Che cosa succede a Hormuz?
L’irresponsabile guerra avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – l’ultimo di una serie di atti dagli esiti imprevedibili e potenzialmente disastrosi su scala locale e globale – sta mettendo l’opinione pubblica di fronte all’importanza strategica delle vie d’acqua. Per quanto infatti ci si affanni a rappresentare la contemporaneità come l’ambiente smart dell’immateriale e del digitale, ovvero come lo spazio della comunicazione informatizzata che abbatte limiti e distanze, un sistema economico-morale legato mani e piedi, pena la sua fine nel breve periodo, ai combustibili fossili ha necessariamente bisogno di concretezza e consistenza, ovvero di infrastrutture, per poter funzionare adeguatamente: strade sicure, rotte marine aperte, nodi, porti e scali efficienti.
Il fossile, d’altra parte, non è solo il combustibile principe della modernità, l’elemento che ha consentito lo straordinario sviluppo industriale avviatosi dal XVIII secolo in Europa e poi irradiatosi a tutto il resto del mondo. Come ha scritto efficacemente Mauro Van Aken (2024: 253), esso è anche «il combustibile di un apparato simbolico, di un modello cosmologico e di una specifica idea di umano contrapposto al campo/dispositivo della natura». Il fossile ha cioè contribuito a strutturare a tal punto i nostri universi materiali e simbolici, nonché i modelli di società (liberali e capitalistiche) dell’Occidente, da aver praticamente occupato tutto il nostro immaginario, ormai quasi del tutto incapace di guardare oltre il suo orizzonte. Come recita il celebre aforisma di volta in volta attribuito a Fredric Jameson, a Slavoj Žižek o a Marc Fisher, del resto, sembra proprio «più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo».
Forse è per questo, chi lo sa?, che gran parte dell’opinione pubblica (soprattutto europea, quella più direttamente colpita dai contraccolpi economici a medio e lungo termine di questo ultimo conflitto) ha cominciato ad interessarsi seriamente a quest’ultima escalation solo dopo che il regime iraniano ha risposto ai bombardamenti decisi da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, troppo sicuri del proprio apparato bellico e adusi ormai a calpestare senza vergogna il Diritto Internazionale e le regole (scritte e non scritte) della diplomazia, nell’unico modo possibile alle sue forze: il blocco dello stretto di Hormuz, la paralisi dello scambio di combustibile, lo spettro della crisi energetica internazionale.
Questo piccolo braccio di mare, largo appena 39 km e lungo 60, che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran e che mette in comunicazione il golfo di Oman con il golfo Persico, è infatti un crocicchio decisivo per il commercio mondiale, incluso quello dei carburanti. Da qui, prima dell’avvio del conflitto, si stima che venti milioni di barili di petrolio (circa il 20 per cento del traffico globale) percorressero ogni giorno una sterminata via d’acqua che da una parte conduce a oriente, ovvero ai Paesi dell’Oceano Indiano, e che dall’altra porta a occidente, attraverso lo stretto di Bāb el-Mandeb sul Mar Rosso e il Canale di Suez in Egitto, fino a raggiungere il mar Mediterraneo e gli Stati che vi si bagnano.
Ecco allora che, mentre pensiamo con crescente apprensione alle scorte di gas in esaurimento, ai programmi di razionamento energetico di cui si comincia timidamente a parlare anche nei talk show televisivi del primo pomeriggio, agli aerei a terra e alle vacanze a rischio, al conto salatissimo di ogni rifornimento di benzina – il tutto, è bene non dimenticarlo mai, mentre non troppo lontano da noi, a Teheran, a Beirut, a Gaza, in Cisgiordania, i civili muoiono come mosche o vengono sfollati a centinaia di migliaia – il mare torna a fare capolino nei nostri discorsi e nelle nostre analisi, e non per disquisire del blu cobalto dei suoi fondali.
Il mare, un «crocevia di paradossi», lo definiva Antonino Buttitta (2008: 411), che fa paura e affascina allo stesso tempo, che unisce e insieme divide, che genera incontri e scontri. Il mare, una struttura liquida, ci sbatte così in faccia l’interdipendenza su cui storicamente si fondano le società, non solo dal punto di vista economico o geopolitico, come quest’ultima emergenza sta chiaramente mostrando, bensì culturale, cioè al livello di quel tessuto connettivo che dà forma all’universo materiale e simbolico di ogni comunità e che allo stesso tempo media l’inevitabile confronto con l’alterità che sta dall’altra parte.
