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Gioielli e femminilità nella cultura amazigh del Marocco

Donna amazigh degli Aït Serrhouchène (regione del Medio Atlante) - Jean Besancenot 1934-1947

Donna amazigh degli Aït Serrhouchène, regione del Medio Atlante (ph. Jean Besancenot 1934-1947)

di Andreina Parise

Introduzione

Nel quadro della cultura materiale amazigh del Marocco, il gioiello occupa una posizione particolarmente significativa per la pluralità di funzioni che assume nella relazione con il corpo femminile. Lungi dal configurarsi come semplice elemento ornamentale, esso partecipa alla costruzione visibile dell’identità, si inserisce nelle pratiche sociali e rituali e può assumere, a seconda dei contesti, un valore materiale, familiare e simbolico. Forme, materiali e modalità d’uso contribuiscono inoltre a rendere riconoscibili appartenenze territoriali e sociali, facendo del corpo adornato uno degli spazi attraverso i quali l’identità viene resa pubblicamente visibile.

Considerare il gioiello nella sua relazione con il corpo permette di superare una lettura fondata esclusivamente sulle caratteristiche formali del manufatto. L’ornamento acquista infatti significato anche attraverso la persona che lo indossa, la posizione occupata sul corpo, l’accostamento con l’abbigliamento e le circostanze nelle quali viene mostrato. Gioielli, vesti, acconciature e altri elementi dell’ornamentazione corporea possono concorrere alla costruzione di un insieme visuale attraverso il quale vengono espresse appartenenze e differenziazioni sociali. Nel caso degli Ait Khabbash analizzato da Becker, le arti legate al corpo assumono una funzione rilevante nella rappresentazione pubblica dell’identità, mostrando come l’ornamento non possa essere separato dalle pratiche sociali nelle quali viene utilizzato.

Il rapporto tra gioiello e femminilità non implica tuttavia l’esistenza di un modello unitario e immutabile di “donna amazigh”. Le forme dell’ornamento, le pratiche nelle quali esso viene impiegato e i significati che gli vengono attribuiti variano in relazione alle comunità, alle aree geografiche e alle circostanze sociali. La femminilità viene quindi considerata, in questa sede, come una dimensione costruita e resa visibile attraverso pratiche corporee e materiali, senza ricondurre la pluralità delle esperienze femminili amazigh a una categoria omogenea. In tale prospettiva, assume rilievo anche il ruolo delle donne nella conservazione e nella trasmissione di saperi e forme espressive che partecipano alla continuità della cultura amazigh.

Il presente contributo intende pertanto analizzare il gioiello amazigh a partire dalla relazione che esso istituisce con il corpo femminile. Dopo un inquadramento delle principali forme, dei materiali e degli usi della gioielleria tradizionale, l’attenzione sarà rivolta al corpo adornato come luogo di rappresentazione dell’identità, al ruolo assunto dagli ornamenti nel contesto matrimoniale e patrimoniale e, infine, alle funzioni protettive e propiziatorie documentate in alcuni contesti marocchini. L’obiettivo non è ricostruire un presunto sistema unitario del gioiello amazigh, ma osservare, attraverso casi documentati, le modalità attraverso cui l’ornamento entra nella vita sociale delle donne e acquista significato all’interno di una rete di relazioni tra persona, famiglia e comunità.

Fibula amazigh, Marocco, fine XIX–inizio XX secolo, autore ignoto. The Metropolitan Museum of Art, New York

Fibula amazigh, Marocco, fine XIX–inizio XX secolo, autore ignoto. The Metropolitan Museum of Art, New York

Il gioiello amazigh: forme, materiali e usi

La gioielleria amazigh del Marocco presenta una notevole varietà di forme, tecniche e soluzioni decorative, riconducibili ai differenti contesti regionali nei quali gli ornamenti vengono prodotti e utilizzati. Il repertorio comprende diverse tipologie destinate al corpo e all’abbigliamento, tra cui fibule, collane, pendenti, bracciali e complessi pettorali, le cui caratteristiche possono variare sensibilmente da un’area all’altra (Camps-Fabrer, 1991). Tale diversificazione rende difficile ricondurre la produzione orafa amazigh a un insieme formalmente omogeneo e invita piuttosto a considerarne le specificità in rapporto alle tradizioni locali e alle pratiche d’uso.

