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Solitudine e infelicità nella migrazione

Bossaso Migrationdi Lella Di Marco

Il punto di osservazione è Bologna, città considerata  meta preferita  dai migranti,  all’interno  di associazioni di  comunità straniere, spazi di intercultura, associazioni di donne native e migranti. L’osservatrice è la scrivente che ritiene doveroso   socializzare la propria esperienza, restituire dati raccolti, il risultato di confronti con ricercatori istituzionali e di centri di studio e documentazione sull’immigrazione. Per una comunicazione che vada oltre  la semplice informazione e che solleciti  progetti e iniziative politiche adeguati: di attenzione, controllo, formazione, prevenzione e cura delle migranti e dei migranti.

Nessuno dei cittadini di buon senso, intelligente, informato che conosca  storicamente  le conseguenze del colonialismo, della spartizione dell’Africa, dell’espropriazione sistematica, oggi come ieri, di quella terra, complici governi corrotti e ruolo delle multinazionali, può dire che emigrare in Italia è “una pacchia” né pensare  che  emigrare possa rendere felici.

Tralasciando qualsiasi giudizio sulle politiche migratorie, in questa sede il nostro interesse è puntato  sulla trasformazione della migrazione nell’ultimo decennio e sul malessere dei migranti con focus  sulla popolazione araba. Semplicemente perché, su tale frammento di uomini e donne abbiamo realizzato maggiori conoscenze e perché in Emilia Romagna la popolazione  araba e di altre  etnie ma di fede musulmana, è maggioritaria fra gli immigrati.

Qualcuno comincia a dire: ma il discorso è precedente alla “salvinizzazione” diffusa, che l’Italia non è più un paese per migranti, che fondamentalmente il malessere è da ricondurre alla crisi economica, alle minori possibilità di guadagni, alla chiusura di molti esercizi commerciali gestiti per lo più da marocchini, ai figli che vogliono studiare per emanciparsi al fine di potere essere protagonisti nelle scelte e nel paese in cui vivono e sono cresciuti, di poter contare nella vita sociale e culturale e non essere sfruttati e umiliati come i loro genitori (in tal modo, i medesimi si esprimono anche pubblicamente).

Accade allora che, anche se sistemati a Bologna, una volta preso il passaporto italiano, immigrati francofoni tentano di  entrare in  Belgio  o in Francia, altri in Canada o nel Regno Unito,  dove pensano di raggiungere dei parenti  e sentirsi così meno isolati e soli. Spesso è un’illusione. Nessun Paese può fare sentire come a casa propria, nella propria terra,  o fare vivere una vita che ripari, gratificando,  la ferita della migrazione. Così in questi ultimi anni abbiamo assistito a partenze, arrivi e ripartenze. Senza sosta.

Bologna

Bologna

Si lascia l’Italia per ri-tornare in Palestina, frustrati e tormentati anche dal senso di colpa per avere lasciato i propri fratelli e sorelle, nella  tragedia del quotidiano e non riuscire  a lottare  in Italia per la liberazione del proprio Paese. Ho assistito  decine di volte a scene simili, finché “ i palestinesi erranti” non sono stati fermati, nel loro peregrinare, da una malattia gravissima come il tumore alla milza o ai polmoni, tipico di chi vive in paesi di guerra, sotto assedio con il terrore imperante, le paure, l’ansia.  Altri, magari cingalesi, dopo anni di soggiorno tranquillo, apparentemente integrati nel lavoro, nel territorio, nella società civile, con figli ben inserirti a scuola, decidono per la seconda volta di trasferirsi nel Regno Unito, per sindrome da solitudine e impossibilità a sentirsi dentro una comunità di appartenenza soprattutto di fede musulmana. Accade a Bologna-Italia, soprattutto in questi ultimi anni.

