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Pratiche umanitarie e solidarietà nel Mediterraneo centrale. SAR tra salvataggi e resistenza

 Al momento dello sbarco, le persone sono accolte da personale sanitario e di polizia, da dopo il periodo del covid in poi, sempre coperti dalle overall bianche ( J. Iozzelli, ottobre 2021)

Al momento dello sbarco, le persone sono accolte da personale sanitario e di polizia, da dopo il periodo del covid in poi, sempre coperti dalle overall bianche ( ph. J. Iozzelli, ottobre 2021)

di Jasmine Iozzelli 

Attività di ricerca e soccorso tra ONG, Stati e organismi sovra-nazionali 

A partire da ottobre 2021 e per buona parte del 2022 ho passato molti mesi nel Mediterraneo centrale a bordo di diverse navi di ricerca e soccorso (Search and Rescue, d’ora in poi SAR) afferenti a varie organizzazioni non governative (ONG) e associazioni, come parte della mia ricerca di Dottorato in Scienze Antropologiche all’Università di Torino. Assumendo ruoli diversi di volta in volta, ma sempre come membro effettivo dell’equipaggio oltre che come ricercatrice, ho potuto condurre un lavoro sul campo attraverso un’immersione totale nel contesto dei salvataggi in mare di persone migranti partite dalle coste nordafricane, soprattutto da Libia e Tunisia.

Ero già salita a bordo di una nave, nella primavera del 2019 con Mediterranea Saving Humans, la prima organizzazione italiana nel Mediterraneo. Quell’esperienza mi aveva convinto ad approfondire lo studio delle dinamiche migratorie e delle forme di solidarietà che si davano in tale spazio. Essere tornata in mare dopo due anni e per un lungo periodo di tempo, con organizzazioni anche molto differenti tra loro, mi ha permesso di mettere a fuoco i cambiamenti politici che si sono dati in tale quadro e di leggerne – considerando la letteratura soprattutto antropologica sui confini, l’umanitario, il mare, le migrazioni e i movimenti – le varie tensioni e conflittualità.

A fronte di uno scenario marittimo costruito come confine mortifero governato da un regime dei confini tecnocratico, il tentativo è stato fin dall’inizio quello di concentrarmi sulle forme di creatività culturale che in tali spazi tentano di definire rotte alternative di resistenza. A partire da alcuni episodi che ho vissuto a bordo di diverse navi, cercherò qui di mettere in luce vari snodi politici intorno a cui si costruiscono le pratiche e le narrazioni delle organizzazioni di soccorso nel complesso dialogo con gli altri attori che attraversano il Mediterraneo: migranti, autorità statali, enti associativi afferenti alla società civile, grandi compagnie marittime commerciali.

Nell’ultimo decennio, il quadro governativo della gestione del SAR nel Mediterraneo centrale è stato in continuo cambiamento. Se fino al 2013 sembra possibile mettere in luce una «bassa marea dell’assistenza in mare» (Pezzani, Heller 2016) durante la quale il regime di confine opera nel Mediterraneo tenendo la linea dell’indifferenza e della non assistenza, dopo i naufragi del 3 e 11 ottobre 2013 e il conseguente avvio di Mare Nostrum si assiste a un processo di umanitarizzazione istituzionale del confine marittimo europeo, che da una parte si muove per disegnare una «buona scena di soccorso» (Cuttitta 2017), dall’altra viene presentato fin da principio anche come operazione di polizia finalizzata all’arresto dei trafficanti.

Le persone soccorse si affacciano dalla poppa della nave per guardare per la prima volta l'Italia, le cui coste sono ormai vicine (ph. J.Iozzelli, dicembre 2021)

Le persone soccorse si affacciano dalla poppa della nave per guardare per la prima volta l’Italia, le cui coste sono ormai vicine (ph. J. Iozzelli, dicembre 2021)

Quando alla fine del 2014 viene dismessa l’operazione Mare Nostrum, diverse organizzazioni lanciano un appello alle istituzioni italiane ed europee affinché le capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo non vengano ridotte; nei fatti, però, le operazioni Triton e Sophia di Frontex [1], pensate per sostituire quella italiana, oltre ad abbandonare il mandato umanitario (relegato a effetto eventuale e “collaterale”), lasciano ampi tratti di mare scoperti, portando tra l’altro all’aumento vertiginoso dei casi di salvataggi effettuati da navi commerciali. In questo contesto entrano in campo numerose ONG, la cui presenza viene inizialmente promossa dallo Stato italiano stesso, il quale continua ad avere il pieno controllo e coordinamento del SAR: le autorità statali e sovra-statali, pur non occupandosene, si riappropriano, sia simbolicamente che praticamente, dell’atto di soccorrere.

