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Società transculturale: contesti territoriali, etnografie di successo nell’Italia del Sud

Movimento di migranti a Caserta

Movimento di migranti a Caserta

di Annalisa Di Nuzzo

Premessa e quadri teorici

Decidere di emigrare comporta l’accettazione che la propria identità cambierà. Se in alcuni casi il migrante sceglie l’emulazione liberandosi dalle proprie radici, o al contrario resta ancorato al mondo valoriale d’origine avvertendo alienazione, nelle società contemporanee il dinamismo favorisce un intreccio di storie [1]. Non si tratta di una semplice sostituzione, ma della costruzione di un’identità transculturale e transnazionale, frutto di una contaminazione reciproca tra il “prima” e il “dopo”. Il fenomeno migratorio in Italia è ormai strutturale; siamo di fronte a diffuse generazioni di nuovi italiani, anche in territori del Sud che vivono forti ambivalenze sociali.

Questo articolo intende dimostrare come sia possibile trovare modelli virtuosi in contesti caratterizzati da degrado e criminalità organizzata. Si è voluto dare spazio a un’etnografia della migrazione raccogliendo la voce di alcuni protagonisti, in particolare donne che hanno in comune una vulnerabilità trasformata in resilienza e la capacità di interpretare nuovi ruoli sociali [2]. Il contributo dell’antropologia non può essere solo la denuncia delle conflittualità, ma deve individuare le dinamiche dell’incontro utili a realizzare una governance proficua. I processi di accoglienza sono imprescindibili per una società che voglia dirsi democratica e transculturale. Un’agenda politica accorta deve basarsi su un’analisi interdisciplinare per sostenere un processo bidirezionale: garantire l’integrazione universale dei migranti e accompagnare i cittadini nell’interazione con una realtà multietnica.

Il territorio tra equilibri distorti e l’ombra del malaffare

La mia ricerca sul campo esamina da circa vent’anni la Campania per individuare percorsi virtuosi ed evitare allarmismi, costruendo quel cosmopolitismo vernacolare di cui ho dimostrato la fattibilità. Ho analizzato nello specifico il casertano, segnato da flussi migratori consolidati da oltre 25 anni. Al 31 dicembre 2023, la provincia ospita circa 52.740 cittadini stranieri (il 20% della quota regionale). Le contraddizioni di questo territorio fragile sono evidenti: l’IRES inserisce Caserta tra le 15 province italiane a maggior rischio di conflittualità sociale. La provincia è descritta attraverso “equilibri distorti” causati da una capillare presenza della camorra, capace di infiltrarsi nelle istituzioni (come dimostra il commissariamento del Comune capoluogo nel 2025), dal degrado ambientale della “Terra dei Fuochi” e dalla diffusione endemica del lavoro nero.

Ricordo della strage di Castelvolturno del 2018

Ricordo della strage di Castel Volturno del 2008

Il culmine drammatico di questa deriva è rappresentato dalla Strage di Castel Volturno del 2008. Il massacro di sei immigrati mirava ad assoggettare l’intera comunità nera al racket del clan, muovendosi non solo per profitto, ma per discriminazione e odio razziale. Fu il primo episodio di questo genere in Italia, e il processo ha pronunciato una condanna definitiva per strage di camorra con l’aggravante del razzismo. Nell’immaginario collettivo, l’evento ha finito per etichettare l’intera area come terra di clandestinità e violenza.

Il modello Caserta: la terra di accoglienza solidale

L’antropologia della persona [3] opera per restituire facce diverse del prisma, dimostrando come “nel malaffare c’è qualcosa che riesce a fiorire”. Accanto alla cronaca emerge un modello casertano virtuoso e resiliente, guidato dal dinamismo del Terzo settore (Chiesa, associazioni, attivisti) e da reti spontanee di mutuo aiuto tra connazionali che fungono da ponte per l’alloggio, il lavoro e il supporto legale. Il nesso fra migrazione e sviluppo è la linea dell’Agenda 2030 per costruire società inclusive. Questa capacità di fare rete ha reso il casertano un territorio appetibile per trovare accoglienza e cittadinanza attiva.

A Caserta, Castel Volturno e Aversa, una solida rete associativa (centri sociali, volontari, parrocchie, scuole) ha costruito validi percorsi di inclusività, mediando con la pubblica amministrazione e monitorando lo stato dei richiedenti asilo. Grazie a volontari e finanziamenti pubblici, privati e donazioni dal basso, sono stati attivati sportelli informativi, consulenze legali e laboratori per minori. Queste attività quotidiane hanno consentito di trasformare la fragilità in comunità organizzata.

Mamadou Kouassi

Mamadou Kouassi

L’incontro con Mamadou Kouassi

L’emblema di questo riscatto è Mamadou Kouassi. Nato nel 1983 in Costa d’Avorio e in Italia dal 2008, è noto per aver ispirato il film “Io Capitano” di Matteo Garrone. Nel 2005 lasciò il suo Paese, dove studiava lingue, per sfuggire alla guerra civile; la sua odissea prima di imbarcarsi è emblematica. Oggi a Caserta, che considera il suo luogo di appartenenza, è Vicepresidente del Movimento migranti e rifugiati (che raccoglie l’eredità del Centro sociale ex Canapificio) e lavora come mediatore interculturale. Nei suoi occhi si scorge la luce di progetti ricchi di speranza, che lo hanno reso un punto di riferimento. Gli stralci della sua intervista restituiscono gli aspetti fondamentali delle identità transnazionali e flessibili, confermando che la migrazione è un’opportunità per invertire i pregiudizi.

Racconta come ha scelto Caserta:

Dopo il mio arrivo a Lampedusa sono stato trasferito in un centro di accoglienza a Roma. Purtroppo, la mia domanda di asilo è stata respinta e mi sono ritrovato ad essere un clandestino, a dormire per strada. A settembre 2009, ascoltando il consiglio di un amico nelle mie stesse condizioni, prendo un autobus alla volta di Napoli e poi qualcuno, per caso, mi parla di Castel Volturno e anche di Caserta come territori nei quali c’è una grande comunità di immigrati.

