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Il “banchiere” italiano tra gli emigrati nel Nord America

 Gruppo di emigrati siciliani nella sezione socialista di Brooklin (1910)

Gruppo di emigrati siciliani nella sezione socialista di Brooklin (1910)

 di Salvatore Costanza

Dimensioni e caratteristiche quantitative dell’emigrazione italiana, cosí come è stata rilevata dagli Annuari statistici, specie dal 1876 in poi, non hanno potuto segnalare all’opinione pubblica il disagio, spesso il dramma, di quanti affrontavano le vie dell’espatrio. Prima il viaggio, con le stive sovraffollate, e le aleatorie condizioni di igiene e alimentazione. L’emigrante era merce povera, e gl’interessi armatoriali, nonché i compiacenti silenzi delle autorità marittime, si sommavano, fra l’altro, ai lucrosi contratti per l’introduzione d’immigrazione sovvenzionata, come strumenti di finanziamento privatistici dell’espatrio specie verso gli Stati Uniti [1]. Il resoconto deamicisiano – Sull’Oceano (1889) – di un’esperienza vissuta a bordo di una nave che portava gli emigranti italiani, ne segnalava già il “cumulo di pena”.

Poi il collocamento di mano d’opera, in un mercato lasciato alla piú sfrenata libertà, dove l’arbitrio e l’intermediazione mafiosa erano prassi costante. Del resto, l’assenza nel settore dei flussi migratori, nonchè di quello del lavoro, di ogni legge e regolamentazione non era tanto inerzia, o scarsa intelligenza, del fenomeno da parte delle amministrazioni governative degli Stati Uniti quanto, invece, interesse e obiettivo funzionale del capitalismo americano per favorire la massima disponibilità di offerte lavorative in un periodo di crescita della industrializzazione.

È in tale contesto che prosperano nel Nord America, nella seconda metà dell’Ottocento, e nei primi anni del nuovo secolo, i “padroni”, i “boss” e i “banchieri”, figure ambigue, tra finta solidarietà e assistenza, e sfruttamento organizzato degli emigrati per il loro impiego nel mercato del lavoro [2]. Inchieste e dibattiti di quegli anni, specie attraverso alcuni organi di stampa italiani, come l’Avanti! e la Battaglia di Palermo, e americani di New York e Philadelphia, denunciano il fenomeno del “padrone system” o boss, la cui origine si fa risalire alla pratica del contract labor, che favorisce l’importazione diretta di forza lavoro.

FOTO1 (1911)Si tratta di un prodotto degenerato di integrazione della massa di immigrati italiani, per lo piú analfabeti, – e tramite degli stessi meccanismi delle machines elettorali municipali e nazionali, – che s’identifica con gli atteggiamenti e i rapporti sociali propri della società contadina tradizionale, come ebbero già a rilevare nel secolo scorso i meridionalisti, da Nitti a Villari. Tra le figure di intermediari, quella finanziaria del “banchiere”, aveva poco a che fare con le strutture bancarie regolate da norme e modalità di credito. Egli svolgeva spesso la sua attività in collegamento con il boss. L’emigrante, appena sbarcato, s’indirizzava al “banchiere”, che magari gli aveva anticipato il prezzo del biglietto, e che avrebbe poi assunto la lucrosa gestione dei suoi risparmi, e delle sue rimesse, nonché una complessità di funzioni sussidiarie esercitate nelle little Italies. Del resto, la posizione acquisita dal boss e dal banchiere, per i legami che riusciva a stringere con l’agente consolare, con le autorità e con gli stessi giornalisti, gli assicurava impunità e prestigio. La sua ascesa nella scala sociale era assicurata dalla sua capacità di saldare il suo intreccio affaristico al potere pubblico delle amministrazioni municipali e nazionali.

Pasquale Villari sostenne in quegli anni che quello dell’emigrazione era in primo luogo “problema morale”, perché il fatto materiale poteva essere risolto mediante le leggi e la sindacalizzazione; mentre era piú difficile sbarazzarsi dei pregiudizi, delle sudditanze culturali, e della carenza di “spirito civico” [3]. Era questa pure la convinzione di quanti cercarono di stringere in sodalizio politico gli emigrati italiani, per una progressiva, e piú o meno fortunata, integrazione nel tessuto economico e sociale americano.

