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“E l’acqua passa e gira”: radici e vita nella canzone di Francesco Guccini
Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2026 @ 02:51 In Cultura,Letture | No Comments
di Nicola Grato
«Il fiume è il fiume per eccellenza, per antonomasia, non c’è Orinoco o Rio delle Amazzoni che tenga. Il Po, altro fiume, si sa che nasce dal Monviso, per definizione, ma è più invenzione letteraria che geografia. Il Reno esiste, ma quando si incontra col fiume cambia nome e genera un territorio indefinito, che si chiama appunto “i due fiumi”, e la larga iara attorno, perché il fiume non è affluente di nessuno, esiste in sé, quasi come Dio. Non nasce, è; sopra la Diga si chiama Bacino, più in su è territorio misterioso e inesplorato, come le sorgenti del Nilo. Dalla Diga in avanti è appunto il fiume» [1].
Un fiume, un territorio, uno spazio di vita e di vite, stagioni trascorse mutate ritornate nel cangiante aspetto delle ombre, giorni da calendario e giorni d’oro dell’infanzia; il luogo geografico è tutt’uno con quello dello spirito; è lingua il fiume, è acqua che gira vorticosamente da sempre e in tutte le parti del Mondo, spettatrice e fattrice della vita su questo pianeta.
Il 6 agosto è morto Francesco Guccini, cantautore, scrittore e intellettuale che ha segnato profondamente la storia della musica impropriamente detta “leggera” e la vita di questo “benedetto assurdo Belpaese”. Come Montale è riuscito nei suoi versi a condensare al massimo grado il romanzo, così Francesco Guccini racconta nelle sue canzoni il quotidiano di periferie e campagne, città contemporanee e città antiche, riscrive il cantautore modenese/pavanese personaggi e luoghi letterari: il materiale e l’immaginario condensati in sette otto minuti delle canzoni sue più lunghe, o nei classici quattro minuti della canzone d’autore.
Tra le tante suggestioni rinvenibili nell’opera in musica di Guccini, merita a nostro avviso attenzione il tema delle radici, delle origini e delle tante “desinenze” che siamo nel mondo. Se mai si potesse condensare la poetica di un autore, forse anche brutalmente, potremmo dire che la ricerca musicale e poetica di Guccini si sostanzia nel rinvenimento delle storie. Le storie che costituiscono la storia di un luogo, di persone, di paesi.
Quante storie può raccontare un fiume? Quante qualsiasi luogo, pietraia, greto, orto, ombrìo e solatìo dei nostri paesi, di campagne, di posti liminari tra selvatico e domestico quali strade per cappelle, edicole votive, ultime case del paese. E se stiamo attenti ascoltiamo nel fruscìo, nella brezza, nel rapido cangiare dell’ombra su un sasso, la presenza di un nume. Basta, a farne esperienza, una passeggiata. La forma canzone adoperata da Guccini ben si adatta alla necessità del racconto, alla ricerca di un ubi consistam.
Come ha efficacemente scritto Roberto Cotroneo [3], letteratura e canzone mai si separano nell’opera di Guccini; diremmo anche arte contadina del racconto, come in questo gustoso episodio riportato proprio da Cotroneo, qui parla Guccini: «Un giorno decisi di convocare tutti quanti per suonicchiare e riprovare le canzoni. Pier Farri non arrivò da solo, si portò dietro uno dei suoi personaggi impossibili, un chitarrista che ribattezzai subito Moneta, un tipo strambo: cappellone da cowboy, orrendi stivaloni. Figuriamoci a Pàvana, le facce dei montanari quando lo videro passare» [4].
La canzone è così precipuamente arte dell’incontro, dello stare assieme attorno a un tavolo; la canzone nasce da chi la scrive certamente, ma non può fare a meno di una collettività, di un sostrato polifonico reso poi testo, come, ad esempio, nella scrittura di Dostoevskij.
«Non sono un poeta ma un autore di canzoni. La poesia è fatta di altro spirito, di altre tecniche. La canzone è una forma completamente diversa, vive anche del supporto musicale. Cosa che non esclude la ricerca intorno alle parole, alla parola…» [5]. Spesso Guccini si troverà a dover affrontare l’argomento se canzone sia o meno poesia; va detto che egli apparteneva a una cultura che trasmetteva la sapienza in forma orale, attraverso il proverbio, il motto di spirito e l’ottava, la rima e la canzone, cioè il sostrato ritmico memoriale che aiuta la memoria. Sarà lo stesso Guccini a ricordare come la civiltà in cui era vissuto sin da piccolo fosse “canora”, in tempi in cui non esisteva la televisione e le sere o i tempi del raccolto e delle attività quotidiane erano puntualmente scanditi dal canto.