All’ottobre del 2009 risale il mio incontro con l’attivismo: mi avvicino al Centro sociale ex Canapificio di Caserta dove la mia capacità di approcciare gli immigrati con il giusto canale linguistico, poiché so parlare inglese, francese e anche alcuni dialetti africani, insieme alla mia voglia di ascoltare le loro storie, ha fatto sì che io diventassi per loro un punto di riferimento. Ho cominciato a partecipare a tutte le manifestazioni di piazza dove ho scelto di parlare della mia sofferenza che ha accompagnato tutte le mie scelte di vita, dal momento in cui sono stato costretto all’abbandono della mia terra, ai soprusi subiti per raggiungere l’Europa, agli sforzi fatti per essere parte di una nuova realtà.

Ho parlato alle Istituzioni – Prefetto, Questore, Autorità regionali e locali – senza mezzi termini per rappresentare i bisogni di una comunità variegata quale quella degli immigrati, ma unita nella volontà di integrarsi, e il fatto di essere ascoltato mi ha fatto sentire accettato e mi ha fatto sentire come la voce delle persone senza voce.

Mi definisci il modello Caserta di buona accoglienza?

Negli anni, la città di Caserta è stata titolare del più grande programma di accoglienza della Regione Campania: lo SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), un progetto di accoglienza integrata gestito dal Centro Sociale ex Canapificio che, con un approccio diffuso ed in rete con gli enti locali, oltre a fornire vitto e alloggio agli immigrati, ha offerto percorsi di informazione, accompagnamento e inserimento socio-lavorativo per rifugiati e richiedenti asilo.

Chi arrivava a Caserta viveva immediatamente il territorio di accoglienza: con la disponibilità di alloggi offerta dal Comune gli immigrati hanno avuto la possibilità di conoscere la città e di viverla al pari dei cittadini, e di non subire il degrado abitativo cui sono costretti molti di loro in baraccopoli, campi nomadi, alloggi sovraffollati e insalubri. La loro giornata era fitta di impegni: un percorso formativo a 360° per la durata di un anno con approccio alla lingua italiana, corsi di formazione professionale, tirocini formativi. Anche la città ha beneficiato di un indotto sociale, culturale nonché economico senza precedenti (40 assunzioni, 23 appartamenti affittati, sostegno ai piccoli produttori locali con manodopera qualificata). Grazie alla sinergia con il CIDIS Caserta che, sul territorio casertano, si è sempre occupato dei minori stranieri non accompagnati, coloro che avessero compiuto i 18 anni venivano immediatamente inseriti nel progetto di accompagnamento formativo educativo dello SPRAR. La conclusione è che nessuno di coloro che si è rivolto a noi si è mai sentito solo.

Negli anni, dal 2017 a seguire, abbiamo seguito almeno 500 persone all’anno: molti di loro sono rimasti sul territorio, diventando cittadini di esso, e strutturando stabilmente reti familiari, affettive e lavorative.

In questo momento storico lo scioglimento del Comune di Caserta ha rappresentato uno stop alle attività strutturate del progetto SPRAR, mentre a Castel Volturno il progetto continua a svolgersi, ma ciò non ci ha impedito di continuare a lottare in rete con tutte le realtà del territorio per continuare ad accompagnare i numerosi immigrati che scelgono di venire qui, in una terra che viene definita di frontiera.

Precisa gli elementi di forza di questa accoglienza

La prima cosa è garantire il rilascio del permesso di soggiorno, che è assolutamente la base di una giusta interazione con il territorio. Chi non ha il permesso di soggiorno diventa una persona invisibile: a Castel Volturno purtroppo bisogna riconoscere che vi è una fetta di immigrati che, non avendo ottenuto un permesso di soggiorno, resta nel limbo pericoloso della clandestinità, smarriti e sfruttati, e facile preda di una illegalità diffusa.

Perché preferisci parlare di interazione e non di integrazione?

A me non piace la parola integrazione, mi evoca un processo che manca di naturalezza, quasi un imperativo morale cui dobbiamo sottostare; preferisco parlare di interazione che per me significa naturale convivenza, vivere insieme, interagire l’uno verso l’altro sinergicamente in un percorso comune verso un’unica appartenenza al territorio e alla società tutta. La parola interazione mi evoca un senso di comunità, una pratica di convivenza nel rispetto delle differenze di ognuno, e questo non crea la paura dell’autoctono verso l’immigrato, che non viene sentito come diverso ed altro. Per me l’interazione così intesa diventa un incontro tra anime che riesce ad abbattere barriere visibili ed invisibili scaturenti dalla discriminazione e dalla marginalità sociale.

Oggi cosa pensi della città di Caserta?

Caserta è il luogo della mia riconferma, qui io sono Mamadou e non un invisibile. È qui che io ho riannodato i fili della mia vita costruendo un nucleo familiare con una compagna e due figli.

Caserta è il mio posto nel mondo, è il luogo del mio oggi e del mio domani, ed è qui che lotto affinché altri come me trovino in questa terra un luogo di trasformazione, di opportunità e di crescita personale, il luogo di un giusto futuro come parte di un unico tessuto sociale multietnico.

A Caserta ho vissuto 17 anni della mia vita, più che nel mio Paese di origine: oggi io sono casertano. 

Gli stralci di questa intervista ci restituiscono aspetti fondamentali delle nuove identità transnazionali, protagoniste delle nuove dimensioni glo-cali e delle nuove identità plurime e pluridislocate. Mamadou si definisce casertano ma parla diverse lingue e dialetti. È vissuto in diversi luoghi e coniuga i vissuti del suo Paese d’origine con quello d’accoglienza non per essere integrato ma, come lui stesso specifica, per stabilire un’interazione tra le diversità culturali; ciascuno si mette in gioco e ciascuno perde qualcosa ma guadagna qualcos’altro: le nuove identità flessibili ma solide e aperte al mutamento. Di come sia possibile in un territorio problematico dare vita a percorsi virtuosi che confermano nei fatti che la migrazione non è un problema ma un’opportunità. È questo il modo giusto per invertire stereotipi e pregiudizi sia legati ai territori di accoglienza, sia relativi ai flussi migratori.

