di Giuseppe Savagnone
Il messaggio sulle politiche migratorie congiuntamente inviato «all’Europa» dalla premier italiana Giorgia Meloni – erede di una tradizione che fa capo al fascismo – e quella danese Mitte Frederiksen, socialdemocratica, è l’ultimo segnale di un processo di trasformazione dei termini di base della politica – almeno di quella occidentale –, per cui ad essere in primo piano non sono più i problemi della giustizia sociale, del ruolo della proprietà privata dei mezzi di produzione, dei limiti dei poteri dello Stato, come nel Novecento, ma quello delle migrazioni dai Paesi poveri a quelli ricchi. Su questo si giocano sia i rapporti internazionali che le sorti elettorali dei singoli Paesi.
La caduta del muro di Berlino, alla fine del secolo scorso, è stata emblematica della fine dei conflitti tra le grandi ideologie. Sconfitta quella nazi-fascista nella Seconda guerra mondiale, a contrapporsi alla visione liberal-democratica era rimasto il socialismo marxista, irrimediabilmente confutato dalla crisi dell’Urss e dei suoi satelliti. A questo punto restava, come unica prospettiva storicamente plausibile, quella neo-capitalista, affermatasi nel mondo anglosassone e ormai da tempo adottata da tutto l’Occidente. Significativo il successo dell’opera intitolata La fine della storia e l’ultimo uomo, del politologo Francis Fukuyama, che nel 1992 prendeva atto di questa situazione.
Ma la storia non finisce. E anche l’idea della morte delle ideologie è illusoria. Anzi, proprio questa idea è stata forse il capolavoro di quella radicata della tradizione liberale a cui si ispira il capitalismo, che è riuscita ad affermarsi, nell’immaginario collettivo, al punto da farsi credere la pura e semplice realtà.
Quanto questa ideologia sia ormai indiscussa e indiscutibile lo dimostra il fatto che anche l’ondata di sovranismo populista che ha investito l’Occidente in questo primo scorcio del terzo millennio, e che si manifesta nella crescita inarrestabile dei partiti di estrema destra – come avvenne un secolo fa –, ne sposa alcuni capisaldi, rendendo assai meno netta la differenza tra destra, centro e sinistra.
A fare emergere con piena evidenza questo comune sfondo ideologico è oggi il fenomeno migratorio. Conclusasi la lotta contro i totalitarismi, il “mondo libero”, rappresentato dalle democrazie occidentali, si sta trovando alle prese con una nuova minaccia, che però adesso non è costituita da una ideologia alternativa, bensì, paradossalmente, da popoli che ammirano e apprezzano il suo modello di vita e vogliono in qualche modo essere partecipi della felicità che esso sembra garantire.
Solo che l’ideologia che sta dietro questo modello non prevede alcuna condivisione. Essa, della formula della Rivoluzione francese che sta all’origine della sua storia – liberté, égalité, fraternité – ha valorizzato nel corso del suo sviluppo, i primi due termini, mentre ha ignorato il terzo. Così ha combattuto, anche se non sempre portato alla vittoria, le battaglie contro le diverse forme di autoritarismo – in famiglia, nella società politica, a livello religioso – e quelle per superare tutte le disuguaglianze – economiche, sociali, di genere –; ma non ha mai posto in primo piano il tema della fraternità universale degli esseri umani.
L’ndividualismo possessivo come sfondo comune dell’Occidente
E non è un caso. Al cuore di questa ideologia, fin dalle sue origini, c’è l’idea del filosofo inglese John Locke, secondo cui siamo persone non per la nostra natura razionale, come pensava il Medioevo, ma perché proprietari di noi stessi, del nostro corpo, delle nostre facoltà e di tutto ciò che attraverso esse produciamo. Dal primato dell’essere a quello dell’avere. Era il tempo delle enclosures, delle recinzioni che trasformavano gli open field, i campi aperti, coltivati dalle comunità di villaggio, in proprietà privata. E su questo modello Locke e il pensiero liberale successivo hanno concepito l’essere umano: isole circondate da confini rigorosi che le separano le une dalle altre.