Tra i materiali impiegati, l’argento occupa una posizione di particolare rilievo nella gioielleria tradizionale. Alla struttura metallica possono essere associati corallo, vetro, smalti colorati, monete, catene ed elementi pendenti, combinati secondo configurazioni differenti nella composizione degli ornamenti e delle parure (Camps-Fabrer, 1991; Naji, 2012). Il valore visivo del gioiello deriva quindi non soltanto dalla lavorazione del metallo, ma anche dall’accostamento di materiali differenti e dalla disposizione degli elementi. Gli esemplari provenienti dal Rif, dal Souss e dall’Alto Atlante documentano, ad esempio, una significativa diversità di forme e apparati decorativi, mostrando come materiali analoghi possano essere organizzati secondo soluzioni diverse a seconda delle aree di produzione e di utilizzo (Naji, 2012).

La varietà riguarda non soltanto il singolo manufatto, ma anche il modo in cui più elementi vengono combinati tra loro. Alcuni ornamenti sono infatti concepiti come parte di composizioni più articolate, nelle quali catene, pendenti, monete, elementi in vetro o corallo e componenti in argento concorrono alla costruzione di una parure che interessa un’area estesa del corpo. Gli ornamenti pettorali documentati da Naji mostrano con particolare evidenza questa dimensione composita: il gioiello non appare necessariamente come elemento autonomo, ma può acquistare la propria configurazione attraverso l’associazione con altri manufatti e attraverso il rapporto con l’abito sul quale viene disposto (Naji, 2012).

9780292721371All’interno di questo repertorio, la fibula costituisce uno degli elementi più riconoscibili, ma non esaurisce la complessità della gioielleria amazigh. La sua funzione primaria consiste nel trattenere i lembi degli abiti femminili non cuciti; può presentare configurazioni differenti, tra cui forme circolari e triangolari, ed essere indossata singolarmente oppure in coppia, talvolta collegata mediante catene o inserita in composizioni pettorali più articolate (Camps-Fabrer, 1997; Naji, 2012). In questo caso appare con particolare evidenza la stretta relazione tra struttura dell’ornamento, funzione pratica e configurazione dell’abbigliamento: la fibula risponde a una necessità concreta e, nello stesso tempo, diventa parte della costruzione visiva del corpo adornato.

La funzione pratica non esclude dunque quella ornamentale. Più in generale, le diverse tipologie di gioielli acquistano significato anche attraverso la posizione occupata sul corpo e la relazione con gli altri elementi dell’abbigliamento. Collane, pendenti, bracciali e ornamenti pettorali non costituiscono soltanto oggetti da osservare isolatamente, ma elementi inseriti in una composizione che modifica la percezione complessiva della persona. È proprio questa integrazione tra forma, materiale e uso a rendere il gioiello parte della cultura del corpo, piuttosto che un manufatto separato dal contesto nel quale viene indossato.

Le diverse tipologie di ornamenti non svolgono, inoltre, una funzione esclusivamente utilitaria o decorativa. In specifici contesti, forme e modalità d’uso potevano contribuire a rendere riconoscibili appartenenze territoriali e sociali, mentre la quantità e la ricchezza degli ornamenti potevano costituire un elemento di distinzione del gruppo (Naji, 2012). Il valore materiale dell’argento conferiva inoltre ai gioielli una rilevanza economica che si affiancava alla funzione ornamentale. Senza anticipare la questione della dote, che verrà affrontata più avanti, è sufficiente rilevare come il gioiello riunisca già nella propria materialità differenti possibilità di attribuzione di valore.

Proprio questa relazione tra oggetto e corpo consente di oltrepassare una lettura puramente formale della gioielleria. L’ornamento non acquista significato soltanto in virtù della propria materia o della qualità della lavorazione, ma anche attraverso le modalità con cui viene indossato, combinato e reso visibile. Il passaggio dall’oggetto considerato isolatamente al corpo adornato introduce quindi la questione centrale del rapporto tra gioiello e femminilità: non soltanto quali oggetti vengano indossati, ma in che modo la loro presenza sul corpo contribuisca alla costruzione e alla rappresentazione dell’identità. 

collana Ait Khabbash con pendenti triangolari

collana Ait Khabbash con pendenti triangolari

Il corpo adornato: gioiello e identità femminile

Il corpo femminile costituisce uno degli spazi nei quali l’identità sociale e culturale può essere resa visibile attraverso la cultura materiale. Abiti, acconciature, tatuaggi e gioielli concorrono alla costruzione di un insieme nel quale i singoli elementi acquistano significato anche attraverso la loro relazione reciproca. Nel caso degli Ait Khabbash studiato da Cynthia Becker, le pratiche di adornamento corporeo partecipano alla rappresentazione pubblica dell’identità e contribuiscono a esprimere appartenenza, status e differenziazione sociale (Becker, 2006).

