di Emanuela Frate
“L’Albania non si Vende!” È questo lo slogan che risuona con più forza alle manifestazioni giunte ormai al settimo giorno in Albania. Gli abitanti del Paese delle due aquile si sono mobilitati per protestare, com’è noto, contro il progetto multimilionario portato avanti dal genero di Trump, Jared Kushner e di sua moglie Ivanka Trump. Il piano prevede la costruzione di un mega resort extra lusso nell’isola di Sazan, un’ex base militare sovietica chiusa da decenni, con bunker, rifugi, ricca di memoria storica.
Un luogo, descritto in una famosa intervista rilasciata da Ivanka Trump sui social, come un posto “magico”, scoperto casualmente durante una gita in barca nel Mediterraneo. Per gli albanesi, però, quel luogo appartiene al patrimonio nazionale e non può essere trasformato in una “private island” da concedere ai magnati dietro un cospicuo pagamento ottenuto con fondi opachi. Ma è soprattutto per la zona di Zvërnec/Narta che è esplosa la rabbia popolare. Lì dovrebbe sorgere un immenso impianto turistico vicino alla laguna, in un’area naturale quasi incontaminata, habitat di fenicotteri, pellicani, tartarughe marine, foche monache ed altre specie migratorie. La costruzione massiccia di resort turistici, ville con piscine ed altre installazioni andrebbero a deturpare e distruggere un ecosistema delicato.
Ma non si protesta solo per i fenicotteri come qualcuno asserisce per deridere i manifestanti (tanto che è stata ribattezzata “rivoluzione dei fenicotteri”). Qui si tratta del popolo albanese che, da un giorno all’altro, si è visto entrare nelle proprie spiagge camion ed escavatori, mezzi pesanti, recinzioni e filo spinato, accessi limitati a spiagge e terreni fino a pochi giorni prima accessibili a tutti. Di qui il senso di espropriazione degli albanesi che si sono sentiti colonizzati. Le proteste cui stiamo assistendo in questi giorni riguardano anche il fatto che tutto è stato fatto molto velocemente, sopra le loro teste, senza interpellare il Parlamento, senza bandi pubblici.
Già nel 2024 infatti si è fatta passare la modifica ad una legge sulle aree protette aprendo alla possibilità di realizzazioni di complessi turistici. Qui nasce il sospetto per molti cittadini che hanno fiutato l’inganno del governo di Edi Rama nel fare prima delle leggi ad hoc e poi “inaspettatamente” far palesare gli investitori stranieri, non investitori qualsiasi, bensì il genero e la figlia di Donald Trump detentori del fondo di investimento Affinity Partners collegato a sua volta a capitali del Golfo legati ad alleati di Israele. Qui le opacità si infittiscono e la questione assume una netta dimensione geopolitica.
Il fondo di Jared Kushner Affinity Partners attinge a piene mani dai fondi sovrani delle monarchie del Golfo – in primis Arabia Saudita e Qatar – muovendosi lungo l’asse diplomatico ed economico tracciato anni fa dagli Accordi di Abramo (di cui Kushner è stato fautore già durante il primo mandato di Trump). Dietro lo sviluppo turistico si profila così una complessa triangolazione finanziaria che vede convergere gli interessi di Washington, dei capitali arabi e di investitori legati al doppio filo ad alleati strategici di Israele. Il timore dei cittadini e di diversi osservatori internazionali è che l’Albania possa replicare dinamiche già viste in altre aree del Mediterraneo. A Cipro e a Creta infatti, massicci investimenti immobiliari e l’acquisto di intere fette di territorio da parte di società e acquirenti israeliani hanno già trasformato il tessuto economico locale. Il sospetto, non del tutto infondato, è che le coste albanesi vengano sottoposte ad una privatizzazione selvaggia, una sorta di enclave degli interessi economici stranieri, sottratti definitivamente al popolo albanese. In terra albanese si sta dando battaglia non soltanto per la difesa di un ecosistema incontaminato, ma anche per denunciare la mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni albanesi e le grandi manovre della finanza globale.