Da qui anche un concetto di libertà che vede nell’altro un limite, invece che come una condizione e un’opportunità: è la famosa formula secondo cui “la libertà di ciascuno finisce dove comincia quello dell’altro”. Come la proprietà. Dentro il confine si può fare ciò che si vuole di se stessi, delle proprie facoltà, dei propri beni, senza risponderne a nessuno. E ciò che succede fuori non ci riguarda. Come nessuno può intromettersi negli “affari nostri”, noi non possiamo porci il problema delle sorti altrui.
È la concezione definita dagli storici “individualismo possessivo” e ad esso si ispirano tutt’ora espressioni come “l’utero è mio e ne faccio quello che voglio”, “io sono mio”, nonché l’allergia al vizio dello Stato, di “mettere le mani nelle tasche” dei suoi cittadini mediante le tasse.
Da qui anche un concetto di uguaglianza puramente formale, che assegna pari diritti e doveri a individui astratti, prescindendo dalla loro reale situazione economica, sociale, culturale. Superati i privilegi assegnati a certe categorie di persone dall’ancien régime, si è conquistata l’idea che “la legge è uguale per tutti”, ma non si è preso in considerazione il diversissimo punto di partenza di coloro che sono tenuti a rispettarla.
Si capisce perché la nostra società non abbia coltivato il senso della fraternità. La libertà e l’uguaglianza, nella prospettiva dell’individualismo possessivo, non la rendono neppure concepibile. I fratelli si sanno responsabili gli uni verso gli altri. Qualunque errore, qualunque colpa il fratello commetta, ci si prodigherà per aiutarlo e, a chi faccia notare che non lo merita, si risponderà: “Sì, ma è mio fratello”. Nella logica della fraternità, la libertà è sempre anche responsabilità.
Così come i fratelli, di fatto, non sono mai uguali, né aspirano ad esserlo. ma proprio nella loro diversità si sentono solidali. E, se uno è portatore di un handicap o è colpito da circostanze sfavorevoli, non l’astratta uguaglianza dei membri della famiglia non esclude un trattamento “disuguale” nei confronti del fratello o della sorella che ne hanno bisogno.
Oggi, con la comune adesione all’individualismo possessivo, ad escludere la fraternità sono sia i partiti e i governi che si ispirano alla tradizione liberale, da sempre individualista, sia quelli che invece seguono la linea del vecchio nazionalismo, riveduto e corretto, però nella forma del sovranismo, che non implica più il coinvolgimento degli individui in una entusiastica (a volte fanatica) fede collettiva, anche a costo del sacrificio personale, ma si riduce a una posizione puramente politica di difesa degli interessi dei rispettivi Stati e lascia così ampio spazio alla ricerca del benessere e del successo da parte dei loro cittadini.
Nessuno, in nome degli slogan “rendere di nuovo grande l’America” o “rendere di nuovo grande l’Italia”, darebbe la propria vita, come nella storia del nazionalismo novecentesco hanno fatto tanti che si sono sacrificati volentieri per la Patria. La politica sovranista si sposa di fatto con una cultura che, anche nei partiti e nei governi di estrema destra, concorda con l’individualismo liberale.
Ma lo stesso avviene in quella correzione del socialismo che è la social-democrazia. Solo in una logica polemica e propagandistica si possono identificare i suoi esponenti con i vecchi comunisti. La loro era davvero una ideologia, quella social democratica è una posizione politica compatibile con l’individualismo liberale. E non è un caso che molti partiti “di sinistra” in realtà facciano battaglie che ricordano più quelle dei radicali – volte ad accrescere gli spazi di autonomia degli individui – che non quelle dell’originario socialismo marxista.
