Queste pagine, a cui sono molto affezionato, restituiscono un modo di vivere la dialettologia che non è molto distante – o almeno così mi sembra – da quello che ha animato Luciano Giannelli. Penso soprattutto alla sua tenace volontà di dar voce, come si legge nei suoi ultimi Scritti Vagabondi (2023), a una Toscana «popolare e popolana ma non plebea né popolareggiante (…), alternativa (…) a una Toscanina di maniera o di retorica, o immiserita nello specchio di se stessa». Con la sofferta ma nitida percezione che, in Toscana come altrove, questa dimensione popolare, a suo modo antagonista rispetto a quanto – linguisticamente e socio-culturalmente – è egemonico nell’Italia della post-modernità, «semplicemente è scomparsa o sta scomparendo».
La struggente ossessione delle parole perdute
Per fare un’intervista ci ho sempre messo una vita. Conservo pile di cassette, ognuna col nome delle persone – quasi sempre anziane, in genere poco scolarizzate – che pazientemente hanno risposto alle mie domande sulle loro parole. Pazientemente. Perché ci vuole pazienza prima di tutto per accettare la richiesta di quel professorino con il registratore, che in definitiva vuol sapere come si parla: una richiesta bizzarra, perché alla fine parlare è come camminare, si fa come viene e senza farci tanto caso, e non è tanto carino che arrivi uno a scrutarci, e magari alla fine ci dà anche il voto… Però poi le cassette si riempiono, le interviste invece di una settimana durano un mese, e quando il professorino spegne per l’ultima volta il registratore c’è subito una sensazione di vuoto: e ora che si fa? Non è (non solo) il riaffacciarsi, per gli anziani, del problema spesso angoscioso di passare il tempo, e nemmeno l’interrompersi di un nostalgico procedere del ricordo che fa tornare giovani: è come se la traccia delle parole avesse consentito per la prima volta alla Fernanda e a Renzo, alla Renata e a Marcello, a Leonardo e alla Franca, di mettere a fuoco, con la paziente e tenace operazione del parlare, i punti di riferimento della propria esistenza. Ecco perché i minuti di intervista sono diventati ore, e il questionario è diventato alla svelta poco più che un promemoria abbandonato sul tavolo. Ma quando il nastro ha smesso di registrare, quella (ri)costruzione non può più procedere, e si sente che viene a mancare qualcosa di fondamentale, che riguarda (come proverò a spiegare) il senso del proprio stare al mondo.
Questo aspetto ricorrente delle interviste, del resto, ha anche a che fare con qualcosa che smuove dal profondo il mio interesse per le parole degli anziani: una inconfessata – e se si vuole del tutto ingenua, irrazionale, antistorica – attrazione per quelle realtà in cui tutto apparentemente si teneva in virtù di un legame profondo, ancestrale, totalizzante con il territorio che di quelle realtà costituiva il teatro naturale. Pur ammettendo che in questa sensazione abbia un suo peso suggestivo il conflitto tra Natura e Cultura, magari con Leopardi a orchestrare, mi dico anche che non può essere solo una questione di amore per le primitive età dell’uomo a provocare in me l’ossessione delle parole dei mondi perduti.
Anche perché quando penso al territorio non penso a una realtà che non ha conosciuto il passaggio dell’uomo. Tutt’altro. Penso a una fila di campi coltivati, al molo che incide un braccio di mare, ma anche a una fabbrica, un casolare, una bottega, una cava, un laboratorio. E penso (con un fremito che davanti a quei luoghi mi percorre arrivando a scuotere la pelle) che il senso dello stare al mondo – detto con una parola impegnativa, la percezione della propria identità – venga avvertito con particolare intensità quando risulta da una spontanea adesione a quelle pratiche che fanno di uno spazio un luogo. Mi convinco allora che nessuna identità sia possibile fuori da uno spazio significativo in cui le persone sentono di potersi specchiare, riconoscendovi segni e tracce di una vicenda personale che si è intimamente confusa e integrata con quella di coloro che quello spazio condividono.
Al tempo stesso, mi viene da dire che nessun luogo esiste, è cioè costitutivo di identità, se non è partecipato, se cioè le persone non decidono di renderselo familiare interagendoci, modificandolo, insomma stabilendoci un rapporto. Altrimenti il territorio, inteso come lo spazio e i suoi abitanti, non sono luoghi, ma fondali, scenari buoni al massimo per farci una villeggiatura.
Nelle pratiche che fanno diventare luogo, cioè condizione e insieme cellula di identità, quello che di per sé non è che un territorio anonimo, la lingua la vedo giocare un ruolo straordinario, perché conferma incessantemente, prima di tutto dando loro un nome, le relazioni con la realtà, permettendo di esplicitarle e condividerle. Tra le pratiche costitutive dei luoghi la lingua mi appare in definitiva qualcosa che permeando accompagna, proprio in senso musicale, una presenza dell’uomo nello spazio che certo avrebbe modo di svolgersi anche in silenzio, ma di cui la lingua scandisce e rivela i momenti cruciali. Un luogo, insomma, diventa tale nel momento in cui la nostra presenza lo modifica, se ne appropria, e di questa trasformazione-personalizzazione le nostre parole parlano: è così che la vita percorre e intesse quello spazio, facendolo diventare una componente irrinunciabile, fondativa, della personalità di tutti coloro che quell’ambiente – lavorandoci e parlandone – hanno contribuito a costruire. Per questo credo che nessun uomo possa dire di vivere, o di aver vissuto, se non c’è un luogo in cui egli ritrova istintivamente e immediatamente tracce del proprio intervento e della propria partecipazione.
