di Nicola Grato
«Il fiume è il fiume per eccellenza, per antonomasia, non c’è Orinoco o Rio delle Amazzoni che tenga. Il Po, altro fiume, si sa che nasce dal Monviso, per definizione, ma è più invenzione letteraria che geografia. Il Reno esiste, ma quando si incontra col fiume cambia nome e genera un territorio indefinito, che si chiama appunto “i due fiumi”, e la larga iara attorno, perché il fiume non è affluente di nessuno, esiste in sé, quasi come Dio. Non nasce, è; sopra la Diga si chiama Bacino, più in su è territorio misterioso e inesplorato, come le sorgenti del Nilo. Dalla Diga in avanti è appunto il fiume» [1].
Un fiume, un territorio, uno spazio di vita e di vite, stagioni trascorse mutate ritornate nel cangiante aspetto delle ombre, giorni da calendario e giorni d’oro dell’infanzia; il luogo geografico è tutt’uno con quello dello spirito; è lingua il fiume, è acqua che gira vorticosamente da sempre e in tutte le parti del Mondo, spettatrice e fattrice della vita su questo pianeta.
Il fiume racconta leggende mentre veloce va al mare,
le narrano piano le onde e i pioppi le stanno a ascoltare.
Non tutti le posson sentire, bisogna esser stanchi del mondo,
gettarsi nell’acqua e morire, dormire per sempre sul fondo.
Ascolta!
Le sue parole d’amore nell’acqua ora sono sincere,
da quando tu dormi qua sotto hai sognato che mai, mai lui ti ha lasciato.
Bisogna venirci di sera con l’animo oppresso dal pianto
per sentire la nenia leggera di un triste e di un lugubre canto.
Chi sei? “Il mio nome era Gianni, nuotavo a vent’anni appena,
ma qui avrò sempre vent’anni”. E tu? “Mi prese una piena
su a monte, non fui mai trovato”. E tu? “Da solo una sera,
per me era peso il passato e l’acqua sembrava leggera” [2].
Il 6 agosto è morto Francesco Guccini, cantautore, scrittore e intellettuale che ha segnato profondamente la storia della musica impropriamente detta “leggera” e la vita di questo “benedetto assurdo Belpaese”. Come Montale è riuscito nei suoi versi a condensare al massimo grado il romanzo, così Francesco Guccini racconta nelle sue canzoni il quotidiano di periferie e campagne, città contemporanee e città antiche, riscrive il cantautore modenese/pavanese personaggi e luoghi letterari: il materiale e l’immaginario condensati in sette otto minuti delle canzoni sue più lunghe, o nei classici quattro minuti della canzone d’autore.
Tra le tante suggestioni rinvenibili nell’opera in musica di Guccini, merita a nostro avviso attenzione il tema delle radici, delle origini e delle tante “desinenze” che siamo nel mondo. Se mai si potesse condensare la poetica di un autore, forse anche brutalmente, potremmo dire che la ricerca musicale e poetica di Guccini si sostanzia nel rinvenimento delle storie. Le storie che costituiscono la storia di un luogo, di persone, di paesi.
Quante storie può raccontare un fiume? Quante qualsiasi luogo, pietraia, greto, orto, ombrìo e solatìo dei nostri paesi, di campagne, di posti liminari tra selvatico e domestico quali strade per cappelle, edicole votive, ultime case del paese. E se stiamo attenti ascoltiamo nel fruscìo, nella brezza, nel rapido cangiare dell’ombra su un sasso, la presenza di un nume. Basta, a farne esperienza, una passeggiata. La forma canzone adoperata da Guccini ben si adatta alla necessità del racconto, alla ricerca di un ubi consistam.
Come ha efficacemente scritto Roberto Cotroneo [3], letteratura e canzone mai si separano nell’opera di Guccini; diremmo anche arte contadina del racconto, come in questo gustoso episodio riportato proprio da Cotroneo, qui parla Guccini: «Un giorno decisi di convocare tutti quanti per suonicchiare e riprovare le canzoni. Pier Farri non arrivò da solo, si portò dietro uno dei suoi personaggi impossibili, un chitarrista che ribattezzai subito Moneta, un tipo strambo: cappellone da cowboy, orrendi stivaloni. Figuriamoci a Pàvana, le facce dei montanari quando lo videro passare» [4].
La canzone è così precipuamente arte dell’incontro, dello stare assieme attorno a un tavolo; la canzone nasce da chi la scrive certamente, ma non può fare a meno di una collettività, di un sostrato polifonico reso poi testo, come, ad esempio, nella scrittura di Dostoevskij.