Tra 2015 e 2017, il Mediterraneo è proposto, nell’opinione pubblica, come spazio apolitico di “crisi umanitaria” in cui si riversano generici “disastri africani” e “crisi o fenomeni epocali”. L’imperativo di agire per salvare vite viene fortemente decontestualizzato rispetto alle dinamiche e all’evoluzione tanto della crisi libica quanto dei sistemi di accoglienza dei Paesi europei, e le organizzazioni non governative che scendono in campo – alcune appartenenti a grandi organizzazioni pre-esistenti, ma molte altre nate con lo specifico intento di agire nel Mediterraneo – pur nutrendosi in alcuni casi di rivendicazioni politiche (con istanze di denuncia e di visibilizzazione del conflitto in atto nel Mediterraneo) appaiono per lo più come attori che si approcciano in modo umanitario [2] all’ “emergenza dei naufragi”. In effetti, il tentativo governativo di nascondere e velare non solo le cause e i responsabili delle morti in mare, ma i naufragi stessi, è da leggere entro la necessità di velare la profonda crisi che la “lunga estate delle migrazioni” [3] ha causato all’interno della gestione del regime di frontiera europeo. La tensione e potenziale contraddizione tra umanitario, valorizzazione economica e sicurezza come imperativi concomitanti alla base del funzionamento di tale regime, oscillante a partire dagli anni Novanta, ha però così iniziato a mostrare la sua debolezza.

In un quadro in cui le istituzioni tendono a minimizzare la conflittualità, definendo le ONG come “buoni soccorritori”, molte di esse rivendicano una presunta neutralità e un non-schieramento, un approccio anti-politico (Redfield 2017), contribuendo, parzialmente, alla depoliticizzazione e tecnocratizzazione della gestione europea dei confini; contemporaneamente, va via via a costruirsi e a contrapporsi una politicizzazione, parimenti semplicistica e astorica, del discorso sulle migrazioni, che culmina facendo esplodere le contraddizioni dello scollamento tra operazioni in mare e sistemi di accoglienza sulla terraferma (Ciabarri 2020).

È in questo contesto che, nel 2017, si assiste a uno scarto: le istituzioni europee arretrano e si disimpegnano dalle attività di ricerca e soccorso; in Italia, interviene una ragione di Stato in linea con le disposizioni in materia di “esternalizzazione dei confini”. Così, costretti a rinunciare alle pratiche di push back [4] già censurate dalla CEDU [5], gli Stati europei delegano tali attività alle autorità libiche [6], nei fatti incentivando le pratiche di pull back.

Nel tentativo di legittimare tali operazioni, risultano fondamentali le retoriche e le pratiche di criminalizzazione delle ONG che si occupano di SAR: accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, con ammende pecuniarie e amministrative, sequestri delle navi e processi penali [7], esse si ritrovano ad assumere una postura diventata conflittuale rispetto alle direttive governative, anche nei casi in cui l’intento fosse quello di non creare contrasti. A ciò si affiancano, di contro, narrazioni sempre più depoliticizzate di un mare come forza e confine naturale, il cui potere di uccidere viene così spogliato di ogni volontà politica. Esplode pertanto, da una parte, un discorso anti-immigrazionista che inneggia ai “porti chiusi” e paventa la “sostituzione etnica”, e, dall’altra, una politica insurrezionale della migrazione, costringendo l’umanitarismo a mutare e assumere necessariamente dei significati oppositivi. È proprio in tale contesto che alcune organizzazioni decidono di costituirsi, riconoscendo il Mediterraneo come “arena politica” conflittuale in cui inserirsi per rivendicare diritti con e per le persone in movimento e riferendosi, quindi, non tanto o non solo al salvataggio delle vite in mare, quanto piuttosto alla libertà di movimento e alla necessità di passaggi sicuri, e proponendo un uso offensivo del diritto per tali rivendicazioni.

