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Giovani come Export & Import made in Sud: scenari e prospettive attuali

Palermo (ph. Rossana Salerno)

Palermo (ph. Rossana Salerno)

di Rossana Salerno 

«… Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…». Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta 

Introduzione 

Il “meridionale” è categorizzato come il problema sin dall’Unità d’Italia, associato inevitabilmente alle problematiche economico-sociali legate al Sud, di vecchie e nuove forme di povertà radicate nella nostra cultura. L’esistenza di differenze sostanziali tra il Nord e il Sud dell’Italia, in termini di sbocchi occupazionali, è d’indubbio rilievo nell’economia italiana del secondo dopoguerra. I divari regionali esistenti nell’area del Mezzogiorno testimoniano i problemi strutturali odierni.

Si parla di disoccupazione giovanile, il ritorno all’emigrazione, non più dal sud al nord, direttamente fuori dall’Italia – ma il termine utilizzato non è più quello dell’emigrazione bensì di “fuga dei cervelli”. Tutto ciò deriva da una mancata interdisciplinarità di competenze sul territorio che denota una mancata attuazione delle politiche pubbliche e sociali.

La persistente condizione di precarietà e marginalità che caratterizza il Mezzogiorno d’Italia, e in particolare la Sicilia, non può più essere considerata un problema esclusivamente locale o regionale, bensì una questione di rilevanza nazionale e strutturale. I dati recenti di SVIMEZ (2023) confermano l’acuirsi di fenomeni quali la disoccupazione giovanile e femminile, la crisi del welfare e la debolezza infrastrutturale, che costituiscono fattori limitanti per uno sviluppo equilibrato e sostenibile. Tale contesto richiede l’elaborazione di politiche pubbliche integrate e innovative, orientate a promuovere la giustizia sociale, una più equa distribuzione fiscale e la valorizzazione della cooperazione sociale, in un quadro di trasformazione culturale e istituzionale profonda.

La riflessione offerta da Leonardo Sciascia nel suo Il giorno della civetta si rivela di straordinaria attualità e incisività interpretativa. Attraverso una potente metafora climatica, Sciascia osserva come «… forse tutta l’Italia va diventando Sicilia…» (Sciascia, 1987), riferendosi alla linea della palma — segno del clima favorevole alla sua vegetazione che si sposta verso nord — come a un simbolo della progressiva espansione degli scandali e delle degenerazioni istituzionali originariamente associate alla Sicilia. Questo spostamento, paragonato all’innalzamento del mercurio in un termometro, non solo denuncia la diffusione di corruzione e inefficienza come fenomeni che non risparmiano più la sola regione meridionale, ma sottolinea anche la trasformazione di tali problematiche in questioni di carattere nazionale.

L’analisi di Sciascia mette così in luce come il Mezzogiorno rappresenti una sorta di “specchio” in cui si riflettono le contraddizioni più ampie della società italiana contemporanea. È in tale contesto che diviene indispensabile un recupero culturale fondato su valori quali la solidarietà, la responsabilità collettiva e la partecipazione civica, i quali sono essenziali per contrastare la crisi del welfare tradizionale e l’aumento delle disuguaglianze sociali ed economiche.

Come evidenziato da Borgomeo (2012), la cooperazione sociale assume un ruolo centrale in questa transizione verso un modello di welfare rinnovato, in cui lo Stato si configura non meno presente, ma profondamente trasformato nel rapporto con la società civile.

La metafora di Sciascia non deve essere letta come una rassegnazione alla diffusione di un modello degenerativo, bensì come un monito alla necessità di un impegno collettivo e sistemico per invertire tale tendenza. Il riscatto del Mezzogiorno è pertanto parte integrante della sfida nazionale di ricostruire un sistema socio-economico fondato su principi di equità, innovazione e inclusione, in cui le periferie non siano più luoghi di marginalità, ma motori di sviluppo culturale e sociale.