È appena il caso di ribadire, ovviamente, che proprio per questa serie di motivi buona parte dello sforzo di pattugliamento e controllo degli spazi sullo scacchiere internazionale si giochi oggi sull’acqua o sul piano insulare: a Hormuz, sul Mediterraneo e ovunque si renda necessario rendere ben visibili e invalicabili barriere o rivendicare un diritto esclusivo.
Da questo punto di vista, non appare dunque casuale che, mentre una certa postura reazionaria transnazionale (politica, intellettuale, religiosa) lavori alacremente per presidiare confini sempre più militarizzati, ovvero considerati alla stregua di eterni elementi naturali da difendere con le unghie e con i denti, lo sguardo delle scienze umane e sociali (su tutte l’antropologia, la storiografia e la geografia culturale) si sforzi di affinare strumenti analitici meno tellurici e più talassocentrici. In altre parole, non pare casuale che un approccio alla realtà che si sforzi di restituirne la ricchezza e la mutevolezza individui sempre più spesso nel mare, piuttosto che nelle terre che lo circondano, il centro cangiante e culturalmente orientato dei processi storici di costruzione/invenzione dell’identità (e della diversità) nello spazio e nel tempo.
A Hormuz, insomma, non sono ferme solo navi cariche di merci e risorse essenziali, né sono in ballo interessi meramente strategici. Un’autentica soluzione della crisi dovrebbe passare da questa consapevolezza.
Che cosa succede nel Mediterraneo?
In questi giorni ho letto un libro molto interessante, che è poi il motivo per cui adesso sto scrivendo queste righe. Si chiama Il Mediterraneo e l’antropologia. Storie, temi, prospettive, lo hanno curato Paola Sacchi e Pier Paolo Viazzo ed è uscito per i tipi di Carocci in questo primo scorcio di 2026. Al centro, come si può facilmente intuire dal titolo, ci sono due cose: da una parte un bacino, il Mediterraneo, le cui opposte rive, ha scritto qualche anno fa lo storico britannico David Abulafia (2011: 613), «sono abbastanza vicine da agevolare i contatti, ma abbastanza lontane da consentire lo sviluppo di società con caratteri diversi, influenzate dall’entroterra non meno che dalla loro interrelazione»; dall’altra i modi attraverso i quali l’antropologia culturale ha guardato a questo specchio d’acqua, e alle terre intorno, praticandovi osservazione partecipante, dialogando con altri saperi scientifici ed elaborando mutevoli quadri interpretativi per definirne natura e caratteristiche. Da una parte, dunque, i modi in cui chi abita questo spazio lo ha storicamente plasmato, ridefinendo senza soluzione di continuità i suoi confini fisici e simbolici; dall’altra le vie, non meno problematiche o foriere di possibilità e vicoli ciechi, attraverso le quali la scienza umana l’ha via via costruito come oggetto degno di attenzione antropologica.
Si tratta senza dubbio, è bene precisarlo, di un libro per specialisti, in cui il lettore interessato ai dibattiti teorici interni all’antropologia può trovare tante piste da poter battere. Esso, ad esempio, rilegge la storia disciplinare in senso mediterraneista, ovvero evidenzia il contributo analitico e metodologico che la cosiddetta “antropologia del Mediterraneo”, i cui prodromi risalgono alla campagna d’Egitto voluta da Napoleone Bonaparte tra la fine del XVIII e l’alba del XIX secolo, ha fornito al consolidamento della moderna antropologia scientifica tout court, che si fa solitamente iniziare con la pubblicazione di Primitive Culture (1871) di Edward Burnett Tylor e con le pionieristiche ricerche di campo degli studiosi coloniali in Africa, America e Asia di metà Ottocento.
Esso ripercorre inoltre le aspre dispute accademiche degli anni Settanta-Ottanta del XX secolo tra “studiosi anglosassoni” e “ricercatori nativi” sull’identità di questo spazio: regione culturalmente omogenea che travalica le frontiere ufficiali e questiona alla radice il “nazionalismo metodologico” su cui si è tradizionalmente (e spesso inconsapevolmente) basata la ricerca scientifica o area mitica inventata da un certo sguardo settentrionale tendente all’esotismo e all’etnicizzazione dell’altro da sé?