A parlare di fraternità, oggi, è rimasta la Chiesa cattolica, come evidenziano innumerevoli documenti (il più solenne, l’enciclica Fratelli tutti, di papa Francesco). Da sempre ostile al liberalismo, anche in ciò che aveva di sacrosanto (si ricordi il Sillabo di Pio IX, che, insieme alle forme distorte di libertà, condannava anche quelle fondamentali), essa ha dovuto rivedere profondamente quelle posizioni, che la rendevano inconciliabile col mondo moderno. Ma, paradossalmente, dalla sua iniziale estraneità all’individualismo possessivo ha tratto anche la capacità di fare oggi un discorso veramente alternativo ad esso.
Perché, alla base della fraternità, c’è la convinzione, di matrice cristiana, che tutti gli uomini siano figli di Dio e dunque, avendo lo stesso Padre, facciano parte di un’unica grande famiglia che è la comunità umana. E una comunità non è una somma di individui, ognuno con i propri scopi e i propri diritti, ma un tutto a cui i singoli membri devono la loro stessa identità, che matura nel dono e nella reciproca gratitudine, così come la loro libertà e la loro uguaglianza, pensate e vissute in funzione di un fine comune che nessuno può raggiungere senza il peculiare apporto di ciascuno, perché riguarda inscindibilmente tutti.
A sua volta, la radice più profonda di questa visione della comunità è un’antropologia per cui l’essere umano, creato a immagine e somiglianza del Dio trinitario, è strutturalmente relazionale. Come la persona del Padre e quella del Figlio dialogano eternamente nello Spirito, e non sono se stesse l’una senza l’altra, così anche la persona umana non è una monade, ma si realizza solo nella sfera comunitaria.
In questa prospettiva, non c’è spazio per un possesso che escluda gli altri. Come la Chiesa cattolica ha sempre insegnato e come ribadisce l’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas, la proprietà è solo «un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune» (n.66). Infatti, «i beni della terra – il suolo, l’acqua, l’aria, le risorse naturali – sono donati da Dio all’intera famiglia umana perché sostengano la vita di tutti, oggi e nelle generazioni future, e che ogni persona ha un diritto originario all’uso di tali beni» (n.65).
Niente di più lontano dalla logica dell’individualismo possessivo che ispira sia il liberalismo che il sovranismo, insinuandosi anche nella social-democrazia. Di “valori”, certo, da parte dei sostenitori di queste posizioni si parla ancora. Lo ha fatto, per esempio, il vice-presidente americano J. D. Vance, nell’intervento del 14 febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno; ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».
Ma, quando ci si chiede quali siano questi valori, si scopre che essi si identificano con le prospettive di benessere e con la garanzia dell’ordine pubblico. Eloquenti il continuo riferimento di Trump alle opportunità economiche e finanziarie implicite nelle sue scelte di politica internazionale e il proliferare dei “decreti sicurezza” promossi dal governo italiano.
Non manca, in verità, un riferimento alla sfera religiosa. Emblematico il tentativo, da parte del segretario alla Guerra americano, Peter Hegseth, di presentare l’aggressione unilaterale degli Stati Uniti e di Israele all’Iran come una “guerra santa”, invocando sull’esercito statunitense la benedizione divina: «La provvidenza del nostro Dio onnipotente veglia su quelle truppe, e noi siamo determinati a portare a termine questa missione….». Da qui l’invito a pregare per il successo militare: «Possa Dio Onnipotente continuare a benedire le nostre truppe in questa battaglia. Al popolo americano chiedo di pregare per loro ogni giorno in ginocchio, insieme alle vostre famiglie, nelle vostre scuole, nelle vostre chiese, nel nome di Gesù Cristo…».
Un tentativo esplicitamente respinto da papa Leone che, nel suo Messaggio per la pace del 1 gennaio 2026, lo ha chiaramente denunziato «Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata».