Sul tema possono individuarsi: il mancato utilizzo del capitale umano interno al proprio territorio, del capitale sociale, economico e del terzo settore, tutti elementi che connotano il fenomeno “export made in sud”. Innanzi a tale problematica si registra con frequenza sempre crescente l’inerzia della politica, la quale non si occupa in alcun modo delle tematiche legate al lavoro (o con tentativi maldestri) non assumendo su di sé alcuna responsabilità, un interesse che emerge solo in periodo elettorale. Da qui la crisi esistenziale di giovani che a trent’anni plurilaureati preferiscono lasciare tutto e partire senza sapere cosa ci sarà dopo. Le stesse motivazioni che portarono sessant’anni fa circa i siciliani ad emigrare in Germania o in Svizzera. Chi non ha nella propria famiglia un parente che non è emigrato dall’Italia? Tutti (Salerno, 2015). Oggi come allora, la scelta di partire non è solo economica, ma profondamente umana: è la ricerca di un luogo dove sentirsi riconosciuti, dove il proprio lavoro valga qualcosa, dove ci sia un futuro possibile.

La crisi, pertanto, degenera in tante questioni: in una crisi d’identità, di credibilità. tale per cui ogni cosa che accade in questa regione, ogni problema che c’è in giro finisce per essere addebitato proprio alla politica, messa sotto accusa per i costi ad essa legati. E pertanto non si trova una risposta plausibile a questo “fenomeno” al quale attribuiamo il termine di “crisi”. Oltretutto La rassegnazione lascia dei segni profondi nelle persone e nelle comunità, le cui conclusioni vanno sempre assunte cum grano salis, sugli effetti psicologici delle crisi, ritenuti altrettanto importanti di quelli economici, poiché hanno a che fare con il sistema di credenze delle persone. C’è una crisi valoriale che porta l’individuo a credere più nel proprio fallimento che nella riuscita: “nemo propheta in patria (sua)”.

Secondo Anthony Giddens: 

«…nelle prime fasi dello sviluppo di un individuo, la fiducia fondamentale in stabili circostanze d’identità e di ambiente circostante – ovvero la sicurezza ontologica – non si basa in primo luogo su di un senso di continuità delle cose o degli eventi […] essa deriva piuttosto dalla fiducia personale e genera un bisogno di fiducia negli altri che senza dubbio si protrae in qualche modo per tutta la vita. La fiducia nelle persone, come sottolinea Erikson, si basa sulla reciprocità della risposta e del coinvolgimento: la fede nella rettitudine del prossimo è una fonte primaria del sentimento di integrità e autenticità dell’Io. La fiducia nei sistemi astratti garantisce una sorta di affidabilità quotidiana ma per sua stessa natura non può fornire né la reciprocità né l’intimità che offrono le relazioni di fiducia personali…» (Giddens, 1994: 116-117). 
Palermo (ph. Rossana Salerno)

Palermo (ph. Rossana Salerno)

In questi ultimi anni abbiamo avuto casi di suicidio di giovani imprenditori, di studenti di dottorato (ricordando Norman Zarcone) che hanno avuto le porte chiuse e non sono riusciti a trovare alternative di lavoro. Anche in queste occasioni sono state attribuite cause che variano dalla situazione familiare, allo stress psicologico, la chiamano “depressione” dovuta a fattori individuali e sembrano aver assunto la posizione di dominio nelle spiegazioni da ricercare. Giovani definiti “bamboccioni”, incapaci di governare la propria vita che oscilla come un pendolo foucaultiano dall’abbandono totale da parte delle istituzioni al mancato senso di realizzazione dell’individuo che lo porta a compiere gesti insulsi. Secondo il sociologo Raymond Boudon: 

«…il senso dei valori continua a sussistere. Si osserva un consenso su molti giudizi di valore. Si rilevano inoltre cambiamenti che riguardano molte questioni e che vanno nella stessa direzione: ad esempio, verso una maggiore preoccupazione per l’approfondimento e il rafforzamento del rispetto della persona, e verso la ricerca di un sempre più debole controllo sull’individuo da parte delle autorità nelle sue diverse forme: politica, religiosa, ideologica, etc…» (Boudon, 2003: 24). 

