio burocratico risiede il cuore antropologico della tragedia. Quell’oro “a basso titolo”, quella lega povera intrisa di rame o quell’argento brunito dal mare rappresentavano letteralmente l’intero patrimonio e la memoria storica di famiglie che avevano venduto la mucca nella stalla, il maiale, la scorta di grano o, per i rari casi nei quali una famiglia lo possedeva, il piccolo appezzamento di terra (fatto paradossale ma che accadeva: in genere si usavano i risparmi e i guadagni fatti in America per acquistare terreni in Italia) per riuscire ad acquistare un biglietto di terza classe sul piroscafo della Anchor Line. Erano gli orecchini donati al momento del battesimo, l’anello del matrimonio, il ciondolo sacro o la crocetta protettiva consegnata dalla madre con una benedizione sulla porta di casa prima dell’imbarco. Oggetti che non avevano soltanto un valore materiale, ma un’immensa carica affettiva, spirituale e identitaria, brutalmente profanata due volte: prima dalla tempesta nelle acque di Gibilterra, poi dalle mani di un cancelliere di Pretura a Napoli. 

14La convergenza della rimozione: tra il Tribunale e la Pretura

È nell’intreccio sistemico tra questa inchiesta amministrativa del 1898 e il complesso quadro procedurale emerso nel saggio L’Utopia che non vide la Merica (pubblicato sulla rivista Dialoghi Mediterranei) che si salda e si ricompone l’intera architettura della rimozione istituzionale del post-naufragio.

Come ampiamente ricostruito attraverso l’esame dei processi dell’epoca, presso il Tribunale Civile di Napoli si consumò per quasi un decennio una causa giudiziaria snervante, costosa e complessa promossa dai superstiti e dai familiari delle vittime, grazie all’impegno di importanti avvocati del tempo tra i quali il lucano Emanuele Gianturco, contro la compagnia armatrice britannica Anchor Line e i proprietari Henderson Brothers che avevano assoldato alla difesa Francesco Crispi subito dopo aver dismesso le vesti da Presidente del Consiglio. Un giudizio contenzioso protrattosi tra continui cavilli formali, eccezioni procedurali e infiniti rinvii fino agli ultimi scampoli del XIX secolo, approdato infine a una sentenza di condanna nei confronti della società marittima. Una vittoria formale di enorme principio, tuttavia, giunta drammaticamente fuori tempo massimo, quando ormai lo sfibramento psicologico, il crollo economico delle famiglie e il fisiologico scorrere degli anni avevano decimato le fila dei ricorrenti, depotenziando del tutto l’impatto risarcitorio ed etico del verdetto.

L’ispezione condotta nella Pretura del Mandamento Porto non rappresenta dunque una semplice mela marcia, né un episodio isolato di malaffare privato. Essa costituisce il naturale e squallido versante materiale di quella medesima parabola giudiziaria e politica. Tribunale civile e Pretura di Mandamento agirono nei fatti come due volti complementari della medesima risposta istituzionale ed elitaria verso la classe contadina emigrante.

A livello formale, nelle aule del Tribunale, si concedeva una giustizia a scoppio ritardato, incanalata nelle maglie strette di un contenzioso civile estenuante; la condanna finale giunta dopo anni nei confronti della Anchor Line, pur sancendo sulla carta le colpe della compagnia inglese, arrivò quando l’eco mediatica e l’impatto emotivo si erano ormai completamente spenti. A livello materiale, nei sotterranei della Pretura, si abbandonavano invece i reperti fisici e i ricordi dei morti al degrado e alla putrefazione della Sala Reperti, mentre la Procura Generale di Napoli, che formalmente gestiva i riflessi giudiziari della causa civile, cessò di fatto ogni reale controllo sugli inventari della Pretura a partire dal maggio 1894.

Il Cancelliere Molinaro poté agire indisturbato e occultare le malversazioni commesse per oltre quattro anni proprio perché pienamente inserito in questo clima di diffusa e prolungata disattenzione istituzionale. Che si sia trattato di un prelievo unico o di sottrazioni a più riprese non lo sappiamo ma di sicuro la totale assenza di verifiche gli garantì un’impunità prolungata. Sapeva perfettamente che le famiglie dei contadini dispersi in mare, travolte dalla povertà e sfinite dalle distanze e dai tempi biblici della giustizia napoletana, non avrebbero mai avuto le conoscenze giuridiche né i mezzi economici per presentarsi allo sportello di una Pretura e pretendere la restituzione di una fede nuziale o di pochi fiorini bagnati rimasti a marcire in un sacco di tela.

L’inchiesta del magistrato inquirente portò a galla anche un ulteriore, squallido, ramo della malgestione d’ufficio: il disordine contabile e gli ammanchi legati alla carta da bollo e ai depositi versati dalle parti per le cause civili in decisione. Sebbene nella Sala Reperti e nella casa del Cancelliere venissero recuperate ben 1.258,95 lire in marche e fogli bollati d’ogni specie, mancava la rispondenza con le somme effettivamente incassate dai litiganti.

