di Massimo Minglino
Esistono bellezze che attraversano la nostra vita come un lampo: il tramonto che dura pochi minuti, il sorriso di una persona amata, il profumo dei fiori in primavera, il rumore del mare in una sera d’estate.
Sono bellezze vive, mutevoli, destinate a trasformarsi e, proprio per questo, preziose.
Esiste però un’altra forma di bellezza, diversa e forse ancora più misteriosa: una bellezza che sembra sottratta al tempo, che non cambia con il passare delle stagioni e resiste al nostro sguardo. È la bellezza delle statue, espressione alta capace di vincere l’effimero.
Di fronte a una statua, il tempo sembra restare sospeso. La pietra non respira, il marmo non invecchia come la carne, eppure in quel silenzio si percepisce una vita più profonda, una vita che appartiene all’arte e allo spirito.
Ogni volta che mi trovo davanti a una statua provo questa sensazione: so che essa è priva di movimento, eppure mi sembra viva. So che è fredda al tatto, eppure riesce a trasmettere emozioni calde e profonde. È come se lo scultore fosse riuscito a fermare un istante dell’esistenza, rendendolo eterno.
La pietra diventa memoria, il marmo diventa pensiero, il bronzo diventa sentimento. È questa apparente contraddizione a rendere la scultura una delle forme artistiche più affascinanti.
Già gli antichi Greci avevano intuito che la bellezza non fosse soltanto una qualità estetica, ma anche un valore morale e spirituale. Dostoevskij ha scritto che “la bellezza salverà il mondo”. Questa celebre affermazione non va intesa come un semplice elogio dell’estetica, ma come il riconoscimento della capacità della bellezza di elevare l’uomo, di ricordargli ciò che è autentico e universale.
Una statua non cambia il corso della storia, ma può cambiare lo sguardo di chi la osserva, invitandolo alla riflessione e alla contemplazione.
Numerosi studi mostrano che la contemplazione di opere d’arte accende aree cerebrali legate al piacere, all’empatia e alla riflessione. Davanti a una scultura il nostro sguardo rallenta.
In un mondo dominato dalla velocità, dagli schermi e dalle immagini che scorrono senza sosta, una statua ci costringe a fermarci. È un invito alla contemplazione, una pausa che restituisce profondità ai nostri pensieri.
La bellezza delle statue possiede anche una dimensione simbolica. Molti monumenti ricordano uomini e donne che hanno cambiato la storia, altri celebrano valori universali come la libertà, la giustizia, il sacrificio e la pace. In questi casi la scultura non rappresenta soltanto un corpo, ma un’idea.
Ciò che più mi affascina delle statue è il loro silenzio. Esse non parlano eppure raccontano. Non si muovono eppure sembrano vivere. Rimangono immobili mentre intorno tutto cambia: le città si trasformano, gli uomini nascono e muoiono, le mode passano, le civiltà si evolvono.
Esse continuano a osservare il mondo con la stessa calma con cui furono scolpite secoli fa. Forse proprio per questo suscitano un senso di rispetto quasi religioso. La loro immobilità non è assenza di vita, ma presenza costante.
Per questo considero la bellezza delle statue una “bellezza immobile”. Non perché sia priva di vita, ma perché possiede una stabilità che il mondo contemporaneo sembra aver smarrito.
La loro immobilità diventa una metafora della permanenza dei valori autentici: la ricerca della verità, il desiderio di armonia, la memoria del passato e la capacità dell’uomo di creare qualcosa destinato a sopravvivergli.
In fondo, la vera bellezza non coincide semplicemente con ciò che appare gradevole agli occhi. È quella che continua a parlare alla nostra anima anche dopo che abbiamo distolto lo sguardo.
Una statua rimane immobile davanti a noi, ma il pensiero che suscita continua a muoversi dentro di noi. Ed è forse proprio questa la forma più alta della bellezza: quella che non ha bisogno di cambiare per continuare a emozionare, quella che attraversa i secoli senza perdere il proprio significato, quella che nel silenzio riesce ancora a raccontare l’infinita grandezza dell’essere umano.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Massimo Minglino, laureato in Architettura presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi sul Museo della Fotografia della Città di Palermo, svolge attività professionale a Caltanissetta, associando alla libera professione la passione per l’arte fotografica, che sovente utilizza per lo studio della città e dell’architettura in genere. Approfondisce la ricerca personale per il reportage e il racconto fotografico, attraverso lo studio di testi inerenti la fotografia e partecipando ad incontri, workshop e mostre personali e collettive.
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