Bisogna chiedersi però se sia più importante il dato economico, che comunque va approfondito, rispetto al significato democratico che di per sé occupa il tema della rappresentanza. I giovani del Sud sanno bene cosa significano lavori consolidati, gruppi di pressione criminali, posti controllati, paure diffuse, itinerari privilegiati per ricchi e potenti, il così chiamato “baronaggio” – “la gerarchia da rispettare”; ma sappiamo anche che le idee quando sono buone e sono accompagnate da un cambiamento di mentalità e cultura possono vincere i fantasmi della paura e della rassegnazione e promuovere una maturazione collettiva. Possono contribuire ad abbattere i tanti condizionamenti presenti nella società “meridionale”. Secondo il sociologo Salvatore Abbruzzese: 

«…Il giovane che entra nel mondo del lavoro vero, non quello delle ripetizioni o dei lavoretti per mettere da parte i soldi per andare in vacanza, si trova di fronte ad un nuovo universo di significati che si insinua nelle amicizie, nei rapporti affettivi, nella gestione del tempo. Per questo, nel limite del possibile, il lavoro va scelto e non subìto. Il lavoro è (può essere) il luogo della realizzazione professionale ed è importante cercare il posto giusto, la propria strada non solo in ambito professionale, ma dando peso anche alle relazioni, alle persone, alle cose che si fanno, portando nel nuovo mondo la propria personalità nel suo insieme…» (Abbruzzese, 2000: 22). 

La maggior parte dei giovani cerca un lavoro per restare nella propria terra, ed il fatto stesso di provarci è quasi una forma di coraggio e di ribellione al “sistema”. Le menti fuggono perché la meritocrazia non esiste in nessuna istituzione nel meridione, sono isolati i casi che hanno potuto vantare di tale riconoscimento. Così andarsene non significa fuggire ma sopravvivere, ricrearsi un posto nel mondo con la consapevolezza che le radici della propria terra sono le stesse che faranno ritrovare il coraggio per ritornare.

La frustrazione è dentro il giovane stesso perché ovunque provi ad inserirsi, previo colloquio di lavoro la risposta è sempre la stessa: “le faremo sapere”. Un modo gentile per concedere il beneficio del dubbio al candidato e lasciare la speranza che finisce fuoriuscendo dalla porta che prima era dietro le proprie spalle. Molti sono i giovani che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, poiché a loro sono state da sempre chiuse le porte. Di conseguenza, calano drasticamente le iscrizioni alle università, facendo così diminuire il rapporto tra maturati ed immatricolati ed abbandoni universitari. Un vero disastro perché la conoscenza è una delle cose che in un Paese in crescita deve essere sempre aggiornata. Come non riflettere sul fatto che stiamo dissipando la principale ricchezza delle nostre comunità, destinate perciò ad un progressivo impoverimento e deperimento: ricchezza costituita da giovani qualificati la cui massima aspirazione è avere un contratto in un call center (anche quello ottenuto tramite previa segnalazione).

Un altro fenomeno paradossale che si sta verificando è la crescita del ricorso al lavoro gratuito o simbolicamente remunerato, cioè agli stage il cui utilizzo risponde sempre meno alle finalità per cui sono stati pensati. Lo stage, o tirocinio formativo e di orientamento, nella definizione della legge, è un periodo di formazione “on the job” presso un’azienda, che costituisce un’occasione di conoscenza diretta del mondo del lavoro, oltre che di acquisizione di una specifica professionalità. Per molti, invece, diventa un limbo in cui si rimane intrappolati a lungo, anche a distanza di tempo dalla conclusione del percorso scolastico o universitario, e l’indipendenza economica tarda ad arrivare, costringendo a rinviare le più importanti scelte di vita. 