Storie al femminile tra “etnografie di successo” ed esperienze virtuose.

In continuità con l’antropologia della persona [4] la componente di genere emerge come asse portante delle migrazioni. Le storie di vita e le scritture femminili decostruiscono l’idea di un fenomeno neutro, mostrando come ruoli e relazioni di potere cambino, ridefinendo le dinamiche familiari e scardinando i duplici stereotipi di genere ed etnia. Queste donne, attraverso il racconto di sé e la ricerca di un equilibrio tra culture, si fanno protagoniste di una negoziazione identitaria di successo. Si tratta di micro-integrazioni locali che testimoniano l’efficacia del cosmopolitismo vernacolare [5] evidenziando mutamenti significativi nei comportamenti collettivi.

11La storia di Sabrina Efionayi

Figlia di madre nigeriana ma cresciuta da una famiglia italiana a Castel Volturno, l’autrice del romanzo Addio, a domani rappresenta l’emblema delle seconde generazioni. Attraversando la “letteratura dell’erranza” [6] come strumento terapeutico contro lo shock culturale, elabora il trauma delle origini. Sabrina è un’autrice italiana afrodiscendente; ha iniziato a scrivere su Wattpad da adolescente, venendo poi notata da Rizzoli, che ha pubblicato i suoi primi tre romanzi. In Addio, a domani, testo ampiamente autobiografico, racconta la storia della madre biologica, Gladys.

Negli anni ‘90, Gladys fu attirata in Italia da una maitresse con la promessa di un futuro migliore, finendo invece nella rete della prostituzione per estinguere un debito inesauribile. In questa vita dura, Gladys affidò la figlia di soli undici giorni ad Antonietta, madre di una numerosa e festosa famiglia napoletana, che crebbe Sabrina con amore pur in assenza di un’adozione legale. Spaccata tra la cultura italiana e quella nigeriana, Sabrina ha vissuto un’adolescenza segnata dal confronto con una realtà esterna pregiudizialmente razzista. Solo ricostruendo la verità sulla vita di sua madre, ha avviato il percorso per trovare la vera sé stessa.

«Per tutta la vita ho temuto di non essere nessuno. Poi ho deciso di essere me stessa».

Durante l’intervista ripercorre la sua vita con consapevolezza e con la serenità di chi ha trovato il suo posto nel mondo:

Crescere a Castel Volturno mi ha permesso di avvicinarmi alle mie origini, alla mia nerezza e a tutto ciò che ha a che fare con le radici nigeriane trasmesse dalla mia mamma biologica.

D’altra parte, a Castel Volturno è noto vi sia una connotante impronta di immigrazione, tanto da poterla definire la città più africana d’Italia: la presenza di un numero elevato di immigrati di diversa generazione ha facilitato una mia identificazione, nel senso che tutte le realtà sociali che io ho incontrato a Castel Volturno hanno fatto sì che io non mi sentissi mai apertamente un’estranea per il semplice fatto che io fossi circondata da persone somaticamente simili a me. Quando, invece, mi sono trasferita a Napoli, nel quartiere periferico di Secondigliano, è stato tutto più complicato perché ero l’unica persona nera della stanza, della scuola, dell’intero quartiere, ben diverso rispetto al tempo di oggi nel quale è più facile trovare uno o più alunni di seconda generazione e di origini diverse in classe, quasi che non fossero trascorsi solo 15 anni dal tempo della mia scolarizzazione. Lì, a Secondigliano, quartiere notoriamente non facile, ho vissuto un ruolo meno partecipato nella costruzione della mia identità, mi sono sentita quasi un oggetto passivo delle dinamiche che accadevano intorno a me.

Significative le riflessioni sulla sua mamma naturale Gladys e sul come potesse essere definita come esempio di resistenza o come simbolo delle contraddizioni dei processi di integrazione; ha precisato:

Sicuramente la seconda, ovvero simbolo di contraddizione dei processi di integrazione, ma non mi sento di escludere totalmente che Gladys sia stata un esempio di resistenza se penso alla sua esperienza di vita simile, purtroppo, a quella di tante altre giovani donne che cadono nella rete della tratta e dello sfruttamento del corpo della donna a fini sessuali. Ecco, il fatto di esserne uscita fuori, e, aggiungo, di esserne uscita viva, presuppone una certa forza resiliente, la capacità di creare una corazza che, man mano, devi costruire negli anni per consentirti di vivere queste situazioni limite. A ciò si aggiunga che, negli anni, la maggior parte delle persone che si sono relazionate con mia madre erano tutto sommato indifferenti al suo destino, una persona della cui vita noi non dovremmo occuparci. Posso dire che il percorso di integrazione di mia madre Gladys rappresenti veramente un simbolo di contraddizione, perché lei è dovuta passare per l’inferno per poi diventare a tutti gli effetti parte di un legame, di una connessione con il territorio italiano. Chiediamoci a che prezzo: questa donna ha dovuto affrontare il buio per una parte della sua giovinezza, dai suoi 20 anni a seguire per dieci lunghi anni, per poter restare nel Paese in cui è arrivata.

Durante la conversazione si è soffermata su come abbia recuperato le sue radici nigeriane e come abbia ricostruito la sua identità plurima attraverso quella che viene definita l’antropologia del reimpatrio, del riprendere contatto con il Paese di provenienza, e anche lei usa il termine di interazione piuttosto che integrazione. La difficoltà di essere italiani di seconda generazione non è poca, ma la scrittura le ha dato lo strumento giusto per affermare la sua particolare italianità. Racconta come conciliare le diverse culture:

Posso dire con certezza che è stato più complicato recuperare la mia connessione e i collegamenti con le radici nigeriane. Questo perché, essendo cresciuta in una famiglia italiana, napoletana del Sud, ed avendo dei rapporti non proprio quotidiani con la mia mamma naturale, sono cresciuta con una totale consapevolezza di essere italiana e come tale di avere pieno accesso alla cultura italiana; quella parte nigeriana di me in qualche modo mi è stata privata non solo dall’assenza di mia madre Gladys, ma anche dal contesto ambientale che mi portava a respingere quella parte culturale della mia origine afrodiscendente. In questo senso, io agli occhi della società per essere pienamente italiana non dovevo rivendicare nulla che fosse nigeriano: dovevo mangiare solo determinate cose, dovevo parlare in una determinata lingua. Credo che questo sia un po’ il problema principale delle seconde generazioni: ad un certo punto della nostra vita veniamo messi di fronte ad una scelta, o sei nigeriano o sei italiano, quando in realtà le cose possono coesistere. Poi è inevitabile che ci siano casi, come il mio, in cui una delle due culture prende il sopravvento: io sono in Italia, sono cresciuta in Italia, e ho sempre fatto parte di questo Paese.