La migrazione è fatta di uomini e donne, che arrivano con la loro fede religiosa, le loro abitudini e la loro cultura e, quando dialogano, irrompono in un nuovo tessuto sociale e  lo fanno con tutto quello  di cui sono portatori. Quando questo non   risulta possibile, è come se fossero in gabbia, murati, capiscono che un po’ di benessere materiale raggiunto in Italia non può bastare per vivere sereni, per sentirsi soddisfatti. È difficile capirli dall’esterno, abituati come siamo  a vedere soltanto i nostri problemi e a chiudere prudentemente la porta di casa.  Così ci sembra strano se S. C. del Bangladesch  con casa di proprietà a Bologna, marito metalmeccanico specializzato ben inserito in fabbrica, lei stessa ricamatrice  per  grande filiere di  abbigliamento femminile, alla sua terza gravidanza non voluta e non accettata, entra in depressione. Ovviamente colta anche da  anoressia, stenta a stare in piedi, sguardo allucinato, occhi sporgenti, “convince” figli e marito a lasciare, ancora una volta, l’Italia e a trasferirsi a Londra  perché ritiene che in quel luogo potranno sentirsi meno soli e  avere più opportunità nell’esprimere  il proprio sentimento religioso in una comunità di simili.

Asmah-sposa

Asmah, sposa

Ma  il ventaglio delle partenze improvvise di chi sembrava non dover più lasciare l’Italia è variegato  e sorprendente, come sorprendente è stata la scelta del ritorno in Iraq  di S. H  e figli. Lei ingegnere nucleare, laureata al tempo di Saddam, arrivata  in Italia con un viaggio rischiosissimo, bloccata  e perquisita  alla frontiera irachena perché sospettata di essere sunnita: barcone, treno, aereo, camion,  giro attraverso vari Paesi dell’area mediterranea prima di arrivare a Bologna per ricongiungimento familiare. Sembrava tranquilla, innamorata del nostro sistema di solidarietà  e di  associazionismo, grata per l’attenzione  per le donne in situazione di fragilità  o di difficoltà  anche temporanea. Lei stessa si era prodigata per fare la mediatrice linguistica con profughi palestinesi, sicurezza abitativa,  ottimi rapporti di affetto e  stima in un sano equilibrio familiare con i tre figli e il  marito ingegnere curdo con  discreta occupazione  lavorativa a Bologna.  La nostalgia della sua terra la tormentava, la lontananza dal padre non la lasciava vivere. Così improvvisamente dopo la morte del genitore, prende  la decisione drastica di ritornare in Iraq  per essere vicina al luogo dove il padre era stato sepolto. La patria, sembra dirci, è il luogo dove sono i nostri morti.

Tutto cambia nel tempo e con il tempo: cambiano le persone e il loro cambiamento modifica ulteriormente la realtà. I nuovi arrivati sono più consapevoli e soprattutto chi proviene dal  Maghreb   non nutre rancore nei confronti dell’Italia come retaggio dei danni del colonialismo nel loro Paese. È appena il caso di ricordare che quello italiano era stato  definito “colonialismo straccione” per aver lasciato grosse ferite, in Libia come in gran parte dei Paesi del Corno d’Africa.

Alcune donne marocchine mi hanno detto che qui si sentono come in Marocco,  probabilmente per uno spirito mediterraneo che hanno portato tanti meridionali in Emilia Romagna, per l’emigrazione interna degli anni sessanta, anni del boom economico in Italia. Ma anche i meno colti fra di loro sanno come la penetrazione coloniale abbia portato morti e feriti nei loro Paesi assieme al disprezzo per l’Altro, all’intolleranza e allo sfruttamento selvaggio.  I popoli colonizzati  si sono visti spogliati non solo della loro terra ma anche della loro identità, usati per la forza del loro corpo, come  macchine per la produzione del grande capitale.

MIGRANTI: QUANDO L'INTEGRAZIONE NON E' UNA FAVOLAE tale motivazione continua  nella fase post-coloniale. In maniera più perniciosa. Anche se sembra che i Paesi arabi possano disporre di se stessi, gli Stati occidentali a  cosiddetto capitalismo avanzato, con la complicità della borghesia locale continuano a rapinare le risorse, il capitale umano, la terra, i loro corpi, senza tenere conto dei loro desideri, bisogni affettivi, aspirazioni ideali, sessualità. Complici giornalisti e stampa servile, di arabi e neri si producono rappresentazioni terrificanti, diffondendo l’immagine e l’idea di uomini dalla sessualità violenta ed esuberante destinata ad essere appagata soltanto nello stupro, nella perversione, in atti criminali comunque violenti. Da qui paure, pregiudizi, odio etnico e razziale, arrivando a teorizzare  la grande potenza sessuale di costoro che finiscono col suscitare anche un senso di sfida alla virilità dei nativi. Del resto tale argomentazione era stata introdotta da Erich Fromm che spiegava come una delle motivazioni nascoste della teoria razzista fosse anche da attribuire all’invidia che i colonizzatori  provavano nel vedere come gli indigeni  ancora non “corrotti” dalla civiltà  realizzassero pratiche  erotiche e amplessi disinibiti  e appaganti.

