Un libro che arriva dopo il suo autore
Nel giugno del 2026 add editore ha pubblicato l’edizione italiana di La persistenza del meraviglioso. Il piccolo popolo delle nostre macchine, traduzione di Persistance du merveilleux. Le petit peuple de nos machines, uscito in Francia nel settembre del 2024 per Premier Parallèle. A prima vista potrebbe sembrare uno dei molti saggi dedicati alle trasformazioni culturali prodotte dalle tecnologie digitali e dall’intelligenza artificiale. In realtà il libro occupa una posizione più originale e difficilmente classificabile. Il suo autore, l’antropologo franco-svizzero Nicolas Nova (1977-2024), non si limita infatti a interrogarsi sugli effetti sociali delle nuove tecnologie, ma propone una riflessione più ampia sul modo in cui gli esseri umani continuano a immaginare il proprio rapporto con le macchine.
La pubblicazione italiana avviene a oltre un anno dalla morte improvvisa dell’autore, avvenuta il 31 dicembre 2024 durante un’escursione in Oman. Questo elemento biografico non modifica il contenuto del libro, ma inevitabilmente ne cambia la ricezione. Letto oggi, La persistenza del meraviglioso appare come una sorta di testamento intellettuale, nel quale convergono molte delle linee di ricerca che Nova aveva sviluppato negli ultimi anni: l’interesse per le culture digitali, per gli immaginari tecnologici, per il design speculativo, per le forme emergenti di convivenza tra esseri umani e dispositivi tecnici.
Nei mesi successivi alla sua scomparsa, amici, colleghi e collaboratori hanno ricordato Nova non soltanto come uno studioso delle tecnologie, ma soprattutto come un osservatore attento delle anomalie del presente, capace di individuare nei dettagli apparentemente marginali tracce significative di trasformazioni culturali più profonde. È proprio questa sensibilità etnografica che attraversa La persistenza del meraviglioso. Il libro invita infatti a guardare il mondo digitale non soltanto come un insieme di strumenti, infrastrutture o algoritmi, ma come uno spazio popolato da figure, metafore, creature e presenze che rinviano a una storia molto più lunga dell’immaginazione umana.
Più che una recensione del volume, le pagine che seguono riprendono e ampliano alcune riflessioni formulate in occasione dell’uscita dell’edizione italiana (Gugg 2026) e utilizzano questo libro come occasione per interrogarsi su una questione più generale: in che senso il meraviglioso continua ad abitare le società contemporanee? E perché, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, torniamo continuamente a evocare troll, fantasmi, demoni, zombie e altre figure che sembrano provenire da universi simbolici molto più antichi? Attraverso un dialogo tra Nicolas Nova, Jacques Le Goff e Pierre-Olivier Dittmar, proverò a mostrare come il meraviglioso non rappresenti un residuo del passato destinato a scomparire sotto l’avanzare della razionalità tecnica, ma una dimensione persistente dell’esperienza umana, capace di riemergere continuamente in forme nuove.
Nicolas Nova, etnografo delle anomalie
Per comprendere il significato di La persistenza del meraviglioso è utile soffermarsi brevemente sulla figura del suo autore. Nicolas Nova occupava infatti una posizione singolare nel panorama contemporaneo degli studi sulla tecnologia. Antropologo di formazione, docente presso la Haute École d’Art et de Design (HEAD) di Ginevra e cofondatore del Near Future Laboratory insieme a Julian Bleecker, Nova ha costruito nel corso degli anni un percorso di ricerca difficilmente riconducibile ai confini disciplinari tradizionali. Le sue indagini si collocavano all’incrocio tra antropologia, design, culture digitali, studi visuali e futuri possibili, in una costante attenzione verso ciò che emerge ai margini delle grandi narrazioni sul progresso tecnologico.
Colpisce, negli omaggi che amici e colleghi gli hanno dedicato dopo la sua scomparsa, la ricorrenza di alcuni termini: curiosità, osservazione, immaginazione, esplorazione. Pierre-Olivier Dittmar, storico del Medioevo e amico personale di Nova, lo descrive come un ricercatore capace di trasformare la realtà in «un’immensa Wunderkammer», una camera delle meraviglie popolata da oggetti, creature, storie e tracce apparentemente insignificanti, ma in grado di rivelare aspetti profondi del presente. Questa immagine coglie probabilmente uno dei tratti più originali del suo lavoro. Nova appare meno come un teorico sistematico e più come un esploratore intellettuale, dotato di una rara capacità di cogliere gli aspetti marginali della vita contemporanea e trasformarli in oggetti di riflessione. La sua postura ricorda quella dell’etnografo che osserva un mondo familiare come se fosse estraneo, sospendendo l’ovvietà del quotidiano per interrogarsi su ciò che normalmente passa inosservato.