Furono, infatti, i sodalizi di lavoratori organizzati entro gruppi politici, in genere di orientamento sindacalista rivoluzionario [4], che denunciarono fattori e caratteri dello sfruttamento degli emigrati, e affrontarono la mano nera della mafia siculo/americana; mentre l’attività del Labor Information office for Italian, costituito, nel 1906, a New York dal “Commissariato italiano per l’emigrazione”, con una funzione di “agenzia gratuita di collocamento”, era resa inefficace dalla rete di “interessi e camerille che un disonesto  mezzo di sfruttamento aveva eretto a sistema” [5].

Sebastiano Bonfiglio

Sebastiano Bonfiglio

Sebastiano Bonfiglio [6] raccolse per il Congresso di Roma del 1911 degli Italiani all’estero la documentazione relativa alla “fisiologia” del “banchiere”, e al suo “ufficio” tra gli emigrati [7]. Nel suo pamphlet, pubblicato da Louis Dimola a Brooklyn nel maggio 1911, egli ricostruí la genesi del “banchiere”, elencando la molteplicità dei suoi “servizi”, anche quelli di semplice “negozio”. Oltre alle ambiguità, e alle carenze, della legislazione bancaria statunitense, ciò che favoriva l’esercizio dell’improvvisato, e spregiudicato, “banchiere” era l’iniziale estraneità dell’emigrato alla lingua e alle strutture amministrative e finanziarie del luogo:

Il “banchiere” diviene, per il nostro emigrato, l’unico suo fiduciario: a lui si rivolgerà per consigli e informazioni, in lui troverà del credito, se ne avrà bisogno, da lui troverà un indirizzo per lavoro, da lui troverà il protettore per qualche faccenda giudiziaria. Nei pressi della “banca del paesano” sarà il suo ritrovo, in quella “banca” fisserà il suo indirizzo pel recapito delle lettere, di là spedirà il denaro alla famiglia, colà depositerà tutti i suoi affannati risparmi <…>  Egli dà un interesse minimo sulle somme ricevute in deposito, mentre poi l’investe in operazioni ed imprese lucrose e rischiose; dà una minima percentuale sul cambio monetario delle somme affidategli per rimesse-vaglia, percepisce interessi favolosi se accorda il credito, inganna e adultera i generi che vende sempre a prezzi più elevati dai correnti in piazza [8].

Tra il “banchiere” e il lavoratore veniva poi stabilito un contratto per il collocamento, che doveva essere compensato da una tangente come “bossatura”, con la clausola del “bordo obbligatorio”. Quindi, non soltanto  esercizio finanziario, nei modi e nei tempi denunciati da Bonfiglio, ma pure “negozio”, “ove si vende e smercia”, come in un bazar, qualsiasi tipo di “provvista” domestica mediante un particolare contratto che legava il lavoratore al “banchiere”:

Il bordo obbligatorio implica e obbliga l’operaio di comprare il pane, la pasta, la birra e quanto bisogna per il vitto nel magazzino alimentare che il “banchiere”, agente di collocamento, va ad impiantare sul posto del lavoro. La pasta sarà stantìa, il pane agro, la birra scadente, tutto costerà maledettamente piú caro? Non importa, bisognerà contentarsi. Non solo, ma a fine mese le compere non devono essere inferiori a otto o dieci scudi prestabiliti (da 40 a 50 lire) altrimenti peggio di peggio, pagherà lo stesso se non vorrà esser licenziato <…>. Il banchiere-agente, nell’atto di arruolare i nostri emigrati, dopo aver fatto loro firmare il debito contratto e riscossa la bossatura, fa pagare anche il prezzo del biglietto del viaggio ferroviario, prezzo che desume egli medesimo e che ogni arruolato dà senza osservazione alcuna, sia per il rispetto inconcusso e dovuto “’o bancheri” sia per non incorrere in pericoli e in difficoltà che l’inesperienza e l’ignoranza fa veder in tutto. Cosa succede invece? Che la somma pagata pel viaggio è superiore al costo reale, e che invece di partire col biglietto individuale, gli operai in parola partono con biglietto collettivo, usufruendo cioè delle riduzioni che anche le compagnie ferroviarie americane praticano per gli operai viaggianti in comitiva [9].