Palermo

Palermo

Donne e lavoro nel Sud Italia 

La questione meridionale, lungi dall’essere un retaggio del passato, si configura oggi nel 2025 come una criticità strutturale del sistema Italia, capace di generare e riprodurre disuguaglianze profonde. A risultarne penalizzati sono in particolare i giovani e le donne, che rappresentano le categorie più esposte a fenomeni di precarizzazione, esclusione lavorativa e marginalità sociale. Uno degli elementi più critici riguarda la condizione femminile nel mercato del lavoro meridionale. Le donne continuano a subire forme di discriminazione all’ingresso e di sottoccupazione, spesso legate al potenziale legame con la maternità. La struttura occupazionale del Sud, fortemente limitata nei settori ad alta intensità di servizi, penalizza ulteriormente l’occupazione femminile.

Secondo i dati Svimez (2023), il tasso di occupazione femminile in regioni come Sicilia, Calabria e Campania non supera il 31%, a fronte di una media nazionale del 51% e una media europea del 72,5%. Ancor più significativo è il dato relativo alle madri con figli piccoli (0-5 anni), che lavorano solo nel 37,8% dei casi, contro oltre il 65% del Centro-Nord. I part-time involontario coinvolge il 75% delle donne occupate, segnalando un’occupazione non solo parziale, ma anche imposta e precaria.

Queste evidenze sottolineano come le donne del Mezzogiorno, in particolare quelle con responsabilità familiari, affrontino una doppia penalizzazione: da un lato, le barriere strutturali e culturali limitano il loro accesso a un mercato del lavoro pienamente inclusivo e stabile; dall’altro, la carenza di servizi adeguati e di politiche di conciliazione rende difficoltosa la partecipazione lavorativa a tempo pieno e di qualità. Tale situazione non solo rappresenta una grave ingiustizia sociale, ma costituisce anche un freno allo sviluppo economico e sociale dell’intera area, rendendo indispensabile l’attuazione di interventi mirati per garantire pari opportunità, inclusione e condizioni lavorative dignitose per le donne meridionali. 

Palermo (ph. Rossana Salerno)

Palermo (ph. Rossana Salerno)

NEET e precarizzazione del lavoro 

Parallelamente, la condizione giovanile nel Mezzogiorno evidenzia una vera e propria crisi di prospettiva. Il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training), già rilevato negli anni precedenti, si conferma un problema strutturale. Già nel 2013 il quotidiano La Repubblica segnalava che il 35,7% dei giovani siciliani tra i 15 e i 29 anni si trovava in tale condizione. Un decennio dopo, i dati confermano la gravità del fenomeno: il 30% della popolazione giovanile meridionale è oggi al di fuori di ogni circuito lavorativo o formativo (Svimez, 2023).

Oltre il 50% dei NEET nel Mezzogiorno permane in questa condizione per oltre due anni, con un elevato rischio di esclusione sociale. In tale contesto, l’assenza di politiche attive efficaci espone i giovani a una cronicizzazione dell’inattività, compromettendo il loro accesso all’autonomia, alla formazione continua e all’inclusione sociale.

Accanto alla disoccupazione si afferma il fenomeno del lavoro povero: situazioni in cui la mera condizione occupazionale non è sufficiente a garantire un’esistenza dignitosa. Nel Mezzogiorno, circa il 39% dei lavoratori ha un contratto a termine, mentre oltre il 23% mantiene tale condizione da più di cinque anni. Le retribuzioni medie sono significativamente inferiori rispetto al Centro-Nord, e quasi il 10% delle famiglie con almeno un lavoratore risulta in povertà assoluta (Svimez, 2023).

Questi dati segnalano l’insufficienza dell’attuale assetto normativo e contrattuale, che non riesce a tutelare efficacemente il lavoratore, né a garantire standard minimi di sicurezza economica e sociale. La mancanza di un salario minimo legale e la debolezza del welfare territoriale aggravano la vulnerabilità lavorativa. Ulteriore criticità è rappresentata dall’esodo dei giovani qualificati verso il Centro-Nord e l’estero. Tra il 2022 e il 2023, oltre 27.000 giovani del Sud si sono trasferiti nelle regioni centro-settentrionali, e 18.000 laureati italiani hanno lasciato il Paese. Si tratta di una perdita netta di capitale umano che impoverisce ulteriormente i territori meridionali e compromette il potenziale di sviluppo futuro.

