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Sguardi sulla Tunisia

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911.

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911

di Ahmed Somai 

Le relazioni di viaggio costituiscono una preziosa fonte di informazione. Sono una ricca miniera di indicazioni di varia natura: dal clima, al paesaggio naturale, alla vita dei centri urbani, con un’infinità di considerazioni sulla storia del paese, sulla gente, sulla mentalità, sulla religione ecc… Diversamente dai documenti storici e dai trattati di storia, freddi e rigorosi, le cronache di viaggio non solo danno una viva immagine del paese in un determinato momento della sua storia, ossia nel momento in cui è stato visitato, ma esse recano anche una forte impronta soggettiva del loro autore. Sono cariche di emozioni e di tensioni ideologiche, che impongono allo studioso una certa cautela nel valutarne le affermazioni e le tesi.

Inoltre, essendo questi testi legati ai ricordi di visite o di viaggi, la loro scrittura è spesso frammezzata di riferimenti e di impressioni personali, di una tendenza a voler rivivere il viaggio come in un sogno. Lo stile è più vicino a quello letterario che non alla trattazione storica o geografica. Alcune di queste relazioni contengono una discreta dose di poesia, tale da renderle piacevoli alla lettura. Molto spesso queste cronache di viaggio sono accompagnate da ricche illustrazioni, disegni, fotografie, cartine geografiche… e tutto questo materiale serve a completare l’immagine che il testo tenta di restituire al lettore.

Per la sua posizione geografica in mezzo al Mediterraneo e per la sua vicinanza al continente europeo e in particolare alle coste italiane, la Tunisia è la porta dell’Africa. Essa costituisce spesso una tappa di un viaggio più lungo, verso l’interno del “Continente Nero’, o verso l’Oriente arabo. Negli ultimi tre-quattro secoli è stata la meta di numerosi visitatori italiani, approdati sul suo suolo per vari motivi: missioni di riscatto, missioni diplomatiche o militari, visite di studio o di esplorazione, o semplicemente ricerca di paesaggi esotici e di nuovi orizzonti.

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911.

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911

Nell’ambito della Bibliografia italiana sulla Tunisia (1996) approntata dal sottoscritto in occasione del 40° anniversario del Corriere di Tunisi, ho rilevato una trentina di titoli (e la lista deve essere più lunga) relativi a viaggi e visite in Tunisia (vedi Catalogo della mostra, nonché il volume collettivo Memorie degli italiani di Tunisia), che vanno dalla metà del Seicento fino alla metà del Novecento: dalle Lettere di Giovanni Pagni, medico e archeologo pisano a Francesco Redi in ragguaglio di quanto egli vidde et operò in Tunisia nel 1667, ai  Ragguagli di Floriano Bolignoli cittadino bolognese fatto schiavo prima a Tripoli poi in Tunisi e del suo riscatto nel 1759, alle escursioni e gite come quella di Barattiero, Una escursione in Tunisia, pubblicata a Firenze da Le Monnier, o  Escursione a Tunisi, 1° maggio 1908, o la Gita a Tunisi del dott.Guglielmo Passigli, edita sulla “Nuova Antologia” del 16 settembre 1902. E poi libri veri e propri o capitoli interi all’interno di un viaggio più ampio, come il libro di Odoardo Toscani, Tunisi, datato 1889, o quello di Emilio Pinchia, Ricordi di Tunisia, del 1881, o ancora Viaggio a Tunisi di Carlo Enrico Rava, del 1932, e l’elenco è ancora lungo.

Mi limiterò in questa sede a due relazioni di viaggio, rimandando ad altre occasioni il discorso su alcune altre che mi è stato possibile consultare. Sono due testi che pur trattando dello stesso Paese e della stessa gente, ne danno immagini diverse, che talvolta s’incontrano e talvolta si scontrano: Tunisi, di Odoardo Toscani, pubblicato a Torino, ed. L.Roux nel 1889, e Diario di un viandante di Antonio Beltramelli che porta la data del 1911, edito da Fratelli Treves, Milano.

Giovinetta araba (da Beltramelli).

