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“Sumud” e restanza. Appunti per una politica del radicamento nel Mediterraneo

cover-murubutu-sumud-hdjpg-2025-09-08-19-30di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti 

Il concetto di sumud (fermezza, perseveranza) esprime un sentimento, una condizione, una prassi politica del popolo palestinese che, in risposta alla colonizzazione e al tentativo di sradicamento sionista, si ostina a rimanere nella propria terra, a «fare corpo con i luoghi», come scrive Elias Sanbar (2004: 221). A partire dal 1967, la scelta di restare divenne la principale strategia di resistenza nel territorio occupato, dando inizio non solo a scioperi e manifestazioni, ma anche allo sviluppo di una nuova economia locale, alla costruzione di scuole e istituzioni popolari, indipendenti dall’occupazione.

Lo stesso furore coinvolse anche i palestinesi con cittadinanza israeliana, i cosiddetti «presenti assenti» (Charif, Nassar 2025). Questo avvenne con la storica elezione a sindaco di Nazareth del poeta e dirigente comunista Tawfiq Ziyad, autore dei celebri versi dal titolo Qui resteremo: «Qui, sui vostri petti, rimarremo come un muro. […] A Lidda, Ramlah, in Galilea… / Resteremo qui / Bevete il mare… / Noi custodiremo l’ombra del fico e degli olivi, / semineremo le idee, qual lievito nella pasta del pane» (in Canova 1971: 622).  

9788816407121_0_0_536_0_75Pochi mesi dopo, nel marzo 1976, i contadini della Galilea insorsero contro l’ennesimo ordine di confisca delle loro terre. Da quel giorno, il 30 marzo si celebra la Giornata della terra, ad oggi una delle ricorrenze più significative in Palestina. Anche in esilio, nel lungo cammino del ritorno, i palestinesi hanno continuato a portare dentro di sé il luogo perduto. Scacciati a partire dal 1948, hanno ritessuto le loro comunità nei campi profughi, continuando a considerarsi «del» villaggio d’origine, a portarne il nome e persino una manciata di terra, da deporre sotto la nuca dei defunti, perché riposino sul suolo natio (Said 2011; Sanbar 2004; Dirbas 2008).

Coloro che sono rimasti, invece, hanno visto il loro territorio frantumarsi tra muri, checkpoint, nuove autostrade alle quali non possono accedere. Il paesaggio è stato rapidamente violato dall’imboschimento intensivo, dall’urbanizzazione feroce, dalla colonizzazione capillare. «Guardo fuori dalla finestra e vedo la mia morte avvicinarsi», racconta un anonimo palestinese affacciandosi su un nuovo insediamento (in Weizman 2022: 121). Osserva in proposito Vito Teti: «Spaesato può essere sia chi è partito sia chi è restato, e poche cose fanno più paura e tristezza d’essere spaesati nel proprio paese, erranti a casa propria» (Teti 2025).

Ramallah (ph. Davide Bonaldo, press wire)

Ramallah (ph. Davide Bonaldo, Press Wire)

In quanto resistenza ad un potere che sradica, il sumud si presenta, per molti aspetti, come una forma di restanza (Teti 2022). Da qui è nata l’idea di una ricerca con il nostro amico antropologo. Certo, la violenza inaudita che i palestinesi continuano a subire rende impossibile qualsiasi identificazione. Eppure, riconoscere nel sumud palestinese un’affinità con la restanza permette di riscoprire la storia di una continuità mediterranea interrotta, di comprendere il male che accomuna la pulizia etnica della Palestina, tutt’ora in corso, e il genocidio «morbido» avvenuto in Italia: lo spopolamento delle aree interne, la scomparsa del mondo contadino, la perdita delle sue tradizioni e l’omologazione alla vita dell’industria e del consumo.

«Oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno», denunciava nel 1974 Pier Paolo Pasolini, che più di tutti si fece testimone di questo cambiamento epocale: «larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori dalla storia – la storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese – hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità della vita della borghesia» (Pasolini 1974).

images-1-5Forse perché la violenza che subiscono è molto più traumatica, forse perché non c’è alcun «sogno americano» a spingerli a migrare, oggi i palestinesi si ostinano a resistere allo sradicamento. Rischiare la vita per la raccolta delle olive, farsi uccidere abbracciando un albero pur di impedirne la rimozione, significa custodire un patrimonio comune e antichissimo, preservare gli stralci di un mondo che noi, accecati dalle promesse dello sviluppo, abbiamo lasciato morire senza rumore.

A Gaza, la distruzione degli archivi e dei manoscritti, dei porti fenici, dei cimiteri romani, delle moschee e delle chiese bizantine, ha ridotto in polvere millenni della nostra storia mediterranea. Sull’esempio del gemellaggio tra Riace e Gaza, occorre costruire una politica comune, fare nostra la lotta di liberazione palestinese. Dovremo stringere accordi con le università palestinesi, ritrovare una dimensione meridiana, e piantare nella nostra terra, così simile alla loro, i semi degli alberi sradicati, in attesa di riporli nella Palestina che verrà. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 
Riferimenti bibliografici     
Canova G., La poesia della resistenza palestinese, in Oriente Moderno, Anno 51, Nr. 6/8 (Giugno, Luglio, Agosto 1971): 583-630.
Charif M., Nassar I., I palestinesi. Storia di un popolo e dei suoi movimenti nazionali. Carocci, Roma 2025.
Pasolini P.P., Ideologia e politica nell’Italia che cambia, discorso al festival dell’Unità del settembre 1974 [poi in Rinascita, n. 38, settembre 1974: 20-21].
Said E.W., La questione palestinese, Il Saggiatore, Milano 2011.
Sanbar E., Il palestinese. Figure di un’identità: le origini e il divenire, Edizioni Jaca book, Milano 2005.
Teti V., Forme politiche del restare, in Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025.
Teti V., La restanza, Einaudi, Torino 2022.
Weizman E., Spaziocidio. Israele e l’architettura come strumento di controllo, Mondadori, Milano 2022.
Sitografia
Dirbas S., Una manciata di terra, 2008 (documentario)
https://www.youtube.com/watch?v=t8XG9RAH0S4&t=2s
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Antonio Bocchinfuso è nato a Cosenza nel 2002, si è laureato Scienze politiche e poi in Religioni, Culture e Storia all’Università RomaTre con una tesi sul martirio nella cultura palestinese. È tra i curatori della raccolta Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi 2025). 
Mario Soldaini è nato a Roma nel 2000, si è laureato in Filosofia del linguaggio e in Antropologia Culturale. Ha fondato il festival culturale ilmondonuovo e organizzato il Festival Treccani della Lingua Italiana. Scrive per le pagine culturali de il manifesto. È tra i curatori della raccolta Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi 2025). 
Leonardo Tosti è nato a Roma nel 2002, si è laureato in Filosofia con una tesi sulla poesia di Francesco d’Assisi presso L’ Università La Sapienza di Roma. È tra i curatori della raccolta Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi 2025).

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