I “rimedi” al “male d’oggi” di cui soffrivano i lavoratori immigrati, secondo Bonfiglio dovevano essere trovati «nell’orbita dell’azione di tutti gli uomini liberi ed onesti», piuttosto che nei “poteri legislativi”, in un paese dove «nessun peso sulla sua bilancia politica» avevano quanti vi erano ospitati. Intanto, bisognava persuadere gli immigrati, specie coloro che venivano dal Mezzogiorno d’Italia e dalla Sicilia, a inviare le loro rimesse tramite gli Istituti bancari e gli Uffici postali; e, per il lavoro, avvalersi degli uffici governativi gratuiti di collocamento.

foto3Un “abbozzo per un piano d’innovazioni”, Bonfiglio aveva pure preparato per fare del Labor Information Office for Italian «il centro irradiatore di un’azione complessa e molteplice d’assistenza del nostro emigrato, e sotto il vigile  controllo dei lavoratori medesimi». Istruire poi l’emigrante, col mezzo di una scuola che lo prepari alle professionalità tecniche e complementari del lavoro, era una proposta di Angiolo Cabrini [10], ma Bonfiglio voleva che tale scuola  fosse «efficace a prevenire i mali che dall’ignoranza ritraggono la loro ragion d’essere», dando «alle generazioni presenti e future le cognizioni necessarie per la formazione della coscienza di cittadini» [11].   

Spettava, del resto, ai Socialisti difendere i lavoratori che lasciavano l’Italia per trasferirsi oltre Oceano; ma nel Partito socialista il problema dell’emigrazione era rimasto ai margini del dibattito politico, se si eccettua l’azione promossa da Angiolo Cabrini, fondatore della Società Umanitaria di Milano, che, nell’assistenza agli emigranti, si contrapponeva all’Opera Bonomelli di orientamento cattolico [12]. Né poteva giudicarsi efficace la stessa attività della Federazione che, nel Nord America, operava in nome del Partito Socialista Italiano:

Bonfiglio insegnante in una scuola italo-araba fondata  a Cirene (1918)

Bonfiglio insegnante in una scuola italo-araba fondata a Cirene (1918)

I Socialisti Italiani del Nord America, per amor di verità, si sono interessati del problema della emigrazione; per la protezione del nostro emigrante. Nei loro Congressi, hanno discusso dei possibili provvedimenti, votando belli ordini del giorno, che appunto per essere troppo belli, sono rimasti semplicemente…ordini del giorno. Ed è questo il destino di tutti i progetti che, per riparare un male immediato e invadente, si corre dietro a soluzioni di gran lunga superiori alle forze e alle energie disponibili. Questa tattica, da per tutto sperimentata, e che ha dato frutti negativi, dovrebbe ormai convincere che sia giunta l’ora che i Socialisti Italiani del Nord America portino nei problemi urgenti che agitano ed opprimono le classi lavoratrici, un contributo di azione pratica, che, ispirandosi ai concetti finali del Socialismo, abbia in sé degli utili e dei benefici realizzabili nel momento [13].

Per non dire che i Socialisti italiani del Nord America erano passati dall’iniziale simpatia per il Socialist Labor Party alla formazione di nuclei organizzati sotto l’influenza del sindacalismo rivoluzionario, fino alla costituzione di una Federazione Socialista ad opera di Giacinto Menotti Serrati, che era stato chiamato, nel 1903, negli Stati Uniti da Dino Rondani a dirigere il “Proletario” di Philadelphia [14].

Mancarono, dunque, i riscontri pratici, in chiave politica e sindacale, al  solidarismo emigrazionista dei Socialisti italiani del Nord America, i quali si trovarono ad affrontare gli agenti dell’emigrazione, i cui diffusi, e molteplici, interessi erano veicolati dalla stampa coloniale, dove primeggiava “Il Progresso italo-americano”[15]. Esplicito era nel pamphlet di Bonfiglio il riferimento alla “stampa italiana assoldata” per la réclame alle operazioni dei “banchieri”, tra i quali un oriundo siciliano, “prominente” a New York per i suoi affari finanziari: Foto5

Il suo Ufficio posto nel cuore della colonia avea l’aspetto truce per le grosse sbarre di ferro che come serraglio di belve lo circondava e ne proteggeva soprattutto la vetrina, dove erano messi, cosí alla rinfusa e come segno di abbondanza – migliaia di dollari. La conformazione tragica delle sbarre di ferro e i dollari fermavano l’attenzione e la vista del passante che rimaneva meravigliato, sbalordito. Tutto formava una magnifica réclame. La vita di sfarzo e di lusso che il Patti conduceva con la sua famiglia e quella gran quantità di denaro inattivo ammucchiato nella vetrina della sua banca, gli davano fama di uomo ricco a milioni; fama che gli aveva fruttato una estesissima clientela. Egli naturalmente era il pezzo grosso prominente della colonia, facente parte di tutti, comitati piú o meno patriottici.