Giovinetta araba (da Beltramelli)

La visita del Toscani in Tunisia durò circa dieci mesi, dalla primavera alla fine dell’autunno, a metà degli anni 80 del secolo decimottavo, comunque dopo l’instaurazione del protettorato francese sulla Tunisia. Nonostante le poche informazioni che abbiamo su questo visitatore, sappiamo dalle indicazioni sparse nel volume che è appassionato di disegno e di pittura, e le illustrazioni che accompagnano il suo testo sono di sua mano. Inoltre egli si rivolge spesso, come in un romanzo epistolare, ad una sua amata signora.

Il libro, di 267 pagine è diviso in cinque capitoli: 1. Prime impressioni; 2. Macchiette indigene; 3. L’ultima guerra punica; 4. Al paese dei Krumiri ed infine 5. A traverso la Reggenza. Dalle sue pagine emanano sentimenti di meraviglia, di stupore di fronte alla bellezza del paesaggio, primo fra tutti il panorama di Tunisi, visto da una delle terrazze della Medina:

 «Dio! Che spettacolo! Tunisi si stendeva sotto di me bianchissima nella sua veste di calce, con le sue cento cupole, e i minareti sorgenti a guisa di corona, col frastagliamento infinito delle sue case basse e senza tetti, interrotto qua e là da qualche cipresso o da un gracile fusto di palma» (p.37).
Giovinetta araba (da Beltramelli).

Arrotino (da Beltramelli)

Munito dei suoi attrezzi da disegno, le sue peregrinazioni attraverso la Tunisia sono una caccia al paesaggio naturale, selvatico, alla stradina tipica o alla casa araba o l’accampamento beduino, una ricerca di volti singolari, di bellezze arabe sconvolgenti (nonostante fosse stato più di una volta malamente respinto quando azzardava un occhio troppo curioso alle donne arabe). Tanti soggetti che lo affascinano a tal punto da non saper più da dove cominciare:

«A Tunisi ero arrivato con la mia tavolozza e i miei pennelli e con un programma pittorico da sbalordire. Ed ecco che mi si drizzava innanzi un ostacolo che può sembrare ridicolo ed era invece per me formidabile; quello di non sapere da dove cominciare» (p.44). 

da-Beltramelli

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911

Non gli interessavano i soggetti europei, né la città europea. Lo attraeva fortemente il colore locale: i suk, i villaggi arabi intorno a Tunisi, le modeste case arabe e gli aristocratici palazzi patrizi, la vita dei nomadi nell’interno: ha persino trascorso un mese intero in compagnia di una famiglia di nomadi, adattandosi alla loro vita e alle loro usanze.

Non vi è nel suo discorso cenno dei soliti pregiudizi sulla gente locale, nessuna considerazione offensiva sul loro modo di vivere, sulla loro religione e sulle loro tradizioni. Al contrario, egli dichiara a più riprese il suo amore per questo mondo arabo che lotta per conservare la propria cultura, le proprie usanze di fronte ad una civiltà moderna che vuole uniformare tutto e tutti:

«Io li amo questi poveri Arabi che non chiedono altro se non di poter vivere  con le loro usanze e con la loro fede, che guardano sbalorditi e ammaliati la civiltà che s’avanza per ischiacciarli e non hanno la forza di maledirla e di opporsi alla sua corsa devastatrice. Li amo questi artisti incoscienti, questi poeti della vita che creano senza avvedersene capolavori di gusto e di eleganza, che si lasciano trascinare da una necessità misteriosa del bello, che non sanno, che non possono concepire il brutto e il deforme, che non hanno altra ambizione che il loro Dio, la loro donna e il loro cavallo. Nessun pittore fu mai colorista come questi poveri beduini della steppa africana, nessuno scultore seppe mai drappeggiare le pieghe d’una veste come l’ultimo dei fellah» (p.33).

