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Tra cosmo e campanile. ‘Il Centro in periferia’ nel centesimo anniversario della nascita di Alberto M. Cirese

 

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Alberto Maria Cirese, 1952 ca.

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di Pietro Clemente

I cent’anni virtuali di Alberto Cirese coincidono con i 50 numeri pubblicati (e gli otto anni) della rivista Dialoghi Mediterranei. Ne traiamo voti positivi e esprimiamo complimenti e auguri al direttore e ai redattori. È bello aprire il ricordo con questo doppio compleanno in cui la cifra secolare e la sua metà viaggiano insieme.

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Casa Cirese in fondo alla strada, a Castropignano (ph. Marco Magni)

Dal centro al cerchio

Ho raccontato spesso di Cirese e del mio rapporto con lui come allievo e ammiratore eterodosso [1]. In queste pagine è giusto che prevalgano i ricordi di altri, e qui lo ricordiamo sui temi delle ‘periferie’, a farlo ci sono alcuni della mia generazione, ma anche tanti più giovani, allievi o non allievi della generazione dei nipoti.

I contributi sono guidati da Giuseppe Profeta, decano universitario, e da Emiliano Giancristofaro, decano degli studi territoriali, ai quali Cirese fu legato da comuni amichevoli scambi. Ho scelto di aprire con i loro ricordi per onorare il valore dell’età e dell’esperienza e del ricordo più lungo che comporta. Sono davvero grato di tutte queste testimonianze, anche perché non sono solo ricordi, ma sono anche contributi di pensiero che danno un grande risalto alla vita culturale delle ‘aree interne’ e alla passione con cui Cirese le attraversò lasciando traccia di sé, della sua intelligenza analitica, della sua precisione documentaria, della sua disponibilità ad aiutare chiunque lo coinvolgesse negli studi.

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Cirese a sx, con suo padre Eugenio il poeta, Ferruccio Ulivi, Arudino Angelini , Domenico Campatelli e altri intellettuali collaboratori della rivista La Lapa (anni cinquanta)

Il Cirese che viene ricordato è lo studioso dei musei, della cultura materiale, della storia degli studi e del suo svolgersi regionalmente; ma anche il conferenziere ‘diffuso’ che poteva parlare di Benedetto Croce, a Campli (come ricorda Profeta), o della differenza fra il segnico e il fabrile a Taranto (nei primi anni 2000). Chissà di cosa aveva parlato a Viggiù, quando nei primi anni ’70, mentre insegnava a Siena, il Comune di quel paese lombardo ai confini della Svizzera lo aveva mandato a prendere con un’auto pubblica.

Molti interventi hanno scelto di assumere una idea guida dal pensiero di Cirese per raccontare le loro ricerche e conoscenze di centri della periferia, altri hanno costruito racconti e memorie di collaborazione con lui che gettano luci sulla museografia e le ricerche locali. Ma qualcuno ha anche discusso con Cirese accademico, ne ha ripreso le teorie, valorizzato alcune modalità polemiche di rapportarsi alla diversità. Veri dialoghi con lui. In un caso c’è un ultimo doloroso ricordo, anche se gli studi e la cultura sono sempre in primo piano. Segni di una sua presenza adeguatamente distribuita tra luoghi e generazioni a distanza di 10 anni dalla morte.

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Castropignano, gruppo di famiglia, con lui accanto a sx la nipote Martina, a  dx il cugino Luigi, 2005 (ph. Marco Magni)