Con la bancarotta che ne seguí, e l’inevitabile “fuga” del “banchiere” in Canada, furono scoperti i “trucchi” e gli espedienti messi in campo per frodare centinaia di depositanti e clienti, mentre incalzava la crisi finanziaria del 1907-8, e lo sfruttamento del lavoro immigrato era lasciato all’arbitrio di un mercato senza regole certe. La vicenda “esemplare” del “banchiere” italiano, che Bonfiglio ricostruiva attraverso la sequenza di truffe, ricatti e oscure trame giudiziarie, segnava uno degli anelli della catena stretta attorno agli emigrati per la loro difficile integrazione sociale. Le leggi verranno molti anni dopo, e non potranno evitare le complesse e radicate connivenze della mafia, gl’intrecci tra bossatura e mercato del lavoro, anche se la maturazione di una coscienza operaia piú avanzata, e l’organizzazione sindacale, apriranno nuovi spazi per la tutela dei lavoratori.

Dialoghi Mediterranei, n.13, maggio 2015


Note e riferimenti bibliografici

1. E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Bologna, 1979: 293-336 <La via dell’America>. Si veda pure la Storia dell’emigrazione italiana, a cura di P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina; Roma, 2001.
2. H. S. Nelli, The Italian Padrone System in the United States, in “Labor History”, V , 1964:155-67.
3. P. Villari, L’emigrazione e le sue conseguenze in Italia, in “Nuova Antologia”, 1° dicembre 1907. Si veda pure di P. Villari, Scritti sulla emigrazione e sopra altri argomenti vari, Bologna, 1909.
4. In uno di questi sodalizi operò, tra il 1910 e il 1914, Edmondo Rossoni (1884-1965),  che, emigrato a New York, aderí alla Federazione socialista italiana, dirigendo in seguito “Il Proletario”. Alla vigilia della guerra rientrò in Italia, impegnandosi nella propaganda interventista. Nel fascismo ebbe ruoli di prima linea, come segretario generale della Confederazione dei sindacati fascisti (1922), e ministro di Agricoltura e Foreste (1935-1939). Sfuggito, nel ’43, alla condanna a morte nel processo di Verona, per aver votato l’ordine del giorno Grandi, si rifugiò in Vaticano, ritirandosi nel dopoguerra a vita privata nel suo paese (Trisigallo, nel Ferrarese). Cfr.  A. Roveri, in Movimento operaio italiano. Dizionario biografico, 4, Roma, 1978: 417-19.
5. I tentativi del Direttore, Di Palma Castiglione, di denunziare gli abusi e le truffe dei “banchieri”, e di consigliare gli emigrati a servirsi del Banco di Napoli per le proprie rimesse ai familiari in Italia, non produssero alcun effetto, nonostante un processo intentato dallo stesso Direttore del Labor Information contro i falsi “agenti di lavoro”. Cfr. S. Bonfiglio, Vita coloniale. Il banchiere italiano nel Nord America,  Brooklyn, 1911: 20-25. Si veda pure di G. E. Di Palma Castiglione, L’immigrazione italiana negli Stati Uniti dell’America del Nord dal 1820 al 30 giugno 1910, in “Bollettino dell’emigrazione”, XII, n. 2, 1913.
6. Sebastiano Bonfiglio (1879-1922) era emigrato nel 1906 negli Stati Uniti d’America, dove rimase per sei anni, impegnato nella difesa dei connazionali colà emigrati. A Brooklyn costituí, tra gli emigrati siciliani, una Società di mutuo soccorso (1906), una Cooperativa di consumo (1909) e una sezione del Partito socialista, da cui venne delegato, nel 1910, al Congresso di Boston Moss. L’anno successivo diresse “La Voce dei Socialisti” di Chicago. Tornò a San Marco di Monte San Giuliano (Erice) nel 1913. Richiamato poi alle armi, fu denunciato agl’inizi del 1916 per le sue idee “sovversive”, e inviato a Cirene, in Libia, dove aprí una scuola per i piccoli arabi, come segno tangibile di solidarietà internazionale e anticolonialista. Con la fine della guerra, Bonfiglio riprese la sua azione politica e sindacale, riuscendo eletto Sindaco di Monte San Giuliano nelle elezioni amministrative del 3 ottobre 1920. Venne assassinato, il 10 giugno 1922, al bivio Gianguzzi dai sicari della mafia. Cfr. S. Costanza, Sebastiano Bonfiglio. Biografia e testimonianze, Valderice, 1979.