La mia visita in Nigeria è stata in qualche modo per vacanza, come andare in qualsiasi altro posto del mondo per visitarlo come turista, anche se mi ha consentito la riscoperta di radici familiari differenti che mi hanno sicuramente arricchita, ma che non mi hanno mai portato a pensare che io sia metà delle due cose allo stesso modo, perché questo per me sarebbe come mentire a me stessa.

Descrive con precisione le diverse fasi del rapporto con le sue radici e prosegue:

Per molto tempo, per i primi anni della preadolescenza e dell’adolescenza stessa, vi è stato un totale dimenticare la mia radice nigeriana, mi dicevo “io non posso essere nigeriana”. Credo che il tema sia diventato molto più impattante nel momento in cui ho dovuto affrontare burocraticamente il percorso di acquisizione della cittadinanza italiana, poiché in Italia non abbiamo una legge che regolamenti lo ius soli, per cui anche se siamo nati e cresciuti in Italia non siamo automaticamente cittadini italiani, ma per diventarlo dobbiamo farne richiesta avviando un iter infinito. A me è successo intorno ai 18-19 anni e questo ha fatto sì che io mi mettessi tanto in discussione perché ha evidenziato le mie radici nigeriane. A quel punto, è come se in qualche modo io ne avessi avuto piena consapevolezza, come se riscoprire il Paese di origine di mia madre fosse anche riscoprire una parte della mia stessa cultura, della storia del Paese, del suo passato coloniale e del suo ruolo attuale nello scenario internazionale; mi ha permesso di fare pace con la me stessa bambina che, invece, pensava di essere un ibrido, né italiana né nigeriana.

Affronta poi il tema dell’incapacità degli italiani a riconoscere i nuovi italiani. di come sia ancora lontana una società italiana multietnica nella coscienza collettiva e di cosa significhi integrazione per chi è italiano a tutti gli effetti, ma viene comunque percepito come straniero:

È una sensazione alienante quella di vivere questa doppia appartenenza, anche perché di fatto l’Italia è un Paese che non è ancora abituato a questo genere di contaminazione; il fatto di vedere una persona nera, ma una nera italiana, ti mette di fronte a tutta una serie di imbarazzanti complessità. La tipica situazione, nonché la più quotidiana, è vedere le persone che si approcciano a me in inglese o con un italiano molto meccanico, dando per scontato che io non domini la lingua. Ma ve ne sono di peggiori, che forse mi offendono molto di più rispetto alla questione linguistica. Mi è capitato di essere in viaggio di lavoro con un giornalista dello stesso giornale con cui collaboro e, nonostante egli conoscesse quanto ho fatto nella mia carriera e anche la storia della mia vita, mi ha chiesto se avessi il permesso di soggiorno. Naturalmente ho dovuto spiegare di avere la cittadinanza italiana, proprio come qualsiasi altro cittadino italiano. Essere dunque costantemente esposta a queste “microaggressioni”, che non ti fanno mai vedere quella persona per quello che effettivamente è o per ciò che fa, ma soltanto per come socialmente la si immagina, è molto complicato, per le seconde generazioni ancor di più. “Noi” abbiamo fatto un processo di crescita che non ha nulla a che fare con l’integrazione. Io non ho dovuto acquisire nulla della cultura italiana che non avessi già assorbito nell’infanzia.

Cosa diresti, ad oggi, ad una ragazza figlia di migrazione che si sente spaccata in due?

Direi che non dovrebbe mai spiegare a nessuno se non a se stessa se sente più appartenenza dal lato italiano o rispetto alla nazionalità dei suoi genitori: reputo questa una domanda che non ha una risposta giusta. Dovrebbe, invece, immaginare se stessa come un innesto. Le direi esattamente quello che avrei tanto voluto sentirmi dire io, cioè che è normale a volte sentirsi fuori luogo, inadatti, o non sentire appartenenza. La cosa bella di questa sfumatura infinita che è la vita è che in realtà tutti quanti apparteniamo a noi stessi e soprattutto alla terra in cui viviamo. Cercherei, così, di ridimensionare un po’ questo concetto di “appartenenza”, arricchendolo di mille diverse sfumature.

La scrittura in terza persona è stata per te più una protezione emotiva o anche uno strumento per osservare la tua stessa storia con uno sguardo più distaccato?

Entrambe le cose: certamente nasce da un’impostazione letteraria, poiché fatico tantissimo a raccontare una storia in prima persona, soprattutto se si tratta della mia storia. Non volevo rappresentare le vicende come se fossero parte di una sorta di diario di ciò che ho vissuto negli ultimi anni; dunque, prendere una distanza e raccontare Sabrina come se non fossi io mi ha aiutata ad entrare nel vivo del racconto e a non farmi troppo condizionare dalla mia parte emotiva che forse mi avrebbe spinta a raccontare di più, del quale poi mi sarei probabilmente pentita. Era una questione quasi tecnica, riuscire a scindere le due cose. Questo è stato anche un po’ un velo di protezione che ho fatto poi calare nei momenti in cui utilizzavo la seconda persona per parlare a mia madre attraverso una sorta di lettere infinite, col tempo verbale al passato, caratterizzate da un tono differente da quello della terza persona al presente. Tale tecnica mi è stata molto utile per descrivere efficacemente ciò che volevo raccontare.

Hai più volte rappresentato che preferisci parlare di interazione piuttosto che di integrazione, come mai?

