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Per occhi che non vedono

9788807950766_0_0_536_0_75di Antonietta Iolanda Lima

«A tutti gli abbandonati perseguitati rifiutati, migranti e bambini tutti disperati sfruttati affamati uccisi ingoiati dal mare a causa di un mondo predatorio e indifferente». Questa la mia dedica nel libro Frugalità. Era il 2022 e da due anni il decreto Lamorgese modificando i decreti Salvini introduceva una normativa da ritenere positiva per i migranti quando si pensi alla protezione speciale per chi aveva lesi i diritti umani. Poi in anni successivi è stato nuovamente modificato in senso restrittivo il sistema di accoglienza integrato per i richiedenti asilo e previste onerose sanzioni per le navi impegnate nei salvataggi in mare.

Disincentivazione della migrazione irregolare, rimpatri e respingimenti, mancanza di rispetto degli standard internazionali sul diritto di asilo, ecco gli strumenti con i quali i Paesi dell’Unione hanno risposto alla crisi dei rifugiati del 2015. Una politica repressiva e restrittiva crescente che nulla di positivo ha risolto:

- nulla al fine di definire in modo equo i necessari criteri di distribuzione e accoglienza evitando che migliaia di persone vengano detenute vivendo in condizioni disumane o continuino a morire nelle acque del Mediterraneo.

- nulla sulle cause degli esodi;

- nulla sulla definitiva apertura di canali umanitari per migrare senza pericoli;

-  nulla sull’assicurare ai migranti e profughi un lavoro tale da evitare i noti e inumani sfruttamenti nei campi di lavoro.

- nulla sul problema del traffico e della tratta da parte dei trafficanti:  

Insomma, direi che nulla cambia se non in peggio. Basti riflettere sia pure un attimo sullo sciagurato accordo con la Libia ben sapendo delle atrocità di cui è stata e continua ad essere protagonista nei confronti di migranti, profughi e richiedenti asilo. 

Ottima certamente l’opportunità offerta dai due Global Compacts per una politica più equa, ma difficili i risultati di negoziazione tra gli Stati.

Ma perché ciò avvenga occorre senso di responsabilità diffusa. Ma essa non può che mancare in un mondo dove, come più volte ho scritto, ciò che conta è la triade potere immagine denaro. E in proposito concludo con qualcosa che potrebbe considerarsi una digressione essendo il suo focus non più i migranti in fuga in acqua, ma bambini, ragazzi e adulti in acqua per diletto, i più ignari di quanto a loro potrebbe accadere, come dimostra quanto qui di seguito. 

Stabilimento balneare Mondello, fondamenta (ph. silvia gambirasi)

Stabilimento balneare Mondello, sversamenti nelle acque  (ph. Silvia Gambirasio)

Guardo questa immagine scattata da Silvia Gambirasio e mi rivolgo al web, e leggo: «Lo storico stabilimento balneare e gran parte della spiaggia di Mondello sono gestiti dalla società Mondello Italo Belga il cui pacchetto azionario e la governance sono storicamente legati alla famiglia Castellucci e ad altri soci privati (…) oggi più attiva che mai con una squadra di professionisti che lavorano per migliorare ogni giorno i servizi e le offerte per la sua clientela». Se è questo l’esito mi domando quale senso abbiano queste parole, se è vero che nelle acque scaricano i liquami da parte delle tubature dello stabilimento balneare.

E mi torna in mente quel che dice la moglie del medico in Cecità, uno dei capolavori di Saramago. «…non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono». Ciechi perché, in questo caso, è venuto a mancare il senso di responsabilità verso le persone.

Antico Stabilimento balneare di Mondello

Antico Stabilimento balneare di Mondello

Ecco questo mi dicono le immagini, questo è accaduto a chi gestisce lo Stabilimento Balneare di Mondello che il suo progettista Rudolf Stualker rese un’opera architettonica Art Nouveau tra le più belle e rinomate d’Europa. E come in qualsiasi altro intervento, anche in esso era implicito sin dalla sua genesi il tema della manutenzione, la cui mancanza appare oggi come una sorta di virus estremamente diffuso per il quale non c’è ancora alcuna terapia.

Potrei rimandare a moltissimi esempi, ma mi soffermo solo in uno che ritengo emblematico di una cecità che sembra caratterizzare l’attuale fare politico per Palermo e il suo territorio. Ogni tanto, in via Libertà, viene piantato un platano in sostituzione di quello mancante. È piccolo, nato da poco. Necessitando di acqua, ancor più con le attuali elevate temperature, e non ricevendola, muore.  E accade questo in una città fortemente inquinata dove non un albero ma boschi dovrebbero piantumarsi e averne cura, rendendo un fatto quella parola così fondamentale: manutenzione.