Agjim Bejtja è un fotoreporter e videomaker che in questi giorni sta partecipando alle manifestazioni e qui ci darà il suo punto di vista e quello dei manifestanti su ciò che sta succedendo in Albania:
Per iniziare, signor Bejtja, com’è la situazione adesso in Albania? Che cosa sta vedendo nelle piazze in questi giorni?
«Innanzitutto, grazie per avermi dato l’opportunità di rilasciare questa intervista. Ho partecipato attivamente a molte proteste che si sono svolte in Albania e le ho viste ed analizzate da vicino. Quello che sta accadendo in questi giorni non è solo una protesta, ma sembra piuttosto un’unità nazionale con forti sentimenti nazionalisti per l’Albania. Al primo giorno la protesta era composta da poche centinaia di persone, mentre oggi ha raggiunto le centinaia di migliaia, diventando una delle più grandi manifestazioni del Paese. Quello che vede è che non c’è una componente partitica nelle proteste, che provengono principalmente dalla pseudo-opposizione albanese come confermano anche gli slogan “Rama in prigione, Berisha in prigione”. Noi albanesi siamo stanchi della vecchia politica che collabora con il governo e che, a parole, lo combatte. I manifestanti sono contro la vendita delle nostre terre, l’ulteriore impoverimento perpetrato da questo governo, le pensioni ridicole. Cerchiamo maggiore benessere per il nostro Paese e più speranza per il futuro dei nostri figli».
Sembra che i procuratori anticorruzione albanesi – la famosa SPAK – abbiano congelato i fondi del genero di Trump nell’ambito dell’inchiesta relativa al resort di lusso. Cosa ci può dire a tal proposito? Ha degli aggiornamenti?
«Circa due giorni fa il Procuratore Speciale Anticorruzione ha chiuso le indagini e sbloccato i fondi congelati degli investitori del Qatar, definendo la vicenda come non corruzione. Il problema è che il Procuratore Speciale Anticorruzione non ha il potere di punire e portare i governi del Paese dinnanzi alla Giustizia. Ha già fatto un passo avanti con il Sindaco di Tirana Erion Veliaj, ma la vice prima ministra Belinda Ballaku è ancora a piede libero, nonostante sia accusata di gravi reati di corruzione. Quando la giustizia non funziona ed un governo come quello di Edi Rama continua ad impoverirci ulteriormente, allora il popolo prende in mano la situazione ed in particolare le centinaia di migliaia di cittadini che ogni giorno protestano per le strade».
Si sente deluso dal governo di Edi Rama? Cosa pensa l’opinione pubblica di un governo socialista che prima realizza i centri di accoglienza per fare un favore alla sua amica Giorgia Meloni e adesso è coinvolto in questo scandalo della “vendita” di Sazan e dell’area di Zvernec/Narta?
«Siamo profondamente delusi dal governo di Edi Rama e del suo collaboratore Berisha. La pensione minima in Albania è di 120 euro mentre il carburante costa persino di più che in molti Paesi europei. Paghiamo tasse che superano di oltre la metà il prezzo della benzina e del petrolio, mentre stipendi e sussidi sociali sono bassissimi. Come giornalista economico, posso affermare che in Albania circola molto denaro sporco e che, sebbene possa sembrare che viviamo bene, in realtà la situazione è ben diversa…ci impoveriamo ogni giorno di più. Non è stata costruita una nuova scuola o un nuovo ospedale. I servizi sanitari e lo stato dell’istruzione sono deplorevoli. Quando si costruiscono strade, il costo è di gran lunga superiore a quello delle strade europee, mentre i beni dei cittadini vengono derubati quotidianamente dagli oligarchi al potere, I cittadini albanesi erano contrari ai centri di accoglienza che Rama voleva realizzare come dono al Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. Eravamo contrari al campo allestito per i mujaheddin oppositori della Repubblica Islamica dell’Iran a Manza, così come siamo contrari alla vendita delle nostre terre ai sionisti. Il Primo Ministro Rama è noto come il primo ministro dei doni. Cerca di dare il più possibile alla comunità internazionale per ingraziarsi il suo sostegno. Noi, come popolo, siamo contrari a questo progetto con pericolosi piani antinazionali».