A tal fine, dunque, il testo analizza lo scontro interpretativo sulla cultura mediterranea e su quelli che Arjun Appadurai definiva i «concetti guardiani della riflessione antropologica», cioè i concetti che «sembrano limitare la teorizzazione antropologica sul luogo in questione e che definiscono le domande essenziali e di interesse dominante nella regione» (trad. it. in Fabietti, 1999: 77): nel caso specifico, i temi dell’onore e della vergogna o quelli della parentela e della famiglia attraverso cui molti ricercatori hanno letto, sovente essenzializzandola, la natura socioculturale di tale spazio. Quanto inchiostro, ad esempio, si versa ancora oggi sul “familismo amorale” riscontrato e teorizzato dal sociologo statunitense Edward Banfield in Basilicata? In che modo esso è utilizzato da pensatori e giornalisti per descrivere una supposta differenza ontologica, fondata su un’immagine normativa di cultura, tra Nord e Sud Europa, Nord e Sud Italia?
E ancora: il volume affronta la crisi apparentemente irreversibile dell’antropologia del Mediterraneo negli anni Ottanta, sotto i colpi del nativismo e del postmodernismo antropologico (con le loro serrate critiche alle rappresentazioni differenzialiste e fondazionaliste), e il suo ritorno in auge all’inizio del nuovo millennio, soprattutto a causa del peso crescente (sovente tragico) delle migrazioni per mare, dei nuovi problemi di convivenza che essa ha prodotto e della progressiva costruzione della “fortezza Europa” assediata dai “nuovi barbari”. Discute altresì la conseguente evoluzione delle categorie interpretative associate all’area mediterranea, cioè l’emergere di nuove linee di indagine che, con la denuncia di ogni postura deterministica (ambientale, economica, culturale), riconoscono comunque la sua sostanziale unità e rivisitano etnograficamente tanto i “concetti guardiani” prima menzionati (con l’obiettivo di recuperarne il potenziale euristico, alla ricerca di invarianze e differenze tra i Paesi del bacino), quanto i sincretismi religiosi, i cosmopolitismi e le memorie che questo ambiente ha prodotto e continua a produrre.
Il punto di vista di Sacchi e Viazzo, confortati da una riflessione disciplinare ormai pluridecennale, è che a dispetto della “parola definitiva” pronunciata da Fernand Braudel in Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, il Mediterraneo non sia affatto un’area statica «che si muove tra determinismo ambientale e interazionismo sociale» (Sacchi, Viazzo, 2026: 17), bensì un cantiere aperto. Come scrivono gli autori (Ivi: 15):
«Alla ricerca antropologica tocca il compito di far affiorare [...] una pluralità di mondi mediterranei. Non una sola regione pressoché identica a sé stessa lungo una storia pressoché immobile, ma piuttosto una molteplicità di regioni che nello spazio mediterraneo si succedono o coesistono secondo processi di formazione e di dissoluzione su scale diverse: i progetti politici di chiusura dei confini dell’Unione Europea, i movimenti dei pescatori di gamberi nel Canale di Sicilia o la storia stratificata e depositata nelle caratteristiche di particolari location quali una casa di riposo per anziani italiani ad Alessandria d’Egitto o il campo da calcio di una scuola del Cairo».
Ciò detto, il volume in questione non è solo un solido manuale. È anche altro, attento com’è a collegare le questioni disciplinari/accademiche al più ampio contesto politico in cui sono sorte (e si sono evolute) e ai modi in cui esse hanno alimentato, negli stessi studiosi o in chi ha utilizzato le loro ricerche, progetti di cambiamento sociale. Più in generale, allora, il testo è la dimostrazione (una ulteriore dimostrazione) storico-etnografica di come lo spazio fisico sia continuamente prodotto e riprodotto dalle azioni umane, le quali a loro volta vengono influenzate dall’ambiente. È la prova di quanto gli scambi culturali e le congiunture politico-economiche siano strettamente intrecciate. È la testimonianza di come all’interno di questi processi (strutturali o contingenti) anche la conoscenza scientifica, ovvero i modi in cui i saperi mettono in forma i propri oggetti, giochi una parte importante; di come anch’essa, cioè, contribuisca a creare la realtà che ci circonda.
Da questo punto di vista Il Mediterraneo e l’antropologia è – anche in questo caso ci viene in aiuto il titolo – un serbatoio di “storie” che, a maggior ragione in questi tempi di prevaricazioni sempre più smaccate in nome del possesso esclusivo di un territorio o della difesa di un’identità pura, non possiamo permetterci di ignorare. Esse, indipendentemente dal luogo specifico in cui sono narrate, ci raccontano di reti, di comunicazioni e di poli interdipendenti, di confini edificati dall’alto e puntualmente attraversati dal basso, di incontri e di scambi, di relazioni dialettiche tra identità/alterità multiple e polverizzate. Ci raccontano di viaggi avventurosi e disperati, di traiettorie che cambiano direzione in base ai momenti storici, di chiusure, financo di scontri fisici o blocchi navali, di sponde che si avvicinano e si allontanano seguendo le correnti della cultura e della storia. Ci raccontano di luoghi meticci che mantengono vive memorie (sovente idealizzate) di convivenze pacifiche tra persone di diversa cultura e che oggi diventano officine di altre idee di comunità.