Non è un caso che Dittmar ricordi come Nova fosse stato inizialmente attratto dalle scienze naturali e dai racconti dei grandi esploratori, da Darwin ai naturalisti ottocenteschi, capaci di trovare la meraviglia in una felce sconosciuta, in un lichene o in una farfalla rara. Questa disposizione verso l’osservazione minuta del reale rimase una costante della sua attività intellettuale, anche quando il suo interesse si spostò verso le culture digitali, il design speculativo e l’etnografia del quotidiano. Lo testimonia anche Exercices d’observation, un libro che propone esercizi pratici per imparare a guardare il mondo con maggiore attenzione, seguendo le tracce di antropologi, scrittori, designer e naturalisti.
Non sorprende allora che molte delle sue ricerche siano dedicate a fenomeni marginali o eccentrici: gli oggetti smarriti nelle città, le infrastrutture invisibili della vita digitale, le forme emergenti della mobilità, le relazioni tra esseri umani e dispositivi tecnologici, i paesaggi prodotti dall’Antropocene. In tutti questi casi, l’obiettivo non era descrivere semplicemente una realtà esistente, ma mostrare come essa fosse già attraversata da immaginari, aspettative, paure e proiezioni sul futuro. Come osserva ancora Dittmar, il metodo di Nova consisteva nel rinviare il giudizio morale sugli oggetti controversi del presente per interrogarsi anzitutto su ciò che le persone fanno realmente con essi, sugli usi che ne fanno e sugli affetti che vi investono.
Questa sensibilità emerge con particolare chiarezza in A Bestiary of the Anthropocene (Nova e DISNOVATION.ORG 2023), un’opera illustrata che può essere letta come un antecedente diretto di La persistenza del meraviglioso. Il volume raccoglie una serie di creature ibride generate dall’intreccio tra processi biologici, tecnologici e ambientali: plastiglomerati, aquile addestrate a intercettare droni, robot-cani utilizzati per la sorveglianza, montagne decapitate dall’estrazione mineraria. Come nei bestiari medievali, il catalogo di queste entità non serve soltanto a descrivere il mondo, ma anche a renderlo pensabile. Attraverso la forma del bestiario, Nova suggerisce che il nostro presente è popolato da esseri difficili da classificare, collocati in zone di confine tra naturale e artificiale, vivente e non vivente, umano e non umano. Come ha osservato Latour (1991), la modernità ha costruito il proprio racconto attraverso una continua opera di separazione tra natura e società, umano e non umano, pur moltiplicando incessantemente gli ibridi. Ma questa proliferazione di figure ibride dialoga anche con quelle prospettive che invitano a ripensare le relazioni multispecie e le forme di convivenza tra umani e non umani (Haraway 2016).
È proprio questa attenzione per le forme ibride e per le categorie instabili che conduce direttamente a La persistenza del meraviglioso. Più che interrogarsi sulle tecnologie in quanto tali, Nova sembra interessato alle modalità attraverso cui gli esseri umani attribuiscono significato alle tecnologie, le popolano di presenze, le trasformano in interlocutori e le inseriscono all’interno di universi simbolici che hanno radici molto più antiche della rivoluzione digitale. In questo senso, il suo lavoro appare meno vicino agli studi classici sull’innovazione e più prossimo a una vera e propria antropologia dell’immaginazione contemporanea.
Il meraviglioso come forma di conoscenza
Per comprendere la proposta di Nova è necessario fare un passo indietro e tornare a una delle grandi riflessioni storiche sul meraviglioso: quella sviluppata da Jacques Le Goff. Nelle sue ricerche sull’immaginario medievale, Le Goff (1985) ha mostrato come il merveilleux non costituisse una semplice raccolta di curiosità fantastiche o un repertorio di credenze irrazionali destinate a scomparire con l’avvento della modernità. Al contrario, esso rappresentava una dimensione fondamentale attraverso cui le società medievali interpretavano il mondo e ne organizzavano l’esperienza.