Alberto Cirese amava rappresentarsi soprattutto per il suo approccio scientifico e logico agli studi, per le sue analisi con linguaggi informatici della parentela, per i suoi studi basati su un approccio astrattivo agli oggetti d’indagine. Ma buona parte della sua formazione e delle sue costanti attenzioni riguardavano le ‘periferie’, intese soprattutto come i contesti di studio degli ‘oggetti’ demologici. Muttos e muttetus sardi, storie contadine toscane, vicende museografiche abruzzesi, cibi e pani di varie parti d’Italia. Le sue scritture di studioso delle tradizioni popolari (prima e a fianco della sua dimensione di antropologo culturale) contengono già nei titoli dei primi 20 anni di pubblicazioni, nomi di luoghi. Eccone una serie: Rieti Amatrice Lucania Molise siciliani sabina slavo-molisani sarda Ozieri Gallura veneziano Lombardia tarantino Umbria Urbino Bergamo Larino San Martino in Pensilis Marmilla Tufara Contigliano Neoneli Canavese Villa-Castelnuovo San Giuliano Logudoro Basilicata, e dove un luogo non è segnalato nei titoli spesso lo si deduce facilmente, ad esempio: Misteri: Campobasso, Pagliara: Fossalto etc ..

intellettuali-folklore-istinto-di-classeCirese è stato peraltro anche fondatore dell’antropologia delle fonti narrative, lavorando alla ricerca della rappresentazione delle culture regionali, su autori ‘centrali’ della letteratura italiana come Verga, Deledda, Serao, Scotellaro [2], tutti autori delle periferie diventati il centro della letteratura nazionale. La cultura dei luoghi, delle aree storiche, delle province e delle regioni è parte rilevante nella ricerca di Cirese. Affrontata come parte di una storia degli studi e degli autori, e studiata per via di rilevanze demologiche (il gioco di Ozieri, il diavolo di Tufara…) o come sede di musei che ricapitolano spesso le culture dei luoghi. Cirese seguì l’orientamento degli studi delle tradizioni popolari italiane, da Tommaseo a Pitrè, da Loria a Toschi, ma lo innovò ponendolo in dialogo con gli studi etnologici e con l’antropologia culturale, superando il tratto localistico, descrittivo, positivista o idealista che era proprio degli studi italiani legati alle Società storiche, al collezionismo, agli studiosi locali tuttologi dei piccoli mondi.

Come Cirese ha sempre sostenuto «gli studi locali non si fanno con metodi o teorie locali». Lavorava dunque sui contesti, sulle strutture, su nuove modalità descrittive, ma sempre e in ogni caso condividendo appassionatamente i progetti dei suoi interlocutori sul territorio. Il caso del Museo di Taranto – qui ricordato – è forse il più noto, ma altri ricordi portano a quello di Pescara e in altre direzioni.  Accanto alla sua ricerca di metodi logico-scientifici per le scienze sociali (che si accentua dagli anni 80 fino alla fine), restano sempre l’attenzione, l’ascolto, la collaborazione con i mondi locali. Cirese amava ricordare le sue diverse patrie: Avezzano luogo natale e materno, il Molise (Fossalto, Castropignano, Campobasso) luogo paterno e anche di momenti della sua vita, Rieti e la Sabina, luoghi della sua più recente vicenda familiare.

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Cirese con alcuni allievi della Scuola sarda, in occasione della inaugurazione del Museo dell’alimentazione tradizionale di casa Steri a Siddi (Sud Sardegna), 21 giugno 2000

A queste ‘patrie’ aggiungeva la Sardegna e il Messico, testimoniando di avere sentito quell’isola e quel grande Paese meso-americano come luoghi significativi e accoglienti: patrie. Sulla Sardegna e sul Molise ha lasciato degli studi rilevanti: Saggi sulla cultura meridionale. Gli studi di tradizioni popolari nel Molise. Profilo storico e saggio di bibliografia [3].  Si tratta di un saggio esemplare di metodo sul versante della storiografia, della storia degli intellettuali e dei concetti: è un Cirese trentenne. Il lavoro Struttura e origine morfologica dei mutos e dei mutettus sardi [4] insieme ai vari saggi metrici di quegli anni, rappresentano da un lato il Cirese storico della cultura, con la presenza di un approccio storico-areale, dall’altro il Cirese modellistico ed astrattivo. Sui sistemi metrici costruisce delle forme, dei ‘cristalli’ come amava dire, che vede come analoghi a certe forme della parentela, tanto da farli confluire nel suo cubo delle rime. È un Cirese quarantenne. Nei luoghi e nelle culture locali amava cercare – con approcci teorici generali e non localistici – i grandi temi della natura profonda dei fenomeni. È in questo modo che le culture specifiche entrano a far parte della grande cultura umana, caratterizzata, nella sua ricerca, dall’unità della mente e della ragione, pur nella grande varietà delle forme.