Momento di preghiera a bordo (ph. J. Iozzelli, dicembre 2021)

Momento di preghiera a bordo (ph. J. Iozzelli, dicembre 2021)

La situazione cambia nuovamente a partire dal 2019 con il governo Conte II e poi con l’avvento della pandemia globale di SARS-CoV-2: in linea con la generale irreggimentazione di confini e frontiere, in quel momento apparentemente giustificato dal tentativo di limitare la diffusione del virus, la gestione degli arrivi via mare di stranieri “illegali”, non controllabili e dunque “pericolosi”, si sviluppa attraverso l’intensificazione di misure burocratiche di restringimento delle azioni delle ONG e delle persone in movimento (Dadusc, Stierl 2021; Tazzioli, Stierl 2021). L’Italia dichiara che i suoi porti, a causa della pandemia, non possono essere considerati “sicuri” [8]; una serie di sanzioni amministrative bloccano le navi di soccorso in modo molto più efficace e contemporaneamente meno visibile delle precedenti sanzioni penali.

Da qui, le posizioni delle ONG si suddividono tra quelle che decidono di adempiere a richieste e obblighi spesso illegittimi delle autorità e quelle che intentano azioni legali per dimostrarne l’illegittimità – i cui risultati, positivi vengono ottenuti spesso in tempi molto lunghi, implicando nel frattempo il fermo della nave.

A partire dalla metà del 2021 sembra possibile individuare nuove modalità di gestione del controllo alla mobilità: mentre viene incrementata l’invisibilizzazione delle morti in mare, del mancato soccorso e dei sempre più efficienti pull back della guardia costiera libica (addestrata e finanziata dal governo italiano), anche i blocchi sulle navi vengono allentati – pur mantenendo, d’altra parte, le lunghe attese per l’assegnazione del porto di sbarco, costringendo gli equipaggi e le persone soccorse a stare a bordo anche per settimane davanti alla Sicilia prima di poter sbarcare. Le organizzazioni sembrano sempre di più adottare un basso profilo, minimizzare le voci di denuncia e tentare di massimizzare la propria presenza in mare, agendo in un clima di stagnazione e sempre più forte depoliticizzazione dell’azione del soccorso.

Tali tensioni, avvicinamenti e scontri tra enti governativi (italiani ed europei) e organizzazioni della società civile hanno prodotto alcuni cambiamenti all’interno di molte di esse riguardo alla gestione delle navi, al rapporto dell’organizzazione con l’equipaggio, alla relazione tra organizzazione, equipaggio e persone in movimento. In generale, conseguentemente al passaggio da una strategia di attacco penale a una amministrativa, in linea con la volontà di tecnicizzare anche le forme di criminalizzazione e dunque rendere meno evidenti, più farraginose e più lente le forme di contrattacco da parte delle organizzazioni colpite, è possibile riconoscere un processo di burocratizzazione (Graeber 2016) e professionalizzazione all’interno delle organizzazioni stesse.

Le organizzazioni composte da gruppi di amici o conoscenti, che nel passato avevano condiviso diverse forme di attivismo a terra e poi si erano riuniti nella creazione di un progetto marittimo, hanno dovuto via via lasciare il posto a compagnie di shipping management sempre più strutturate, alla parcellizzazione del lavoro, a una rigida distinzione tra “crew professionale” e “crew volontaria” (quando la prima non ha del tutto sostituito la seconda), a una gestione tecnocratica del personale. I collettivi mossi da intenti solidali e attivismo militante si sono trasformati in gruppi di individui lavoratori iper-professionalizzati con orari di lavoro prestabiliti. Venute meno le reti di cura spontanea costruite entro percorsi condivisi di militanza, devono essere loro garantite assicurazioni mediche, sostegno psicologico – tutti servizi normalmente esternalizzati rispetto all’organizzazione stessa – e salari minimi in ottemperanza alle legislazioni specifiche più che a un’idea di attenzione solidale e orizzontale.

12000_11Almeno apparentemente messo da parte il fantasma del processo penale o della prigione per “reato di solidarietà”, forme di radicalismo nell’ambito della ricerca e soccorso sembrano essere state rese impossibili, negli ultimi anni, da forme tecnocratiche di controllo da parte degli Stati; ciò ha inserito le organizzazioni in un più ampio quadro di perpetrazione di schemi neoliberisti di razionalità formale appartenenti alla moderna struttura delle agenzie istituzionali, per contrastare l’indifferenza e la depersonalizzazione delle quali erano inizialmente nate.

In questo senso, le attività di ricerca e soccorso condotte dalle ONG sembrano reinserirsi completamente nel quadro dell’assistenza umanitaria la cui istituzionalizzazione e le cui problematiche sono al centro di molta letteratura antropologica e non solo a partire dagli anni Settanta [9]. La “macchina antipolitica” (Ferguson 1994), in questo caso dell’umanitarismo, sembra aver fagocitato gli sparuti iniziali intenti dirompenti delle navi della società civile.