Nel Medioevo europeo, il meraviglioso si manifestava sotto forme molteplici: animali fantastici, popoli mostruosi, reliquie miracolose, apparizioni misteriose, prodigi naturali, esseri ibridi collocati ai confini della geografia conosciuta. Tuttavia, come osserva Le Goff (1985), la funzione di queste figure non era semplicemente quella di suscitare stupore. Esse contribuivano a rendere intelligibile ciò che appariva incerto, lontano, ambiguo o difficilmente classificabile. Il meraviglioso operava dunque come una modalità di conoscenza e di interpretazione del reale, permettendo di integrare l’ignoto all’interno di un ordine simbolico condiviso.
Da questa prospettiva, il meraviglioso non si oppone alla realtà, ma ne costituisce una particolare forma di lettura. Le creature dei bestiari medievali non erano soltanto oggetti di fantasia; erano strumenti attraverso cui pensare il mondo, stabilire confini tra umano e non umano, definire alterità, pericoli, desideri e possibilità. Il mostro, in questo senso, non è semplicemente ciò che è diverso, ma ciò che costringe una società a interrogarsi sui propri criteri di classificazione.
Questa intuizione conserva una sorprendente attualità. Se seguiamo Le Goff (1985), il problema non consiste nel chiederci se le creature meravigliose esistano davvero, ma nel comprendere perché determinate epoche continuino a produrle. In altre parole, il meraviglioso non coincide con uno specifico contenuto culturale, bensì con una funzione simbolica che può assumere forme diverse nel tempo. Le figure cambiano, gli immaginari si trasformano, ma permane la necessità di dare un volto a ciò che appare enigmatico, potente o difficilmente comprensibile.
È proprio qui che il lavoro di Nicolas Nova incontra quello degli storici dell’immaginario medievale. L’ipotesi che attraversa La persistenza del meraviglioso non è infatti che il mondo contemporaneo sia tornato improvvisamente a credere nella magia. Piuttosto, Nova suggerisce che le società digitali continuano a produrre nuove figure del meraviglioso ogni volta che si confrontano con entità opache, pervasive e solo parzialmente comprensibili. Gli algoritmi, le intelligenze artificiali, le reti informatiche e le infrastrutture digitali occupano oggi, almeno in parte, quella stessa zona di ambiguità che in altre epoche veniva abitata da mostri, spiriti, demoni o creature fantastiche.
Prima di arrivare a questo passaggio, tuttavia, è utile soffermarsi brevemente sulla tradizione dei bestiari e sulle riflessioni di alcuni studiosi contemporanei che hanno contribuito a mostrarne la sorprendente attualità.
Se Jacques Le Goff ha contribuito a restituire al meraviglioso medievale la sua dignità storica e culturale, diversi studiosi contemporanei hanno ulteriormente sviluppato questa prospettiva, mostrando come mostri, animali fantastici e figure ibride non siano semplicemente curiosità del passato, ma strumenti attraverso cui le società pensano il mondo e organizzano le proprie categorie interpretative. Tra questi, Pierre-Olivier Dittmar occupa una posizione particolarmente interessante anche per comprendere il lavoro di Nicolas Nova.
Storico e antropologo del Medioevo, Dittmar ha dedicato numerosi studi ai rapporti tra umani e animali, alle immagini, alle forme dell’ibridazione e alle creature liminali che popolano l’immaginario europeo (Dittmar 2024, 2026b). In questa prospettiva, il mostro non rappresenta un’anomalia marginale rispetto all’ordine del mondo; al contrario, svolge una funzione conoscitiva essenziale. È proprio attraverso l’eccezione, la deformazione, l’ambiguità e l’incertezza che una società rende visibili i propri criteri di classificazione e i propri confini simbolici.
Questa attenzione per le figure di confine costituisce uno dei punti di contatto più interessanti con il lavoro di Nicolas Nova. Non sorprende, quindi, che sia stato proprio Dittmar (2026a) a firmare l’introduzione all’edizione italiana di La persistenza del meraviglioso. In quelle pagine egli descrive Nova come uno studioso capace di trasformare «la realtà in un’immensa Wunderkammer», una camera delle meraviglie in cui oggetti ordinari, culture digitali, folklore, paesaggi e innovazioni tecnologiche diventano occasioni per interrogare le modalità attraverso cui il mondo si trasforma senza mai cessare del tutto di assomigliare a sé stesso.
Ciò che accomuna i bestiari medievali e quelli contemporanei non è il contenuto delle creature descritte, ma la loro funzione culturale. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a repertori di esseri che abitano zone di frontiera, mettendo in crisi opposizioni apparentemente solide: naturale e artificiale, umano e animale, vivente e non vivente, soggetto e oggetto. I bestiari non catalogano semplicemente il mondo; rendono pensabili le sue trasformazioni.