 Amava dire: “Tutto il mondo è paese” per indicare il campo dell’antropologia culturale che studia le invarianze; “Paese che vai usanza che trovi” per indicare il campo che studia le diversità esterne ed interne, etnologia e demologia (tradizioni popolari). Egli li ha esperiti ampiamente entrambi ed ha visto la connessione con le geometrie del Paradiso dantesco, un’opera che amava assai e di cui ricordava interi passi a memoria

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
movesi l’acqua in un ritondo vaso,
secondo ch’è percosso fuori o dentro.

Ecco un modello compiuto del rapporto centro-periferia e dei movimenti che vanno dall’uno all’altra incessantemente. Cirese lo riconosceva nelle ricerche locali ben fatte, capaci, a partire dai piccoli mondi, di grande pensiero, e sapeva bene che il Paradiso è lontano.

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Cirese durante una seduta di laurea alla Sapienza di Roma, 9 novembre 2010

In un altro contributo il Centro in periferia viene interpretato in modo assai interessante come presenza di Cirese all’Università di Roma. Come conquista della capitale dalla parte della periferia, ovvero dal Cirese ‘provinciale’ abruzzese-molisano-sabino-sardo che pone la periferia al centro, trasformando così il centro stesso: “dal cerchio al centro”.

Nel 2003 e nel 2007 Cirese accettò che il gruppo di lavoro senese che aveva seguito agli inizi, che lavorava sul territorio, che costruiva musei, pubblicasse due raccolte di suoi saggi minori. Se si guarda alla sua bibliografia, per il Cirese degli 80 anni ci furono soprattutto scritture come ritorni, viaggi nella memoria, bilanci del suo tempo di vita e di ricerca. Chiusi poi dalla raccolta Altri sé. Per una antropologia delle invarianze [5] in cui il Cirese quasi novantenne torna invece all’antropologia per la quale aveva combattuto in tanti campi della ricerca: potentemente astrattiva, capace di vedere forme, modelli e strutture nel fondo delle cose, delle azioni, della pratiche della vita. Ma mai del tutto separata dai luoghi e dalle storie delle periferie che a loro modo confluivano verso il mondo delle strutture: ‘dal cerchio al centro’.

71nexftzrylPubblicammo dunque nel 2003 [6] il volume che ebbe per titolo una sua espressione d’uso Tra cosmo e campanile e che spazia tra un articolo su L’Avanti del 1951, e un dialogo del 1994 pubblicato su “Ethnologie française”, che fa il punto sui suoi studi e su quelli italiani. Al centro le sue patrie culturali che sono anche i suoi terreni di ricerca locale. Aveva usato un’altra immagine nel 1986 per indicare i rapporti centro-periferia “I piedi nel borgo e la testa nel mondo” [7]. Certo è che sono il borgo e il campanile a dialogare col mondo e col cosmo. Non le metropoli. Il libro del 2007 [8] si apre con Il telaio di Vilina e le tecniche morte, un testo del 1986, in cui Cirese ci porta in un viaggio nella memoria che parte da Atessa in Abruzzo e va verso la Taranto del suo amico Majorano. Riflette sulla possibilità di rendere compatibili la poesia e la scienza: trova nel telaio di Vilina e nella sua vicenda di tessitrice, da un lato la memoria di una vita di donna con ricchi saperi pratici legati al ciclo della vita (la poesia), e dall’altro il telaio e la tessitura basati su un modello astratto, quasi computazionale (la scienza). Credo che in questi scritti di omaggio per i quali ringrazio tutti gli autori, che non ho voluto nominare singolarmente per non togliere nulla a questa polifonia comune, Cirese viva ancora, e soprattutto viva la sua grande lezione sul valore degli studi, e sulla serietà e il rigore necessari a portarli avanti, nonché infine sulla disponibilità degli studiosi ad essere al servizio della ricerca, della domanda, della memoria dei luoghi.