L’integrazione implica l’abbandono di una parte di se stessi per entrare in qualcosa di diverso e/o di più grande. L’interazione, invece, è più reciproca. Io credo che la convivenza sia possibile e che, con gli strumenti e il supporto giusto, si possa benissimo imparare a vivere in una nuova società. Ma se continuiamo ad utilizzare la parola integrazione in una concezione sbagliata, alimentando il concetto di “alterità” in senso alienatorio, ci sarà sempre un muro. L’interazione ha bisogno di ponti e di scambi comunicativi, l’interazione è coesistenza e arricchimento reciproco, uno scambio.

Castel Volturno, così come gran parte della Provincia di Caserta, è spesso descritta come luogo di degrado. Eppure, nel tuo vissuto, hai rappresentato esempi positivi di interazione. Quali altri rappresenteresti, ad oggi?

Credo che un luogo come Castel Volturno, con la sua storia di abusivismo e della mafia casalese che ci gira attorno, sia comunque uno degli esempi più positivi di resistenza. Un luogo che viene raccontato sempre così male, ad un certo punto tende ad arrendersi. La resa però non descrive Castel Volturno. Stiamo parlando di un luogo che, ad un certo momento storico, è stato l’espressione di un degrado ambientale, logistico e criminale e che è stato abbandonato dalle persone che ci abitavano, ma che poi a piccoli passi ha cominciato una lenta risalita. Direi che la città di Castel Volturno non si è mai arresa all’idea di tornare a migliorarsi.

Infine, qual è oggi il tuo centro di gravità identitario?

Ad oggi l’unica cosa che ha a che fare con la mia identità è il lavoro che faccio, quindi la scrittura. Ho dei padri e delle madri letterarie che per me contano tantissimo, le loro scritture hanno influenzato notevolmente la mia visione del mondo e la mia crescita. È proprio questo che mi ha aiutato a trovare un centro. Se avessi corso il rischio di continuare a raccontarmi e identificarmi attraverso le parole altrui, ma anche quelle dei media e della propaganda, non mi sarei mai riconosciuta pienamente. Riuscire a trovare me stessa attraverso quello che io sono andata a ricercare mi ha permesso di sentirmi centrata. Direi definitivamente che il mio attuale centro di gravità identitario è il lavoro che faccio, la letteratura, i libri che incontro e che continuerò a scrivere.

Esempi dì vissuti che delineano non solo donne immigrate badanti o prostitute, ma storie accomunate da «una uguale e condivisa cultura transnazionale da una temerarietà mista all’incoscienza, da una vulnerabilità trasformata in resilienza e da una capacità di agire e di interpretare nuovi ruoli sociali» [7].

images-2_11zonLa storia di Alisya

La vicenda di Alisya sfugge allo stereotipo della donna nordafricana in fuga da guerre o miseria. Tunisina, prima di 12 figli, fin dall’infanzia ha vissuto votata al sacrificio familiare per accudire i fratelli minori. Quando l’ultimo ha compiuto 18 anni, Alisya ha scelto di scardinare i canoni culturali originari per inseguire la sua passione per la moda italiana. Giunta in Italia a 30 anni, dopo aver vissuto a Firenze, Roma e Milano, ha scelto di stabilirsi a Caserta, trovandovi lo spazio ideale per avviare una solida attività imprenditoriale sartoriale.

I ripetuti incontri nella sua sartoria hanno aperto il campo a riflessioni profonde. Se inizialmente il dialogo è avvenuto in italiano, i ricordi più intimi sono stati affidati al francese e all’arabo, canali linguistici necessari per recuperare la connessione con il proprio vissuto. Scegliendo Caserta, Alisya dimostra come questo territorio offra opportunità di riscatto e di ridefinizione dell’identità di genere in una dimensione autenticamente post-coloniale.

Racconta:

Per me, venire in l’Italia non è stata solo la necessità di definire una mia identità che, fino a quel momento, si era espressa solo attraverso la cura familiare, ma anche una scelta coraggiosa di vita. Quando vivevo in Tunisia, vedevo l’Italia come la culla della moda e della creatività: ho capito che quello sarebbe stato il posto dove avrei avuto l’opportunità di realizzare i miei sogni. Non mi piace dire che sono scappata dalla mia Patria, ma che sono venuta qui a cercare un’opportunità di crescita che nel mio Paese mi sarebbe stata negata. In Italia ho trovato una libertà espressiva che si sposa bene con la mia visione creativa della moda, quella di una donna che vuole esprimere la sua femminilità non vincolata da stringenti canoni che non siano il suo gusto personale.

Quanto è stato importante, per te, poter finalmente creare abiti che rispecchiassero la tua vocazione creativa, e non solo ciò che era consono alle tradizioni culturali e religiose del tuo Paese?

In Tunisia ci sono tessuti ricchi e preziosi, ma i codici di abbigliamento sono molto stringenti. Venire in Italia mi ha permesso di esplorare nuovi linguaggi stilistici. Per me la libertà non è solo cosa indossi, ma la possibilità di creare senza vincoli di alcuna natura. In Italia ho trovato il coraggio di vivere in modo pieno il mio talento, di osare di più nei tagli e nelle forme stilistiche, ispirandomi ad una modernità e contemporaneità che in Tunisia non sarebbe stata né accessibile, né compresa. Sono venuta cercando la libertà di coniugare stili ed espressività a prima vista contrastanti, nell’ottica di un nuovo cosmopolitismo. L’Italia e Caserta mi hanno dato gli strumenti e il mercato per dare spazio alla mia creatività e trasformarla in una piccola sartoria.

Oggi senti di essere riuscita pienamente a conciliare la tua identità culturale e religiosa con la libertà creativa che hai sempre sognato?

I miei abiti sono espressione di un dialogo ininterrotto tra le mie radici tunisine e l’eleganza italiana. Non lascio prevalere nessuna delle due culture, le lascio dialogare tra loro intrecciandole creativamente: porto la ricchezza dei dettagli del mio Paese e la unisco alla modernità stilistica che ho trovato qui in Italia. La mia identità culturale e religiosa non è un limite e resta prepotente dentro di me, ma rappresenta un valore aggiunto che arricchisce le mie creazioni, rendendole uniche nel mercato della moda contemporanea.