Il gioiello non può pertanto essere considerato indipendentemente dal corpo sul quale viene collocato. La posizione dell’ornamento, il rapporto con il tessuto e la combinazione con altri elementi contribuiscono alla costruzione dell’immagine complessiva della persona. Il corpo non rappresenta, in questa prospettiva, un semplice supporto passivo, ma lo spazio nel quale le qualità materiali e visive dell’oggetto vengono messe in relazione con una persona socialmente situata. Una collana, una fibula o un bracciale assumono così una funzione che dipende anche dal modo in cui entrano nella configurazione del corpo e dell’abbigliamento.

Questa relazione appare ancora più evidente quando gli ornamenti vengono considerati non singolarmente, ma come parte di una composizione. La presenza simultanea di più gioielli, il loro rapporto con l’abito e la distribuzione degli elementi sul corpo producono un insieme visuale nel quale è difficile separare nettamente l’oggetto dalla persona che lo indossa. La gioielleria si inserisce così in una concezione più ampia dell’ornamento corporeo, nella quale materiali e forme differenti concorrono alla rappresentazione della persona. La ricorrenza di motivi e forme su supporti diversi, dal corpo ai tessuti e ad altri manufatti della cultura materiale, colloca inoltre il gioiello all’interno di un repertorio visuale più ampio (Naji, 2012).

La visibilità dell’ornamento assume particolare rilievo sul piano dell’appartenenza. Nei contesti analizzati, il modo di vestire e adornare il corpo può contribuire a rendere riconoscibili provenienza, posizione sociale o appartenenza a un determinato gruppo, senza che tali elementi debbano essere intesi come un codice rigido e invariabile (Becker, 2006; Naji, 2012). L’identità non è quindi semplicemente contenuta nel gioiello, come se ogni manufatto possedesse autonomamente un significato prestabilito, ma emerge dalla relazione tra oggetto, persona, modalità d’uso e contesto.

Questo aspetto assume una particolare importanza nel caso delle donne. La loro relazione con la cultura materiale non si limita infatti all’atto di indossare gli ornamenti, ma si inserisce anche nei processi attraverso i quali determinate pratiche vengono conservate e trasmesse. La continuità della cultura amazigh è stata legata anche alla trasmissione intergenerazionale di saperi e forme espressive all’interno della dimensione familiare e comunitaria, ambiti nei quali le donne hanno assunto un ruolo significativo (Sadiqi, 2007). Nel caso dell’ornamento corporeo, ciò permette di considerare non soltanto la permanenza materiale dei gioielli, ma anche le conoscenze relative alle modalità con cui essi vengono utilizzati, combinati e inseriti in determinate occasioni sociali.

Tazelaght - Collana composta da perle, monete e altri gioielli; composta da donne della regione di Ida ou Semlal (Souss-Massa),

Tazelaght – Collana composta da perle, monete e altri gioielli; composta da donne della regione di Ida ou Semlal (Souss-Massa)

La distinzione tra possesso dell’oggetto e conoscenza del suo uso è particolarmente importante. Un gioiello può essere conservato materialmente, ma la sua capacità di assumere significato all’interno della vita sociale dipende anche dalla permanenza delle conoscenze relative alla sua collocazione sul corpo, alla relazione con l’abbigliamento e alle circostanze nelle quali viene mostrato. In questa prospettiva, le donne non appaiono soltanto come destinatarie della produzione orafa, ma come soggetti coinvolti nella continuità delle pratiche attraverso cui gli oggetti vengono inseriti nella vita sociale (Becker, 2006; Sadiqi, 2007).

Il rapporto tra gioiello e identità femminile deve quindi essere letto come parte di un sistema nel quale corpo, oggetto e appartenenza interagiscono reciprocamente. Parlare di femminilità, in questo quadro, non significa individuare caratteristiche immutabili attribuibili indistintamente alle donne amazigh, ma osservare alcune delle modalità attraverso cui il femminile viene socialmente rappresentato attraverso il corpo e la cultura materiale. Il gioiello contribuisce a questa rappresentazione proprio perché viene indossato, combinato, mostrato e riconosciuto all’interno di contesti condivisi.