Non da meno appare il suo entusiasmo per la lingua araba che lo affascina con i suoi suoni talvolta dolci e musicali talvolta duri e feroci:

«Fra tante cose belle non ultima mi apparve fin da quel primo giorno la lingua araba. Senza comprenderla, io ne seguivo con entusiasmo le armonie, ora dolci come il miele, ora feroci come ruggiti di belve… A me bastava d’ascoltarla come una musica sconosciuta e la frase più comune mi pareva un inno» (p.31)

 

da-Beltramelli

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911

Nel suo tentativo di confondersi con il paesaggio e con la sua gente aveva persino tentato di imparare l’arabo, ma dovette rinunciare. Eppure era stato sempre attento a registrare parole ed espressioni, che troviamo sparse nel suo libro. Ha pure trascritto con lettere latine le parole di canzoni beduine, con a fianco la traduzione in italiano: «Ia uèsce, ia uèsce uinu khali / Ia gamar elleil giboli ghazali / Ia gamar elleil giboli ghazali / Uard escèm, uard escèm rah u khallani” , e così le ha tradotte : “Piano piano, mio zio dov’è? / O luna delle notti portami la mia gazella, / Rose di Damasco è partita e mi ha abbandonato» (p.248).

Naturalmente, non mancano nel libro di Odoardo Toscani considerazioni a carattere storico, riflessioni sulla religione e sulla mentalità, sugli usi e sui costumi, come anche molte indicazioni sulle varie etnie che componevano il mosaico della popolazione tunisina in quel periodo, dagli italiani ai maltesi agli ebrei della Hara (il ghetto), come anche scene di vita quotidiana sia cittadina che rurale. È una miniera di materiali da scoprire e da sviluppare nell’ambito di argomenti specifici. L’impressione generale che si ha leggendo questa relazione di viaggio è che siamo in presenza di un’anima d’artista, rapita di fronte a un mondo che le era sconosciuto. Toscani ha guardato a questo mondo senza giudicarlo, come fanno invece tanti altri esploratori e visitatori, secondo i criteri della propria civiltà e della propria fede, e soprattutto senza quell’atteggiamento di superficiale superiorità nei suoi confronti.

L’amore, l’ammirazione, il rispetto per il più umile dei beduini culminano in questa dichiarazione d’amore per la Tunisia, con la quale Odoardo Toscani chiude il suo viaggio:

«O mia Tunisi! Visione luminosa della mia vita! Il mio spirito è pieno delle tue rimembranze e penso alle lunghe cavalcate solitarie intorno alle tue mura crollanti, mentre il bel sole d’Africa pioveva riflessi di fuoco nei due laghi che ti fanno corona come due gemme nel diadema d’una regina. Penso alle corse pazze a traverso i tuoi suk o per le vie silenziose del quartiere arabo, alle tue poetiche campagne, agli incontri cercati di nomadi e di beduine. Come biblicamente bella mi ti scoprivi tu allora nei vapori del vespro mentre il mio berbero correva tra gli oliveti dell’Ariadna o su dal colle di Sidi Fethalla dove un arabo pregava con le braccia levate come se volesse avvolgerti tutta nella sua preghiera» (p. 267).

6Nel suo libro, Diario di un viandante, il Beltramelli dedica alla Tunisia un capitolo intitolato Alle soglie dell’Oriente, e che si apre con una citazione del Corano: «…giardini incantevoli che il Misericordioso ha promesso ai suoi servitori per consolarli nel loro esilio…» (cap.XXI, v.62). Sono un centinaio di pagine divise in capitoli di media lunghezza, talvolta molto brevi, e con un titolo che ne indica il contenuto: nomi di luoghi, di città, di cerimonie, di persone : Tunes el bida (il primo capitolo), Il mercato del dolore, la piccola Jasmina, I notai, El Djem, Susa, Monastir, Chadlia, l’arabo e il dromedario, Gabes, Selima… per citarne solo alcuni.