Tra istituzionalizzazione e informalità: radicalismo, stagnazione, polarizzazione 

In tale scenario di stagnazione e relazioni tra istituzioni e ONG basate su rapporti di forza che non vengono nei fatti messi in discussione, rimangono alcuni snodi intorno a cui si sviluppano le azioni e le retoriche delle diverse organizzazioni. In base alle strategie operative e alle narrative proposte, diverse ONG assumono posizioni diverse: a un estremo, alcune tentano di aprire il conflitto per mettere in discussione il contesto; all’altro, molte arrivano a posizioni di esplicita rinuncia alla denuncia per legittimare la propria presenza in mare e agire esclusivamente sul piano del salvataggio della vita umana.

Da una parte, le grandi ONG sembrano volersi organizzare attraverso precisi schemi tassonomici e condividere un’“economia morale” e una “gerarchia globale di valori” strettamente connesse con l’espandersi di ideologie neoliberiste (Palumbo 2010) volte alla costituzione e al funzionamento regolare, prevedibile e numerabile, in cui la burocrazia weberiana promuove lo sviluppo della calcolabilità e irreggimentazione in modo tanto più perfetto quanto più essa si “disumanizza”. In questo senso, esse sembrano avere come primario obiettivo quello di guadagnarsi quotidianamente la propria presenza in mare, rinunciando, se mai è stato presente, a qualunque intento conflittuale di cambiamento delle cause che richiedono la loro presenza, e piuttosto lavorando sui concetti di “neutralità” e “imparzialità”.

Sulle navi di tali ONG, allora, una forte gerarchia all’interno della crew, in ampia maggioranza bianca (aspetto che si tenta di giustificare col fatto che è più semplice tutelare cittadini europei che non extracomunitari in casi di processi o sanzioni penali), l’iper-professionalizzazione, la massima attenzione per una gestione manageriale dei salvataggi e della permanenza a bordo – in termini di numeri, peso da spostare, quantità di pasti da preparare, spazio da occupare o folla da controllare ed eventualmente punire – fanno sì che, da una parte, il momento massimamente emergenziale del soccorso – quello del passaggio dall’acqua alla nave, dalla quasi sicura morte alla salvezza – venga trasposto a tutta la permanenza a bordo, rendendo così impossibili dinamiche che vadano oltre la completa spersonalizzazione, medicalizzazione e vittimizzazione; dall’altra, il tempo sulla nave, pur dovendo essere un tempo della gratitudine dovuta ai soccorritori, diviene anche un tempo sospeso, di attesa prima di arrivare in Europa (nonostante tecnicamente sia già territorio europeo), in cui si spera di non avere il tempo per, e nei fatti non si prova a, creare una comunità di cura, o azioni partecipate e condivise. Il tempo della nave non è che il tempo del “trasporto” dal punto di un “incidente” a un luogo sicuro, come quello di un’«ambulanza del mare» (Dobie 2022).

Dall’altra parte, è possibile identificare piccole realtà con una struttura per lo più informale, poco professionalizzata, in cui lo spazio di manovra individuale ha più ampio margine e la gerarchia meno strutturata lascia la possibilità di un proliferare di azioni condivise e spontanee, sia tra i diversi membri della crew sia tra la crew e le persone migranti soccorse o assistite. Le imbarcazioni si fanno piccole, spesso a vela, di più agile gestione e dai costi inferiori. L’attenzione passa dall’efficienza, i numeri e l’iper-individualizzazione dei soccorritori al tentativo di costruire percorsi condivisi, orizzontali e di cura. Se tali comunità “galleggianti” non fossero radicali già nella loro semplice ed estrema opposizione alle altre, lo divengono nel momento in cui al loro interno vengono anche proposte, discusse e scelte strategie dirompenti di opposizione e messa in discussione del regime dei confini.

Parallelamente, entro tali estremi sembrano convivere numerose contraddizioni, contaminazioni, dilemmi. Le grandi organizzazioni, infatti, sono quelle che effettuano il più alto numero di salvataggi; il loro fermo implicherebbe, de facto, un aumento delle morti in mare. Il loro professionismo permette di effettuare soccorsi quasi perfetti, minimizzando i rischi. Contemporaneamente, i loro mezzi finanziari semplificherebbero estremamente il processo di follow-up, avendo gli strumenti per l’assistenza sanitaria, legale e in generale per la facilitazione dei passaggi successivi allo sbarco. Inoltre, il potere di influenza di tali organizzazioni è molto maggiore rispetto a quello delle piccole realtà nel caso in cui decidano di denunciare o muoversi su azioni conflittuali – mettendo però così a rischio le donazioni e dunque la loro stessa esistenza. D’altra parte, le piccole organizzazioni, per i motivi appena espressi, sono spesso incapaci di mettere in atto salvataggi tecnicamente efficienti o di minimizzare i rischi, e non hanno i mezzi necessari anche solo per pensare di poter seguire in modo sistematico il futuro delle persone soccorse.