Tale funzione emerge con particolare evidenza nelle occasioni cerimoniali, durante le quali l’abbigliamento e gli ornamenti acquistano una maggiore elaborazione e visibilità pubblica. Tra queste, il matrimonio rappresenta uno dei contesti più significativi per osservare concretamente il rapporto tra gioiello, corpo femminile e relazioni familiari, permettendo inoltre di cogliere una seconda dimensione dell’ornamento, legata al suo valore patrimoniale e alla sua trasmissione. 

Donne Ait Khabbash con la telγunja, “sposa della pioggia”, Mezguida, 1997 – simbolo di fertilità

Donne Ait Khabbash con la telγunja, “sposa della pioggia”, Mezguida, 1997 – simbolo di fertilità

Matrimonio, dote e trasmissione

Il matrimonio costituisce uno dei momenti nei quali il rapporto tra corpo adornato, identità femminile e appartenenza collettiva acquista una particolare visibilità. Nel caso degli Ait Khabbash del Marocco sud-orientale, le pratiche connesse all’ornamento degli sposi occupano un posto significativo all’interno della cerimonia e permettono di osservare come abiti, acconciature e gioielli partecipino congiuntamente alla rappresentazione pubblica dei ruoli di genere e dell’identità del gruppo (Becker, 2006).

Il corpo della sposa assume, in tale contesto, una particolare rilevanza. L’ornamento non viene semplicemente aggiunto al corpo con finalità decorative, ma entra a far parte di una composizione nella quale i diversi elementi dell’abbigliamento vengono organizzati e resi pubblicamente visibili. Il matrimonio rende quindi particolarmente evidente quella relazione tra persona e cultura materiale che caratterizza più ampiamente le pratiche di adornamento corporeo: ciò che viene indossato contribuisce a collocare la donna all’interno di un sistema di relazioni sociali e di significati condivisi. Nel caso degli Ait Khabbash, le donne svolgono inoltre un ruolo centrale nelle pratiche connesse alla preparazione e alla celebrazione del matrimonio, contribuendo alla continuità delle forme attraverso cui l’identità del gruppo viene espressa (Becker, 2006).

Accanto alla dimensione cerimoniale, il rapporto tra gioiello e matrimonio comprende anche una componente patrimoniale. Nel Souss, la coppia di fibule poteva costituire uno degli elementi principali della lqimt, la dote destinata alla sposa. Tale patrimonio veniva predisposto dal padre anche come forma di tutela della figlia e la sua costituzione poteva iniziare molto tempo prima delle nozze, inserendosi in un processo familiare di accumulazione destinato alla donna (Naji, 2012). Il gioiello assumeva così una posizione specifica all’interno delle relazioni familiari: oltre a essere destinato al corpo della sposa e a contribuire alla sua presentazione pubblica, costituiva una risorsa materiale che la accompagnava nella condizione matrimoniale.

La funzione patrimoniale diventa ancora più evidente considerando la possibilità di convertire il valore dell’ornamento in una risorsa utilizzabile in situazioni di necessità. I gioielli in argento potevano infatti essere impegnati o venduti qualora circostanze impreviste rendessero necessario sostenere economicamente il nucleo familiare (Naji, 2012). L’ornamento non rappresentava quindi una ricchezza esclusivamente esibita, ma un bene materialmente conservabile e potenzialmente mobilizzabile. Valore estetico e valore economico potevano così convivere nello stesso oggetto, senza costituire dimensioni necessariamente separate.

Il tema della dote introduce inoltre una dimensione temporale. L’ornamento non entra necessariamente nella vita della donna soltanto nel momento del matrimonio, ma può essere preparato o accumulato precedentemente all’interno del nucleo familiare e destinato a una fase futura della sua esistenza. Il matrimonio rappresenta quindi un passaggio all’interno di una relazione più lunga tra oggetto, donna e famiglia. Questo elemento consente di comprendere come il gioiello possa acquisire valore nel tempo e come la sua presenza nella cerimonia sia connessa a relazioni familiari che precedono il momento stesso delle nozze (Naji, 2012).

Alla trasmissione materiale degli oggetti si affianca quella delle conoscenze necessarie al loro utilizzo. La preparazione della sposa, la collocazione degli ornamenti sul corpo e la loro combinazione con gli altri elementi dell’abbigliamento presuppongono competenze che vengono apprese e riprodotte all’interno della comunità. Il patrimonio non coincide pertanto esclusivamente con la sopravvivenza materiale dei gioielli, ma comprende anche i saperi che permettono di riconoscerne gli usi e di inserirli nelle occasioni sociali (Becker, 2006).