Alla luce di questa genealogia, il passaggio compiuto da Nova in La persistenza del meraviglioso appare meno sorprendente di quanto possa sembrare a una prima lettura. I troll, i virus, i daemon, i fantasmi informatici e le altre creature che popolano il suo libro non sono semplici metafore tecnologiche. Essi svolgono una funzione analoga a quella che, in altre epoche, era affidata ai mostri e agli esseri meravigliosi: dare forma a realtà nuove, opache e difficilmente classificabili.
Il digitale, in questa prospettiva, non rappresenta la fine del bestiario. Costituisce piuttosto una delle forme più recenti attraverso cui il meraviglioso continua a riorganizzarsi, adattarsi e persistere all’interno delle società contemporanee.
Il piccolo popolo delle macchine
A questo punto diventa più facile comprendere il progetto intellettuale di La persistenza del meraviglioso. Il sottotitolo originale del volume, Le petit peuple de nos machines, contiene già una parte essenziale della proposta di Nova. L’espressione “piccolo popolo” richiama infatti una lunga tradizione europea di esseri invisibili o semivisibili – folletti, elfi, fate, spiriti domestici – che abitano gli spazi della vita quotidiana senza appartenere pienamente al mondo umano. La provocazione di Nova consiste nel suggerire che qualcosa di analogo continui ad accadere anche oggi, nel cuore delle nostre infrastrutture digitali.
L’autore invita il lettore a osservare con attenzione il linguaggio che utilizziamo quotidianamente quando parliamo di tecnologie informatiche. Molti dei termini più diffusi rinviano infatti a un repertorio sorprendentemente vicino al folklore e all’immaginario fantastico. I troll infestano le piattaforme digitali. I virus si diffondono e si moltiplicano come entità autonome. I daemon lavorano silenziosamente all’interno dei sistemi operativi. Gli zombie continuano ad agire anche dopo la loro “morte”. I fantasmi digitali sopravvivono nei dati lasciati online da persone scomparse. Lontano dall’essere semplici metafore decorative, queste espressioni rivelano qualcosa di significativo sul nostro rapporto con le tecnologie contemporanee.
Nova non sostiene che gli utenti credano letteralmente all’esistenza di queste creature. Il suo interesse è diverso. Ciò che lo colpisce è la persistenza di schemi immaginativi che continuano a emergere ogni volta che gli esseri umani si confrontano con realtà complesse, opache e difficili da controllare. In questo senso, il digitale appare come uno spazio particolarmente fertile per la proliferazione del meraviglioso. Pur essendo costruito attraverso procedure matematiche e logiche rigorose, esso si presenta infatti all’esperienza quotidiana come un ambiente in larga misura invisibile. Gli utenti interagiscono continuamente con processi che non vedono, comprendono solo parzialmente e spesso interpretano attraverso immagini antropomorfe o fantastiche.
Da questo punto di vista, il libro propone una sorta di etnografia dell’immaginario tecnologico contemporaneo. Più che analizzare le macchine in sé, Nova osserva le narrazioni che si sviluppano attorno ad esse: le storie che raccontiamo per spiegare il comportamento degli algoritmi, le metafore che utilizziamo per descrivere l’intelligenza artificiale, le figure che evocano la presenza di forze invisibili all’interno delle reti digitali. Come nei bestiari medievali, ciò che conta non è tanto la realtà delle creature quanto il fatto che esse rendano pensabili fenomeni altrimenti difficili da afferrare.
Questa prospettiva permette anche di superare una contrapposizione spesso ricorrente nei dibattiti sulla tecnologia. Da un lato troviamo infatti le narrazioni entusiastiche che presentano l’innovazione come una forza quasi salvifica; dall’altro le letture apocalittiche che descrivono le macchine come una minaccia imminente per l’umanità. Nova si colloca altrove. Piuttosto che giudicare le tecnologie, egli cerca di comprendere gli immaginari che le accompagnano, mostrando come ogni innovazione produca simultaneamente nuove speranze, nuove paure e nuove figure simboliche.
In questo senso, il “piccolo popolo delle macchine” non rappresenta una semplice sopravvivenza folklorica all’interno del mondo digitale. Esso costituisce piuttosto una manifestazione contemporanea di una tendenza molto più generale: la costante produzione di figure attraverso cui gli esseri umani cercano di dare un volto all’invisibile.