La verità è che l’emigrazione è dato strutturale della storia e istituzionalizzato dalla politica del mercato che chiede la forza lavoro in un corpo senza desideri, così che alla ferita coloniale si legano odio, esclusione non meno che la nuova ma sempre vecchia forma di sfruttamento materiale, di alienazione sociale e culturale. Succede, a volte, che gli uomini nel loro processo migratorio,  abbiano difficoltà psichiche con manifestazioni di patologie, di disfunzioni, perfino di impotenza sessuale. È una tacita ribellione, silenziosa, di autolesionismo, di sofferenza, di dolore, spesso disperazione. Non una consapevolezza dichiarata ma una non volontà di istituzionalizzare in modo strutturale la loro permanenza nel Paese che li sta accogliendo. Di fatto finiscono con l’essere improduttivi anche sul posto di lavoro  e quindi invisi ai padroni. E  a questo punto scatta un nuovo motivo di attacco: “gli arabi che non vogliono lavorare e pretendono tutto”.

4Da circa un ventennio svolgo lavoro politico e culturale con le donne immigrate, in maggioranza maghrebine, dal momento che l’ubicazione della nostra sede associativa ricade in un quartiere con molta edilizia popolare, molti stranieri, e poi perché in tanti anni abbiamo svolto, come donne dell’associazione Annassim,  un  ruolo non istituzionale  e volontario  facendo emergere il valore delle donne immigrate, le loro abilità, competenze, le loro capacità di coesione, di tenere insieme le famiglie nel territorio. Abbiamo conquistato la loro fiducia in un contesto di reciproco riconoscimento. Le loro confidenze  arrivano a noi anche perché non siamo donne delle istituzioni che classificano, schedano , segnalano alla polizia.

Ci può anche arrivare la critica che politicamente copriamo i vuoti delle istituzioni dando loro credibilità ma è pur vero che nessuna istituzione, con i suoi e le sue dipendenti può creare, nei loro confronti, un rapporto di complicità e amicizia e soprattutto riuscire nella difficile impresa della   comunicazione di saperi e abilità femminili,  come sperimentiamo noi per pura passione. Così, senza disturbare la psichiatria ufficiale, siamo in grado di capire perché un marito arabo lascia  la moglie che non rimane incinta  o  se  ha partorito soltanto  femmine o se  la coppia non esprime fertilità. Del resto, è noto che anche nelle società occidentali,  a seguito della mutazione veloce di tutto,  dagli stili di vita al tempo del lavoro, ai suoi ritmi, si riscontrano sempre più disfunzioni nella sfera sessuale: calo del desiderio, impotenza erettile, assenza di eiaculazione o precoce, criticità orgasmiche, etc.

Il problema non è misurare il piacere degli altri, ma quando le donne si “confidano” è perché non vorrebbero più soffrire e sono convinte che il problema  pervada soltanto loro in quanto donne, di essere loro il problema, la causa dell’infelicità coniugale e della non realizzazione del marito. Finiscono pertanto con il colpevolizzarsi. Anche i consultori, i medici di base, le strutture delle ASL cominciano a denunciare nei loro rapporti annuali il fenomeno, assieme alle altre malattie frequenti nei migranti. Soprattutto nella comunità araba e musulmana tali disturbi conclamati presentano una maggiore tragicità. Complici la formazione culturale e il senso di appartenenza e l’uso distorto  di sure del Libro sacro. Se non è garantita la continuazione  non solo della specie, ma della discendenza in linea paterna che senso  ha congiungersi sessualmente con la propria moglie? In alcuni casi di impotenza coeundi,   l’uomo, sicuro che la colpa sia della moglie, cerca una verifica  con “donne a pagamento” peggiorando la situazione con l’aggiunta del senso di colpa  per avere trasgredito dei dettati coranici.

