di Maurizio Crispi
Era l’autunno del 1973.
Un giorno fatidico fu quel giovedì 25 ottobre, quando un violento fortunale con enormi onde letteralmente annientò la diga foranea del porto di Palermo (già non del tutto integra per via di danneggiamenti subiti durante la guerra e in anni precedenti in occasione di una mareggiata).
Il fortunale causò il disancoraggio del grande bacino di carenaggio, con dentro un’enorme petroliera, la Texaco Westminster, allora in riparazione, strappando gli ormeggi di numerose navi alla fonda andate alla deriva sin dentro il porto e sui moli che vennero parzialmente distrutti e sconnessi.
Grande fu il danneggiamento di molte altre strutture portuali. Per non parlare di molteplici danni a strutture e ad abitazioni lungo tutta la linea costiera di Arenella e Addaura.
Il mattino dopo io mi ritrovai lì. Non so perché ci fossi andato, ma a quei tempi andavo in giro in bici portando sempre con me la macchina fotografica. Ero ancora uno studentello imberbe ed avevo del tempo a disposizione.
L’alba fu livida, la luce era grigia e funerea, e quando mi addentrai nella zona portuale vidi che ancora – senza più alcuna barriera – entravano onde anche se di forza smorzata, sollevando alti spruzzi su ciò che restava dei moli.
Pochi altri si aggiravano lungo le banchine, attoniti. Marinai si affacciavano dai parapetti di alcune delle navi disancorate ed inclinate sul fianco. Una vista davvero impressionante. Quasi una scena di guerra, apocalittica.
Mai vista una cosa simile e fotografai sino ad esaurire quell’unica pellicola B/N che avevo con me. Si calcolò che quel fortunale avesse provocato oltre 100 miliardi di lire di danni.
Le foto e i racconti dell’epoca ricordano che nel giorno del fortunale, intorno alle 16:00, il cielo passò repentinamente dal grigio al nero totale, dando inizio a oltre 48 ore di pioggia incessante (circa 200 mm) con raffiche di vento superiori ai 100-150 km/h.
Oltre al grande bacino da 52.000 tonnellate con la Texaco Westminster incagliata sul fondo, le foto mostrano un secondo bacino galleggiante da 19 mila tonnellate alla deriva. Questo conteneva la nave Ferngulf e finì per schiantarsi ripetutamente contro il Molo Santa Lucia, sbriciolandone gran parte della banchina a causa del moto ondoso incontrollato.
Diverse immagini documentano il punto in cui affondò la nave mercantile bulgara, la Gotze Delkev (nota ai palermitani come “la Bulgara”). La nave colò a picco all’interno dei cantieri, lasciando emergere solo parte delle sovrastrutture e legando il suo nome a una successiva tragedia in cui persero la vita due sommozzatori durante i lavori di recupero del relitto.
Atre immagini storiche del porticciolo della Cala mostrano una distruzione totale con decine di pescherecci e barche da diporto che, dopo aver rotto gli ormeggi sotto la spinta del vento e delle onde che irrompevano libere nello spazio portuale, finirono per accatastarsi e frantumarsi gli uni contro gli altri o contro la banchina.
In via Crispi e a Porta Felice, il mare, non trovando più la barriera della diga foranea del 1920 (già provata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale), invase la terraferma. Le foto mostrano via Crispi allagata. L’acqua penetrò fin dentro gli uffici e gli alloggi di servizio della Guardia Costiera a Porta Felice, costringendo gli occupanti della Guardia a fuggire in piena notte.
Molte immagini scattate fuori dal porto documentano come la violenza dei marosi distrusse le case costruite sugli scogli all’Addaura e a Vergine Maria. A Punta Priolo resistette solo il “Castelletto”, mentre le fondamenta cementizie delle altre abitazioni spazzate via rimasero visibili per anni.
Un dettaglio tecnico emerso nei resoconti storici (e visibile nella disposizione delle imbarcazioni nelle foto aeree successive) riguarda proprio la gigantesca petroliera Texaco Westminster: mettendosi di traverso una volta incagliatasi sul fondo insieme al bacino, creò involontariamente una barriera improvvisata che smorzò la furia delle onde successive, evitando che il resto del naviglio rimasto all’interno del porto venisse completamente polverizzato.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Maurizio Crispi, palermitano del 1949, figlio del giornalista Francesco Crispi e discendente dello statista Francesco Crispi, possiede tre diverse anime. È medico con specializzazione in Psichiatria e con una pratica in psicoterapia. È stato sportivo praticante in diverse discipline sportive tra le quali l’atletica leggera, il canottaggio e, in tempi più recenti, la corsa sulle lunghe e lunghissime distanze. Dal 2006 è giornalista pubblicista e questa è la sua terza anima: la passione per la scrittura lo ha portato a seguire le orme del padre Francesco, che fu giornalista professionista e la cui carriera fu interrotta prematuramente e bruscamente dalla morte, occorsa nel disastro aereo di Montagna Longa, nel maggio del 1972. Ha fondato una testata giornalistica online che si occupa di sport di endurance (in particolare, la corsa), “Ultramaratone Maratone e Dintorni”. Ha creato diversi blog i cui contenuti spaziano dalle recensioni letterarie e cinematografiche, alle note di costume, alle considerazioni e approfondimenti in campo socio-psicologico. Il blog attualmente attivo è Frammenti e Pensieri Sparsi. Una pagina di cinema, letteratura, note diaristiche e pensieri vari, che – momento presente (giugno 2026), registra circa 2800 articoli pubblicati e corredati di foto spesso personali. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi scientifici, riflettenti i suoi interessi professionali e un volume dal titolo Ricordando A Hard Rain’s A-Gonna Fall che è sostanzialmente un album fotografico corredato di testi personali. Più di recente con Edizioni Ex Libris ha pubblicato due volumi: Ai tristi tempi del Coronavirus. Dove siamo, dove andiamo. Il mio diario quotidiano (2021) e Di panchina in panchina. Vagabondaggi oziosi e fotografie di pensieri (2022).





