978-0-8223-4821-4_prEmergono inoltre in entrambi i casi due tipi di contraddizioni tra pratiche e narrazioni: da una parte alcune rivendicazioni urlate sui social media dalle pagine ufficiali delle grandi organizzazioni vanno in diretta contraddizione con le pratiche gerarchiche, assistenziali e vittimizzanti che si danno a bordo; dall’altra in molti casi profili silenziosi hanno dietro soggetti che mettono in pratica azioni strategicamente estreme di sfida ai confini e facilitazione della libertà di movimento. In un quadro in cui, dunque, numerose “correnti” sembrano costantemente scontrarsi, contaminarsi e dividersi, e in cui, allo stesso tempo, sembra regnare un clima di stagnazione politica, verso quali direzioni si stanno muovendo le organizzazioni che sono nate intendendo avere un approccio radicale all’umanitarismo in mare, o che lo hanno assunto durante il percorso?

In molte conversazioni, chi lamentandosi e chi adagiandosi su tale discorso, è emersa con forza la difficoltà delle ONG più militanti, in questo momento, di praticare azioni radicali. Quando la criminalizzazione è invisibilizzata, burocratizzata e resa silenziosa, e il mare sembra tornare uno spazio depoliticizzato – ma la violenza del regime dei confini è ancora ben presente, e le morti continuano a darsi quotidianamente – risulta difficile, per molti attivisti, pensare a come rivoluzionare il sistema.

È in questa direzione che sembra muoversi quel tentativo silenzioso ma strutturale di costruire retoriche polarizzate, in cui una strategia simile a quella messa in atto da molte istituzioni, di ricerca semplicistica del “colpevole cattivo” – lo scafista, il migrante, l’altro – viene in qualche modo perpetrata da quegli attori che vi si oppongono. Il “Ministro degli Interni Matteo Salvini”, “gli italiani razzisti”, “la capitaneria di Lampedusa” sono fantocci “cattivi” contro cui scagliarsi, spesso senza indagarne gli aspetti culturali, sociali e storici, e dunque non dotandosi degli strumenti per costruire percorsi in cui diventi possibile sorpassare tali logiche, piuttosto che semplicemente opporvisi. Le organizzazioni “del nord” (la maggioranza sono tedesche) arrivano nel sud Italia frontiera d’Europa convinte di dover insegnare l’accoglienza, perpetrando un sistema dalle tinte coloniali che alla comprensione preferisce l’affermazione, in questo caso contro entità negative che paradossalmente si spera sopravvivano per poter nutrire e legittimare la propria presenza. Così, quando la nave su cui ci trovavamo è stata bloccata dalle autorità di bandiera (non italiana), a molti nell’organizzazione è sembrato che dovesse trattarsi di un errore: è l’Italia dei razzismi, della povertà e della malagestione a bloccare le navi, non può essere lo stesso per le rispettabili autorità di uno Stato ricco del “nord” dei diritti. La «ripoliticizzazione del mondo» di cui parlava Didier Fassin (2014) sembra ancora lontana da molti dei discorsi e delle pratiche delle organizzazioni, anche quelle apparentemente più politicizzate. 

fassinUmanitarismo e militanza nel Mediterraneo centrale 

Addentrandomi entro lo scenario appena tratteggiato, vorrei ora provare a mettere in luce alcune delle caratteristiche specifiche dell’umanitarismo in mare, in relazione all’ambiente stesso in cui le azioni prendono campo e alle più ampie sfere teoriche a cui esse si appellano. Se, per alcuni autori (Cusumano 2017), il mare, e nello specifico il Mediterraneo, sembra essersi costruito come «spazio umanitario perfetto», e, per altri (Dobie 2022), si definisce come teatro catalizzatore di azioni densamente politicizzate tanto da mettere in discussione i principi umanitari tradizionali, sostengo l’importanza di evitare forme di essenzializzazione di tale ambiente e la necessità di non ridurre le specificità delle organizzazioni che vi operano alla presunta differenza ontologica del mare rispetto alla terra.