Palermo, i platani di via Libertà

Palermo, i platani di via Libertà

Era un monito di Teresa D’Avila che nel Cinquecento così sollecitava: «Le parole conducono ai fatti. Preparano l’anima, la rendono pronta e la commuovono fino alla tenerezza». Lo fece suo il grande scrittore e poeta Raymond Carver. Attendiamo di farlo noi tutti e chi gestisce il potere, piccolo o grande che sia. 

Ma il potere di chi governa da alcuni anni il mondo lo fa, ma purtroppo in un modo anti-tollerante e aggressivo, tradendo nel profondo il senso della parola manutenzione. Dal latino medievale manutentio-onis, nella locuzione manu tenere che la forma tenere significa anche possedere. Quindi manutenzione nel suo senso etimologico significa “tenere con la mano”, custodire. 

Mi domando: chi tiene in mano oggi i migranti, chi li custodisce? I migranti, spesso anche i disabili, i poveri, e comunque quanti ritenuti non conformi, sono i “diversi” e il potere politico gli è contro. Forse questo potere, se non si pensasse solo ad accrescerlo, farebbe bene immergersi in quei libri, e non sono pochi, che dando voce all’emarginazione e all’alterità, dando uno specchio critico sulla società, sfatano preconcetti; chissà potrebbe qualche volta chi legge essere sollecitato a riflettere su chi affronta un’esperienza umana estremamente rischiosa e dolorosa anche quando si pensi allo sradicamento implicito nella migrazione.

9788893452649_0_0_536_0_75Ce lo dicono con grande incisività le pagine di due scrittori diversi per formazione e per il tempo in cui davano vita ai loro personaggi: passeggeri emigranti a bordo di una nave diretta in America, Edmondo De Amicis in Sull’oceano; le difficoltà, le paure e il riscatto infine dei migranti negli Stati Uniti, John Fante in Aspetta la primavera, e Chiedi alla polvere. Ne aggiungo a loro altri due che amo particolarmente: Pane e acqua. Dal Senegal all’Italia passando per la Libia (Villaggio Maori edizioni, 2021). Ibrahima Lo é l’autore e il protagonista. E basta leggere quanto ci racconta per avere un ulteriore spaccato di cosa significhi essere migrante in tutta la sua drammaticità: l’inferno dei lager libici, il naufragio del gommone stipato insieme a decine di altre persone, con cibo solo pane e acqua, e l’arrivo in un’Italia xenofoba, razzista, propensa allo sfruttamento della miseria.

Di Melania Mazzucco, che ritengo scrittrice talmente brava e particolare da non cessare mai di sollecitare amici e conoscenti a immergersi nelle sue pagine, ho letto una pagina memorabile in La Repubblica dell’1 agosto: «Quei ragazzi disperati arrivati dal mare somigliano ai nostri». Ecco questa pagina, se potessi, costringerei a leggerla i vari Salvini, Meloni, Vannacci eccetera che vagano fingendo di operare per il bene di persone città e territori, nonostante guerre e bombe che, pur di volta in volta con diversità di nomi, formazione e contesto geopolitico, sembrano essere una sorta di virus diffuso in Europa e in quella parte del mondo che devasta quanto di esso resta. Forse dovrei guardare i loro occhi per capire la loro natura umana, ma quanto vedo alla Tv me li da come se fossero vuoti, come se non vedessero ciò che invece sarebbe necessario vedere. Parlano, parlano da soli senza mai qualcuno che li interroghi.

E il migrante, lo ribadisco ulteriormente, in un contesto in cui anche verso il multiculturalismo già in atto non è per nulla facile il confronto, trova impreparazione, diffidenza, timore, ostilità.

E dunque perché tutto questo? È la diversità la causa? E tutto quello che da essa discende? Si è visto in Cecità come l’epidemia di cui si ammala l’umanità è l’incapacità di vedere l’altro. E lo ripete Saramago nel 1998 davanti alla giuria che gli dava il Nobel. Disse: «la società contemporanea non vede, è cieca perché è venuto a mancare il senso di solidarietà tra le persone».

Mancanza che provò a lungo, tra tanti diventati celebri dopo trascorsi difficoltosi, Charlie Chaplin da me particolarmente amato.  Sarebbe stato inserito tra i diversi. Un’infanzia povera vissuta nei quartieri poveri di Londra, caratterizzato da un ininterrotto nomadismo urbano: entra ed esce di continuo in case di lavoro per i poveri, anche se piccolissimo si esibisce come ballerino e attore in compagnie itineranti per sopravvivere alla fame. Fu due volte migrante: prima fu quella interna, tra i diversi quartieri poveri e gli istituti della capitale britannica, la seconda quella transatlantica verso gli Stati Uniti, il Paese che lo definì grande nel mondo ma che infine gli revocò il visto di rientro.

giornata-internazionale-stranier-01Il 18 dicembre di ogni anno è la Giornata dei diritti dei migranti. E cosa fanno i politici che gestiscono le sorti del mondo, se non quello di lanciarsi ancor più contro? 