In che modo il tuo lavoro creativo ha influenzato la maniera in cui ti percepisci come donna?

Il desiderio di autonomia è stato il motore di tutto: ho trasformato la mia passione in un’attività perché volevo esprimere la mia identità di genere senza alcun tipo di filtro. Non è stato semplice, ma la determinazione di creare abiti che rispecchiassero il mio gusto personale e la mia libertà creativa mi ha dato la forza di superare ogni ostacolo burocratico e sociale che ho incontrato nel mio percorso. Nel momento in cui ho venduto il mio primo abito, creato interamente da me, è cambiata la percezione che avevo di me stessa fino a quel momento. Ero una donna libera, una sarta, e potevo e volevo diventare una donna con un’autonomia finanziaria tale da coltivare un piano imprenditoriale a lungo termine.

Quale ritieni essere il tuo più grande successo?

Essere una piccola imprenditrice oggi significa per me aver raggiunto un’indipendenza che va oltre il lavoro: ho potuto dimostrare a me stessa e agli altri intorno a me che, con determinazione e passione, è possibile costruire una realtà di successo che onori le proprie origini, pur integrandosi perfettamente nel tessuto sociale ed economico italiano. Io parlo di interazione proprio perché non ho abbandonato le mie radici, ma le ho fuse alla cultura italiana attraverso la moda, rappresentando così la mia identità ibrida in ciò che creo. Insomma, i miei vestiti sono la perfetta fusione tra le mie origini e la mia nuova dimensione, qui in Italia, qui a Caserta.

Quando esattamente hai capito che l’Italia e la città di Caserta non erano più solo un luogo di passaggio, ma la tua nuova “casa”?

I miei anni di formazione nell’alta moda mi hanno aperto molte porte. Ho lavorato anche in molte città francesi, ma è in Italia, a Caserta, che ho scelto di rimanere perché qui ho trovato la possibilità economica e logistica per aprire la mia sartoria in centro città. Il mio lavoro sartoriale qui ha potuto arricchirsi dei particolari stilistici graditi dalle donne italiane, il cui aspetto è sempre particolarmente curato anche nella quotidianità. Al tempo stesso mi sono lasciata ispirare anche dalle sollecitazioni provenienti dai tanti turisti che visitano incessantemente la Reggia di Caserta, Patrimonio UNESCO. Credo, infatti, fermamente che l’artigianato sia un linguaggio universale, capace di abbattere ogni tipo di barriera culturale e linguistica.

Ad oggi posso affermare di non voler andare più via da qui. L’Italia, e soprattutto Caserta, mi hanno regalato una vita migliore, permettendomi di realizzare finalmente il mio sogno. Oggi mi sento una donna con un futuro in ascesa.

Se dovessi incoraggiare una donna migrante che vuole mettersi in proprio, cosa le diresti?

Le direi: “Non aver paura di mostrare la tua unicità”. L’Italia sa essere una terra che accoglie e premia chi ha coraggio e passione. La chiave del successo è la costanza di alimentare i propri sogni, al di là di ogni possibile momento di insuccesso e di demotivazione.

Quali sono le tue aspettative per il futuro?

Sto lavorando ad una collezione di abiti che esprimerà i miei due mondi interiori e verrà presto lanciata per inaugurare il mio sito. Le stoffe tunisine sono già pronte, le forniture sono arrivate e i modelli sono stati messi a punto. Sto sviluppando la mia mentalità imprenditoriale mettendo alla prova le mie abilità e aumentando le mie capacità comunicative in italiano, in modo che la mia identità arrivi ad un numero sempre maggiore di donne. Quello che caratterizzerà questa collezione è l’inclusività: saranno abiti adatti ad ogni forma fisica e per le donne di tutte le età. Il mio obiettivo è vestire una donna che non conosce confini: una donna che porta con sé la propria storia e le proprie radici, ma che cammina con eleganza e sicurezza nel mondo moderno. Il mio brand sarà un ponte che collegherà due culture, un ponte costruito non con il cemento ma con stoffe, sogni e coraggio.

Alisya sceglie dunque Caserta: tra tanti territori attraversati trova le condizioni giuste, dunque non una terra di degrado socio-culturale ma di opportunità, di efficaci e creative contaminazioni culturali, di una nuova definizione di identità di genere, una dimensione autenticamente post-coloniale.

9788831550475_0_0_536_0_75Dalla tratta alla libertà: la storia di Blessing Okoedion

Blessing Okoedion è una donna nigeriana istruita, laureata in informatica. Lasciata la sua Patria in cerca di un futuro migliore, finì vittima del subdolo inganno della tratta e dello sfruttamento sessuale a Castel Volturno. Facendo appello a una profonda fede cristiana, trovò il coraggio di fuggire e denunciare i suoi aguzzini. Assistita dall’art. 18 del Testo Unico Immigrazione (D.Lgs 286/98), venne accolta a Casa Rut a Caserta, struttura protetta guidata da Suor Rita Giarretta.

Lì ha studiato l’italiano e lavorato presso la Cooperativa NewHope. Ha ripreso in mano la sua vita pubblicando il libro Il coraggio della libertà, lavorando come mediatrice culturale e venendo insignita nel 2022 dal Dipartimento di Stato americano del titolo di “Eroe contro la tratta”. Nel 2018 ha fondato l’associazione “Weavers of hope” (Tessitrici di speranza), creando una rete di mutuo aiuto che offre alloggi temporanei e laboratori artigianali e culinari (con un ristorante di cucina africana) per donne sopravvissute, estendendo il supporto a oltre 170 persone in Europa. La sua figura demolisce il pregiudizio che relega le donne nigeriane alla marginalità, ergendosi a modello di solidarietà transnazionale.