Proverò a evidenziare come le particolari e intricate tensioni che animano il Mediterraneo contemporaneo siano da ricondurre alle ampie dinamiche geopolitiche in parte tratteggiate nelle righe precedenti, e che d’altra parte le micro-pratiche dei soggetti coinvolti – nello specifico, qui: migranti, attivisti, operatori umanitari – siano da guardare a livello etnografico nelle loro contraddizioni e contaminazioni in continuo mutamento.

Uno degli aspetti che, come accennato, sembra dirimente nella definizione della specificità del “soccorso marittimo” è l’ibridazione profonda tra tre diversi approcci al salvataggio: quello umanitario, quello dei diritti umani e quello dell’attivismo e della militanza politica. In realtà, però, tale aspetto, se è particolarmente visibile in mare, non appartiene solo a questo ambiente. Come hanno ben messo in luce i sociologi Donatella Della Porta ed Elias Steinhilper (2021), i “tempi di crisi” (in questo caso, in riferimento, da una parte, a quella finanziaria seguita da politiche di austerity soprattutto nel sud Europa che ha ridimensionato le politiche di welfare e dunque aumentato il numero di persone bisognose di supporto; e dall’altra alle trasformazioni neoliberali della società che hanno condotto a una crescente insoddisfazione dei cittadini e a una polarizzazione della società) hanno portato a confondere i confini tra forme contenziose e non contenziose di impegno della società civile. Secondo gli autori, gli atti di solidarietà, soprattutto “migrante”, mettono in crisi la rigida distinzione tra “volontariato no profit” e movimenti sociali (e dunque attivismo politico). Ciò ha dunque implicato numerose intersezioni tra pratiche umanitarie e rivendicazioni politiche, tra azioni sui «sintomi» o sulle «cause», tra «minimalismo» e «massimalismo morale» (Barnett 2020). In effetti, a seconda dei governi e del tipo di strumentalizzazione adottato nel discorso sugli sbarchi, l’invasione, le ONG, gli scafisti e i trafficanti, attori diversi hanno deciso di scendere in campo, o uscirne, con diversi intenti e diverse pratiche.

71-m2rwrkblAlcune organizzazioni, dall’approccio più tradizionalmente umanitario, hanno deciso di spostarsi e lasciare il Mediterraneo nel momento in cui lo scenario si è politicizzato e divenuto conflittuale; altre, fra queste, pur rimanendo, hanno tentato di minimizzare la conflittualità della propria posizione, attenendosi esclusivamente, nelle pratiche e nelle retoriche, al “salvataggio delle vite”, sulla base della presunta condivisa sacralità della vita in sé, senza aggiungere alcuna altra rivendicazione.

Fra quelle che nascono con un intento più militante, invece, è possibile intravedere, nuovamente, intrecci, effervescenze, contraddizioni: nel fare appello, giustificando le scelte strategiche e proponendo riflessioni narrative, al concetto di «disobbedienza civile» [10] (Azzellini, 2009), alcune organizzazioni concentrano molta attenzione sull’uso non solo “difensivo” ma anche “offensivo” del diritto. Attraverso “contenziosi strategici” e ricorsi alla CEDU, ma contemporaneamente anche seguendo con massima attenzione tutti i passaggi amministrativi che rendano, fin dove possibile, l’operato delle organizzazioni “secondo la legge”, queste organizzazioni cercano di spostare costantemente l’asticella delle loro richieste.

Se, durante gli anni della “chiusura dei porti” e del blocco delle navi, la rivendicazione più forte era quella del diritto/dovere di prestare soccorso, oggi l’attenzione si sposta (anche) sul tentativo di evitare i pull back, affermare la liceità di effettuare transhipment o evidenziare i casi di non assistenza commessa da particolari autorità. Tali rivendicazioni fanno riferimento a un quadro giuridico ben definito, nel tentativo di fare applicare leggi che sono già esistenti. Nello specifico, si fa appello al diritto internazionale per disobbedire ad alcune norme del diritto nazionale. In effetti, è particolarmente interessante riflettere sul fatto che, mentre nei discorsi di alcuni attivisti si fa appello al concetto di “disobbedienza” – declinato nelle sfumature che nella storia del movimentismo italiano e tedesco esso ha assunto (Della Porta, Rucht 1992; Montagna 2007) – molte delle azioni svolte in mare sono, paradossalmente, di “obbedienza civile” [11].

kingContemporaneamente, però, le stesse e altre organizzazioni, nutrite anche dai concetti (King 2016) proposti dai movimenti “No Border” prima e “Trans Border” poi, nonché da alcune istanze anarchiche, fanno appello a un quadro che esula formalmente da quello dell’applicazione del diritto, riferendosi al concetto di “libertà di movimento” – formalmente non sancita entro nessun quadro giuridico nazionale o internazionale – e mettendo in discussione la presunta universalità delle categorie “umanità”, e “diritti umani”.