Tra le intuizioni più originali sviluppate da Nova vi è quella delle infra-vies artificielles, espressione che viene tradotta come (infra)vite artificiali. Con essa l’autore cerca di nominare una categoria di entità che sfuggono alle classificazioni tradizionali. Non si tratta di esseri viventi nel senso biologico del termine, ma nemmeno di semplici oggetti inerti. Questa zona intermedia richiama anche quelle prospettive che hanno cercato di riconoscere una forma di agentività distribuita agli oggetti materiali, senza ridurli a semplici strumenti passivi (Bennett 2010).
L’espressione appare particolarmente efficace perché evita sia l’entusiasmo ingenuo verso l’intelligenza artificiale sia il riduzionismo che la considera esclusivamente come un insieme di procedure informatiche. Nova non sostiene che queste entità siano realmente vive. Piuttosto, osserva come esse vengano progressivamente integrate nelle nostre pratiche quotidiane come se possedessero alcune caratteristiche tipiche degli esseri viventi: rispondono, apprendono, ricordano, suggeriscono, simulano emozioni, talvolta sembrano persino prendere iniziative.
Da una prospettiva antropologica, ciò che conta non è stabilire se queste capacità siano autentiche o semplicemente simulate. Più interessante è osservare come gli esseri umani reagiscano a tali simulazioni. In questo senso, il fenomeno non è del tutto nuovo. La storia delle relazioni tra umani e artefatti è costellata di oggetti ai quali sono state attribuite forme più o meno intense di presenza e agentività. Dalle statue animate dell’antichità agli automi del Settecento, fino ai giocattoli elettronici e agli animali robotici contemporanei, gli esseri umani hanno costantemente sperimentato forme di coinvolgimento emotivo con entità artificiali. Come suggerisce Alfred Gell (1998), ciò che conta non è stabilire se tali oggetti possiedano realmente intenzionalità, quanto comprendere come vengano socialmente trattati come agenti capaci di produrre effetti e suscitare relazioni.
L’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale, tuttavia, sembra amplificare enormemente questa dinamica. Chatbot conversazionali, assistenti vocali e sistemi generativi sono progettati precisamente per simulare forme di interazione sociale. In alcuni casi, come mostrano numerose testimonianze recenti, queste interazioni possono assumere una dimensione affettiva significativa. Persone sole confidano segreti a un assistente virtuale, instaurano rapporti di amicizia con un chatbot, attribuiscono personalità a dispositivi domestici o sviluppano legami emotivi con agenti artificiali progettati per offrire compagnia (Gugg 2025b).
Questi fenomeni non devono essere interpretati come semplici anomalie individuali. Essi rivelano piuttosto una caratteristica fondamentale dell’esperienza umana: la tendenza ad attribuire intenzionalità e presenza a ciò che interagisce con noi in modo sufficientemente convincente. Come hanno mostrato studiosi provenienti da ambiti diversi, dall’antropologia cognitiva alla psicologia sociale, gli esseri umani sono particolarmente predisposti a riconoscere agenti anche in situazioni ambigue. Questa disposizione, probabilmente dotata di un importante valore adattativo nel corso dell’evoluzione, continua oggi a operare nei confronti delle tecnologie digitali.
Da questo punto di vista, le (infra)vite artificiali descritte da Nova possono essere interpretate come una nuova popolazione di esseri liminali. Esse non appartengono pienamente né al mondo degli oggetti né a quello dei soggetti. Non sono persone, ma non vengono trattate sempre come semplici cose. Più che collocarsi rigidamente dalla parte degli oggetti, queste entità sembrano confermare come l’attribuzione di agentività costituisca una pratica relazionale e situata (Bennett 2010). Abitano uno spazio intermedio che ricorda, sotto molti aspetti, quello occupato dalle creature meravigliose dei bestiari medievali. Anche queste ultime, infatti, si collocavano spesso lungo confini instabili: tra umano e animale, tra naturale e soprannaturale, tra reale e immaginario.
L’interesse di Nova non consiste dunque nel dimostrare che le macchine siano diventate vive, ma nel mostrare come l’esperienza contemporanea produca continuamente nuove forme di presenza ambigua. Le (infra)vite artificiali non rappresentano una rivoluzione ontologica quanto piuttosto una trasformazione dell’immaginario. Esse costituiscono una delle modalità attraverso cui il meraviglioso continua a riapparire all’interno di società che amano descriversi come completamente razionali e disincantate.
Reincanto o trasformazione dell’immaginario?