Il tasso di occupazione dei laureati meridionali è in crescita (circa +15,4% secondo Svimez), ma permane comunque inferiore rispetto a quello del Nord. Le università meridionali si configurano sempre più come luoghi di formazione per l’espatrio, incapaci di trattenere i propri talenti per assenza di prospettive lavorative qualificate.

La persistente disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, ha effetti sistemici sulle politiche sociali. Un elevato numero di disoccupati comporta da un lato minori entrate fiscali, dall’altro una crescente domanda di assistenza e sussidi. Questa dinamica rende insostenibile nel lungo periodo il sistema di welfare, soprattutto nelle regioni già economicamente fragili. Il divario Nord-Sud, pertanto, non è solo questione di PIL o occupazione, ma investe la tenuta democratica e sociale dell’intero Paese.

Palermo (ph. Rossana Salerno)

Palermo (ph. Rossana Salerno)

Rendere flessibile il mercato del lavoro (lavoro interinale, su progetto), dove c’è una riduzione delle vecchie garanzie, porta a ridurre le spese, perché si riducono gli stipendi e perché c’è un’attenuazione della garanzia del posto di lavoro (è più facile così il licenziamento). Ma la precarizzazione del mercato del lavoro danneggia il tessuto familiare, poiché da parte di un giovane è molto più difficile l’emancipazione dalla famiglia di origine. Si hanno precisi contraccolpi sul corso di vita (anche riproduttiva) degli individui, poiché questa necessita almeno di alcune sicurezze. Si nota che l’aumento della flessibilità è un dato che va in parallelo con la nascita del primo figlio: attualmente questa tende ad essere piuttosto ritardata (anche perché spesso si realizza in assenza di servizi sociali di sostegno). Tutto ciò contribuisce ad aumentare il problema delle politiche sociali (insicurezza di lavoro, nascita tardiva del primo figlio, sparisce il gruppo dei pari, aumenta l’invecchiamento della popolazione e si riduce il rapporto fra persone che lavorano e che non lavorano). Si può pensare a una soluzione attraverso l’immigrazione (le famiglie immigrate hanno un numero maggiore di figli), però si osserva che le politiche migratorie funzionano bene laddove gli accessi sono selezionati e programmati (es. Svizzera): in Italia i flussi migratori non sono né selezionati, né programmati. 

Dal relativismo alla responsabilità: giovani, attivismo e trasformazioni culturali 

Una modalità di risposta alla situazione esistente potrebbe essere quella di intraprendere una politica di condivisione a carattere sociale per agevolare la crescita, con la riduzione della precarietà e dei privilegi e l’elaborazione di politiche fiscali giuste, per ridistribuire la pressione fiscale, in modo che tutti diano secondo ciò che hanno, e per sostenere la crescita delle nuove piccole o grandi imprese. 

Antonio La Spina sostiene che: 

«…il Mezzogiorno si presenta come ulteriormente svantaggiato, non solo per la sua immagine, ma soprattutto per via della sua perifericità, della debolezza delle infrastrutture logistiche, e del modesto grado di diversificazione dell’economia. […] Giocano pertanto un ruolo ancora preponderante gli investimenti interni, privati e pubblici…» (La Spina, 2003: 36). 

L’esigenza d’innovazione ci pone davanti al bisogno di fare cultura: la situazione attuale di crisi ci dà la possibilità di elaborare un pensiero nuovo che sia giusto per i tempi in cui ci troviamo e che sia essenzialmente di tipo umanitario, per coltivare e offrire alla propria terra un contributo efficace.