Per spiegare la particolare visibilità che questi intrecci assumono in mare credo sia importante soffermarsi su un elemento caratteristico dello spazio marittimo, parzialmente già evocato: la sovranità multipla e sovrapposta. Se la compresenza di differenti sistemi e regimi determina contraddizioni che in alcuni casi sembrano legittimare pratiche e retoriche di delega di responsabilità tra i diversi Stati, è anche vero che entro tali contraddizioni è possibile inserirsi per aprire nuovi spazi e produrre nuove rivendicazioni. Inoltre, in mare, l’apparente sfumarsi dei confini sembra aprire spazi per la messa in discussione del controllo statale, andando così a definire nuove forme di umanitarismo (Dobie 2022).

Da una parte, dunque, credo che le forme di “radicalizzazione dell’umanitario” e “umanitarizzazione dei movimenti sociali” siano dovute alla grande ricchezza di significati che l’attraversamento dei confini e la migrazione – per mare e via terra – stanno oggi assumendo, e all’alta conflittualità che provocano scontrandosi con i tentativi di irreggimentazione sovranisti e nazionalisti. Dall’altra, lo spazio specifico del mare e l’intreccio tra diversi regimi di sovranità assegnano connotati particolari al conflitto. Il venir meno della necessità di negoziare l’accesso a un territorio – storicamente caratterizzante le organizzazioni umanitarie – apre degli spazi non tanto di «indipendenza» (Dobie 2022) quanto di creatività che segnano inedite forme ibride di azione.

Un gommone trovato vuoto, perché la guardia costiera libica aveva effettuato un respingimento pochi minuti prima, sotto gli occhi della ONG. Dietro, le fiamme di alcune piattaforme petrolifere a largo delle coste della Libia. L'equipaggio della nave ONG segna sempre con la bomboletta le barche così che eventuali altri soggetti che le trovino vuote sappiano che destino hanno incontrato (ph. J. Iozzelli, ottobre 2021)

Un gommone trovato vuoto, perché la guardia costiera libica aveva effettuato un respingimento pochi minuti prima, sotto gli occhi della ONG. Dietro, le fiamme di alcune piattaforme petrolifere a largo delle coste della Libia. L’equipaggio della nave ONG segna sempre con la bomboletta le barche così che eventuali altri soggetti che le trovino vuote sappiano che destino hanno incontrato (ph. J. Iozzelli, ottobre 2021)

È anche necessario considerare la vicinanza e contiguità del Mediterraneo – né mondo Altro verso cui tradizionalmente sono stati diretti gli aiuti umanitari e i progetti di “sviluppo”, né del tutto Europa. È infatti ben radicata, nell’immaginario occidentale, l’idea di alterità intrinseca dello spazio marittimo (Corbin 1990; Steinberg 2001), storicamente relegato ai margini da uno sguardo «terracentrico» (Rediker 2004), e ora nutrita dalle pratiche e narrazioni di esternalizzazione dei confini e della loro violenza strutturale. Questi elementi sembrano definire uno spazio umanitario inedito, costantemente attraversato da correnti che ne rimescolano i tradizionali punti saldi.

Contemporaneamente, anche le forme di attivismo che si sono riversate in mare hanno dovuto fare i conti con alcuni tratti strutturali inediti: la pratica del salvataggio, per quanto possa essere assunta entro un discorso più ampio, non può sganciarsi dal piano dell’estrema emergenza. Inoltre, la necessità di appropriarsi di un mezzo di trasporto – una barca, come minimo, se non enormi navi stracolme di attrezzature, dispositivi di salvataggio, zattere, gommoni, giubbotti di salvataggio – per poter praticare la militanza sembra costringere a confrontarsi con aspetti burocratici, economici, gestionali totalmente nuovi e pesanti. David Graeber (2016: 152) sostiene: 

«i progetti radicali tendono a naufragare – o almeno a diventare sempre più complicati – nel momento in cui entrano in un mondo di oggetti grandi e pesanti: palazzi, automobili, trattori, barche, macchinari industriali. Non perché questi oggetti siano intrinsecamente difficili da amministrare in maniera democratica (la storia è piena di comunità che sono riuscite ad amministrare democraticamente risorse comuni), ma perché […] sono circondati da un’interminabile regolamentazione pubblica, ed è sostanzialmente impossibile sottrarli all’attenzione dei rappresentanti armati dello Stato». 