7. S. Bonfiglio, Vita coloniale. Il banchiere italiano nel Nord America, edito per cura della sezione socialista di Williamsburgh, Broooklyn, Louis Dimola, 1911. Si tratta di una raccolta “coordinata” di 12 articoli apparsi nel 1907 sul “Proletario” di Philadelphia (a. XII), e “La Battaglia” di Palermo (a. XI).
8. Ivi: 7-8.
9. Ivi: 9-11.  
10. Relazione di Angiolo Cabrini al III Congresso nazionale dei contadini (Reggio Emilia, marzo 1908), in I problemi dell’emigrazione e i lavoratori della terra, Milano, Tip. degli Operai, 1908: 15.
11. S. Bonfiglio, Vita coloniale, cit.: 40-45.
12. Tra i Congressi Nazionali del PSI, convocati dal 1902 al 1912, solo quello di Firenze del 19-22 settembre 1908 aveva posto all’odg il punto Politica dell’emigrazione. Ma il relatore, Cabrini, rinunciò a svolgere la sua relazione «dinnanzi all’impossibilità di discutere la questione negli ultimi minuti di un Congresso ormai stanco» (cfr. Il Partito Socialista Italiano nei suoi Congressi, II (1902-1917), a cura di F. Pedone, Milano, 1961: 122). Il relatore l’avrebbe poi pubblicata a parte (A. Cabrini, Il Partito Socialista Italiano e la politica dell’emigrazione, Roma, Tip. Popolare, 1908).
13. S. Bonfiglio, Vita coloniale, cit.: 46.
14. G. M. Serrati, La Federazione Socialista Italiana e le due frazioni socialiste negli Stati Uniti d’America, in “Il Socialismo”, II, 1903: 263-66. Si veda pure di E Vezzosi, La Federazione Socialista Italiana nel Nord America tra autonomia e scioglimento nel sindacato industriale. 1911-1921, in “Studi Emigrazione”, Roma, XXI, 1984, 73 (marzo): 81-110; e Il Socialismo indifferente. Immigrati italiani e Socialist Party nell’America del primo Novecento, Roma, 1991.       
15. “Il Progresso Italo-Americano”, quotidiano di New York, fu fondato nel 1880 da Carlo Barsotti, che lo diresse fino al 1928 (cfr. B. Deschamps, Echi d’Italia. La stampa dell’emigrazione, in Storia dell’emigrazione, cit.: 322-24).    

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Salvatore Costanza, già docente di storia e di ecostoria negli istituti superiori e universitari, ha svolto attività di ricerca presso l’Istituto G.G. Feltrinelli di Milano, collaborando con la rivista “Movimento Operaio”. Ha dedicato alla Sicilia moderna e contemporanea il suo maggiore impegno di studioso con i libri sulla marginalità sociale (La Patria armata, 1989), sul Risorgimento (La libertà e la roba, 1998), sui Fasci siciliani e il movimento contadino (L’utopia militante, 1996). Ha ricostruito la storia urbanistica, sociale e culturale di Trapani in Tra Sicilia e Africa. Storia di una città mediterranea (2005). Nel 2000 ha ricevuto il Premio per la Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Di recente ha pubblicato un profilo attento e inedito di Giovanni Gentile negli anni giovanili.

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Una risposta a Il “banchiere” italiano tra gli emigrati nel Nord America

  1. Enrico scrive:

    Buongiorno, Salvatore Costanza. Qual è la fonte della prima foto? Parlo del gruppo di emigrati siciliani nella sezione socialista di Brooklin (1910). Mi piacerebbe utilizzarla per altre iniziative editoriali.

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