Racconta di sé e del suo traumatico arrivo:

Arrivo in Italia nel 2013 per lavoro, come tutti coloro che come me partono dalla Nigeria. Quello che accade a tante donne nigeriane è purtroppo capitato anche a me, ma una cosa che mi ha aiutata molto è stato il mio livello di istruzione. Ho compreso ben presto il raggiro di cui ero stata vittima, e che sarebbe stato difficile potersi sottrarre alla situazione di abusi e soprusi che stavo vivendo. Essere consapevoli delle ingiustizie che ti vengono fatte e non sapere come uscirne è mille volte più disumano, provoca un dolore dentro di noi. Con la mia denuncia si è attivata a mio favore la tutela dell’art. 18 del Testo Unico Immigrazione (D.Lgs 286/98) che disciplina il permesso di soggiorno per protezione sociale, destinato a stranieri vittime di violenza, tratta o grave sfruttamento lavorativo. Grazie alla possibilità di legge di essere regolarizzata sul territorio italiano senza necessità di passaporto, ho potuto fare un percorso di integrazione molto più sano.

Quali sogni avevi quando hai deciso di partire? Era così che te la immaginavi l’Italia?

La mia destinazione originaria in realtà era la Spagna, è da lì che sono stata portata poi in Italia contro la mia volontà. Una volta che cadi nella trappola dei trafficanti diventi irrimediabilmente un oggetto, una merce in vendita. In quel momento non ero più Blessing, non ero più una donna né una persona, avevo perso completamente la mia identità perché ero soltanto un prodotto da mercificare.

Qual è stato il momento in cui hai capito che dovevi trovare una via d’uscita dal tunnel in cui eri caduta?

 Ho dovuto superare gli stereotipi e gli stigmi riservati alle donne di colore mercificate e, quando mi dissero che ero indebitata di una somma di 65.000 euro, ho realizzato di essere caduta nelle mani dei trafficanti. Mi domandavo come potesse essere successo proprio a me, cercavo di rielaborare l’inizio del mio inferno, mi ingegnavo a capire come potevo uscirne. Sicuramente il fatto di essere acculturata ha avuto una duplice valenza: se da un lato mi ha fornito gli strumenti per uscire dall’inganno a cui ero stata sottoposta, dall’altro ha rappresentato la lucidità di comprendere a pieno lo sfruttamento riservato al mio corpo e attraversare un dolore molto forte. Ho dovuto affrontare lo spaesamento di una vita in un Paese straniero, ho fatto i conti con i pregiudizi dovuti al colore della mia pelle ancor di più, ho dovuto convivere con la pericolosità dei criminali che mi stavano davanti spacciandosi per miei “padroni”. Ma proprio grazie alle mie risorse, ho trovato il coraggio di denunciare.

È stato questo tuo coraggio a restituirti il controllo della tua vita?

Quando sono arrivata qui e ho compreso la situazione in cui ero, mi sono attivata non solo per me stessa, ma anche per le altre ragazze che non avevano gli strumenti necessari per maturare la mia stessa consapevolezza. Loro erano impaurite come me, ma speravano di trovare “quel qualcuno” che avesse per loro il coraggio della denuncia, e quel qualcuno sono stata proprio io. Dunque, sì, questo mio coraggio, questa mia ribellione alla paura mi ha restituito il potere che mi era stato sottratto con ogni tipo di violenza.

Non posso concludere questa intervista senza parlare di Suor Rita Giarretta. Per me e per tante altre ragazze che hanno fatto il mio stesso percorso di integrazione, la sua è stata una mano tesa per aiutare, e non ingannare. Suor Rita crede fortemente nell’emancipazione delle donne e nell’inclusività e, facendo il mio percorso accompagnata dalla sua mano e dalla sua parola, ho capito quale era il mio ruolo nel mondo. Al mio desiderio di libertà ho integrato quello di far sentire la mia voce e la passione di aiutare le altre donne, condividendo con loro la mia esperienza e fornendo loro un supporto concreto. Con questi propositi, nel 2018 nasce l’associazione “Weavers of hope”, cioè tessitrici di speranza. Noi abbiamo visto ormai che tante donne hanno lasciato la loro terra e sono partite con la speranza, la stessa speranza che è stata poi ingannata e spezzata. Noi crediamo che queste speranze si possano tessere, anche se sono a pezzi. Abbiamo deciso quindi di mettere a disposizione le nostre case per poter aiutare altre donne, dando vita ad un appartamento ad uso temporaneo dove le donne in difficoltà possono stare nel frattempo che trovino la loro dimensione durante il percorso di integrazione.

L’intenzione iniziale è stata quella di conferire a quest’associazione una radice territoriale nel comprensorio casertano, ma ben presto abbiamo avuto contatti provenienti da altri Paesi europei e siamo stati resi partecipi di situazioni complesse in cui versavano giovani donne africane o orientali, facendone oggetto di denuncia. In questo modo abbiamo esteso il nostro concreto supporto alle donne su scala più ampia. Quello che noi socie della Weavers of hope abbiamo creato è una rete di aiuto concreto da parte di donne sopravvissute alla tratta in favore di altre donne. Dal 2018 abbiamo registrato un supporto verso 170 donne, non solo a Caserta, non solo in Italia. È stato creato anche un laboratorio dove le ragazze dell’associazione realizzano dei monili attraverso i quali raccontano la loro storia, le loro origini e le loro identità culturali. Le stesse ragazze che prima erano impaurite e terrorizzate per quello che avevano subìto, adesso si sentono libere perché hanno ritrovato sé stesse attraverso il lavoro artigianale. Da qui abbiamo dato vita a questo ristorante di cucina africana che porta lo stesso nome dell’associazione, perché anche attraverso la cultura culinaria crediamo di tessere nuove speranze. Tutte le donne che abbiamo supportato sono partite dalla loro terra natia per lavoro, ed è proprio questo che noi vogliamo offrire in modo dignitoso ed onorevole.

20201231_215408-215x215Se dovessi scegliere una parola o un concetto per descrivere quello che è stato costruito e cosa significa per te, quale sarebbe?

Questa è libertà. Tante persone la danno per scontata e a volte non ci si rende conto del privilegio di essere liberi. Molte ragazze, ad esempio, riescono a decidere cosa indossare e che colori abbinare. Ma se fossero sotto il controllo di un trafficante, la loro volontà non conterebbe. Loro deciderebbero i trucchi, i vestiti, i capelli e addirittura l’alimentazione. Decidono qualsiasi cosa che riguardi la persona a seconda di quello che si può economicamente ricavare. Per i trafficanti non si è esseri umani, si è prodotti. Oggi le ragazze della mia associazione hanno la libertà di poter dire “non mi piace” e di trovare i loro reali interessi, non hanno più paura.