«Non sono un poeta ma un autore di canzoni. La poesia è fatta di altro spirito, di altre tecniche. La canzone è una forma completamente diversa, vive anche del supporto musicale. Cosa che non esclude la ricerca intorno alle parole, alla parola…» [5]. Spesso Guccini si troverà a dover affrontare l’argomento se canzone sia o meno poesia; va detto che egli apparteneva a una cultura che trasmetteva la sapienza in forma orale, attraverso il proverbio, il motto di spirito e l’ottava, la rima e la canzone, cioè il sostrato ritmico memoriale che aiuta la memoria. Sarà lo stesso Guccini a ricordare come la civiltà in cui era vissuto sin da piccolo fosse “canora”, in tempi in cui non esisteva la televisione e le sere o i tempi del raccolto e delle attività quotidiane erano puntualmente scanditi dal canto.
Nel 1972 Guccini pubblicherà Radici [6], un’opera complessa che svela appieno l’attitudine alla ricerca storica, allo scavo in quella cultura orale di cui dicemmo qui assunta come orizzonte creativo. In questo tempo bolso in cui le “radici” vengono divelte con malagrazia dal terreno e sventolate come bandiere di appartenenze presunte; in questo tempo in cui l’identità dei paesi viene spesso venduta artatamente da assessori alla cultura e proloco come prodotto di consumo: raggiungibile ogni luogo, spendibile ogni tempo; in questo evo sciocco un album come Radici, se ancora ascoltato e meditato, cosa può dire? Ci dice della fatica della ricerca, che non può esaurirsi nel vestirsi come gli antichi padri fondatori di un luogo, ammesso che poi questi “costumi” essi davvero indossassero.
Si finisce sempre così a parlare dei nostri paesi, inevitabilmente, e della nostra Italia più in generale. Ora il momento è “caldo” per discutere di Guccini. Si dirà (ed è vero): tutti gucciniani sui “social”, proprio perché i social veicolano informazioni che possiamo prendere e credere come vita vera e da ognuno di noi veramente vissuta. Mi chiedo però se riusciamo a farci attraversare da queste parole:
Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te
come il fiume che ti passa attorno
tu che hai visto nascere e morire gli antenati miei
lentamente, giorno dopo giorno.
Ed io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me
qualche segno, qualche traccia di ogni vita
o se solamente io ricerco in te
risposta ad ogni cosa non capita.
Ma è inutile cer
care le parole
la pietra antica non emette suono
o parla come il mondo e come il sole
parole troppo grandi per un uomo [7].
La pietra antica, la casa, non sempre emette suono, a volte, forse il più delle volte, essa è muta. Cercare non sempre vale trovare, tempo e distanza dilatano il senso, sparigliate le carte, impazzita la bussola, l’esistenza pare smarrirsi. Il confronto con il proprio passato e quello della propria famiglia può anche sfociare in un vero e proprio conflitto, come ben dimostrato da Guccini nella canzone “Piccola città”. Questa “piccola città” è Modena, che per il nostro cantautore rappresentava «l’esilio da Pàvana e l’attesa di Bologna. Modena è la mia adolescenza, il periodo forse più tragico della mia vita perché nell’immediato dopoguerra le aspettative e le speranze erano tante e le possibilità di realizzarle quasi nulle» [8].
Piccola città, bastardo posto
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi
mi spinse via;
piccola città, io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo
che cambia in meglio;
ma sono qui nei pensieri, le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano.
Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate
da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati
dentro al Florida.
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’odore del dopoguerra.
Accade talvolta che proprio questa metafora delle radici nasconda un pericoloso veleno. Non sempre i nostri luoghi di origine sono culle, nidi ma rovi e spine, poiché noi esseri umani siamo la somma di tante esperienze che abbiamo attraversato e per costituzione non siamo immobili come una fotografia, come la pietra, sulla quale pure passano gli anni e insiste l’erosione. Siamo sempre noi stessi, è vero, ma siamo anche sempre diversi, è il nostro destino. La metafora più efficace nell’opera gucciniana per rendere l’idea del passato inteso come vite e racconti trascorsi e della consistenza che ognuno di noi cerca qui in questa vita è quella dell’acqua, del fiume e di un fiume in particolare, il Limentra di Pàvana:
sarà il suo suono “continuo e ossessivo” che Amerigo, nom de plume del prozio di Guccini Enrico, emigrato in America, a ricordare il paese natìo nel paese di nuova adozione, dove Amerigo sperimenterà fatica, sconfitta ed emarginazione. Siamo nel 1978 e Guccini pubblica Amerigo, album della sua piena maturità artistica. È significativo che la canzone d’apertura sia proprio “Amerigo”, quasi un manifesto:
Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde.
Qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo [9].
Francesco Guccini metterà a confronto la “sua” America mitica fatta di personaggi letterari, fumetti ed eroi con quella dello scorno patito dal parente. Evidentemente la nostra vita non è che somma che mai dà il totale esatto di conoscenze, vite di altri, esperienze: un fiume che, lungo il suo corso, si alimenta di terra e acqua, di affluenti e ruscelli, visione questa “dinamica” delle identità che noi siamo e non ancorata esclusivamente a un solo luogo.
Una piccola città, un posto sperduto nell’Appennino, l’America e il Limentra ci ridonano un senso di appartenenza mai pacificato, mai statico ma in continuo movimento; come le acque del mondo che si rincorrono, si infrattano e riemergono, sono polloni, fiumi, mari, greti, così le nostre vite sospese sempre a una domanda, la cui risposta è forse la ricerca stessa:
L’acqua che passa fra il fango di certi canali
tra ratti sapienti e pneumatici e ruggine e vetri
chissà se è la stessa lucente di sole o fanali
che guardo oleosa passare rinchiusa in tre metri.
Si può stare ore a cercare se c’è in qualche fosso
quell’acqua bevuta di sete o che lava te stesso
o se c’è nel suo correre un segno od un suo filo rosso
che leghi un qualcosa a qualcosa, un pensiero a un riflesso.
Ma l’acqua gira e passa
e non sa dirmi niente di gente,
me, o di quest’aria bassa
ottusa e indifferente
cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente.
E cade su me che la prendo e la sento filtrare
leggera infeltrisce i vestiti e intristisce i giardini
portandomi odore d’ozono, giocando a danzare
proietta ricordi sfiniti di vecchi bambini;
colpendo implacabile il tetto di lunghi vagoni
destando annoiato interesse negli occhi di un gatto
coprendo col proprio scrosciare lo spacco dei tuoni
che restano appesi un momento nel cielo distratto.
E l’acqua passa e gira e colora e poi stinge
cos’è che mi respinge e che m’ attira
Acqua come sudore,
acqua fetida e chiara, amara senza gusto né colore
Ma l’acqua gira e passa
e non sa dirmi niente di gente,
me, o di quest’aria bassa
ottusa e indifferente cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente.
E mormora e urla, sussurra, ti parla, ti schianta
evapora in nuvole cupe rigonfie di nero
e cade e rimbalza e si muta in persona od in pianta
diventa di terra, di vento, di sangue e pensiero
ma a volte vorresti mangiarla o sentirtici dentro
un sasso che l’apre, che affonda, sparisce e non sente
vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro
di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Francesco Guccini, Cròniche epafániche, Feltrinelli, Milano 1991: 9.
[2] Francesco Guccini, La ballata degli annegati, in Francesco Guccini Stagioni, Einaudi, Torino 2000: 17
[3] Cfr. il saggio introduttivo di Roberto Cotroneo dal titolo “Senza chiedersi perché” al libro di Francesco Guccini Stagioni, Einaudi, op. cit: XIV
[4] Ivi: XIV.
[5] Ivi: 28.
[6] “Radici”, in Francesco Guccini, Radici, EMI 1972.
[7] Francesco Guccini, Stagioni, op. cit.: 64
[8] Ivi: 70.
[9] Ivi: 130
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Nicola Grato, laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo, insegna presso le scuole medie, ha pubblicato tre libri di versi, Deserto giorno (La Zisa 2009), Inventario per il macellaio (Interno Poesia 2018) e Le cassette di Aznavour (Macabor 2020) oltre ad alcuni saggi sulle biografie popolari (Lasciare una traccia e Raccontare la vita, raccontare la migrazione, in collaborazione con Santo Lombino); sue poesie sono state pubblicate su riviste a stampa e on line e su vari blog quali: “Atelier Poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Poetarum Silva”, “Margutte”, “Compitu re vivi”, “lo specchio”, “Interno Poesia”, “Digressioni”,“larosainpiù”,“Poesia Ultracontemporanea”. Ha svolto il ruolo di drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA), scrivendo testi da Bordonaro, D’Arrigo, Giono, Vilardo. Nel 2021 la casa editrice Dammah di Algeri ha tradotto in arabo per la sua collana di poesia la silloge Le cassette di Aznavour. Con Giuseppe Oddo ha recentemente pubblicato Nostra patria è il mondo intero (Ispe edizioni).
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