Si pone in questa logica anche il riferimento ai valori, e più precisamente a quelli cristiani, per giustificare la battaglia del sovranismo contro i flussi migratori. Come nel messaggio della premier italiana e di quella danese da cui siamo partiti e in cui esse dicono chiaramente il loro programma: «Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa», scrivono. E sembra una formula pienamente ragionevole.
Che cosa dicono i fatti
In realtà i fatti dicono che per loro l’immigrazione è già in quanto tale un pericolo da stroncare con tutti i mezzi. Meloni ha da poco fatto approvare al governo italiano un disegno di legge in cui si prevede l’eventualità di un «bocco navale» per impedire alle navi delle Ong che soccorrono i naufraghi perfino di entrare nelle acque territoriali italiane. Prima ancora che sia possibile valutare la legittimità delle loro richieste di asilo, i migranti dovranno scegliere tra morire annegati nel Mediterraneo o rientrare nelle acque libiche e tunisine, dove i profughi saranno accolti dagli aguzzini e dai lager a cui speravano di essere scampati.
La misura è stata presentata dalla nostra premier come sviluppo ulteriore di una politica che ha dato già ottimi risultati: «I numeri che abbiamo raggiunto in questi anni, -60% di sbarchi, +55% di rimpatri, ci incoraggiano a fare ancora meglio e vogliamo farlo». Lei, che più volte si è commossa fino alle lacrime nel proclamarsi pubblicamente «madre e cristiana», cita trionfante questi numeri senza chiedersi mai dove sono finite le persone che non sono più riuscite a sbarcare e quelle che abbiamo rimpatriato nei Paesi da cui erano fuggite. Ma sono figli di altri.
Da parte sua, Frederiksen, anche prima di andare al potere, ha sostenuto gran parte delle misure restrittive proposte dal governo di centro-destra, comprese la legge del 2016, che autorizzava la polizia a confiscare contanti e beni di valore ai richiedenti asilo, in cambio dell’accoglienza, per coprire i costi del loro sostentamento. E, dopo aver vinto le elezioni del 2019, ha varato, nel 2021, una legge in cui si prevede che l’esame della domanda di asilo dei migranti venga presentata in un Paese terzo e non in territorio danese. Nessun migrante cioè dovrebbe mettere piede in Danimarca. E, anche in caso di accettazione della domanda, lo straniero deve restare nel Paese terzo.
La legge è stata subito vista come chiaramente lesiva del diritto internazionale, sia dall’Agenzia ONU per i rifugiati sia dalla Commissione Europea, perché esclude la possibilità di entrare in Danimarca per il migrante anche in caso di riconoscimento del diritto di asilo. Che è del resto, secondo il deputato della maggioranza Rasmus Stoklund, l’esplicito intento di tutta la politica migratoria del governo “di sinistra” danese: «L’obiettivo è scoraggiare l’immigrazione fino ad azzerare il numero dei rifugiati».
La normativa non ha avuto finora effetti pratici perché occorreva individuare i Paesi terzi dove i migranti possano essere accolti. Ora, grazie al recente accordo con Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, sembra che Frederiksen abbia individuato il Paese terzo nell’Uganda. I poveracci che partiranno per cercare una vita migliore in Europa si troveranno in qualche campo di detenzione nel profondo dell’Africa.
Da parte sua, Meloni questo Paese terzo l’ha già trovato in Albania. E a questo progetto – pienamente condiviso, al di là delle loro diverse matrici politiche – fanno riferimento le due premier nel loro messaggio: «Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa».
L’obiettivo della lotta contro i flussi migratori, però, scrivono le due premier, non è solo «garantire maggiore sicurezza e tutela per le nostre comunità». Sono in gioco anche dei valori: «Il rispetto delle nostre leggi», sottolineano, «deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei». Più precisamente i valori cristiani: «Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo».
Il volto di Cristo nei volti umani dei migranti
Il problema è che il più autorevole rappresentante del cristianesimo in Occidente, il capo della Chiesa di Roma, non è assolutamente d’accordo con loro. In tutti i discorsi di Papa Leone c’è una condanna durissima della linea che porta ai respingimenti. «Qui» ha detto nel suo recente viaggio alla Canarie, «il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare».