In che modo la tua attività racconta la tua cultura e la tua storia?

La chiave è la ricchezza di quello che si crea, sia nei nostri piatti che nell’artigianato. Noi cerchiamo di coniugare cose diverse tra loro, creando un tutt’uno. È bello quando differenti culture si incontrano in uno stesso punto e si accetta la bellezza di quello che si produce. La pace e la libertà sono i nostri valori.

Cosa rappresenta per te Caserta?

Caserta è casa. Non si può costruire niente in un posto che non sia casa, in primis ottenendo la serenità che ti dà la possibilità di realizzare le tue idee. Io ho messo le mie radici qui creando una mia comunità e uno spazio in cui ognuno ha il proprio ruolo e la propria importanza, la propria libertà.

Quali altre opportunità offre il territorio di cui, secondo te, si parla troppo poco?

Nel mondo c’è molto classismo e discriminazione; Caserta, al contrario, offre opportunità per tutti. Nel cuore del centro storico c’è una scuola di lingua italiana per adulti che fornisce uno strumento molto importante: la conoscenza della lingua. È esattamente da questo che ha origine la prima forma di libertà. Parliamo anche dei diversi servizi sociali che aiutano i migranti ad inserirsi, come il CIDIS, oppure associazioni di volontariato che aiutano i migranti a lottare per i propri diritti. Io sento di aver trovato finalmente la serenità di poter costruire pian piano qualcosa, e l’ho trovata proprio a Caserta. Questa città ha belle cose. Questa città dà a tutti la possibilità di creare un proprio spazio, di ricominciare. Di creare condizioni per una solidarietà di genere transnazionale, di integrazione transculturale, punto di riferimento per altre donne in Italia e nel resto del mondo.

12In conclusione

Queste storie dimostrano che l’esperienza migratoria nel Casertano, pur muovendosi in contesti complessi infiltrati dalla malavita, ha saputo generare un nuovo transnazionalismo. A partire da Mamadou, passando per Sabrina, Alisya e Blessing, queste nuove soggettività si configurano come figure storiche e motrici di sviluppo economico, sociale e culturale. Esse ridefiniscono il concetto stesso di comunità, trasformando Caserta e la sua provincia in un laboratorio vivace e concreto di cittadinizzazione e convivenza interculturale. Gli uomini e le donne che abbiamo incontrato sono testimoni di esperienze culturali che, nonostante l’invisibilità mediatica e l’ostruzionismo politico, stanno preparando e plasmando le società del prossimo futuro, gli orizzonti del mondo che verrà. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Cfr. A. Di Nuzzo, Minori migranti, Nuove identità transnazionali, Roma Carocci 2020.
[2] Cfr Di Nuzzo, Assertività femminili transculturali delle seconde generazioni nell’Italia multietnica tra intraprendenza imprenditoriale e creatività artistica, Etnoantropologia, 10, n.2, 2022
[3] In particolare, A. Di Nuzzo, La morte, la cura, l’amore. Donne ucraine e rumene in area campana, Roma, CISU, 2009
[4] Cfr.F. Barth , Una prospettiva personale circa i compiti attuali dell’antropologia culturale e sociale oggi, in Borofski, L’antropologia culturale oggi: 425.38; R.I. Levy, Per un’antropologia imperniata sulla persona, in Borofski L’antropologia culturale oggi:225-34.
[5] Un programma d’azione globale per le persone, il pianeta e la prosperità: 17 Obiettivi e 169 traguardi adottati dai 193 Stati Membri delle Nazioni Unite per guidare il mondo verso un futuro più sostenibile, equo e pacifico entro il 2030.
[6] Il Centro Sociale ex Canapificio (dal nome della struttura che lo ha ospitato logisticamente fino al 2019) nasce a Caserta nel 1995 come associazione di volontariato per difendere i diritti degli sfruttati e dei più vulnerabili, e contrastare la devastazione ambientale. Nel 2002 nasce il Movimento auto-organizzato dei Migranti e Rifugiati che è riuscito a ottenere la regolarizzazione di circa 20.000 persone compreso irrimpatriabili. Il loro intervento si è col tempo esteso fino all’area urbana di Castel Volturno, facendo rete con diverse realtà laiche e religiose
[7] Si può fare riferimento: A. Appadurai, Modernità in polvere, Raffaello Cortina Editore, 2011; N. Glick Shiller, Towards a Transnational Perspective on Migrazion:Race,Class, Ethnicity, and Nationalism Reconsidered, New York Academy of Sciences, New York 1992.

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Annalisa Di Nuzzo, docente di Antropologia culturale, insegna Geografia delle lingue e delle migrazioni al Suor Orsola Benincasa; già professore a contratto di Antropologia culturale presso DISUFF Università di Salerno, e membro del Laboratorio antropologico per la comunicazione interculturale della stessa università fino al 2020- Ha conseguito il PhD in Antropologia culturale, processi migratori e diritti umani. È membro dell’Osservatorio Memoria storica, Intercultura, Diritti Umani e Sviluppo Sostenibile “MInDS” Univ. Di Cassino, socia del Centro di Ricerca Interuniversitario I_LAND (Identity, Language and Diversity) nonché del Centro Interuniversitario di Studi e ricerche sulla storia delle paste alimentari in Italia (CISPAI). I suoi campi d’indagine sono l’antropologia delle migrazioni e del turismo, antropologia e letteratura, antropologia e genere, antropologia urbana. È autrice di numerose monografie, tra le ultime pubblicazioni si segnalano: Il mare, la torre, le alici: il caso Cetara. Una comunità mediterranea tra ricostruzione della memoria, percorsi migratori e turismo sostenibile, Roma Studium 2014; Fuori da casa. Migrazioni di minori non accompagnati, Carocci, Roma, 2013; Conversioni all’Islam all’ombra del Vesuvio, CISU, Roma, 2020; Minori Migranti. Nuove identità transculturali, Carocci, Roma, 2020, Napule è… piccola antropologia partenopea, Il Melangolo, Genova, 2024.

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