Il matrimonio consente dunque di osservare simultaneamente più dimensioni del rapporto tra gioiello e femminilità. Il corpo della sposa costituisce uno spazio di rappresentazione pubblica; il gioiello può entrare nella costituzione di un patrimonio destinato alla donna; il suo valore materiale può trasformarlo in una risorsa economica; le modalità attraverso cui viene indossato richiedono, infine, la trasmissione di specifiche conoscenze. Queste dimensioni non operano necessariamente allo stesso modo in tutte le comunità amazigh, ma i casi considerati mostrano come l’ornamento possa inserirsi profondamente nelle relazioni che accompagnano la vita sociale e familiare delle donne.

A queste funzioni si aggiunge, in alcuni contesti, una dimensione protettiva e propiziatoria. Il gioiello può così essere coinvolto non soltanto nelle pratiche attraverso cui la donna viene socialmente rappresentata, ma anche in sistemi di credenze che mettono in relazione corpo, prosperità e fertilità.

images-32Protezione, fertilità e dimensione simbolica

Alla funzione ornamentale, sociale e patrimoniale del gioiello può associarsi, in specifici contesti amazigh del Marocco, una dimensione connessa alla protezione, alla prosperità e alla fertilità. Tali significati si inseriscono in un sistema più ampio della cultura materiale, nel quale motivi e forme ricorrono su supporti differenti, dal corpo ai tessuti, dalla ceramica agli oggetti in legno e agli elementi architettonici (Naji, 2012). L’ornamento corporeo partecipa quindi a un repertorio visuale che non riguarda esclusivamente la decorazione, ma può entrare in relazione con pratiche e credenze rivolte alla tutela della persona e del gruppo domestico.

In questo quadro assume rilievo anche il concetto di baraka, associato a una forza benefica connessa alla prosperità, alla crescita e alla protezione. La sua azione può riguardare persone, beni e prodotti della terra, inserendosi in un sistema nel quale la continuità della vita domestica è posta in relazione con quella delle attività agricole e pastorali (Naji, 2012). Protezione e prosperità risultano pertanto legate alle condizioni materiali della vita e alle pratiche attraverso le quali esse vengono simbolicamente tutelate.

Anche la fertilità acquista, in tale prospettiva, un significato che oltrepassa la sola dimensione riproduttiva femminile. In determinati contesti agricoli e pastorali, la fecondità della donna può essere posta in relazione con quella del bestiame e dei campi, stabilendo una continuità simbolica tra corpo, famiglia e produzione (Naji, 2012). Il corpo femminile viene così inserito in un sistema più ampio di riferimenti alla crescita e alla prosperità del gruppo domestico, nel quale la dimensione rituale si intreccia con le condizioni concrete della vita agricola e pastorale.

Il gioiello può partecipare direttamente a queste pratiche. Nell’Alto Atlante occidentale è documentato, ad esempio, l’impiego rituale di una fibula d’argento in occasione dell’ingresso di una nuova giovenca nello spazio domestico: l’ornamento veniva collocato sulla soglia affinché l’animale vi passasse sopra, in un gesto rivolto a favorirne la fertilità e, per estensione, la prosperità legata alla produzione agricola (Naji, 2012). Il caso mostra come un oggetto normalmente associato al corpo femminile possa essere temporaneamente impiegato in un contesto rituale e assumere una funzione propiziatoria.

L’interesse di questo esempio risiede proprio nella capacità dello stesso oggetto di assumere funzioni diverse a seconda del contesto. La fibula può essere parte dell’abbigliamento, elemento ornamentale, bene dotato di valore materiale e, in una circostanza specifica, strumento coinvolto in una pratica rituale. La pluralità degli usi invita quindi a considerare il significato del gioiello come qualcosa che emerge dalle relazioni nelle quali esso viene inserito, piuttosto che come una proprietà fissa del manufatto.

Tali pratiche permettono di ampliare la comprensione del rapporto tra gioiello e femminilità senza ricondurlo a un sistema simbolico unico. L’ornamento può essere indossato, conservato come bene materiale, utilizzato nelle occasioni cerimoniali e, in particolari circostanze, coinvolto in pratiche protettive o propiziatorie. La dimensione simbolica non sostituisce le funzioni materiali e sociali del gioiello, ma si sovrappone ad esse, contribuendo alla complessità delle pratiche nelle quali l’ornamento femminile viene inserito.

Il legame tra protezione, prosperità e fertilità mostra infine come il corpo femminile possa essere messo in relazione con la famiglia, la casa e i cicli produttivi. Il gioiello partecipa a questa rete non perché possieda necessariamente un significato universale, ma perché viene attivato all’interno di specifiche pratiche. Anche in questo caso, dunque, il valore dell’ornamento emerge dalla relazione tra oggetto, corpo e contesto.