Il libro di Antonio Beltramelli, ricco di bellissime fotografie e qualche tavola a colori, alterna gli accenti di entusiasmo e di ammirazione con chiare impressioni negative, atteggiamenti di repulsione, rifiuto di pratiche per lui incomprensibili. Mescola alle descrizioni di paesaggi, di personaggi e di ambienti, storielle e aneddoti. Come per Odoardo Toscani, anche lui subisce il fascino del primo impatto con la città bianca Tunes el bida:

«Ed ecco sorgere chiarissimamente su tale sfondo di magnificenza, di cui l’arte moresca volle adorni i suoi tempii, ecco vivere e palpitare sotto la luce nuova, la città bianca.
Sono terrazze, minareti, cube, palmizi, fiocchi di verdura e lucentezze abbaglianti; linee squisite di grazia e di incantesimo. Le terrazze si susseguono inalzandosi come in un’ampia e incomposta scalinata verso il cielo; tutte bianche e tersissime, adorne di luce, di null’altro se non di luce. Pare che l’umanità ne abbia fatto tanti luoghi di contemplazione e di silenzio» (p.23).

 Questi paragrafi poetici e positivi contrastano con altri molto meno indulgenti, appena varca i confini della Medina racchiusa nel suo mistero, o i paesaggi naturali che circondano Tunisi. Ecco come descrive la Hara (il ghetto degli ebrei di Tunisi):

 «La sudiceria del quartiere ebreo a Tunisi è cosa che non ha paragone. Non v’è luogo sulla terra che non abbia gente sudicia, ciò resta inteso…ma conviene aggiungere che nessun paese e nessuna razza può sperare di portar la palma su gli ebrei di Tunisi.
Le strade sono strette, oscure, tormentate in avvolgimenti continui. Per soprappiù piove a dirotto. Si cammina fra una melma spessa, formata di chi sa quali elementi.
Sporche le vie, sporche le case, i cortili, le scale, le finestre» (p. 43). 
Tunisi-porta-di-casa-araba-da-Beltramelli.

Tunisi, porta di casa araba (da Beltramelli)

Questo aspetto della Hara deve aver colpito molti viaggiatori, poiché anche il Toscani di cui parlavamo prima, generalmente molto benevolo nelle sue osservazioni, fa la stessa costatazione: «Bisogna avere il coraggio di affrontare il sudiciume del quartiere ebreo, di internarsi in quel labirinto di vicoli senz’aria e senza sole» (Toscani: 96). Sia il Toscani che il Beltramelli parlano a proposito della popolazione della Hara della costumanza degli ebrei di far ingrassare le ragazze che devono andare spose:

«È voce comune che la donna ebrea si prepari alle nozze impinguandosi a forza di mangiare cuscuss e cagnolini» (Toscani: 96).

da-Beltramelli.

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911

Il Beltramelli, dal canto suo, racconta di esser stato portato da uno degli abitanti della Hara che gli voleva far vedere uno spettacolo straordinario, ossia a visitare una casa dove c’erano due ragazze che dovevano sposarsi fra poco:

«Siamo immersi in una penombra spessa. La donna che ci ha accompagnato scompare da un’altra porta.

-Ed ora? –chiedo a Jacob.

-Ora si aspetta.

-Che cosa?

-Le figlie di Debora.

-Per che farne?

-Per vederle.

-Sono tanto belle?

-No, sono grasse!

-Grasse?” 

da-Beltramelli.

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911

Segue una descrizione surrealistica delle due ragazze che l’autore conclude con queste parole: «Ho ancora negli occhi l’ondular lento e impacciato delle due sorelle e i pochi passi faticati e le rotondità mostruose» (p.48). 

Nel mese di aprile troviamo il Beltramelli nella regione del Sahel. Parla di Susa, di Monastir, d’El Djem, dell’isola delle colombe, di Enfida, di Kairuan… Su ognuna di queste città scrive due pagine, talvolta anche meno. Un breve cenno storico, una piccola descrizione, a volte l’origine del nome. Racconta così l’origine del nome di Sussa (Sousse):

«Un governatore arabo fece sospendere una volta, sopra Bab-el-Bhar (la Porta del Mare), una bella perla legata a un filo. Ora avvenne che, durante la notte, il filo fosse tagliato.
Appena sorse l’alba, la gente si avvide di ciò e andò intorno gridando che un verme (sussa, in arabo) aveva mangiato il filo al quale era sospesa la gemma. Da quel giorno, il nome di Susa è restato all’antica Hadrumetum» (p.58).