Per questa specifica contabilità e per le somme ricevute dagli avvocati, il Cancelliere Molinaro non utilizzava i registri ufficiali prescritti dalla legge, ma teneva un registro informale e personalissimo, un quaderno d’annotazione custodito nella propria abitazione. Quel quaderno, consegnato poi dal figlio Giuseppe ai magistrati insieme ai plichi nascosti, rivelò come il vecchio funzionario gestisse privatamente gli incassi delle cause civili, creando una nebulosa contabile su cui la famiglia si trovò improvvisamente a dover dare conto per evitare conseguenze ben più gravi.3

Di fronte a questo disordine contabile, la Procura Generale e il Procuratore del Re si trovarono stretti tra l’esigenza di tutelare il decoro dell’amministrazione giudiziaria e la necessità pragmatica di sanare i pendenti civili. L’alunno Giuseppe Molinaro, per salvare la memoria del padre e proteggere l’onore della famiglia, si offerse formalmente di risarcire di tasca propria tutti gli ammanchi. I vertici della magistratura accettarono la proposta, stabilendo una procedura immediata: man mano che gli avvocati o le parti si fossero presentati allo sportello esibendo le ricevute rilasciate dal defunto Cancelliere per le cause in decisione, il giovane Molinaro avrebbe versato l’importo corrispondente al nuovo Cancelliere, il quale provvedeva ad acquistare e applicare le marche da bollo mancanti sulle sentenze, regolarizzando così ogni singola posizione.

Un documento come quello riemerso dall’Archivio di Stato di Napoli trascende del tutto la fredda e burocratica natura della carta giudiziaria per farsi vero e proprio epitaffio di una stagione storica. Ci consegna un’amara, ineludibile certezza: il naufragio del piroscafo Utopia non si esaurì tra le onde scure e la tempesta della baia di Gibilterra in un incidente marittimo tragico quanto ampiamente evitabile (se solo la corazzata inglese HMS Anson non si fosse trovata ancorata dove le norme del porto le vietavano tassativamente di sostare), ma continuò, silenzioso e inesorabile, sulla terraferma.

Mentre nelle aule del Tribunale si pronunciavano sentenze tardive e lontane, utilissime a salvare la forma e le apparenze del diritto ma ormai del tutto svuotate di ogni concreta consolazione umana per le famiglie delle vittime, nei sotterranei dello Stato si consumava l’ultimo sacrilego oltraggio. Violando quei sacchi di tela marciti per sottrarre una fede nuziale, due orecchini di corallo, una manciata di fiorini o qualche banconota bagnata dall’acqua di mare, non si compì soltanto un meschino reato contabile, ma si tentò di cancellare l’ultima traccia terrena di un sogno di riscatto spezzato. Fu un secondo, definitivo naufragio: capace di inghiottire non più i corpi dei poveri emigranti del Mezzogiorno, ma la loro memoria, i loro affetti e la sacralità stessa del loro ricordo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Riferimenti bibliografici
Asna, Corte d’assise della Corte d’appello di Napoli, Sentenze, busta 18, cc. 181r -264r, sentenza n. 1141;
Asna, Procura generale presso la Corte d’Appello di Napoli, busta 66.
Gianni Palumbo, L’Utopia tra le nebbie della memoria. Appunti di un naufragio, Marotta&Cafiero Editori, Napoli 2024.
Gianni Palumbo, L’Utopia che non vide la Merica, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 69, settembre, 2024: 101-109

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Gianni Palumbo, scrittore per vocazione, saggista per rigore e voce di Wikiradio su Radio3 RAI, dove narra le vite degli altri con la complicità di chi le ha studiate troppo a lungo. Naviga da anni tra la storia della fauna e la botanica poetica, presiedendo BioPhilia Group – probabilmente per giustificare formalmente il proprio amore viscerale per tutto ciò che respira – e l’Associazione «Giuseppe Camillo Giordano». Ha passato oltre dieci anni a setacciare gli archivi di mezza Europa per ricostruire il tragico naufragio del piroscafo Utopia del 1891, trasformando un cumulo di documenti dispersi in un saggio storico fondamentale. Alternando la scrittura per l’etere alla rigorosità della saggistica, ha esercitato le funzioni di Ispettore archivistico onorario, dimostrando che si può essere riconosciuti dal Ministero anche mentre si insegue un artista eremita come Charles Lucien Moulin tra le rocce delle Mainarde. Membro del CISAV e della Società Italiana per la Storia della Fauna, ha dedicato libri a falchi, santi e botanici romantici, convinto che la verità si nasconda sempre nell’ultima cartella in fondo allo scaffale. Oggi continua a promuovere la cultura degli archivi con la stessa ostinazione del suo eremita preferito: con un occhio rivolto alle vette e l’altro immerso nelle carte, per salvare dall’oblio le utopie che ancora attendono di essere raccontate.

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