E il volto di Gesù va riconosciuto in quelli di persone che non sono numeri, e tanto meno nemici, ma innanzi tutto esseri umani. Il papa lo ha sottolineato nel suo ultimo messaggio per la Giornata del migrante e del rifugiato, con particolare riferimento ai minori: «Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente».
È una dolorosa necessità di difesa da una minaccia criminale? Meloni e Frederiksen lo sostengono. In realtà, coloro di cui si parla, contrariamente a quanto ci è stato ripetuto continuamente, sono solo esseri umani fuggiti dal loro mondo di povertà e di violenza per cercare da noi, col nostro aiuto, una vita migliore.
Se sono fuori-legge, lo sono solo nel senso che delle leggi xenofobe hanno impedito loro di giungere legalmente in Europa, costringendoli a spendere i loro poveri risparmi e a rischiare le loro vite per fare clandestinamente un viaggio che gli stranieri ricchi fanno in aereo, con tanto di passaporto. Per questo hanno lasciato le loro case, il loro lavoro, le loro relazioni umane, avventurandosi in luoghi inospitali, attraversando deserti in balìa di trafficanti di esseri umani che li trattavano come bestie.
Perciò, per Leone, «è urgente un cambio di prospettiva: occorre spostare l’asse del dibattito dalla mera gestione dei flussi alla tutela piena e immediata dei diritti umani, adottando una risposta coordinata, solidale ed efficace, in grado di garantire protezione, accoglienza e reali opportunità di integrazione a chi emigra».
Così, la voce della Chiesa cattolica rimane in questo momento la sola a richiamare il primato delle persone, della fraternità e della destinazione universale dei beni della terra, che Dio ha dato in comune a tutti gli esseri umani.
Le voci dei profeti risuonano di solito nel deserto. Papa Leone lo sa bene, perché è scritto nella Rivelazione. Ma questo non significa che siano irrilevanti. E se è vero che il problema della risposta ai flussi migratori è diventato centrale nella politica dei singoli Stati e in quella internazionale, la ferma presa di posizione del pontefice ha inevitabilmente una portata politica, a dispetto delle letture che vedono in essa soltanto una apprezzabile meditazione morale e religiosa.
Sfidando «un falso realismo che ripete che alternative non esistono» (n.188), Leone ha scritto nella sua enciclica Magnifica humanitas: «Un banco di prova decisivo per la giustizia sociale oggi è rappresentato dalla condizione dei migranti, dei rifugiati e di quanti sono costretti a spostarsi a causa della povertà, della violenza, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali. Il modo in cui una società li tratta mostra se la sua idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità» (n.81). Alla giustizia nessuno – liberali, sovranisti, socialdemocratici – può rinunciare. La sfida del papa è di averla associato inscindibilmente al valore dimenticato della fraternità.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Giuseppe Savagnone, dal 1990 al 2019 è stato direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, di cui oggi cura il sito «www.tuttavia.eu, pubblicandovi settimanalmente un editoriale nella rubrica “Chiaroscuri”. Scrive per quotidiani e periodici e collabora con «Tv2000», «Radio in Blu», «Radio Vaticana» e «Radiospazionoi». Nel 2010 ha ricevuto il premio «Rocco Chinnici» per l’impegno nella lotta contro la mafia. Tra le sue pubblicazioni, Quel che resta dell’uomo. È davvero possibile un nuovo umanesimo?, Cittadella Editrice, Assisi 2015; Il gender spiegato a un marziano, Edizioni Dehoniane, Bologna 2016; Cercatori di senso. I giovani e la fede in un percorso di libertà, Edizioni Dehoniane, Bologna 2018, Il miracolo e il disincanto. La provvidenza alla prova, Edizioni Dehoniane, Bologna 2021.
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