A questo punto emerge una questione inevitabile. Come interpretare la persistenza di queste figure nel mondo contemporaneo? Siamo davvero di fronte a una forma di reincanto del mondo, come spesso si sostiene nei dibattiti sulle tecnologie digitali e sull’intelligenza artificiale? Oppure il meraviglioso non se n’è mai andato davvero?
La nozione di “disincanto del mondo” (Entzauberung), resa celebre da Max Weber (1919), continua a esercitare una notevole influenza nelle scienze sociali. Secondo questa prospettiva, la modernità sarebbe caratterizzata da un progressivo arretramento della magia, del mito e delle spiegazioni soprannaturali a favore della razionalizzazione scientifica e burocratica. Il mondo moderno apparirebbe dunque come uno spazio sempre più prevedibile, calcolabile e governabile.
Eppure, numerosi studiosi hanno mostrato come questa narrazione sia probabilmente più complessa di quanto sembri. Già Bruno Latour (1991) osservava provocatoriamente che «non siamo mai stati moderni», suggerendo che la separazione netta tra razionalità e immaginazione, natura e cultura, soggetti e oggetti costituisca soprattutto una rappresentazione ideologica della modernità piuttosto che una sua descrizione fedele. Anche Marcel Gauchet (1985), pur parlando di disincanto, sottolineava come esso non comportasse la semplice scomparsa del religioso o del simbolico, ma piuttosto la loro trasformazione e ridefinizione.
La lettura proposta da Nova sembra collocarsi precisamente in questa direzione. Il suo libro non suggerisce che il digitale abbia riportato in vita antiche credenze ormai dimenticate. Piuttosto, mostra come gli esseri umani continuino a produrre immagini, metafore e figure meravigliose ogni volta che si confrontano con fenomeni che eccedono la loro comprensione immediata. Le tecnologie digitali costituiscono oggi uno dei principali luoghi di questa produzione simbolica, non perché siano magiche, ma perché sono sufficientemente complesse, pervasive e invisibili da sollecitare continuamente il lavoro dell’immaginazione.
In questo senso, parlare di “ritorno” del meraviglioso potrebbe risultare fuorviante. La formula lascia infatti intendere che il meraviglioso fosse davvero scomparso per un certo periodo storico, per poi riapparire improvvisamente nell’epoca digitale. Una prospettiva antropologica suggerisce invece una lettura diversa. Il meraviglioso non sembra comportarsi come una specie estinta che ricompare dopo secoli di assenza. Assomiglia piuttosto a una corrente sotterranea che continua a scorrere sotto forme differenti, adattandosi ai mutamenti culturali, tecnologici e sociali.
È significativo che Pierre-Olivier Dittmar, nell’introduzione all’edizione italiana del volume, presenti La persistenza del meraviglioso come un «salubre antidoto al presunto disincanto moderno» (Dittmar 2026a). L’espressione è particolarmente efficace perché sposta l’attenzione dalla questione del ritorno a quella della continuità. Il problema non è stabilire se il meraviglioso sia ricomparso, ma interrogarsi sulla misura in cui sia davvero scomparso. Come osserva ancora Dittmar a proposito dell’opera di Nova, ciò che sembra interessarlo non è né il contemporaneo né il futuro in quanto tali, bensì «le modalità secondo cui il mondo si trasforma e persiste all’infinito» (Dittmar 2026a). È difficile immaginare una sintesi migliore del progetto intellettuale che attraversa questo libro.
Le figure cambiano, ma la funzione rimane sorprendentemente stabile. I mostri che popolavano le mappe medievali segnalavano territori ignoti; oggi algoritmi opachi e intelligenze artificiali occupano, almeno simbolicamente, una posizione analoga. Gli spiriti e i demoni fornivano spiegazioni per eventi difficili da comprendere; oggi molte persone parlano degli algoritmi come se possedessero intenzioni, volontà e capacità decisionali autonome. Le creature fantastiche rendevano visibile l’invisibile; le metafore che utilizziamo per descrivere il mondo digitale svolgono spesso una funzione simile.
Da questo punto di vista, la forza del libro di Nova consiste forse proprio nel suggerire che il meraviglioso non rappresenta il contrario della razionalità. Esso costituisce piuttosto una risorsa culturale attraverso cui gli esseri umani cercano di orientarsi in contesti caratterizzati da incertezza, complessità e opacità. Le società contemporanee non sono meno simboliche di quelle medievali. Producono semplicemente creature diverse.