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Piazza Transilvana a Gorizia

Un segno di speranza

In questo numero de Il centro in periferia che coincide con il n. 50 di Dialoghi Mediterranei [9], c’è l’annuncio dei contenuti culturali del progetto europeo che ha visto riconoscere a Gorizia e a Nova Gorica, il ruolo di capitale europea della cultura per il 2025. Il dialogo tra i due studiosi, Giustina Selvelli e Nicola Strizzolo, e la ricostruzione della storia passata e del progetto futuro ci introducono nell’‘imminente presente’ cui guarda l’Europa. L’Italia viene dalla esperienza di Matera città europea della cultura, una designazione importante e lungimirante, e guarda ora – anche attraverso questo testo regalatoci dai due colleghi – a quella designazione italo-slovena come un segno di speranza per l’Europa che, uscita potenziata dal dramma del COVID, può vedere in questa designazione gemella il senso di riconoscere tutto il passato e di proiettarlo in un futuro di nuova cittadinanza comune.

Questo numero di Dialoghi esce a pochi giorni dal 30° anniversario delle dichiarazioni di autonomia e sovranità della Slovenia e della Croazia, antefatto della guerra più dolorosa e difficile che l’Italia abbia vissuto da vicino, voltando le spalle alla evidenza della storia. Gorizia ha fatto parte dell’immaginario della mia generazione con le canzoni pacifiste contro la Grande Guerra [10], è stata il luogo dove, nella cornice dei vini del Collio, ho conosciuto Giuseppe Sebesta museografo e museologo, e Dunja Rihtman Augustin che ha diretto gli studi vivacissimi dell’Istituto di Folklore Croato di Zagabria. Con Dunja ho coltivato un lungo dialogo di studi e scambi. Ma già Cirese aveva scritto su riviste slovene ed era in contatto con gli studi sloveni e in specie con Milko Matičetov. Gorizia è anche Franco Basaglia e lotta contro il manicomio come istituzione totale, ma è anche “fronte orientale”, resistenza al nazismo e conflitto con l’Italia. Tante cose che è giusto ricordare, perché è una città simbolo. Così vedere insieme nel 2025 queste due città Gorizia e Nova Gorica, a lungo opposte, ma sempre segretamente in contatto, è in un certo senso porre il centro in periferia, fare delle città gemelle una città d’Europa. Un esempio per l’Europa, per il 2025 il ‘centro’ dell’Europa della cultura.

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Cirese con il gruppo Tofisiroca (Seminari congiunti tra università di Torino, Firenze, Siena, Roma, Cagliari), Villa Mirafiori, Roma 1985

«Città europea transnazionale, un luogo dove le persone e le idee sono apprezzate e rispettate indipendentemente dal loro background culturale, nazionale, linguistico o di qualsiasi altro tipo». Ne parleremo ancora, ogni volta che Giustina e Nicola ci vorranno aggiornare o vorranno dare voce agli ampi ‘dintorni’ di quell’evento.

Cose che sembrano morte alla memoria

Alcuni testi del tradizionale spazio de Il centro in periferia, cominciano riferendosi a scritti di Cirese, ed è per questo che li ho anticipati nell’indice per continuare il dialogo con la parte anniversaria del Centro in periferia. Questa citazione ciresiana, viene proposta in un testo, quasi come i versi di una poesia:

…cose che sembrano morte alla memoria
immediata ed alla coscienza distratta,
ma che invece agiscono ancora a livelli profondi,
se è vero che tutto
quello che gli uomini ed il mondo sono stati
ci fa essere quello che siamo e progettare
più o meno consapevolmente quello che il mondo sarà.