Il percorso di adesione dell’Albania nell’Unione Europea richiede standard molto elevati in materia di trasparenza, stato di diritto e lotta alla corruzione. Ritiene che le ombre su questo maxi progetto immobiliare e le conseguenti proteste possano rallentare o danneggiare i negoziati con Bruxelles?
«Con i casi di corruzione nel Paese, il riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico e la criminalità organizzata, soprattutto nel settore edile, credo che Rama abbia capito che la strada per l’Unione Europea è ancora più lunga di quanto sembri per gli albanesi. Questo ha spinto il nostro corrotto primo ministro a mettere da parte l’Europa e a rivolgere lo sguardo all’America e a Israele. L’attività di lobbying svolta da Rama in Europa per far entrare l’Albania nell’UE ci è costata cara, almeno dal punto di vista finanziario. Ora che sta facendo pressioni sull’America e Israele, il costo potrebbe andare ben oltre. È possibile che un giorno Israele e l’America abbiano il controllo completo del Mediterraneo e perfino dell’intero canale di Otranto attraverso l’isola di Sazan. Credo che non siano le proteste a rallentare l’adesione dell’Albania all’UE ma la corruzione di Edi Rama e del suo governo. Siamo tassati come gli europei ma viviamo come un Paese del terzo mondo…niente ospedali, niente scuole, niente strade, pensioni ridicole per gli anziani e un salario minimo che ancora spinge i nostri giovani ad emigrare in Europa. Fermare il progetto per Sazan e Zvernec è per noi molto più importante che entrare in Europa. Perfino l’Europa non gradirebbe un popolo che permette la svendita delle proprie terre».
Il popolo albanese è storicamente riconosciuto per aver protetto la comunità ebraica durante il nazismo. Oggi, la forte opposizione ad un investitore americano di fede ebraica, principale sponsor degli Accordi di Abramo e del Board of Peace come Kushner, è dettata esclusivamente da ragioni economiche e ambientali o, sullo sfondo, si percepiscono anche influenze del complesso scenario mediorientale attuale?
«Contrariamente a quanto si potrebbe leggere o sentire dai media al soldo del nostro governo, il popolo albanese condanna fermamente Israele per il genocidio a Gaza e per tutti i conflitti in Medio Oriente. Con la cessione di Sazan a Kushner, un importante esponente della lobby israeliana, noto per i suoi rapporti d’affari con Israele, molti albanesi temono che un domani la costa di Valona possa trasformarsi in una seconda Gaza e l’Albania in un’altra “Palestina”. Stiamo parlando di un territorio venduto, dove si potrebbe costruire un’altra città all’interno dell’Albania. Ivanka e Jared Kushner non hanno scoperto l’isola per caso durante un viaggio in barca nel Mediterraneo come affermano in varie interviste, ma è stato loro offerta su un piatto d’argento dal nostro Primo Ministro, capace di stringere un patto col diavolo pur di mantenere la sua poltrona ed evitare di finire in prigione come ladro e traditore della patria».
Attraverso l’obiettivo di fotoreporter, Agim Bejtja ci restituisce delle immagini che vanno oltre la semplice cronaca di una protesta.
Sono immagini che parlano di una comunità che si rifiuta di essere solo spettatrice del proprio futuro.
Se la politica sembra aver già deciso il destino dell’isola di Sazan e della laguna di Zvernec, è dalla piazza albanese che viene l’esempio più alto di resistenza civile e di difesa dei beni comuni.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
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Emanuela Frate, laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Parma, appassionata di lingua e cultura araba, scrive diversi articoli su varie testate web portando l’attenzione su tematiche geopolitiche e culturali del bacino del Mediterraneo. Attraverso l’associazione “Orizzonti Comuni” lavora per accorciare le distanze tra Europa e Nord Africa/Medio Oriente promuovendo il dialogo tra le due sponde. Unisce l’insegnamento della lingua italiana (fondamentale per l’integrazione) al lavoro di operatrice sociale nei centri di accoglienza per richiedenti asilo vivendo quotidianamente le sfide dei flussi migratori.
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