È probabilmente in questa continuità profonda, più che nell’idea di un improvviso reincanto, che si colloca la vera persistenza del meraviglioso.
Chatbot, automi e nuove forme di presenza
Le riflessioni di Nova risultano particolarmente illuminanti quando vengono messe a confronto con alcune esperienze sempre più diffuse nel mondo contemporaneo. Se il meraviglioso continua a sopravvivere nelle società digitali, esso non si manifesta soltanto attraverso metafore linguistiche o figure immaginarie. Sempre più spesso prende forma in relazioni concrete che gli esseri umani instaurano con entità artificiali.
Da questo punto di vista, la crescente diffusione dei chatbot conversazionali rappresenta uno dei fenomeni più significativi degli ultimi anni. Sistemi progettati per simulare il dialogo umano vengono utilizzati quotidianamente non solo per ottenere informazioni, ma anche per confidarsi, chiedere consigli, condividere emozioni o semplicemente conversare. In alcuni casi, tali interazioni assumono una dimensione affettiva particolarmente intensa. Sono ormai numerose le testimonianze di persone che sviluppano rapporti di amicizia, compagnia o persino amore nei confronti di agenti artificiali progettati per adattarsi ai loro bisogni emotivi.
A ben vedere, però, queste dinamiche non costituiscono una novità assoluta. La storia umana è ricca di oggetti ai quali sono state attribuite forme più o meno esplicite di presenza. Dalle statue animate dell’antichità agli automi settecenteschi, fino ai giocattoli elettronici contemporanei, gli esseri umani hanno spesso investito artefatti materiali di aspettative, emozioni e relazioni. L’anatra meccanica di Jacques de Vaucanson, il celebre Turco scacchista di Wolfgang von Kempelen, i Tamagotchi degli anni Novanta o i cani robot AIBO della Sony appartengono, pur nelle loro profonde differenze, a una stessa genealogia culturale.
Particolarmente eloquente è il caso giapponese dei funerali celebrati per alcuni esemplari fuori uso di AIBO. Quando questi dispositivi cessavano di funzionare, numerosi proprietari sceglievano di affidarne le spoglie a cerimonie religiose officiate da monaci buddhisti. Al di là dell’aneddoto, ciò che emerge è la difficoltà di considerare tali oggetti come semplici macchine. Dopo anni di interazione quotidiana, essi avevano acquisito una forma di presenza sociale che rendeva necessario elaborarne simbolicamente la perdita.
Anche la cultura popolare contemporanea sembra interrogarsi continuamente su questi temi. Nel film Her (2013) di Spike Jonze, il protagonista sviluppa una relazione amorosa con un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale. Nell’episodio Be Right Back della serie Black Mirror, una donna in lutto utilizza una piattaforma capace di ricostruire digitalmente la personalità del compagno scomparso a partire dalle sue tracce online. Entrambe le opere mettono in scena una domanda che appare sempre meno fantascientifica: cosa accade quando una simulazione diventa sufficientemente convincente da essere percepita come una presenza?
Le (infra)vie artificiali descritte da Nova trovano qui una delle loro manifestazioni più evidenti. Non si tratta semplicemente di macchine sofisticate, ma di entità che entrano nelle reti di relazioni, aspettative e affetti degli esseri umani. Esse non sostituiscono le persone, ma ne occupano talvolta alcune funzioni simboliche. Diventano interlocutori, confidenti, compagni, assistenti o persino oggetti di attaccamento emotivo.
È forse proprio in questi casi che la persistenza del meraviglioso appare con maggiore chiarezza. Il mito non scompare sotto l’avanzare della tecnologia; cambia supporto materiale. Le antiche figure che popolavano racconti, leggende e fiabe cedono il posto a chatbot, avatar e agenti artificiali. Tuttavia, la domanda di fondo rimane sorprendentemente simile: come relazionarsi con presenze che sembrano partecipare alla nostra vita senza appartenere pienamente al mondo umano?
A prima vista, La persistenza del meraviglioso potrebbe sembrare un libro sulle tecnologie digitali. A una lettura più attenta, però, appare evidente che il suo oggetto principale è un altro. Ciò che interessa davvero a Nicolas Nova non sono le macchine in sé, ma il modo in cui gli esseri umani continuano a costruire significati attorno alle macchine, popolandole di figure, presenze e immaginari che affondano le proprie radici in una storia culturale molto più antica della rivoluzione digitale.