È quasi una segreta filosofia della ricerca nelle aree interne, sui temi della ‘coscienza di luogo’, sul valore delle esperienze accumulate dalle generazioni nel costruire paesaggi ed esserne plasmate. In questi testi de Il centro in periferia si parla di musei nuovi ma anche antichi e gloriosi come quello di Palazzolo Acreide, si parla di vita delle comunità, di manifesti e di movimenti, si parla di feste che si misurano col Covid, si parla della vitalità della periferia in una Italia ancora prigioniera della logica degli investimenti ‘non finalizzati ai luoghi’, ovvero che vanno a incentivare l’accentramento metropolitano e a desertificare le aree marginali. In conclusione però è interessante osservare che ci sono molti giovani a prendere la parola e a scrivere, e questo, all’uscita – almeno sognata – dalla pandemia, è davvero un altro segno di speranza.

Dialoghi Mediterranei, n. 50 luglio 2021
Note
[1] Chi voglia conoscere o ricordare i suoi scritti trova la bibliografia in http://www.etesta.it/bibliografie/AMC_Scritti_2011.pdf.  P. Clemente, E. Testa, a cura di, In-segnamenti di Alberto Mario Cirese, Roma, CISU, 2002; E. Testa, a cura di, Scritti e altri lavori di Alberto Mario Cirese, Firenze, Olschki, 2011, anche on line all’indirizzo P. Clemente, Alberto Mario Cirese e le culture subalterne, in F. Dei e A. Fanelli, a cura di, La demologia come scienza normale. Ripensare ‘Cultura egemonica e culture subalterne’, numero monografico di Lares 2-3 2015 con molti interventi dedicati a Cirese; P. Clemente, La bibliografia è una lista, in E. Testa, a cura di, Scritti ed altri lavori di Alberto Mario Cirese, Firenze. Olschki, 2011
[2] A. M. Cirese, Intellettuali, folklore, istinto di classe. Note su Verga, Deledda, Scotellaro, Gramsci, Torino, Einaudi, 1976
[3] Roma, De Luca, 1955
[4] Il testo è del 1962 ma confluisce poi nel volume A. M. Cirese, Ragioni metriche. Versificazioni e tradizioni orali, Palermo, Sellerio, 1988
[5] Palermo, Sellerio, 2010
[6] A. M. Cirese, Tra cosmo e campanile. Ragioni etiche e identità locali, Siena, Protagon, 2003 con una postfazione di A. Mancuso, e con la collaborazione di Eugenio Testa, suo allievo romano, e di Gianfranco Molteni, allievo senese e allora direttore dei musei etnografici del territorio, che voglio ricordare con riconoscenza. Gianfranco è morto nel 2020 ed è stato l’anima del sistema dei musei del mondo contadino e anche di altre tipologie museali.
[7] I piedi nel borgo e la testa nel mondo, in Domenico Petrini nella cultura e nella politica degli anni Venti. Atti del Convegno di studi, Rieti, 15-17 aprile 1983. A cura di Gianfranco Formichetti e Roberto Marinelli, [Rieti], Cassa di Risparmio di Rieti, 1986
[8] A. M. Cirese, Beni volatili, stili, musei, Prato, Gli Ori, 2007 a cura di P. Clemente e G. Molteni
[9] Chi legge questa nota pensi ai 50 numeri usciti, tutti puntualissimi, Dialoghi Mediterranei è forse la rivista più puntuale d’Europa. A quanti autori hanno collaborato, venendo da studi diversi, ma in dialogo con l’antropologia e soprattutto in rapporto col mondo e i suoi problemi e dolori. Una rivista che dialoga col mondo ma ha un luogo di riferimento locale Mazara del Vallo, una periferia che si fa centro. Dal 2013 il Direttore e la Redazione lavorano per offrire uno spazio alla ricerca, ai dibattiti, anche fuori delle regole accademiche che talora rendono difficile l’antica funzione dialogante e discutente delle riviste. A loro un grande sincero ringraziamento. Buoni cinquanta numeri, festeggiamo con loro il compleanno virtuale dei 100 anni di Cirese.
[10] Ho cantato tante volte da giovane in coro ‘O Gorizia tu sei maledetta’ (anonimo 2016).

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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021).

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