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Ciò che lasciamo, ciò che non vediamo: i rifiuti in Sicilia

9798389810327_p0_v2_s1200x630di Giuseppe Sorce

Quante volte l’avete sentito dire, per quanto si possa fuggire lontano da un luogo, i tuoi problemi fuggiranno con te. Te li porterai appresso. Non è fuggire dai problemi ciò che li risolve. Ma, in questo come in altri casi, è vero anche il contrario. Fuggire alle volte è l’unica scelta che abbiamo. Sempre troppo poco si pensa che il luogo, in senso culturale oltre che meramente geografico, in cui viviamo è il principale fattore di molti malesseri, soprattutto sul piano esistenziale. Quante volte ci sentiamo frustrati, apatici, depressi, oppure sopraffatti, stressati, braccati.

Spesso sono sensazioni e stati d’animo che l’ambiente in cui viviamo determina e che senza un cambio di quell’ambiente diventa dieci volte più difficile superare. Ma è vero anche il contrario, dicevamo.

Ci sono spettri che una volta che ci abitano non smettono più. Spettri che sì, arrivano dal luogo in cui si è nati e cresciuti ma che poi ci inseguono per sempre, un conto perenne aperto con ciò e con il dove eravamo, non per nostra scelta. Chi nasce e cresce in Sicilia lo sa. Chi nasce e cresce a Palermo lo sa bene, molto bene.

«Quando la fiumana di gente passa e si dissolve in migliaia di rivoli che corrono verso case sconosciute, ciò che rimane per le strade della città di Palermo è la consueta scia di carte e bottiglie vuote abbandonate come simbolo e testimonianza di un’umanità che si è mondata d’ogni peccato meno che d’uno: quello imperdonabile d’essere al mondo».

Così Tommaso India nel suo Rifiuti (2023, Amazon), sono scene del festino della Santuzza, ma credo che chi ci sia stato l’abbia capito subito. C’è in queste righe tutto il senso della Storia e del Tempo che come uno spettro abita Palermo e la sua gente. C’è tutto un sentimento dell’esistenza come un atto violento addolcito da una lenta ciclicità. È qualcosa che ritorna sempre diversa ma sempre uguale, come se la città fosse un’entità a sé rispetto a chi la abita ma che allo stesso tempo chi la abita fosse un’emanazione di sé stessa che si rincarna nelle generazioni. Un malinconico istinto di sopravvivenza che porta la città e il suo popolo da un angolo all’altro del globo senza dargli scampo. 

Palermo

Palermo

È interessante proprio per questo il lavoro di India, un romanzo-parabola che racconta metaforicamente di come l’insondabile essere palermitani può condurre al «peccato imperdonabile di essere al mondo». L’emigrazione, la nostalgia, l’integrità e la condanna, la vita sociale come eterna e delicata lotta a non farsi mettere i piedi in testa, la disperazione e la gioia, l’autenticità che c’è nel marcio e le bugie dietro ciò che appare luminoso.

Seppur l’opera sia di fantasia, la verosimiglianza delle vicende, dei dialoghi, delle scene, è qualcosa da cui un lettore, soprattutto se concittadino dell’autore, difficilmente riuscirà a prendere le distanze. Se forse alle volte la qualità dei dialoghi pende troppo verso un eccessivo realismo che sacrifica una certa chiarezza nella rappresentazione delle dinamiche sottili fra i personaggi, le loro espressioni e reazioni, altre invece l’esigenza di usare soprannomi e modi di dire proprio li rende macchinosi.

Catania

Catania

Ma, si sa, non è affatto semplice ricostruire scene di questo tipo perché la quantità di non detti, taciti riferimenti, certi codici di gesti ed espressioni, può risultare intraducibile a parole se si vuole mantenere un taglio quasi neorealista.

È interessante la scelta, forse di ispirazione biografica, di fare del protagonista un professore a contratto emigrato al nord che sceglie di lavorare in azienda e ritornare al sud tramite questa. È quella più umana, in tutti i sensi, la voce del protagonista, rivela una fase forse, una tipologia, un’espressione di un’esistenza che un po’ tutti conosciamo o abbiamo conosciuto nella nostra vita. I paesaggi, le storie degli altri personaggi, gli antagonisti apparenti, fanno parte di ciò che è quel mondo incontrovertibile, crudo, sprezzante, che sonnecchia nell’orizzonte del tempo, quel mondo siciliano che è talmente radicato nelle anime e nei luoghi che pare esserne parte fondativa, peculiare, inscindibile. È uno tessuto geo-antropologico in cui alla fine anche il protagonista finisce per perdere la propria individualità.

Palermo

Palermo

Non c’è antropologia senza geografia e la geografia degli spazi industriali, gli agglomerati immersi nel niente, la vita comunitaria degli operai dell’azienda dopo il trasferimento, il caldo torrido, la solitudine, lo spaesamento, i magazzini, costituiscono un mondo senza soluzione di continuità dove l’arsura della terra è l’arsura delle coscienze.

Ai paesaggi, alle storie di questi personaggi, così iconici e familiari, si uniscono delle riflessioni amare del protagonista in cui l’autore ci proietta nella verticale drammaticità dell’esistenza di un siciliano/palermitano che mai è stato veramente libero da tale eredità culturale. L’abitudine, il senso di colpa, il riscatto senza pietà, la perenne subalternità, speranza e rassegnazione. Forse per un lettore di un altro spazio e un altro tempo, Rifiuti potrebbe essere una storia ambientata in un futuro distopico o in una tetra ucronia nel passato. E invece no.

E poi, ciò che dà il titolo al lavoro: i rifiuti. Questi sono un soggetto più che un oggetto. E lo sono nel romanzo come nelle vite dei siciliani. È la prima cosa che qualsiasi palermitano tipicamente nota quando si trova all’estero, “le strade sono pulite”, è un cliché lo so, ma è la verità. Ne notiamo l’assenza.

Palermo

Palermo

Dietro i rifiuti, dietro la “munnizza”, si può costruire un paradigma antropocenico. Non c’è altrove, come non c’è escapismo che tenga, al problema antropocenico così come ai rifiuti.

Se il problema, soprattutto per i rifiuti chimici, radioattivi ecc., è globale, al sud Italia diventa anche sinonimo di corruzione e autolesionismo ambientale. Lo sappiamo tutti, lo vediamo, siamo i primi a voltarci dall’altra parte. È per questo che la storia di Tommaso India è così nuova senza esserlo, perché non c’è vergogna nel protagonista, non c’è un senso etico-morale che, chissà da dove, lo salva e ci salva. Potrebbe essere autofiction, potrebbe essere una parabola dark, potrebbe essere un semplice romanzo breve. È tutto questo ma è anche un resoconto amaro, a tratti dolce, di un mondo, una realtà, umana, troppo umana, nel cuore, nelle teste e nei corpi dei nostri luoghi.

Mostro una foto di una spiaggia della mia città qui mentre sono all’estero “che bello! Luccica tutta la spiaggia! Come mai?” – “quella è tutta plastica, sono tutti rifiuti quelli che vedi”. 

Dialoghi Mediterranei, n. 63, settembre 2023

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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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