In questo senso, il libro si colloca all’interno di una tradizione di studi che da Jacques Le Goff a Pierre-Olivier Dittmar ha mostrato come il meraviglioso non rappresenti una semplice parentesi nella storia della razionalità occidentale. Mostri, spiriti, creature ibride e figure liminali non sono residui folklorici destinati a scomparire sotto l’avanzare della conoscenza scientifica. Essi costituiscono piuttosto modalità attraverso cui le società affrontano ciò che appare ambiguo, incerto o difficilmente classificabile.
Il contributo di Nova consiste nell’aver riconosciuto che le tecnologie digitali sono diventate uno dei principali luoghi contemporanei di questa produzione simbolica. Non perché gli algoritmi siano realmente magici o perché l’intelligenza artificiale abbia riportato in vita antiche credenze, ma perché il rapporto con queste tecnologie continua a mobilitare gli stessi processi immaginativi che, in altre epoche, popolavano il mondo di demoni, spiriti, mostri e creature meravigliose. Le figure cambiano; la funzione culturale rimane sorprendentemente simile.
Da questo punto di vista, il meraviglioso non appare come l’opposto della modernità, ma come una sua componente permanente. Le società contemporanee continuano a produrre racconti, metafore e forme di agentività simbolica per orientarsi in un mondo caratterizzato da crescente complessità. Io stesso ho cercato di mostrare come questi processi immaginativi operino anche nella costruzione simbolica di figure contemporanee quali Elon Musk e Donald Trump, presentati alternativamente come salvatori, demoni o protagonisti di narrazioni quasi mitologiche (Gugg 2025a). La razionalizzazione non elimina necessariamente l’immaginazione; spesso la costringe semplicemente a trovare nuovi linguaggi e nuovi supporti materiali.
Forse è proprio questa una delle lezioni più preziose che l’antropologia può offrire ai dibattiti contemporanei sull’intelligenza artificiale. Le domande più importanti non riguardano soltanto ciò che le macchine sono o ciò che saranno capaci di fare. Riguardano anche ciò che gli esseri umani vedono nelle macchine, le aspettative che vi proiettano, le paure che vi depositano e le narrazioni attraverso cui cercano di renderle comprensibili.
Riletto oggi, dopo la morte improvvisa del suo autore, La persistenza del meraviglioso appare dunque come qualcosa di più di un saggio sulle culture digitali. È un invito a osservare il presente con uno sguardo etnografico capace di cogliere le anomalie, le ambiguità e le forme inattese dell’immaginazione contemporanea. Dittmar ricorda come Nova fosse capace di trasformare la realtà in una sorta di immensa Wunderkammer, una camera delle meraviglie nella quale gli oggetti più ordinari rivelano connessioni inattese e interrogativi profondi. Forse è proprio questa la lezione che il libro ci consegna. Le creature del meraviglioso continuano a vivere accanto a noi. Non abitano più le foreste, i deserti o i margini delle mappe medievali. Oggi si nascondono nelle reti, negli algoritmi, nei chatbot e nelle infrastrutture digitali che accompagnano la nostra vita quotidiana. Per riconoscerle, tuttavia, serve ancora quella particolare forma di attenzione che Nova ha praticato per tutta la vita: la capacità di guardare l’ordinario come se fosse improvvisamente diventato straordinario.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Nova, Nicolas, 2026, La persistenza del meraviglioso. Troll, daemon e altre creature che abitano il mondo digitale, Torino, add editore.
Nova, Nicolas e DISNOVATION.ORG, 2023, A Bestiary of the Anthropocene, Eindhoven, Set Margins’.
Weber, Max, 1919, Wissenschaft als Beruf, München-Leipzig, Duncker & Humblot.
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Giovanni Gugg, dottore di ricerca in Antropologia culturale è stato assegnista di ricerca presso il LESC (Laboratoire d’Ethnologie et de Sociologie Comparative) dell’Université Paris-Nanterre e del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) ed è docente a contratto di Antropologia urbana presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli. Attualmente è scientific advisor per la Fondazione ISSNOVA (Institute for Sustainable Society and Innovation) e membro del consiglio di amministrazione del CMEA (Centro Meridionale di Educazione Ambientale). I suoi studi riguardano il rapporto tra le comunità umane e il loro ambiente, soprattutto quando si tratta di territori a rischio, e la relazione tra umani e animali, con particolare attenzione al contesto giuridico e giudiziario. Ha recentemente pubblicato per le edizioni del Museo Pasqualino il volume: Crisi e riti della contemporaneità. Antropologia ed emergenze sanitarie, belliche e climatiche.
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