Il presidente della fondazione con il Sud Carlo Borgomeo sostiene che: 

«…Nel Mezzogiorno c’è un’espansione enorme della cooperazione sociale. Ma soprattutto c’è una cosa importantissima che meriterebbe una riflessione articolata: sta andando in crisi il welfare. Non perché sono finiti i soldi, questa è solo un’accelerazione. Il welfare che avevamo in testa un tempo faceva riferimento ad un sistema di produzione capitalista di accumulazione che produceva dei danni, riparati dal sistema. Ciò è finito. Ci sarà un nuovo welfare nel quale il privato e la cooperazione sociale avranno un grandissimo ruolo. Sarà una battaglia durissima su molti fronti. Sarà una battaglia il cui titolo è: “Non è vero che non c’è più il pubblico, ma c’è un pubblico diverso”. Alacremente, chi vuole meno pubblico è già al lavoro. C’è meno Stato e più società: dovrebbe esserci non tanto “meno Stato”, ma soprattutto “uno Stato diverso…» (Borgomeo, 2012: 53). 

L’espansione della cooperazione sociale nel Sud Italia testimonia l’emergere di un “pubblico diverso”, in cui lo Stato non si ritira ma si riformula, agendo in alleanza con il tessuto civico e le energie locali. Tuttavia, tale transizione impone delle sfide cruciali: il rischio che il terzo settore diventi un sostituto dello Stato senza le stesse garanzie, l’eventualità di una frammentazione dell’offerta sociale e l’inevitabile divaricazione tra territori attivi e territori esclusi. La vera posta in gioco è quindi la costruzione di un nuovo patto tra istituzioni e società, capace di garantire equità, partecipazione e coesione, dove il bene comune non sia né monopolio dello Stato né lasciato alla sola iniziativa privata, ma frutto di una responsabilità condivisa.

Un primo elemento che emerge è costituito dal recupero pieno della dimensione relazionale e dal suo prevalere su di un individualismo inteso come primato delle strategie soggettive di ottimizzazione e di gratificazione personale su qualsiasi altra istanza. Nel caso del mondo giovanile letto in connessione con l’universo della scuola, ci sembra che sussistano più elementi per parlare di una trasformazione essenziale nei processi di costruzione e conservazione dei valori affermatasi nel corso degli ultimi trent’anni.

Invero dalla lotta alla mafia a quella contro la corruzione politica, dalla lotta contro i segreti di Stato a quella contro la strategia della tensione e i poteri occulti, dall’affermazione piena dei diritti alla partecipazione e al buon governo, sembra possibile parlare di un periodo (fino ad una buona parte degli anni settanta) segnato da una temperie culturale contraddittoria, ma non certo priva di slanci ideali e di progettualità diffuse. Questa produzione di momenti d’indignazione, riflessione, in qualche caso protesta, costituiva l’ambiente nel quale ogni specificità culturale, di fatto necessaria nel percorso formativo, riceveva un’attenzione adeguata.

Tuttavia, come osserva Donatella Della Porta la riduzione numerica dei volontari tradizionali, specie tra i giovani e gli studenti, non va letta come un segnale di disimpegno civico, quanto piuttosto come un’indicazione di profonda trasformazione. I giovani, oggi, faticano ad aderire ai modelli ereditati del volontariato istituzionalizzato: la precarietà lavorativa, la carenza di tempo libero e la pressione economica rendono sempre più difficile investire energie in attività non retribuite e formalizzate. Eppure, questo non significa una dismissione del senso di responsabilità sociale. Al contrario, le nuove generazioni tendono ad aggregarsi e mobilitarsi attorno a cause fortemente identitarie e intersezionali – ambiente, diritti civili, giustizia sociale, equità di genere, conflitti globali – dando vita a un attivismo fluido e policentrico (Bison, 2025:9).