Se mai ci sarà un cambio alla guida del Governo, la prima cosa da fare é, a mio parere, eliminare la legge Bossi-Fini, quella che dal luglio 2002 «lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, introducendo la detenzione amministrativa nei centri di permanenza temporanea e l’uso di mezzi militari navali per il blocco in mare».

Ma occorrerebbe un Gesù/Dio pronto ad agire. Un miracolo; un grande e grosso miracolo, pari a quello di far applicare l’articolo 10 terzo comma della nostra Costituzione secondo il quale si «potrebbe concedere asilo ai rifugiati climatici, ad altri profughi ambientali, ad altri migranti in fuga, a ogni “migrante” profugo, che vede impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche».  

È invece un giorno molto buio per i diritti umani nell’UE. Infatti con il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo già applicato dal 12 giugno 2026 le frontiere dell’Unione Europea diventeranno sempre meno accessibili per i migranti, nonostante l’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.  Così l’Italia con un decreto convertito in legge ad agosto potrà respingere tutti i «migranti provenienti da Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco, ma anche i Paesi candidati, in un futuro più o meno prossimo, ad aderire all’UE – Albania, Bosnia Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia e Ucraina Tunisia –, tranne quelli che dimostreranno di fuggire da un pericolo, per un fondato e personale timore di persecuzione». 

E ora mi domando: cosa gravita di talmente grande nel profondo da generare il rifiuto dei migranti a tal punto da renderlo una costante storica che ci fa dimenticare che la migrazione sin dagli albori della vita non ha cessato mai di esistere. Tanto più alimentata dalla propaganda e dall’azione di politici incompetenti e irresponsabili e con una popolazione in cui, a me sembra, tranne pochi casi, dominando l’ignoranza, abita agevolmente il pregiudizio. Una parola ne sintetizza appieno ciò che esso racchiude: paura. Di che cosa? È lui il migrante o comunque chiunque venga percepito come diverso. Si giunge addirittura a temere per la propria vita e ci si allontana in fretta. Non lo si guarda negli occhi, non si coglie la disperazione che spesso vi si può leggere se si alzasse lo sguardo, ci si rifiuta di sentire la parola: ho fame, da ragazzi giunti qui, convinti di trovare finalmente un luogo di pace per un futuro che faccia loro dimenticare i drammi e le violenze subite. 

Un’assoluta libertà per ogni individuo non è realistica: occorrono regole di sostenibilità globale. E tuttavia, se un diritto va rivendicato è quello di poter restare e di sopravvivere con dignità nel territorio dove si è nati, comunque sia la propria identità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
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Antonietta Iolanda Lima, architetto, già professore ordinario di Storia dell’Architettura presso l’Università di Palermo. Sostenitrice della necessità di pensare e agire con visione olistica, sua ininterrotta compagna di vita, è quindi contraria a muri, separazioni, barriere. Per una architettura che sia ecologica, sollecita il rispetto per l’ambiente e il paesaggio, intrecciando nel ventennio ‘60-’70 l’elaborazione progettuale, poi dedicandosi alla formazione dei giovani. Ad oggi continua il suo impegno a favore della diffusione della cultura e di una architettura che si riverberi positivamente su tutti e tutto: esseri umani, animali, piante, terra; perché la vita fiorisca. Promotrice di numerose mostre ed eventi, è autrice di saggi, volumi e curatele. Tra essi, qui si ricordano: L’Orto Botanico di Palermo, 1978; La dimensione sacrale del paesaggio, 1984; Alle soglie del terzo millennio sull’architettura, 1996; Frank O. Gerhy: American Center, Parigi 1997; Le Corbusier, 1998; Soleri. Architettura come ecologia umana, 2000 (ed. Monacelli Press, New York – menzione speciale 2001 premio europeo); Architettura e urbanistica della Compagnia di Gesù in Sicilia. Fonti e documenti inediti XVI-XVIII sec., 2000; Monreale, collana Atlante storico delle città Europee, ital./inglese, 2001 (premio per la ricerca storico ambientale); Critica gaudiniana La falta de dialéctica entre lo tratados de historia general y la monografìas, ital./inglese/spagnolo, 2002; SoleriLa formazione giovanile 1933-1946. 808 disegni inediti di architettura, 2009; Per una architettura come ecologia umana Studiosi a confronto, 2010; L’architetto nell’era della globalizzazione, 2013; Lo Steri dei Chiaromonte a Palermo. Significato e valore di una presenza di lunga durata, 2016, voll. 2; Dai frammenti urbani ai sistemi ecologici Architettura dei Pica Ciamarra Associati, 2017 (trad.ne inglese, Londra e Stoccarda, Edit. Mengel; Bruno Zevi e la sua eresia necessaria, 2018; Giancarlo De Carlo, Visione e valori, 2020; Frugalità Riflessioni da pensieri diversi, 2021. Il suo Archivio è stato dichiarato di notevole valore storico dal Ministero dei Beni Culturali.

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