E a proposito di Monastir, il Beltramelli riporta la versione del Guerin, secondo la quale la città «racchiudeva, al tempo dell’invasione araba, un monastero cristiano (El Menstir che avrebbe dato il nome alla città attuale)» (p.61).

da Beltramelli

da Beltramelli, Diario di un viandante, 1911

Uno dei riti descritti sia dal Toscani che dal Beltramelli è quello degli Issauia (una setta mistica). Ma mentre il Toscani lo descrive con il distacco di chi non riesce a penetrare nel suo mistero, il Beltramelli ne denuncia la ferocia. Ecco la versione del Toscani conclusa da un’osservazione sulla scienza dal sapore positivistico tipico della sua epoca:

«Le cerimonie degli Aissauia rientrano perciò nell’ordine di quei fatti che, come le pratiche dei monaci della Tebaide, come le rappresentazioni dei dervisci urlanti e giranti a Costantinopoli e i riti di alcune feste persiane, non si spiegano completamente e non si spiegheranno se non il giorno in cui la scienza si sarà decisa ad affrontare seriamente lo studio di alcune forze che finora le sfuggono» (p. 202).

Il Beltramelli, invece, esprime tutto il suo ribrezzo attraverso una fitta pioggia di aggettivi foschi: «Li osservo. Sono facce spettrali dalle grosse mandibole, dagli zigomi sporgenti, dalle guance incavate. Facce patibolari. Gli occhi rilucono sinistramente nell’ombra» (p.88).

Kairuan-un-fùnduk-da-Beltramelli

Kairuan, un fùnduk, da Beltramelli

Inoltre, il Beltramelli alterna alle sue descrizioni e alle sue riflessioni sulla cultura e sulla storia di questo paese, elementi della cultura popolare, come i proverbi o le storielle. A pagina 51 cita quattro proverbi che traduce in italiano:

«Ecco quattro proverbi che ho raccolto oggi da un vecchio, in un bagno arabo: 1. Fa il bene e buttalo a mare; se non lo sanno i pesci lo sa Iddio; 2. Se venissero esaudite le preghiere dei cani, dal cielo pioverebbero ossa; 3. Il cane abbaia e la carovana passa; 4. Il segreto ti è schiavo; se lo riveli ne diventi schiavo» (p.51).

Verso la fine della sua relazione sulla Tunisia, Beltramelli racconta questa storiella:

«Due giovani arabi trovarono un giorno su la via un arancio.
Disse Said:-È mio perché l’ho veduto prima!
Rispose Ali: -È mio perché l’ho raccolto!
La controversia si infiammò e volarono le busse.
Passava un “taleb” (maestro) e si fermò. Si pose fra i contendenti:
-Vi farò giustizia! Datemi l’arancio.
Come se l’ebbe ne divise la buccia in due zone uguali e disse:
-Una parte della buccia spetta a Said perché fu primo a vedere l’arancio; l’altra parte spetta ad Ali perché lo raccolse; il frutto lo tengo per me come prezzo per la sentenza!
E mangiò l’arancio» (p. 100).

Queste due impressioni di viaggio, quella di Odoardo Toscani e di Antonio Beltramelli, sono scevre da considerazioni a carattere propagandistico o ideologico, che invece troveremo in altri resoconti di visite in Tunisia, in epoca posteriore, soprattutto negli anni del fascismo, e di cui tratteremo in un prossimo contributo.

Dialoghi Mediterranei, n. 34, novembre 2018
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Ahmed Somai, insegna lingua e letteratura italiana moderna e contemporanea alla Facoltà di Lettere Arti & Umanità – la Manouba (Tunisi). È co-autore di tre manuali per l’insegnamento della lingua italiana in Tunisia (1995-1997). Autore di una Bibliografia italiana sulla Tunisia (ed.Finzi), ha curato per la collana “I Classici” i volumi: G. Verga, Vita dei campi; L. Capuana, Il marchese di Roccaverdina. Dalla metà degli anni ’80 è impegnato in una costante attività di traduzione in arabo di opere e autori italiani: I. Calvino, G. Bonaviri, N. Ammaniti, U. Eco. Ha curato ultimamente l’Antologia di Poeti Tunisini tradotti in italiano.

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