La Della Porta nell’intervista del giornalista Bison (2025) sottolinea come il ritorno alla partecipazione politica, anche in forme conflittuali e antagoniste, rappresenti una nuova grammatica dell’impegno sociale. Il caso delle mobilitazioni per Gaza, delle azioni di solidarietà agli scioperi dei lavoratori, o dei presìdi per la giustizia climatica (es. Fridays for Future), indicano che l’attivismo giovanile è oggi orientato alla costruzione di un cambiamento sistemico. Le categorie classiche di volontariato non sono più sufficienti per interpretare queste forme di azione, che si svolgono spesso fuori dalle istituzioni e dagli spazi canonici dell’associazionismo. A ciò si aggiunge la crescente criminalizzazione di alcune ONG e di attività solidaristiche – basti pensare ai recenti provvedimenti normativi che rendono più difficile l’azione delle organizzazioni umanitarie – che contribuisce ad alimentare una percezione negativa della partecipazione extraistituzionale. Nel Mezzogiorno, questo processo assume una dimensione particolarmente significativa: in un territorio dove la scarsità di infrastrutture, l’emigrazione giovanile e l’assenza di politiche pubbliche inclusive rappresentano da decenni ostacoli strutturali allo sviluppo, emerge una nuova creatività sociale che trova forme espressive originali. Le start-up sociali, i progetti culturali indipendenti, le forme di mutualismo urbano e le economie collaborative rappresentano una risposta concreta alla crisi, fondata sulla dimensione comunitaria e relazionale dell’agire.

La narrazione del Sud come spazio di passività e dipendenza va pertanto superata. Come osservava acutamente Leonardo Sciascia, già ne Il giorno della civetta, il rischio era ed è quello di una “meridionalizzazione” dell’Italia intera, ovvero di una diffusione sistemica della disfunzione istituzionale e dell’indifferenza etica. Ma oggi, paradossalmente, è proprio da quel Sud storicamente marginalizzato che sembrano emergere segnali innovativi e vitali, capaci di indicare una via alternativa: uno sviluppo fondato non sull’assistenzialismo, ma sulla cura del territorio, sulla cultura condivisa e su una partecipazione che torna ad essere politica. 

Palermo (ph. Rossana Salerno)

Palermo (ph. Rossana Salerno)

Conclusione 

Alla luce dei dati più recenti, la situazione socio-economica del Mezzogiorno nel 2025 si conferma fragile e segnata da profonde disuguaglianze rispetto al resto del Paese. L’assenza di progressi nei principali indicatori occupazionali, unitamente alla persistente esclusione di donne e giovani dal mercato del lavoro, evidenzia una stagnazione strutturale piuttosto che una crisi congiunturale. Le politiche pubbliche messe in campo non sono riuscite a invertire questa tendenza: in regioni come Sicilia, Calabria e Campania, oltre il 60% delle donne in età attiva risulta inattivo o sotto-occupato, mentre i giovani continuano a essere colpiti dalla precarietà e dalla migrazione intellettuale, impoverendo il capitale umano del territorio.

Il 2025 registra così una doppia frattura, territoriale e generazionale: da un lato il divario persistente tra Nord e Sud, evidente in tutte le principali variabili economiche e sociali; dall’altro l’esclusione delle nuove generazioni dai percorsi produttivi, formativi e partecipativi. Questa condizione alimenta vulnerabilità, sfiducia nelle istituzioni e senso di impotenza sociale, aggravata da un mercato del lavoro polarizzato, in cui una parte della popolazione è stabilmente occupata mentre un’ampia fascia ruota attorno a impieghi intermittenti, irregolari o sottopagati. La diffusione del lavoro povero e del part-time involontario ne è un chiaro indicatore.

Le politiche sociali si trovano strette tra esigenze crescenti e risorse limitate: la debolezza del welfare meridionale, aggravata da una scarsa base fiscale e da infrastrutture carenti, compromette l’efficacia degli interventi. A dieci anni dall’analisi del 2015, il quadro non mostra una svolta: al contrario, riafferma la necessità urgente di ripensare le strategie di sviluppo, tenendo conto delle specificità territoriali, delle disuguaglianze di genere e delle esigenze dei giovani. Senza investimenti mirati in istruzione, infrastrutture e occupazione inclusiva, il rischio è la cronicizzazione della marginalità, con pesanti ricadute sulla coesione nazionale, sulla democrazia e sulla giustizia sociale.

