Come credo la maggior parte delle persone, la mia conoscenza letteraria di Marguerite Yourcenar si limitava esclusivamente alla sua opera più famosa, Memorie di Adriano, un libro denso, assaporato negli anni della giovinezza e poi, come tante letture di quegli anni, finito in un angolo dimenticato della libreria.
È stata per me una sorpresa rileggerla a distanza di anni e scoprirne un’anima ecologista assolutamente contemporanea. Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra, pubblicato di recente da Einaudi con un’appassionata postfazione di Stefania Ricciardi, è il testo della prolusione della scrittrice alla V Conferenza internazionale di Diritto costituzionale, dedicata al diritto alla qualità dell’ambiente, tenutasi il 30 settembre 1987 a Laval, in Quebec. Il discorso propone una lucida riflessione sul rapporto tra uomo e ambiente, che precorre il dramma dell’odierna crisi climatica, sollevando interrogativi che al tempo presente appaiono quanto mai attuali. Un rapporto sbilanciato che, oggi come allora, mette l’essere umano al centro di tutto, relegando la natura a passivo dispensatore di risorse, verso cui l’uomo è titolato ad agire con totale discrezionalità.
Nel testo la Yourcenar ripercorre una serie di disastri ecologici legati all’attività umana tra gli anni ’70 ed ‘80. La fuga di diossina dagli impianti Icmesa a Seveso nel 1976, la fuoriuscita di vapori di isocianato di metile a Bhopal nel 1984, l’incidente nucleare di Chernobyl nel 1986, solo per citarne alcuni. Drammi vissuti in un’epoca in cui la questione ambientale era ancora materia per pochi, ma che già scuotevano le coscienze per l’impatto profondo su ecosistemi e comunità locali. Oggi siamo andati ben oltre e assistiamo non solo a singoli eventi di portata simile, ma anche e soprattutto a forme di inquinamento di grande intensità ed estremamente pervasive, quali ad esempio le microplastiche, le polveri sottili, i PFAS, e last but not least la famigerata CO2, causa dell’attuale surriscaldamento del globo.
La crisi climatica oggi ci pone davanti ad un dramma collettivo che non mette più a rischio solo la sopravvivenza di singole specie in zone remote del mondo, ma la vita stessa sulla Terra. Questo ci riporta alla domanda posta da Marguerite Yourcenar quasi quarant’anni fa, una domanda ancora aperta. Come è possibile che, nonostante l’urgenza della questione ambientale, oggi esacerbata dall’aumento esponenziale delle temperature, le persone sembrino tutt’ora incapaci di agire collettivamente per il benessere del Pianeta? Al contrario continuiamo a comportarci come se il destino della vita sulla Terra fosse qualcosa che ci riguarda solo marginalmente:
«Ho sempre l’impressione che questo dramma tocchi pochi individui […]. Il minimo scandalo di un uomo politico, il piccolo lusso barbaro ed eccessivo di alcune mogli di uomini celebri – gli abiti di Eva Peron o le scarpe della signora Marcos, ad esempio –, il sottile titillamento sessuale suscitato dall’annuncio del decimo matrimonio di una star, tutto ciò sembra interessare molto più alle masse rispetto al dramma della terra, dell’aria e dell’acqua di cui ci stiamo occupando» (Yourcenar 2026: 6).
Sono parole che ben si adattano all’attuale atteggiamento nei confronti della crisi climatica. Ad oggi anche le persone con una certa sensibilità nei confronti dell’ambiente faticano a comprendere la portata del surriscaldamento globale e sottostimano la necessità di una presa di coscienza forte. Ben pochi traducono il cosiddetto amore per la natura in scelte di vita concrete o, ancora più raro, in posizioni politicamente schierate. Certo, c’è una diffusa preoccupazione davanti a eventi meteorologici sempre più estremi, con estati sempre più calde e periodi estremamente siccitosi anche in quelle parti di mondo in cui le precipitazioni sono sempre state abbondanti. Ma è difficile che si vada oltre la preoccupazione.
Elisabetta Dall’O’ nella sua etnografia sulle Alpi Valdostane illustra in maniera egregia l’incapacità delle persone di introiettare l’impatto della crisi climatica (Dall’O’ 2026). Il quieto vivere, la dimensione privata in cui ciascuno di noi preferisce restare confinato, e forse anche un certo grado di individualismo, ci impediscono di uscire da “quella sorta di inerzia” contro cui invece si scaglia la Yourcenar quando invita a diventare «consumatori ponderati anziché predatori sconsiderati» (Yourcenar 2026:7). Appare chiaro che il suo appello, allora come oggi, è rimasto inascoltato. Molto è stato fatto dagli anni ’80 ad oggi nello sviluppare una maggiore coscienza ecologica, tuttavia il modello della crescita infinita ci tiene ancora prigionieri. Il costo ambientale del nostro stile di vita è altissimo ma ben pochi sembrano interessati a operare modifiche sostanziali, rinunciando al soddisfacimento degli innumerevoli bisogni ritenuti ormai tutti essenziali. Le scelte macro operate a livello politico sono solo il riflesso di questo sentire comune a livello micro.