Nel 1972 Guccini pubblicherà Radici [6], un’opera complessa che svela appieno l’attitudine alla ricerca storica, allo scavo in quella cultura orale di cui dicemmo qui assunta come orizzonte creativo. In questo tempo bolso in cui le “radici” vengono divelte con malagrazia dal terreno e sventolate come bandiere di appartenenze presunte; in questo tempo in cui l’identità dei paesi viene spesso venduta artatamente da assessori alla cultura e proloco come prodotto di consumo: raggiungibile ogni luogo, spendibile ogni tempo; in questo evo sciocco un album come Radici, se ancora ascoltato e meditato, cosa può dire? Ci dice della fatica della ricerca, che non può esaurirsi nel vestirsi come gli antichi padri fondatori di un luogo, ammesso che poi questi “costumi” essi davvero indossassero.
Si finisce sempre così a parlare dei nostri paesi, inevitabilmente, e della nostra Italia più in generale. Ora il momento è “caldo” per discutere di Guccini. Si dirà (ed è vero): tutti gucciniani sui “social”, proprio perché i social veicolano informazioni che possiamo prendere e credere come vita vera e da ognuno di noi veramente vissuta. Mi chiedo però se riusciamo a farci attraversare da queste parole:
La pietra antica, la casa, non sempre emette suono, a volte, forse il più delle volte, essa è muta. Cercare non sempre vale trovare, tempo e distanza dilatano il senso, sparigliate le carte, impazzita la bussola, l’esistenza pare smarrirsi. Il confronto con il proprio passato e quello della propria famiglia può anche sfociare in un vero e proprio conflitto, come ben dimostrato da Guccini nella canzone “Piccola città”. Questa “piccola città” è Modena, che per il nostro cantautore rappresentava «l’esilio da Pàvana e l’attesa di Bologna. Modena è la mia adolescenza, il periodo forse più tragico della mia vita perché nell’immediato dopoguerra le aspettative e le speranze erano tante e le possibilità di realizzarle quasi nulle» [8].
Accade talvolta che proprio questa metafora delle radici nasconda un pericoloso veleno. Non sempre i nostri luoghi di origine sono culle, nidi ma rovi e spine, poiché noi esseri umani siamo la somma di tante esperienze che abbiamo attraversato e per costituzione non siamo immobili come una fotografia, come la pietra, sulla quale pure passano gli anni e insiste l’erosione. Siamo sempre noi stessi, è vero, ma siamo anche sempre diversi, è il nostro destino. La metafora più efficace nell’opera gucciniana per rendere l’idea del passato inteso come vite e racconti trascorsi e della consistenza che ognuno di noi cerca qui in questa vita è quella dell’acqua, del fiume e di un fiume in particolare, il Limentra di Pàvana:
sarà il suo suono “continuo e ossessivo” che Amerigo, nom de plume del prozio di Guccini Enrico, emigrato in America, a ricordare il paese natìo nel paese di nuova adozione, dove Amerigo sperimenterà fatica, sconfitta ed emarginazione. Siamo nel 1978 e Guccini pubblica Amerigo, album della sua piena maturità artistica. È significativo che la canzone d’apertura sia proprio “Amerigo”, quasi un manifesto:
Francesco Guccini metterà a confronto la “sua” America mitica fatta di personaggi letterari, fumetti ed eroi con quella dello scorno patito dal parente. Evidentemente la nostra vita non è che somma che mai dà il totale esatto di conoscenze, vite di altri, esperienze: un fiume che, lungo il suo corso, si alimenta di terra e acqua, di affluenti e ruscelli, visione questa “dinamica” delle identità che noi siamo e non ancorata esclusivamente a un solo luogo.
Una piccola città, un posto sperduto nell’Appennino, l’America e il Limentra ci ridonano un senso di appartenenza mai pacificato, mai statico ma in continuo movimento; come le acque del mondo che si rincorrono, si infrattano e riemergono, sono polloni, fiumi, mari, greti, così le nostre vite sospese sempre a una domanda, la cui risposta è forse la ricerca stessa:
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