La struggente ossessione per le parole perdute, alla fine, è tutta qui: una volta che la cava è abbandonata, che le barche a quel molo non attraccano più, che laboratori e fabbriche hanno smesso di risuonare di voci e macchinari, restano le parole che quei luoghi hanno attraversato, e che così facendo hanno contribuito a costruire, e si mettono a disposizione di chi ancora le sa parlare, pronte a riattivare e a ricostruire quei contesti almeno per il tempo che dura il ricordo.
Quando allora, sollecitati dalle domande sull’uso di parole lontane, i nostri intervistati invece di dare una risposta secca cominciano a parlare, e apparentemente si dilungano, io mi ritraggo e lascio fare (e i nastri si accumulano), perché sento che ci si sta incamminando in una direzione segreta e cruciale: grazie alla lingua, infatti, il parlante sta riattivando pian piano rapporti con la realtà agìta, e la lingua torna a fondare luoghi, facendo riconoscere al parlante quel senso del proprio stare al mondo dato insieme, inscindibilmente, dalla condivisione di attività e di discorsi. Si capisce allora che ritrovare le parole è possibile solo a chi abbia partecipato intensamente, per via di quelle pratiche così intimamente umane, alla vita di un luogo. Ecco perché l’intervista, quando è finita, manca così tanto a chi ha parlato: perché chi l’ha fatto si rende conto che i luoghi che le parole hanno permesso di percorrere e di riconoscere sono gli elementi strutturanti della propria identità.
E perché tutta questa attenzione verso gli anziani? E i piccoli mondi antichi che c’entrano? C’entrano probabilmente perché questo rapporto tra identità e luoghi mi sembra funzionare tanto meglio – e dunque mi pare più chiaramente osservabile nei suoi tratti costitutivi – in chi, come succede ancora per la maggioranza degli anziani, non ha vissuto l’esperienza oggettivamente estraniante della scolarizzazione prolungata, che tende a promuovere un rapporto mediato, riflesso, con la realtà, e di conseguenza a un’identità tendenzialmente frutto di scelta più che naturale esito dell’immedesimarsi in un contesto. Al tempo stesso l’indebolirsi dei luoghi lo avverto – mi rendo conto, pasolinianamente – come corollario di una modernità che, fondata sulla pervasività incessante dell’esposizione televisiva, soppianta una dimensione vissuta dell’esperienza sollecitando atteggiamenti passivi e individualizzanti (l’essere spettatori-consumatori) più che partecipativi e comunitari; prosciuga cioè quel “naturale” nutrimento dell’identità costituito dall’esistenza e dalla continua edificazione di spazi fisici costantemente e intensamente partecipati.
Le mie indagini sul modo in cui parlano gli anziani hanno dunque per naturale e ostinato obiettivo la ricostruzione di quei focolai minimi di identità – i luoghi – che emergono come tali per l’adesione intensa e prolungata dei loro componenti a pratiche linguistiche e materiali che definiscono confini e connotati di un mondo integro (e che io, ancora in compagnia di Pasolini, avverto come rassicurante) perché partecipato, ancora al riparo da una modernità progressivamente impostasi – perché tenacemente proposta – come dimensione solipsistica e virtuale.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
[*] Revisione di un testo apparso in Aa.Vv. Per i linguisti del nuovo millennio. Scritti in onore di Giovanni Ruffino, Palermo, Sellerio 2011: 100-103.
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Neri Binazzi, si è laureato con Gabriella Giacomelli in Dialettologia italiana nel 1988 e insegna Dialettologia e Sociolinguistica all’Università di Firenze. Coordina per l’Accademia della Crusca il progetto Vocabolario del fiorentino contemporaneo (un cui saggio di voci è uscito nel 2012 con il titolo Parole di Firenze). Si è occupato ampiamente di comportamento lessicale e dei meccanismi di manifestazione linguistica dell’appartenenza, su cui ha pubblicato saggi e la monografia Le parole dei giovani fiorentini: variazione linguistica e variazione sociale. Ha studiato a lungo la drammaturgia vernacolare di area fiorentina e il cinema toscano, con particolare attenzione ai lavori del primo Benigni, a cui è dedicato il volume Codici di sopravvivenza (2019). Con l’analisi linguistica del memoriale di deportazione del contadino toscano Elio Bartolozzi, pubblicata a commento del suo scritto La mia vita prigioniera (2011) ha avviato una serie di studi sulle testimonianze linguistiche dei semicolti, culminate con un lavoro sulle lettere degli internati dell’Ospedale psichiatrico di Volterra. Sul versante dialettologico si ricorda il suo profilo linguistico della Toscana uscito nell’opera Lo spazio comunicativo dell’Italia e delle varietà italiane curata da Th. Krefeld e R. Bauer (2019).
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