Ci offrono, dunque, attraverso le lenti dell’etnografia e dell’antropologia storica, «lezioni utili per un presente travagliato» (Ivi: 189).
L’antropologia del Mediterraneo può allora insegnarci qualcosa? Il volume di Sacchi e Viazzo, a mio avviso, è un oggetto duplice: un testo accademico di storia/antropologia delle idee e un supporto utile a immaginare possibilità solidamente ancorate allo spazio e alle concrete vicende che donne e uomini hanno costruito (e costruiscono) nel tempo. Un serbatoio in cui, su scala più ampia, rintracciare alternative al sempre più cinico pensiero normativo con cui ci confrontiamo ogni giorno.
Mi auguro così di aver giustificato il motivo per cui, rischiando una comparazione che riconosco essere molto spericolata, ho iniziato questa riflessione sull’antropologia del mare da Hormuz. Mentre leggevo le storie e le analisi che Sacchi e Viazzo hanno messo insieme, infatti, non riuscivo a non pensare a quel che sta succedendo in questi giorni nelle acque tra il golfo di Oman e il golfo Persico; non riuscivo cioè a non fare riferimento a un braccio di mare che, al di là dei legami economico-politici col Mediterraneo, è oggi al centro delle cronache per essere l’ennesimo teatro, l’ultimo in ordine di tempo, di giochi geopolitici e scontri identitari; e non riuscivo soprattutto a non pensare al potenziale trasformativo che la buona antropologia porta sempre con sé, ovvero agli stimoli – mai a buon mercato, ma sempre frutto di negoziazioni impegnative, e proprio per questo tanto più preziose – che essa, immenso archivio delle risposte che gli esseri umani danno ai problemi (sovente comuni) che si ritrovano ad affrontare, è in grado di offrire a chi ha la sensibilità e il coraggio di guardare oltre le pareti della propria parrocchia.
Non so, onestamente, se il fu Mare Nostrum possa veramente rispondere al bisogno di utopie che attraversa questi giorni disgraziati – per non parlare del fatto che spesso le utopie politiche tendono a descrivere in modo romantico la realtà e che anche il Mediterraneo, come evidenziano gli stessi Sacchi e Viazzo, è stato sovente ritratto con pennellate un po’ troppo idilliache. Né se la sua vicenda possa fungere da antidoto contro il virus degenerato dell’autoctonia e della contrapposizione in blocchi che sta infettando il nostro tempo. Forse, però, considerata la sua storia e la polifonia di voci che l’ha raccontata, per non perdere la speranza il Mediterraneo è proprio uno di quei luoghi speciali cui faremmo bene a guardare.
Dialoghi Mediterranei, n.79, maggio 2026
Riferimenti bibliografici
Abulafia D., 2011, The Great Sea: A Human History of the Mediterranean, Oxford University Press, New York (trad. it., 2013, Il grande mare. Storia del Mediterraneo, Mondadori, Milano).
Braudel F., 1976, Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino.
Buttitta A., 2008, Ambiguità del mare, in Savi-Lopez M., Leggende del mare, Sellerio, Palermo.
Callari Galli M, 2005, Antropologia senza confini. Percorsi nella contemporaneità, Sellerio, Palermo
Fabietti U., 1999, Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza, Roma-Bari.
Sacchi P., Viazzo P. P., 2026, Il Mediterraneo e l’antropologia. Storie, temi, prospettive, Carocci, Roma.
Van Aken, 2024, “Decarbonizzare l’immaginario culturale: verso molteplici dichiarazioni d’interdipendenza”, in Quaderni della decrescita, n. 0/2, gennaio/aprile.
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Dario Inglese, ha conseguito la laurea triennale in Beni Demo-etnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Si è occupato di folklore siciliano, cultura materiale e cicli festivi. A Milano, dove insegna in un istituto superiore, si è interessato di antropologia delle migrazioni e ha discusso una tesi sull’esperimento di etnografia bellica Human Terrain System. Ha recentemente pubblicato presso le Edizioni del Museo Pasqualino nella collana “Dialoghi” il volume Antropologia a tutto campo. Discorsi sulla contemporaneità.
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