Conclusioni

L’analisi del rapporto tra gioielli e femminilità nella cultura amazigh del Marocco mostra come l’ornamento non possa essere considerato un elemento accessorio rispetto al corpo che lo indossa. Forme, materiali e modalità d’uso acquistano significato all’interno di specifici contesti territoriali e sociali, nei quali il gioiello contribuisce alla costruzione dell’immagine pubblica della persona e alla riconoscibilità delle appartenenze. La varietà delle pratiche documentate impedisce, al tempo stesso, di ricondurre la gioielleria e la femminilità amazigh a un modello unico e omogeneo.

Donna Amazigh di Tafraout – fotografo ignoto – (ca. 1940-1960) - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:COLLECTIE_TROPENMUSEUM_Berbervrouw_in_feestkledij_uit_Tafraoute_Zuid-Marokko_TMnr_60033850.jpg

Donna Amazigh di Tafraout – fotografo ignoto – (ca. 1940-1960) – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:COLLECTIE_TROPENMUSEUM_

È nella relazione tra oggetto e corpo che emerge con maggiore evidenza la pluralità dei valori attribuiti al gioiello. L’ornamento partecipa alla rappresentazione dell’identità femminile, assume particolare visibilità nei momenti cerimoniali e può entrare nelle relazioni patrimoniali e familiari attraverso la dote e la trasmissione degli oggetti. In alcuni contesti, alle funzioni sociali e materiali si affiancano inoltre pratiche protettive e propiziatorie che mettono in relazione il corpo della donna con la casa, la famiglia e la prosperità del gruppo.

Il gioiello non si limita dunque a rappresentare una femminilità già definita, ma partecipa alle modalità attraverso cui essa viene resa visibile e socialmente significativa. Attraverso il corpo adornato, appartenenza, posizione sociale, relazioni familiari e valori simbolici possono assumere una forma materiale e pubblicamente riconoscibile. La femminilità emerge pertanto non come categoria astratta, ma come il risultato di pratiche nelle quali corpo e oggetto interagiscono all’interno di contesti specifici.

Considerare il gioiello a partire da questa relazione consente, infine, di superare una lettura esclusivamente estetica della produzione orafa amazigh. L’oggetto acquista significato attraverso l’uso, la posizione occupata sul corpo, le modalità della sua trasmissione e le circostanze nelle quali viene attivato. Il corpo adornato diventa così uno spazio privilegiato nel quale cultura materiale e identità si incontrano, rendendo il gioiello un elemento significativo per comprendere alcune delle forme attraverso cui la femminilità viene costruita e rappresentata nelle diverse comunità amazigh del Marocco.

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Riferimenti bibliografici
Becker, Cynthia, Amazigh Arts in Morocco. Women Shaping Berber Identity, Austin, University of Texas Press, 2006.
Camps-Fabrer, Henriette, «Bijoux», Encyclopédie berbère, n. 10, 1991.
Camps-Fabrer, Henriette, «Fibule», Encyclopédie berbère, n. 18, 1997: 2817-2825.
Naji, Salima, «A Protection Aesthetic: Berber Art, Between Permanence and Prophylaxis», Cahier du Musée berbère, n. 1, 2012: 31-76.
Sadiqi, Fatima, «The Role of Moroccan Women in Preserving Amazigh Language and Culture», Museum International, vol. 59, n. 4, 2007: 26-33.

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Andreina Parise, ha conseguito una laurea triennale in Lingue e Culture per il Turismo e la Mediazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e una laurea magistrale in Lingue e Culture dell’Asia e dell’Africa presso l’Università degli Studi di Napoli l’Orientale, per poi concludere, nella medesima sede, il proprio percorso di studi con un Master di I livello in Mediazione Interculturale. Durante il percorso accademico ha perfezionato lo studio della lingua araba, culminato con un soggiorno di studio presso l’istituto Al-Minbar di Rabat, Marocco, dove ha avuto modo anche di imparare il darija. Inoltre, ha studiato il tamazight libico e del sud del Marocco. Il suo interesse e campo di ricerca è il Nord Africa dal punto di vista storico, linguistico e culturale e, nello specifico, si occupa di arte amazigh in Marocco, a cui ha dedicato la sua tesi magistrale, con un focus speciale sulla pratica dei tatuaggi tradizionali.

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