Questa storia di professionalizzazione e burocratizzazione sembra ben intrecciarsi con quella dell’umanitarismo; tuttavia, essa evidenzia anche l’importanza di uscire da visioni romantiche del mare come spazio ontologico della radicalità, informalità, amatorialità per sottolineare piuttosto l’importanza di soffermarsi sul dialogo fra macro-fenomeni e micro-pratiche creative.

Dialoghi Mediterranei, n.60, marzo 2023 
Note
[1] L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.
[2] Per una discussione della presunta contrapposizione tra politico e umanitario, si veda per esempio: Redfield, 2017; Fassin 2018.
[3] L’estate del 2015, spartiacque nei flussi di entrata in Europa.
[4] I push back sono azioni di intercettazione e respingimento, da parte di soggetti istituzionali o non istituzionali europei, verso i paesi di partenza (soprattutto Libia) di imbarcazioni con a bordo migranti. Tali azioni si oppongono al principio di non refoulement (non respingimento, appunto) della Convenzione di Ginevra del 1951 (articolo 33). Si parla invece di pull back quando tali azioni sono portate avanti da soggetti afferenti alle coste stesse da cui le persone hanno tentato di partire.
[5] Corte Europea per i diritti dell’uomo.
[6] Con il Memorandum di intesa Italia-Libia del 2017, in cui si stabilisce la “cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana” (che praticamente passa attraverso il supporto dell’Italia alla Libia per la creazione e definizione di una zona SAR libica e dunque il finanziamento e l’addestramento di una guardia costiera libica), l’Italia ha contribuito alla strategia di arretramento delle attività SAR dell’Unione Europea e degli stati membri, nonché alla delega sempre più ampia alla Libia della gestione e trattenimento dei migranti fuori dal territorio europeo. Contrariamente all’intento ufficialmente espresso, cioè quello di cooperare per la stabilizzazione della Libia attraverso la lotta contro i fenomeni che ne creavano instabilità (riconosciuti nell’immigrazione irregolare, nel terrorismo, nella tratta di esseri umani e nel contrabbando di carburante), i risultati sono stati al contrario quelli di un aumento delle morti in mare e l’implementazione di azioni che lungi dall’incidere sul traffico di esseri umani hanno piuttosto peggiorato le condizioni dei migranti sul territorio libico, andando a costruire una giustificazione giuridica per la violazione sistematica degli obblighi derivanti dal diritto interno e internazionale in materia di non refoulement e rispetto dei diritti umani fondamentali (per approfondire, si veda Cecchini, Crescini, Gennari, 2020).
[7] In merito al cambiamento della narrazione, si veda l’introduzione da parte del Ministro degli interni M. Minniti del Codice di Condotta per le ONG.
[8] La Convenzione SAR del 1979 impone il dovere di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro (place of safety, POS), momento in cui un soccorso può dichiararsi concluso. Secondo le Linee guida «un luogo sicuro è una località dove le operazioni di soccorso si considerano concluse, e dove: la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata; le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possono essere soddisfatte; e può essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale» (para. 6.12).
[9] Si veda per esempio: Fassin 2018; Feldman, Ticktin 2010; Malkki 2015; Agier 2008.
[10] A cui molti dei gruppi poi ritrovatisi in mare avevano già fatto riferimento, a partire dagli anni Novanta, partecipando a movimenti sociali a terra.
[11] Espressione proposta, significativamente, dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando, quando, nel 2019, dichiarò di voler sospendere gli effetti del decreto sicurezza a Palermo, continuando ad iscrivere nel registro dei residenti i migranti con regolare permesso di soggiorno, applicando così i diritti costituzionali. 
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Jasmine Iozzelli, dottoranda in Scienze Antropologiche all’Università di Torino, durante la magistrale in discipline etno-antropologiche presso Sapienza Università di Roma ha contribuito alla creazione del Gruppo di ricerca sull’antropologia del mare “Ermenautica-Saperi in Rotta” sulla cui spinta ha intrapreso un percorso di ricerca etnografica a bordo di navi civili di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Alcune prime riflessioni sono uscite in: “Rescue in the Central Mediterranean”, Antropologia Pubblica, [S.l.], v. 8, n. 1: 251 – 260, aug. 2022.

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