Le parole di Marguerite Yourcenar mirano invece chiaramente a togliere l’uomo dal ruolo di dominatore per riposizionarlo nella rete di interrelazioni con gli altri non umani. È necessario che l’uomo smetta di percepirsi come il punto apicale delle forme di vita sulla Terra, uscendo da una dimensione totalmente antropocentrica per recuperare il suo posto all’interno di quel sistema ecologico che è il nostro Pianeta. Questo tema torna anche in altre opere della Yourcenar, che, come ben sottolinea Stefania Ricciardi, matura una visione dell’uomo che vede l’individuo non più al centro dell’universo, ma «come un oggetto che si muove sullo sfondo del tutto» (Yourcenar 2026: 51).
L’anima ecologista di Marguerite Yourcenar si intreccia anche con una coscienza animalista che precorre i tempi e la spinge ad attaccare duramente un modello, quello degli allevamenti intensivi, che negli anni ’80 non aveva ancora raggiunto l’orrore del presente ma che già lo lasciava preludere. Ne “Chi sa se il soffio vitale delle bestie scenda in basso, verso terra?”, la Yourcenar ripercorre la vita di quegli animali destinati al macello, condannando le scelte alimentari che alimentano quel sistema:
«la maggior parte di noi mangia carne, ma alcuni si rifiutano e pensano, sommessamente ironici, a tutte le scorie del terrore e dell’agonia, a tutte le cellule consunte di un ciclo alimentare giunto alla fine che si esaurisce nelle mascelle dei divoratori di bistecche» (Yourcenar 2026:19).
Questo filone di pensiero viene egregiamente ripreso da Stefania Ricciardi nella postfazione del testo, quando lo riporta al presente, richiamando ciò che sono oggi gli allevamenti intensivi: un luogo di orrori quotidiani e una delle fonti principali di inquinamento da CO2. Il documentario di Giulia Innocenzi e Paolo D’Ambrosi “Food for Profit” mostra come, nell’epoca in cui si spendono migliaia di euro per la cura dei nostri pet, sia ancora possibile ridurre i cosiddetti animali da reddito a semplici merci, promuovendo tecniche di allevamento prive di qualunque etica. Se nei secoli scorsi l’inflizione di dolore agli animali veniva motivata dal considerarli poco più che oggetti, oggi questa non può più ritenersi una giustificazione valida. Non vi sono ormai dubbi sul fatto che gli animali siano esseri senzienti, capaci di provare paura e dolore. Tuttavia la logica del profitto non impedisce di progettare metodi di allevamento che massimizzano i profitti nella totale mancanza di rispetto dei diritti degli animali. Nel bel libro Etica antispecista Gianfranco Mormino ritiene che la condizione in cui vivono oggi gli animali da reddito sia
«il prodotto di un’esclusione sistematica, identica a quella esercitata contro gli umani più vulnerabili: come per questi ultimi, la ragione della loro collocazione al fondo della costruzione sociale è la loro limitata capacità di difendersi […]. Specismo e antropocentrismo non nascono affatto da una preferenza per gli esseri umani ma dalla possibilità di opprimere senza pericolo tutti coloro, uomini o animali, che non riescono a rispondere in modo efficace alla nostra violenza» (Mormino 2026:13).
La stessa Yourcenar è consapevole di questo comune destino di uomini e animali, laddove ritiene che nel momento in cui l’essere umano diviene insensibile alla crudeltà, l’inflizione metodica di dolore viene legittimata indistintamente nei macelli come nei lager nazisti. Il richiamo è quindi quello ad un’assunzione di responsabilità innanzitutto individuale, ma che deve necessariamente farsi anche collettiva. Ciascuno di noi deve sentirsi chiamato a fare scelte etiche nella propria vita, e ricordare che il rispetto per ogni forma di vita deve essere la bussola che guida ogni nostra decisione. Marguerite Yourcenar lo afferma con forza, sapendo che ogni scelta non è mai assoluta e costringe l’individuo a fare i conti con una certa dose di contraddizione. A maggior ragione nel tempo presente, promuovere una sensibilità ecologista significa accettare che l’integrità totale non è praticabile, perché il sistema in cui viviamo inevitabilmente chiede di scendere ad un certo grado di compromesso. Rispetto al tempo della Yourcenar, la complessità del mondo contemporaneo è cresciuta in modo esponenziale e non esistono azioni scevre da un qualunque impatto ambientale. Possiamo solo cercare di vivere nella maggiore consapevolezza possibile, orientando le nostre scelte sapendo che:
«la Terra appartiene a tutti gli esseri viventi e noi dipendiamo in definitiva da tutti gli esseri viventi. Ci salveremo o moriremo con loro e con lei» (Yourcenar 2026:14).
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Riferimenti bibliografici
Dall’Ò, E. 2026. Il cambiamento in-visibile. Antropologia dei cambiamenti climatici nel cuore delle Alpi. Torino: Rosenberger & Sellier.
Mormino, G. 2026. Etica antispecista. Milano: Raffaello Cortina Editore
Yourcenar M. 2026 (1987). Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra. Torino: Giulio Einaudi Editore.
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Chiara Dallavalle, già Assistant Lecturer presso la National University of Ireland di Maynooth, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Antropologia Culturale, collabora con il settore Welfare e Salute della Fondazione Ismu di Milano. Si interessa agli aspetti sociali e antropologici dei processi migratori ed è autrice di saggi e studi pubblicati su riviste e volumi di atti di seminari e convegni.
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