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Ancora guerre di religione

http://www.dreamstime.com/stock-image-world-religion-symbols-image8129331  di Marcello Vigli

Solo qualche decennio fa era opinione comune che l’irrilevanza culturale e politica delle religioni, proclamata dall’Illuminismo e confermata nei secoli successivi, fosse incontrovertibile. Nella migliore delle ipotesi le classi dirigenti dei Paesi, che contavano, le consideravano strumenti di controllo sociale o di azione politica con le cui gerarchie valeva la pena stringere Patti e Concordati. Stalin per sostenere la guerra patriottica contro il nazismo blandì quelle ortodosse e il governo Usa affidò a quelle cattoliche una funzione di supporto nella lotta anticomunista nell’Italia uscita  moralmente devastata dalla guerra fascista. Anche gli ebrei per ottenere il riconoscimento di un loro Stato lo rivendicarono in nome delle violenze subite e della loro identità etnica e non dell’essere il popolo della Bibbia. Il riferimento al socialismo e al nazionalismo e non al Corano negli anni sessanta del secolo scorso guidò le avanguardie arabe nella costituzione delle nuove repubbliche nei Paesi abbandonati dai colonizzatori europei dalla Siria all’Algeria. Solo in India musulmani e induisti non raccolsero l’eredità gandiana dando vita a tre diversi Stati dopo la fine dalla dominazione inglese.

Oggi una battuta del papa sulle responsabilità turche nell’eccidio degli armeni di un secolo fa – da lui definito genocidio – ha messo in fibrillazione le cancellerie europee preoccupate per le reazioni di Erdogan, che ne ha fatto motivo per rinfocolare l’ostilità fra cristiani e musulmani. Su un gommone di africani disperati ansiosi di sbarcare in Europa una rissa si è conclusa con dodici nigeriani cristiani gettati in mare perché pregavano un Dio che non si chiama Allah. La lotta per il potere nello Yemen diventa un episodio dell’antico conflitto fra sunniti e sciiti. Potremmo continuare riflettendo sulla rivendicazione dell’identità islamica del rinato Califfato in Medio Oriente, sulla progressiva confessionalizzazione dello Stato d’Israele, sulle stragi di cristiani in diversi Paesi dell’Africa, sul peso politico del fondamentalismo cristiano negli Stati Uniti d’America.

A livello planetario la religione è tornata a “contare” nelle società come fondamento di identità sociale e nazionale oltre che come strumento di condizionamento politico. Non può esserne considerata causa solo il vuoto creato dalla crisi delle ideologie, che per tutto il Novecento hanno dato identità ai popoli e, per la seconda metà del secolo, supportato la divisione del mondo in due blocchi.

FOTO1Sulla natura delle religioni e sulla loro funzione interpretativa si è detto e scritto molto anche nel nostro tempo, non altrettanto sulla funzione di identificazione ideale e sulla capacità, che hanno recuperato oggi, di coesistere con le innovazioni tecnologiche nel mondo della divulgazione che ne stanno stravolgendo le forme tradizionali. Anche nella comunicazione informatica, infatti, vivace è la presenza in diverse forme delle religioni. Né si può considerare solo frutto dell’impegno degli addetti ai lavori, perché spesso è promossa da iniziative spontanee. È pur vero che non conseguono la piena osservanza dei loro precetti nei comportamenti individuali dei fedeli, ma resta alto il loro coinvolgimento a livello di massa  nelle comunità israelitiche, nei Paesi musulmani, nell’India secolarizzata, ma anche nei Paesi cosiddetti cristiani, favorito dall’attenzione che, più o meno strumentalmente, riservano loro i media per rispondere, in verità, ad una domanda realmente presente nelle società. Tale presenza ha perso molti dei caratteri tradizionali, dalle dispute teologiche alle liturgie sclerotizzate, dalla precettistica minuziosa agli opprimenti sensi di colpa, e si esprime in forme spesso irrituali e personalizzate.

Nei Paesi cristiani le chiese, normalmente poco frequentate, si affollano in occasione di festività ormai secolarizzate o in particolari circostanze, per funerali e matrimoni, alla stregua  delle strutture di commiato nei cimiteri o delle sale comunali riservate alle cerimonie nuziali. La scelta  infatti, fra rito religioso o civile non è più vissuta come alternativa radicale. In Italia, in particolare, la conflittualità sui valori non negoziabili, di ruiniana memoria, è molto più espressione di contrapposizione fra innovatori e tradizionalisti, che fra cattolici e non.

FOTO2Il crociano “non possiamo non dirci cristiani” non si sostanzia di identità culturale, ma si nutre di motivazioni religiose a testimoniare la riabilitazione della religione, pur in concomitanza con la sua secolarizzazione. La religione, infatti, nel suo tornare ad essere fenomeno di massa, si è in gran parte de-clericalizzata perdendo la sua carica di radicale contrapposizione alla laicità per assumere la funzione identitaria per popoli e nazioni. Non c’è quindi da meravigliarsi se oggi molti conflitti etnico-politici assumono sempre più spesso il carattere di guerre di religione.

Dialoghi Mediterranei, n.13, maggio 2015

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Marcello Vigli, partigiano nella guerra di Resistenza, già dirigente dell’Azione Cattolica, fondatore e animatore delle Comunità cristiane di base, è autore di diversi saggi sulla laicità delle istituzioni e i rapporti tra Stato e Chiesa nonché sulla scuola pubblica e l’insegnamento della religione. La sua ultima opera s’intitola: Coltivare speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile (2009).

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