In particolare, i tassi di disoccupazione giovanile restano tra i più alti in Europa, mentre l’inverno demografico avanza e il Sud si trasforma in un’area a prevalenza anziana, colpita da una continua “fuga dei cervelli”. Tuttavia, accanto a questo scenario critico, il Mezzogiorno continua a esprimere segnali di vitalità che non possono essere ignorati: aziende competitive in settori di nicchia, università e centri di ricerca di qualità, associazioni giovanili e progettualità dal basso testimoniano l’esistenza di un tessuto sociale dinamico e creativo. Le nuove generazioni, pur costrette spesso all’emigrazione, mostrano una crescente consapevolezza delle disuguaglianze e una volontà di riscatto attraverso forme di cittadinanza attiva e partecipazione locale. In alcune aree, inoltre, si rafforzano le identità territoriali e si valorizza il patrimonio culturale e ambientale.

In questo contesto complesso, è fondamentale ripartire dai territori, dai comuni e dai consorzi locali, per favorire l’assunzione di responsabilità condivise e costruire reti di buone pratiche che colleghino capitale umano e sviluppo locale. Come ricorda Abbruzzese, il lavoro non è solo uno strumento economico, ma il luogo dell’identità e del riconoscimento sociale: quando viene meno, si trasforma in “tempo sottratto alla vita vera”. I giovani del Sud ne sono consapevoli, riconoscendo che tra l’ideale e la realtà lavorativa esistono molteplici sfumature, determinate dal grado di soddisfazione sociale che il lavoro può offrire. Solo attraverso un intervento strategico e coordinato sarà possibile trasformare queste energie latenti in un reale motore di cambiamento.

 Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici 
Abbruzzese, S. (2001). Ai protagonisti del 2000: I valori dei giovani lombardi (Supp. a Laboratorio IARD). Bologna: Il Mulino.
Angelini, A., Farulla, M. A., & Scimemi, L. (2009). Differenza e gap di genere. Indagine sulle università siciliane. Palermo: Qanat.
Bison, L., “Una generazione precaria e senza spazi, però attiva” – Il Fatto Quotidiano – Anno 17 – n.212 – 3 Agosto 2025
Borgomeo, C. (2012). Il valore della cooperazione e del fare impresa. In A. Grimaldi & E. Rossi (a cura di), Il lavoro giovanile nel Mezzogiorno d’Italia: 49–56). Benevento: passione Educativa.
Boudon, R. (2003). Declino della morale? Declino dei valori? Bologna: Il Mulino.
Giddens, A. (1994). Le conseguenze della modernità. Bologna: Il Mulino.
La Spina, A. (2003). La politica per il Mezzogiorno. Bologna: Il Mulino.
Pedrotti, G., & Spinella, C. (2013) L’esercito dei giovani rassegnati: in 400 mila non cercano più lavoro. La Repubblica, 8 settembre
https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/18/lesercito-dei-giovani-rassegnati-in-400-mila.html?ref=search 
Sciascia, L. (1987). Il giorno della civetta. In C. Ambroise (a cura di), Opere 1956–1971: 479 Milano: Bompiani.
SVIMEZ. (2023). Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2023. [Dati e analisi]. https://www.svimez.info/
SVIMEZ. (2023). Rapporto SVIMEZ 2023. L’economia e la società del Mezzogiorno: cittadinanza, lavoro, imprese – L’inclusione fa crescere. Bologna: Il Mulinohttps://www.svimez.it/rapporto-svimez-2023/
SVIMEZ. (2024). Rapporto SVIMEZ 2024. L’economia e la società del Mezzogiorno. Bologna: Il Mulino. https://www.svimez.it/rapporto-svimez-2024/ 

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Rossana Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.

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