Germany MigrantsNon si capisce probabilmente quanto accade nell’intimità familiare dei migranti se non si riconducono quelle dinamiche alla complessità di una società che nelle sue articolazioni economiche e culturali è ancora eminentemente patriarcale, ancora profondamente legata alla tradizione, sfiorata appena dalla cosiddetta modernità. Vi coesistono diversi modi di produzione e di rapporti sociali, dal feudalesimo al capitalismo d’importazione, pur rimanendo una struttura tribale in cui persiste all’interno della famiglia  il potere del padre, esercitato anche nell’economia della riproduzione e nella cultura dei simboli e delle consuetudini. Questo spiega anche l’efficacia e la persistenza di alcune leggi in quei Paesi a regime patriarcale, che prescrivono l’esclusione dall’eredità delle figlie, il tabù della verginità per le spose, la  sottomissione delle fanciulle al padre e poi al marito, l’educazione dei figli e delle figlie nelle sfere separate del privato e del pubblico.

Nelle città di immigrazione la sofferenza viene accentuata dal contrasto stridente fra la propria cultura  e quella dei Paesi occidentali, considerati “infedeli”, corrotti da costumi lascivi, lontani dai loro princìpi religiosi. Spesso non sono nemmeno adeguatamente informati di quello che succede nei loro Paesi di origine, rispetto, per esempio, al diritto di famiglia o al divieto per le donne di indossare il velo in Tunisia. Abbiamo assistito a donne i cui mariti sono rientrati al Paese di provenienza, a loro insaputa, chiedere la separazione, senza il consenso della coniuge. In Tunisia è possibile. La decisione di separazione viene notificata alla moglie-ignara e incredula, tramite il consolato tunisino in Italia. Una crisi coniugale che si trasforma in una separazione anche nelle traiettorie migratorie. Una nuova e più crudele ferita.

Così i migranti in transito nella società e nella migrazione che cambia vivono esperienze di solitudine e di infelicità. «Vi sono ferite violente,   ha scritto Tahar Ben Jellun ferite folgoranti che causano la morte. Ve ne sono altre che quando non uccidono l’essere aggredito, persistono in lui, in tutto il suo corpo, in tutta la sua anima, inquinano la sua memoria e contaminano il suo destino; evolvono, si trasformano e, allorché sembrano cicatrizzate, riappaiono sotto altre forme con una violenza meno evidente, meno appariscente; si parla allora di postumi».

Dialoghi Mediterranei, n.34, novembre 2018
 Riferimenti  bibliografici
Rapporti annuali Osservatorio dell’immigrazione Emilia Romagna.
Rapporti  transcultura- etnopsichiatria,  Centro Fanon,  Torino.
Tahar Ben Jelloun, L’estrema solitudine, Bompiani Milano, 1999.
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Lella Di Marco, laureata in filosofia all’Università di Palermo, emigrata a Bologna dove vive, per insegnare nella scuola secondaria. Da sempre attiva nel movimento degli insegnanti, è fra le fondatrici delle riviste Eco-Ecole e dell’associazione “Scholefuturo”. Si occupa di problemi legati all’immigrazione, ai diritti umani, all’ambiente, al genere. È fra le fondatrici dell’associazione Annassim.
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Una risposta a Solitudine e infelicità nella migrazione

  1. Claudia Zironi scrive:

    Gentile Lella, grazie per questa testimonianza e per avere esposto con grande chiarezza certe dinamiche che normalmente sfuggono. Saremo molto felici di sentire dalla tua viva voce l’esposizione di questo interessante breve saggio il 15 novembre al Costarena di Bologna. Con l’augurio che tanta dedizione, attenzione e condivisione non restino lettera morta, in questa controversa e a tratti fosca epoca politica, ma aiutino a costruire ponti.
    Un caro saluto a te e alla redazione.
    CZ

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